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No alla privatizzazione dell’acqua. Controllo e gestione in mano pubblica! PDF Stampa E-mail
Politica Italiana
Scritto da Massimiliana Piro   
Lunedì 18 Gennaio 2010 04:54

“Abbiamo un problema” titola sugli esiti del vertice di Copenaghen Liberazione del 20 dicembre 2009 con una delle immagini cinematografiche simbolo delle possibilità di autodistruzione della nostra specie. Abbiamo un problema perché ancora una volta Copenaghen conferma che il capitalismo non è riformabile ma, purtroppo, si stenta a trarne le dovute conseguenze.

Abbiamo un problema, ma anche una grande opportunità: quella cioè che la nuova rivoluzione tecnologica ed industriale, tesa ad un sistema produttivo che non avveleni le specie viventi, sia attuata sotto la spinta del movimento operaio e degli sfruttati, portando al rinnovamento complessivo di tutta la società. Un fronte di lotta decisivo in questa direzione è la battaglia per l’acqua pubblica. Gestione pubblica significa, infatti, poter pianificare le azioni sinergiche che sono necessarie perché la nuova rivoluzione industriale ed urbanistica favorisca specie viventi e biodiversità, invece che destinarle all’estinzione; un sogno impossibile? Se l’orizzonte resta quello dell’attuale società capitalista sicuramente, ma un sogno realizzabile se il movimento operaio riprenderà la sua azione propulsiva a partire dalle fabbriche e dalle nuove modalità produttive.

Come denunciato dal forum dei movimenti per l’acqua nel nostro paese oggi non è in discussione la privatizzazione, ma “come” privatizzare, con due tipi di privatizzazioni:

• quella portata avanti da Bersani e dal Pd che lascerebbe maggiori quote, maggiore “controllo” da parte del settore pubblico;

• quella del Governo Berlusconi che comprime al minimo la presenza del settore pubblico.

Il 18 novembre 2009 il Governo Berlusconi ha, infatti, approvato il Decreto Legge n. 135 il cui articolo 15 mira a sottrarre definitivamente agli Enti Locali la gestione dell’acqua per consegnarla, a partire dal 2011, agli interessi delle grandi multinazionali.

Il Decreto Legge è stato approvato con il 26° voto di fiducia del governo e porta alle estreme conseguenze il processo riformatore introdotto dalla 36/94 (legge Galli) e dalle successive norme come la 152/06, che distinguevano tra un’azione di controllo esercitata dal pubblico ed una di gestione affidata anche ai privati.

La legge Galli introduce il Servizio idrico integrato che accorpa i servizi di distribuzione e di depurazione riorganizzandoli in Ambiti Territoriali Ottimali delimitati dalle Regioni; l’idea di partenza della legge era: garantisco il controllo del pubblico e, perché no, una gestione di questi servizi aperta anche al settore privato.

Siamo, quindi, partiti nel 1994 da un “anche il settore privato” (L.36/94) per approdare nel 2009 ad un “solo il settore privato” (D.L. 135/09) con la presenza del pubblico ridotta a quote irrilevanti, o penalizzata da procedure autorizzative inattuabili, come la subordinazione dell’in house providing a parere preventivo dell’antitrust.

I promotori della battaglia contro la privatizzazione dell’acqua colsero da subito che la distinzione tra azione di controllo e azione di gestione, tanto cara al Pd, portava fuori strada. Se è vero, infatti, che gli obiettivi li fisserebbe il pubblico, il punto è che se dal bilancio devono uscire degli utili per il privato, si tratterà di utili che ogni anno saranno sottratti ad altro, dagli stipendi dei lavoratori alla manutenzione.

Diverso sarebbe se la gestione dei servizi fosse attuata effettivamente nell’interesse pubblico e sotto il controllo dei lavoratori del settore, puntando al progressivo miglioramento dei servizi e assicurando le migliori garanzie per i lavoratori, per i cittadini e per l’ambiente.

La questione non è quella di “controllare”, di definire obiettivi che poi il privato non realizza, ma proprio quella di una gestione nell’interesse pubblico che non sottragga risorse da destinare al miglioramento dei servizi.

Rivediamo quali furono alcuni dei principali assiomi che portarono all’approvazione della Legge Galli (L.36/94) e delle norme successive in materia (L.152/06):

• dare per assodato che ci sarebbe stato un numero eccessivo di soggetti gestori (circa 8mila); a cui oggi viene aggiunto anche che i comuni non avrebbero fondi sufficienti per effettuare una corretta gestione;

• avere come unico modello di riferimento scelte tecnologiche, come i tradizionali impianti di depurazione degli scarichi, dimostratesi sempre più inefficaci col trascorrere degli anni;

• puntare per superare l’inefficienza di una gestione pubblica clientelare e con infiltrazioni malavitose, non su una lotta più forte e determinata, ma sul principio dell’efficienza che le privatizzazioni avrebbero dovuto introdurre.

