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Sinistra e governo
Per i lavoratori i conti non tornano
Politica economica: il governo vara un Dpef che
non è esagerato definire di lacrime e sangue: 35 miliardi di
euro di manovra, tagli ai principali capitoli di spesa (pubblico
impiego, sanità, enti locali, pensioni), una nuova ondata di
privatizzazioni e liberalizzazioni. Si esce dalle frasi fiorite sulla
necessità di “coniugare rigore e sviluppo” e si tocca con
mano la dura realtà (vedi l’articolo "Arrivano al pettine i nodi dell’economia").
Sinistra e governo
Politica estera: a un ritiro dall’Iraq quanto
mai cauto e di fatto condotto negli stessi termini proposti da
Berlusconi, si affianca la conferma della missione in Afghanistan,
proprio mentre il conflitto in quel paese torna ad infiammarsi. I
dirigenti del Prc parlano di una “buona mediazione”; ci sfugge
completamente dove stia la medizione: una guerra sola invece che due?
Diritti sul lavoro: le speranze di milioni di
precari si scontrano con le direttive assai esplicite del ministro
Damiano. Si toccherà poco e nulla delle leggi precarizzanti
del governo Berlusconi, per non parlare del Pacchetto Treu,
introdotto dal precedente governo Prodi. Esemplare il caso della
vertenza Atesia (vedi a pag. 16): i lavoratori chiedevano al ministro
di affrontare uno dei casi esemplari di precariato totale, hanno
avuto una circolare beffarda e invece del ministro incontrano la
polizia.
Basterebbero questi tre capitoli per capire che i
conti non tornano. Sarebbe sbagliato dire che Prodi o Padoa Schioppa
hanno gettato la maschera: quanto sta accadendo era scritto a chiare
lettere nel famoso programma dell’Ulivo ed era stato ripetuto fino
alla nausea dai principali dirigenti dell’Ulivo.
Ma non sono solo i conti economici a non tornare:
è la coperta della coalizione che si dimostra, come era
prevedibile, troppo corta per “coprire” le posizioni di tutte le
sue componenti. Gli schieramenti parlamentari lo confermano: con ogni
probabilità, le missioni militari troveranno il voto del Polo;
l’Udc si era già dichiarata disponibile a votarle anche da
sola. Il partito di Casini si propone anche come possibile sponda
anche per eventuali necessità legate alla politica economica.
L’amara
realtà è che la sinistra dell’Unione, e segnatamente
il gruppo dirigente del Prc, è completamente spiazzata. Le
chiacchiere sulla “grande riforma”, gli entusiastici editoriali
di Liberazione che parlava di un paese che va a sinistra,
sembrano voci marziane.
Il Prc, e a suo modo anche il Pdci, hanno
abbozzato delle reazioni. Il risultato è nullo.
Sull’Afghanistan il ministro Bianchi (Pdci) ha
accusato una diplomatica indisposizione che gli ha impedito di
presenziare al Consiglio dei ministri nel giorno in cui si discuteva
il decreto; della posizione del Prc abbiamo già detto, il
pugno di senatori che insiste nel dichiararsi contrario rischia di
trovarsi in una posizione puramente testimoniale, per quanto
apprezzabile (vedi pagina a fianco).
Sul Dpef, il ministro Ferrero rifiuta di firmare
il testo. Come se nulla fosse (e in effetti così rischia di
essere), il governo prosegue, con qualche mugugno dei dirigenti
sindacali che invocano più “concertazione”.
A tre mesi dal voto la sinistra dell’Unione è
già al bivio: o ingoiare un boccone amaro dietro l’altro, o
prepararsi ad essere scaricata alla prima occasione e sostituita
dall’Udc.
Certo,
il gruppo dirigente del Prc è conscio del pericolo. Più
volte nelle deliberazioni degli organismi e sulle pagine di
Liberazione si grida al “pericolo centrista”. Non staremo
qui a ricordare che chi avesse voluto ascoltarci, poteva leggere su
questa rivista e sentire dire dai nostri compagni negli organismi
dirigenti del Prc le stesse cose già un anno fa. Il problema è
che la maggioranza del partito non ha alcuna strategia credibile per
contrastare questo pericolo. L’unica arma che mettono in campo è
quella di aggrapparsi a Prodi, chiamandolo custode della
“autosufficienza” della maggioranza e indicandolo come prima
vittima di un ipotetico ribaltone. Tutto vero, ma anche del tutto
ininfluente. Prodi non è che una figura messa a capo del
governo, la borghesia può tranquillamente sostituirlo se fosse
necessario per garantire la “stabilità” e l’applicazione
del programma da essa rivendicato.
Il problema non è di formule politiche, ma
di interessi di classe e di rapporti di forza: nel contesto attuale
l’alternativa per il nostro partito è molto secca: o “bere”,
o essere emarginato. Per essere più precisi, si tratta di due
strade verso lo stesso esito: o essere emarginati subito, oppure
sprofondare sempre più in basso, compromettere il partito e la
sua autorevolezza, indebolirsi sempre di più, per poi essere
ugualmente scaricati. Come promemoria per il compagno Giordano e per
la maggioranza del Prc, vorremmo ricordare che Prodi ha sempre
dichiarato che intende tutelare la stabilità della coalizione
con un ritorno alla legge elettorale uninominale maggioritaria che
come è noto renderebbe assai marginale la presenza del Prc in
parlamento e soprattutto ci costringerebbe all’eterno ricatto: o
andare soli alle elezioni e farci accusare di aprire la strada alla
destra, oppure subire l’ennesimo accordo al ribasso. Oggi non è
possibile per il governo dedicarsi a questo tipo di passatempi, ma se
fra due o tre anni ci trovassimo di fronte a una simile offensiva,
con quali argomenti potremmo far valere agli occhi dei lavoratori la
necessità di una legge elettorale che non ci cancelli, dopo
esserci compromessi fino al collo con questo governo?
Questo è il quadro reale, non edulcorato,
dei primi tre mesi di partecipazione del nostro partito all’Unione:
subordinazione poltica, rischio di emarginazione, crisi di strategia.
Le dichiarazioni critiche di un ministro possono servire per passare
l’estate e per dire che “qualcosa” si sta facendo. Ma i nodi
cominciano ad arrivare al pettine.
11
luglio 2006
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