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| Miseria dell’antiberlusconismo democratico (ma non troppo!) |
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| Politica Italiana | |||
| Scritto da Claudio Bellotti | |||
| Martedì 08 Settembre 2009 10:16 | |||
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“Ahi serva Italia, di dolore ostello / Nave senza nocchiere in gran tempesta / non donna di province ma bordello!” (Dante)
Quando in futuro gli storici si cimenteranno nell’analizzare la latrina che andrà sotto il nome di “età berlusconiana” con ogni probabilità più che nelle imprese del Cavaliere scaveranno increduli nelle miserie dell’opposizione. Sono ormai 15 anni, da quando nel 1993-94 Berlusconi fondò Forza Italia e in pochi mesi vinse le elezioni politiche, che politici, intellettuali, giornalisti progressisti si affannano a cercare spiegazioni dell’apparente invincibilità del Cavaliere e della sua forza politica. Chi punta il dito sul suo impero mediatico e sui deteriori modelli culturali da esso veicolati, chi scava nelle oscure vicende giudiziarie che hanno segnato la crescita dell’impero economico del Primo ministro, chi maledice la scarsa tempra morale del nostro popolo… Ma nel migliore dei casi, tutti costoro colgono solo frammenti di verità. Partiamo quindi dai fatti. I fatti dicono che Berlusconi è stato effettivamente sconfitto, nella sua carriera politica, solamente due volte. Nel 1994 un gigantesco movimento di massa dei lavoratori contro l’attacco alle pensioni costrinse il governo a retrocedere e aprì la strada alla sua successiva caduta. Nel 2006, Berlusconi perse le elezioni dopo che per tre anni dal 2001 al 2004, l’intero paese era stato attraversato da gigantesche mobilitazioni, da Genova 2001 agli scioperi generali in difesa dell’articolo 18, al movimento contro la guerra, e a tanti altri che qui non c’è spazio per analizzare nei dettagli. In entrambe le occorrenze il movimento di massa ebbe come effetto diretto quello di paralizzare il governo di destra e come sottoprodotto l’insediamento di governi di centrosinistra. In entrambi i casi i risultati furono disastrosi e quegli stessi lavoratori che erano scesi in piazza contro la destra dovettero ingoiare dai governi più o meno “amici” la stessa minestra rancida. Nella stasi (temporanea, certo, ma pur sempre reale) del movimento dei lavoratori, nella catastrofe della sinistra, nella paralisi della Cgil, lo spazio per l’offensiva del governo si è allargato a dismisura e Berlusconi tenta di occuparlo tutto nel più breve tempo possibile. Qui, e non altrove, va cercata la chiave dell’apparente invincibilità del premier. Qui va cercata anche la chiave della riscossa futura: nella ripresa del protagonismo di milioni di lavoratori e di sfruttati, nella paziente costruzione di un movimento di resistenza sul piano sociale ed economico che possa minare alla base l’attuale governo. Ma agli occhi dei dirigenti del Pd questa idea appare quantomai bizzarra, sterile e in ultima analisi pericolosa e ci invitano a dedicarci ad altre battaglie. Siamo quindi tutti invitati a scendere in piazza e ad arruolarci come truppe di complemento al seguito dei nuovi eroi della battaglia contro il regime incipiente. Questi comprendono (la lista è sommaria e parziale): vescovi dalla sensibilità umanitaria, economisti liberal-liberisti in rotta con Tremonti, escort in attesa di pagamento con regolare ricevuta fiscale, procuratori titolari di inchieste piccanti, l’intera redazione di Repubblica, imprenditori dalle mani pulite ma non troppo, veline a rischio cassa integrazione, magnati internazionali delle pay-tv, ex cariche istituzionali di vario livello… Tutti insieme, tutti uniti in difesa della vera libertà! Ora, siamo chiari: i diritti democratici sono una cosa seria, e la battaglia per la libertà di espressione, di stampa, di manifestazione, è cosa serissima. Proprio per questo pensiamo che Rifondazione comunista debba gettarsi senza esitazione in questa battaglia, ma dobbiamo anche