Proviamo quindi a riesaminarli tutti.

Che il numero dei soggetti gestori, e quindi la necessità di accorparli negli Ambiti territoriali ottimali, sia importante per rendere appetibile la privatizzazione ma non ai fini di una corretta gestione delle acque, risulta dalla comparazione con una delle migliori gestioni europee, quella tedesca, contenuta nell’articolo di Giuseppe Onorati pubblicato nel 2007 sul sito del Gruppo 183:

• in Germania le reti idriche sono pubbliche, così come la maggior parte dei gestori; complessivamente operano circa 6mila aziende, prevalentemente si tratta di municipalizzate;

• nella maggior parte dei casi collettamento e depurazione delle acque sono gestiti da soggetti diversi rispetto a quelli degli acquedotti; in prevalenza si tratta di attività svolte direttamente dai Comuni.

Si tratta, quindi, di migliaia di soggetti gestori, come in Italia prima della L. 36.

è vero che nel settore idrico sono necessari dei grandi investimenti e che, quindi, i comuni potrebbero non avere, inizialmente, fondi sufficienti per effettuare una corretta gestione ma è altrettanto vero che i privati non stanno effettuando né manutenzione né innovazione, e che se non si sottraggono risorse pubbliche ai bilanci, il miglioramento dei servizi puo’ avvenire in tempi più rapidi.

L’accorpamento era previsto anche per i costi crescenti di un sistema depurativo di vecchia concezione, cresciuto a dismisura nel periodo di tangentopoli, di cui si cercava di ammortizzare i costi con il servizio di distribuzione. Un’attività di collettamento e depurazione gestita dai comuni, come avviene in Germania, può invece andare più facilmente incontro a tecniche innovative per la depurazione e anche per il risparmio idrico che partano dalle ristrutturazioni urbane, e che ne consentano la pianificazione a partire dalle metropoli. Diverse città tedesche e del Nord Europa sono all’avanguardia nell’introduzione di nuove tecniche di depurazione che risolvono anche il problema dello smaltimento dei fanghi. Le nuove tecniche di depurazione puntano su quella che viene definita la “raccolta differenziata” degli scarichi1 e sul superamento dei tradizionali impianti di depurazione che non sono concepiti secondo criteri dalla culla alla culla2, secondo i quali i materiali di scarico vengo reinseriti nel ciclo biologico, e le cui acque anche una volta depurate possono avvelenare i terreni.

Nel nostro paese la raccolta differenziata degli scarichi potrebbe partire proprio dalle realtà “arretrate” del nostro Mezzogiorno portandole in tempi brevi ai più avanzati standard europei di efficacia e di sostenibilità.

Penso, quindi, che un maggiore decentramento della gestione sul territorio vada anche meglio incontro alle esigenze dell’innovazione tecnologica.

Sul terzo assioma, quello del superamento dell’inefficienza della gestione pubblica, è noto che il clientelismo e la malavita organizzata hanno radici profonde in questo paese e penso che sia con questo che dobbiamo deciderci a fare i conti. Se abbiamo una pubblica amministrazione inefficiente o la si migliora partendo, ad esempio, dal controllo e dalla gestione dei lavoratori sulle scelte dell’amministrazione stessa oppure è difficile che questo possa avvenire.

Come evitare entrambe le privatizzazioni? Sia la privatizzazione di stampo berlusconiana che quella di stampo Pd possono essere evitate seguendo le indicazioni dei movimenti per l’acqua pubblica ed in particolare:

• facendo sì che i comuni facciano delle delibere d’indirizzo politico sulla non rilevanza economica dell’acqua e che si consorzino in aziende speciali o in altri soggetti di diritto pubblico;

• chiedendo che i servizi idrici puntino sulle più basse tariffe possibili, prelevando le risorse necessarie dai profitti e dalle rendite;

• orientando il nostro paese verso la raccolta differenziata degli scarichi e rendendo il settore idrico un pezzo fondamentale delle ristrutturazioni urbane che vanno incontro al nuovo modello industriale “dalla culla alla culla” e facendo sì che i fanghi della depurazione possano rientrare nel ciclo biologico senza dover essere sotterrati in qualche tomba. Questo anche mediante un decentramento maggiore sul territorio e con gestioni che possano più facilmente inserirsi nell’ambito della pianificazione urbanistica.


1 Conte, Giulio. Nuvole e sciacquoni Edizioni Ambiente, Milano 2008.

2 McDonough, William. Braungart, Michael. Dalla culla alla culla. Blu Edizioni, Torino 2003.

 
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