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| Politica Italiana | |||
| Scritto da La Redazione | |||
| Lunedì 17 Novembre 2008 06:35 | |||
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Proposte per una piattaforma di lotta
La crisi che si avvicina rischia di trasformarsi in una catastrofe sociale. Il tracollo della finanza si sta già trasferendo all’economia reale, con la stretta creditizia, il calo dei consumi, la disoccupazione crescente, il dilagare della cassa integrazione. Secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro potrebbero essere cancellati 20 milioni di posti di lavoro. Gli interventi fin qui decisi a sostegno del sistema finanziario assommano alla cifra strabiliante di 3.500 miliardi di dollari. Per fare un paragone, si calcoli che basterebbero solo 35 miliardi di dollari all’anno per salvare dalla fame quel miliardo e 200 milioni di persone che nel mondo vivono con meno di un dollaro al giorno! Questa cifra colossale si trasformerà in debito pubblico che peserà per anni sui bilanci degli stati. In molti si affannano a dire che la situazione italiana non è grave come quella di altri paesi, perché da noi la speculazione e l’indebitamento non hanno assunto le stesse dimensioni che hanno assunto altrove. Si tratta di una pietosa bugia. In primo luogo, la crisi colpisce comunque pesantemente i bilanci familiari. 3,2 milioni di famiglie incatenate ai mutui a tasso variabile faticano sempre di più a coprire il costo crescente della rata; le proposte di Tremonti (bloccare le rate allungando la durata della restituzione) sono una vera e propria truffa che rischia di trasformare mutui di 20 o 30 anni in mutui a durata indefinita che le famiglie lascerebbero in eredità ai propri figli. Il debito pubblico torna ad aumentare, così come il deficit annuo. Tra gennaio e ottobre del 2008 il fabbisogno dello Stato è aumentato di 14,5 miliardi di euro rispetto al 2007. Di questi, secondo il ministero del Tesoro, 5 miliardi derivano da maggiori spese per interessi. Nonostante la crisi delle Borse spinga il risparmio verso i titoli pubblici, considerati più sicuri, i mercati puniscono la debolezza del nostro paese con un aumento crescente della spesa per interessi: già oggi l’Italia deve pagare interessi dell’1,28% superiori a quelli della Germania, il livello più alto da quando esiste l’euro, e la differenza continua a crescere. Ma il punto centrale di debolezza dell’economia italiana è nell’industria e nella produzione. La crisi finanziaria causerà un calo netto della domanda sul mercato. Le famiglie non spendono, le imprese non investono. Secondo Confcommercio, già nei primi nove mesi del 2008 i consumi sono calati dell’1,9%. Si risparmia quasi su tutto, compresi alimentari, bevande e tabacchi (-3,6%) e abbigliamento (-2,9%). A ottobre è crollato il mercato automobilistico: -18,9% di nuove immatricolazioni, il calo sui primi dieci mesi dell’anno è stato del 12%. Il calo della domanda è mondiale, si va verso una vera e propria gelata del commercio internazionale. Il Baltic Index (un’indice basato sui prezzi dei noli marittimi e perciò direttamente collegato all’attività futura di trasporto marittimo), che il 21 maggio 2008 era al suo punto più alto con 11.771 punti, a metà ottobre era caduto a 1.102 punti. Gli investimenti nella zona dell’euro si prevedono in calo del 2,9%, il Pil della zona euro calerà dello 0,5% nel 2009, ma si tratta di previsioni che sono già state più volte corrette al ribasso. Queste cifre significano che sul mercato mondiale si scatenerà una lotta senza quartiere nel quale ogni nazione e ogni industria dovrà difendere ad ogni costo le proprie quote di mercato in un contesto di concorrenza durissima. In questo scenario, l’industria italiana parte svantaggiata e mostrerà tutte le sue debolezze. In tutti gli scorsi anni il padronato italiano ha fatto investimenti ridottissimi, limitandosi ad attaccare il costo del lavoro attraverso la precarizzazione dilagante e le delocalizzazioni. Il risultato è che nell’industria italiana ci sono contemporaneamente salari fra i più bassi d’Europa e una produttività in calo. La crisi rischia quindi di vedere una nuova, drammatica tappa del declino industriale del nostro paese. I lavoratori non devono arrivare impreparati e disarmati a questo scontro. Già ora si calcola che 200 mila posti di lavoro a termine siano spariti, 200 mila lavoratori che non avranno né cassa integrazione, né alcuna forma di tutela. La cassa integrazione dilaga, nella sola provincia di Torino ci sono 35 mila posti di lavoro a rischio; a Taranto l’Ilva manderà 2 mila operai in cassa integrazione per 13 settimane. Sono in difficoltà grandi industrie, distretti, l’industria di base come i beni di consumo. In questa situazione scioperare non è sufficiente; la maggiore debolezza del movimento operaio risiede nella completa mancanza di un programma e di una piattaforma sulla quale mobilitarsi. Il Partito democratico propone al governo di gestire insieme l’emergenza economica, il solito ragionamento perdente che dice “siamo tutti sulla stessa barca, lavoriamo assieme perché non affondi”. Ma il problema è esattamente l’opposto: non quello di salvare il capitalismo dalla crisi, ma di salvare i lavoratori dal capitalismo in crisi. Dobbiamo dirlo a chiare lettere: il privato e il mercato hanno fallito. La nostra risposta deve partire dalla necessità impellente di approntare rivendicazioni immediate per opporci alla disgregazione sociale conseguente alla crisi, ma è necessario che queste rivendicazioni siano connesse a un programma più a vasto raggio che offra una prospettiva di unificazione della lotta e di fuoriuscita dall’incubo di un sistema economico ormai marcio.