dire apertamente quali diritti intendiamo difendere, come pensiamo si debba combattere questa battaglia, e nell’interesse di chi. La libertà dei lavoratori di difendere il proprio posto di lavoro senza prendere manganellate, denunce, ritorsioni e licenziamenti politici è cosa molto diversa dalla “libertà” di Ichino e Giavazzi di difendere le loro idee iper-liberiste (cosa che peraltro hanno sempre avuto e sempre avranno fino a quando il 99,9 per cento dei mezzi di comunicazione sarà in mano ai capitalisti di questo paese) o dalla libertà di opinione dei direttori di giornale dei vescovi. La libertà degli immigrati che vengono annegati nel canale di Sicilia o rinchiusi come bestie nei Cpt è cosa assai diversa dalla “libertà” di chi, come tanti ministri e amministratori del Pd, ha cavalcato il razzismo e fomentato le campagne legge e ordine che hanno poi spianato la strada al razzismo istituzionale di questo governo. La libertà di stampa di Repubblica è cosa diversa dalla libertà di espressione per i lavoratori di una delle tante fabbriche in crisi, che per ottenere venti secondi in un Tg o due righe sui giornali nazionali, compresi quelli di centrosinistra, devono arrampicarsi su una gru o fare uno sciopero della fame. Al seguito di questi signori nessun autentico miglioramento neppure parziale può essere conquistato per i lavoratori e per le loro battaglie. Non tutti i dirigenti del Pd, a dire il vero, confidano nelle ipotetiche “spallate” di un nuovo movimento antiberlusconiano. Anzi, proprio da gente come Bersani e D’Alema, che pure hanno in questi mesi e settimane pronosticato con ottimismo l’inizio della fine per il Cavaliere (ricordate le “scosse” vaticinate da D’Alema, o il più recente “imbrunire” di Berlusconi evocato da Bersani) viene avanti un’altra proposta: la “astuta” tessitura di una nuova coalizione che comprenda l’Udc e al tempo stesso apra nuovamente a sinistra, superando l’autosufficienza predicata in passato da Veltroni, nonché il dialogo con quei poteri forti che sarebbero preoccupati per lo sbrigliato comportamento pubblico e privato del Primo ministro. Entrambe queste ipotesi, che si differenziano nella strategia, ma non nell’obiettivo (l’alternativa borghese a Berlusconi), devono essere respinte con decisione dal nostro partito. Recentemente il segretario Ferrero si è lasciato andare a ipotesi di nuove coalizioni col centrosinistra al fine di varare una legge elettorale proporzionale e una legge sul conflitto d’interessi. A queste condizioni, sempre secondo Ferrero, Rifondazione comunista dovrebbe dichiararsi disponibili e anzi promuovere una nuova alleanza elettorale col Pd e anche con l’Udc. Si tratta di un’ipotesi tanto fantasiosa che pericolosa. Fantasiosa: chi mai sarebbero questi poteri forti pronti a rovesciare il governo? E se mai ciò accadesse, perché mai dovrebbero essere interessati ad allargare gli spazi istituzionali per i comunisti? Pericolosa: in nome delle “regole”, Ferrero ipoteca nuovamente ciò che rimane del patrimonio politico del nostro partito per una politica di alleanze che non produrrà, verosimilmente, alcun avanzamento della democrazia italiana ma certamente può portare alle prossime elezioni regionali, previste per fine marzo, a rigettare Rifondazione comunista nella palude del centrosinistra, a stringere l’ennesima tornata di accordi a perdere col Pd, ingoiando le solite politiche di privatizzazioni, tagli, demolizione dello stato sociale, saccheggio dei territori. Non c’è futuro per il nostro partito se non riconquistiamo pienamente la nostra autonomia e la capacità di prospettare a milioni di persone colpite dalla crisi l’idea di una lotta per una società diversa, autenticamente libera e democratica, libera dal profitto e dallo sfruttamento. Fuori da questa prospettiva, per Rifondazione c’è solo il vivacchiare di un apparato sempre più indebolito e il sogno un po’ dalemiano che avvenga un qualche miracolo che ci riporti in un paese “normale”.
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