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Politica Italiana
Scritto da La Redazione di Falce Martello   
Giovedì 20 Luglio 2006 12:42

Sinistra e governo
Per i lavoratori i conti non tornano


Politica economica: il governo vara un Dpef che non è esagerato definire di lacrime e sangue: 35 miliardi di euro di manovra, tagli ai principali capitoli di spesa (pubblico impiego, sanità, enti locali, pensioni), una nuova ondata di privatizzazioni e liberalizzazioni. Si esce dalle frasi fiorite sulla necessità di “coniugare rigore e sviluppo” e si tocca con mano la dura realtà (vedi l’articolo "Arrivano al pettine i nodi dell’economia").

Sinistra e governo

Politica estera: a un ritiro dall’Iraq quanto mai cauto e di fatto condotto negli stessi termini proposti da Berlusconi, si affianca la conferma della missione in Afghanistan, proprio mentre il conflitto in quel paese torna ad infiammarsi. I dirigenti del Prc parlano di una “buona mediazione”; ci sfugge completamente dove stia la medizione: una guerra sola invece che due?

Diritti sul lavoro: le speranze di milioni di precari si scontrano con le direttive assai esplicite del ministro Damiano. Si toccherà poco e nulla delle leggi precarizzanti del governo Berlusconi, per non parlare del Pacchetto Treu, introdotto dal precedente governo Prodi. Esemplare il caso della vertenza Atesia (vedi a pag. 16): i lavoratori chiedevano al ministro di affrontare uno dei casi esemplari di precariato totale, hanno avuto una circolare beffarda e invece del ministro incontrano la polizia.


Basterebbero questi tre capitoli per capire che i conti non tornano. Sarebbe sbagliato dire che Prodi o Padoa Schioppa hanno gettato la maschera: quanto sta accadendo era scritto a chiare lettere nel famoso programma dell’Ulivo ed era stato ripetuto fino alla nausea dai principali dirigenti dell’Ulivo.

Ma non sono solo i conti economici a non tornare: è la coperta della coalizione che si dimostra, come era prevedibile, troppo corta per “coprire” le posizioni di tutte le sue componenti. Gli schieramenti parlamentari lo confermano: con ogni probabilità, le missioni militari troveranno il voto del Polo; l’Udc si era già dichiarata disponibile a votarle anche da sola. Il partito di Casini si propone anche come possibile sponda anche per eventuali necessità legate alla politica economica.

L’amara realtà è che la sinistra dell’Unione, e segnatamente il gruppo dirigente del Prc, è completamente spiazzata. Le chiacchiere sulla “grande riforma”, gli entusiastici editoriali di Liberazione che parlava di un paese che va a sinistra, sembrano voci marziane.

Il Prc, e a suo modo anche il Pdci, hanno abbozzato delle reazioni. Il risultato è nullo.

Sull’Afghanistan il ministro Bianchi (Pdci) ha accusato una diplomatica indisposizione che gli ha impedito di presenziare al Consiglio dei ministri nel giorno in cui si discuteva il decreto; della posizione del Prc abbiamo già detto, il pugno di senatori che insiste nel dichiararsi contrario rischia di trovarsi in una posizione puramente testimoniale, per quanto apprezzabile (vedi pagina a fianco).

Sul Dpef, il ministro Ferrero rifiuta di firmare il testo. Come se nulla fosse (e in effetti così rischia di essere), il governo prosegue, con qualche mugugno dei dirigenti sindacali che invocano più “concertazione”.


A tre mesi dal voto la sinistra dell’Unione è già al bivio: o ingoiare un boccone amaro dietro l’altro, o prepararsi ad essere scaricata alla prima occasione e sostituita dall’Udc.

Certo, il gruppo dirigente del Prc è conscio del pericolo. Più volte nelle deliberazioni degli organismi e sulle pagine di Liberazione si grida al “pericolo centrista”. Non staremo qui a ricordare che chi avesse voluto ascoltarci, poteva leggere su questa rivista e sentire dire dai nostri compagni negli organismi dirigenti del Prc le stesse cose già un anno fa. Il problema è che la maggioranza del partito non ha alcuna strategia credibile per contrastare questo pericolo. L’unica arma che mettono in campo è quella di aggrapparsi a Prodi, chiamandolo custode della “autosufficienza” della maggioranza e indicandolo come prima vittima di un ipotetico ribaltone. Tutto vero, ma anche del tutto ininfluente. Prodi non è che una figura messa a capo del governo, la borghesia può tranquillamente sostituirlo se fosse necessario per garantire la “stabilità” e l’applicazione del programma da essa rivendicato.

Il problema non è di formule politiche, ma di interessi di classe e di rapporti di forza: nel contesto attuale l’alternativa per il nostro partito è molto secca: o “bere”, o essere emarginato. Per essere più precisi, si tratta di due strade verso lo stesso esito: o essere emarginati subito, oppure sprofondare sempre più in basso, compromettere il partito e la sua autorevolezza, indebolirsi sempre di più, per poi essere ugualmente scaricati. Come promemoria per il compagno Giordano e per la maggioranza del Prc, vorremmo ricordare che Prodi ha sempre dichiarato che intende tutelare la stabilità della coalizione con un ritorno alla legge elettorale uninominale maggioritaria che come è noto renderebbe assai marginale la presenza del Prc in parlamento e soprattutto ci costringerebbe all’eterno ricatto: o andare soli alle elezioni e farci accusare di aprire la strada alla destra, oppure subire l’ennesimo accordo al ribasso. Oggi non è possibile per il governo dedicarsi a questo tipo di passatempi, ma se fra due o tre anni ci trovassimo di fronte a una simile offensiva, con quali argomenti potremmo far valere agli occhi dei lavoratori la necessità di una legge elettorale che non ci cancelli, dopo esserci compromessi fino al collo con questo governo?


Questo è il quadro reale, non edulcorato, dei primi tre mesi di partecipazione del nostro partito all’Unione: subordinazione poltica, rischio di emarginazione, crisi di strategia. Le dichiarazioni critiche di un ministro possono servire per passare l’estate e per dire che “qualcosa” si sta facendo. Ma i nodi cominciano ad arrivare al pettine.


11 luglio 2006

 

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