Verranno inoltre a mancare quegli sbocchi che negli scorsi anni hanno fatto da valvola di sfogo, in particolare l’emigrazione dal sud al nord. L’unica risposta credibile è lottare per un salario di disoccupazione rivolto a tutti, sia lavoratori che perdono il posto di lavoro, sia disoccupati che non lo hanno mai avuto e che meno che mai lo troveranno ora, sia a quei lavoratori sotto occupati che pur lavorando saltuariamente non riescono a raggiungere un reddito sufficiente a vivere, sia agli studenti che escono dalle scuole ed entrano nel mercato del lavoro. Mille euro per vivere, per tutti!
Deve essere costituito un fondo pubblico che rilevi i mutui a tassi variabili e li converta in mutui a tasso fisso non superiore all’inflazione reale.
Il governo, sia ben chiaro, si appresta ad aprire i cordoni della borsa, ma non toccherà i sacri diritti della proprietà privata, e su questo il Partito democratico è ancora più intransigente di Tremonti. Si propone infatti che il Tesoro sottoscriva o azioni privilegiate (cioè senza diritto di voto), oppure obbligazioni perpetue, sulle quali vengono restituiti solo interessi ma non il capitale: se non è un assegno in bianco, poco ci manca. Dobbiamo impedire che anche un solo euro di danaro pubblico venga sperperato per salvare i banchieri. Le banche in crisi devono essere nazionalizzate, garantendo i depositi delle famiglie, e gli indennizzi devono essere dati solo ai piccoli risparmiatori. Per questa via si deve creare un sistema creditizio pubblico, che integrandosi alle Poste (che devono restare pubbliche) possa essere messo al servizio delle necessità delle famiglie, delle piccole imprese, del pubblico.
L’esperienza latinoamericana ci deve fare da riferimento: di fronte al tracollo finanziario della fine degli anni ’90 è nato il movimento di occupazione delle fabbriche e delle aziende abbandonate dai padroni, con forme avanzate di controllo e gestione operaia e non a caso, dopo diversi anni di esperienza, diversi settori di quel movimento rivendicano la nazionalizzazione sotto controllo operaio come sbocco necessario della loro lotta.
Alla logica del saccheggio ambientale, delle grandi opere (dal Ponte sullo stretto alla Tav, all’Expo 2015) che beneficiano solo il partito del cemento armato dobbiamo contrapporre la costruzione di un vero e proprio piano di riorganizzazione dell’economia nazionale sviluppato, controllato e gestito attraverso grandi imprese pubbliche controllate dai lavoratori, dagli utenti, dai consumatori. In questa prospettiva ci battiamo per la rinazionalizzazione di quei settori strategici che sono stati privatizzati, in tutto o in parte, negli ultimi 20 anni con i risultati che abbiamo sotto gli occhi: dalla siderurgia alle municipalizzate, alle telecomunicazioni. Con tali risorse in mano e con un sistema di banche pubbliche sarebbe possibile sviluppare grandi piani di intervento su assi centrali quali: edilizia pubblica, sistema energetico, trasporto pubblico locale e nazionale, servizi pubblici essenziali, telecomunicazioni. Solo per questa via si può cominciare seriamente a parlare di riconversione ecologica delle produzioni, di porre fine alla speculazione edilizia e ambientale, al saccheggio del territorio.
Lottiamo per un controllo pubblico sui prezzi dei beni di prima necessità; occorre fissare un paniere di beni e di tariffe pubbliche a prezzo calmierato, creando organismi rappresentativi di sindacati, associazioni consumatori, comitati di quartiere ecc. che abbiano poteri di controllo per verificarne l’effettiva applicazione.
Ogni passo che sapremo fare in questa direzione sarà anche il migliore aiuto che potremo dare alla lotta dei lavoratori e della nostra gente contro gli effetti devastanti di questa crisi.
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