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| L'ordinaria repressione delle carceri italiane |
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| Politica Italiana | |||
| Scritto da Emanuele Cullorà | |||
| Giovedì 10 Giugno 2010 04:56 | |||
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Nessuno potrà sentirti urlare “Al giovane sarebbe stato imposto di firmare una dichiarazione in cui rifiutava il ricovero in ospedale.” Sul caso Gugliotta. Redazione online di Corriere.it - 8 maggio 2010 5 maggio 2010, stadio Olimpico, Roma. Stefano Gugliotta esce da un pub nei pressi dello stadio romano dove aveva festeggiato il compleanno del cugino. Pochi metri dopo una volante gli intima l’alt e comincia un pestaggio ingiustificato da parte di 3 agenti ripreso da un videoamatore. Gugliotta viene incarcerato per pochi giorni e scarcerato proprio grazie a quel filmato amatoriale che ha fatto il giro del paese. Ne ricava lesioni, un dente rotto e l’accusa di resistenza a pubblico ufficiale.
22 ottobre 2009, reparto carcerario del S. Pertini, Roma. Stefano Cucchi muore a 31 anni sette giorni dopo l’arresto per detenzione di sostanze stupefacenti. La notte del 15 ottobre attraverserà nell’ordine: caserma, tribunale, carcere di Regina Coeli, ospedale Fatebenefratelli e infine il reparto carcerario del S. Pertini, perdendo 7 kg e incassando lesioni gravissime su tutto il corpo. La versione ufficiale dichiara la morte di Cucchi per edema polmonare. Da quanto apprendiamo dalla stampa non è mai stata autorizzata la perizia di parte che avrebbe permesso ai familiari di dimostrare che le forti lesioni riscontrate sul corpo di Stefano non siano state autoinflitte ma procurate. Il corpo di Stefano è stato seppellito all’insaputa dei familiari nel cimiterio di San Gregorio (fonte: http://www.osservatoriorepressione.org/2010/03/cucchi-sepolto-allinsaputa-della.html). 14 giugno 2008, reparto psichiatrico dell’ospedale di Varese. Giuseppe Uva, 43 anni, muore per le complicazioni dovute alla somministrazione di un ansiolitico incompatibile con gli alcolici assunti. Fermato poche ore prima in stato di ebbrezza dalle forze dell’ordine, è trasportato in ospedale con richiesta di Tso dopo 3 ore di permanenza in caserma. Dalla ricostruzione de La Repubblica del 20 marzo, l’amico con cui Uva era stato fermato avrebbe chiamato inutilmente il 118 sentendo le urla dell’amico brutalmente pestato in caserma. Sempre secondo la ricostruzione, i carabinieri avrebbero emesso una denuncia per “disturbo della quiete pubblica” la cui data risalirebbe a dieci giorni dopo la morte di Uva. Inoltre pare che uno dei carabinieri coinvolti avesse delle motivazioni personali per accanirsi su di lui (http://www.osservatoriorepressione.org/2010/03/giuseppe-uva-fu-denunciato-dai.html). Sul suo corpo verranno trovati ecchimosi al volto e al corpo oltre a macchie di sangue tra il pube e la regione anale. 24 aprile 2008, carcere di massima sicurezza di Sollicciano (Fi). Niki Aprile Gatti muore impiccato con i lacci delle proprie scarpe nella sua cella di isolamento. Perito informatico, era stato fermato nell’ambito dell’inchiestasull’azienda informatica nella quale lavorava, indagata per frode informatica e truffa telefonica. Incensurato, aveva dichiarato di voler collaborare. 14 ottobre 2007, carcere di Capanne, Perugia. Aldo Bianzino viene trovato morto all’età di 41 anni. Era stato arrestato insieme alla compagna per coltivazione e detenzione di canapa indiana. Ufficialmente la morte è motivata da complicazioni cardiache: solo l’autopsia richiesta a più riprese dai familiari riscontrerà tutta una serie di lesioni non visibili come costole fratturate, fegato e milza spappolate, 4 ematomi cerebrali. 11 luglio 2003, carcere Le Sughere di Livorno. Viene ritrovato il corpo del ventinovenne Marcello Lonzi con evidenti segni di lesioni: 8 costole rotte, lesioni sulla schiena. La sentenza ufficiale ha di recente archiviato il caso (fonte: Osservatorio repressione e rispettivi blog). Questi sono solo i casi più plateali di morti sospette nelle carceri in cui si indaga per abuso da parte delle forze dell’ordine. Tra questi, l’unico caso che ha visto una sentenza di condanna alle forze dell’ordine è stata quella per la morte di Federico Aldovrandi, nel settembre 2005. Dei quattro agenti condannati, in ogni caso, nessuno sconterà la pena. Del resto nemmeno questo dovrebbe sorprenderci. In Italia negli ultimi anni abbiamo assistito a una stretta repressiva che non ha precedenti negli ultimi 20 anni: non solo si moltiplicano gli episodi di abusi da parte delle forze dell’ordine ma si coltiva da parte del governo un forte senso dell’impunità per polizia e carabinieri a cui tutto sarebbe possibile in nome della “sicurezza” e dell’“ordine”. Così è possibile essere fermati anche solo perchè si somiglia a qualche ultras, come avvenuto a Stefano Gugliotta, essere pestati in mezzo a una strada, essere tradotti in caserma e invitati a firmare un foglio in cui si rifiutano le cure mediche e nessuno dovrebbe fiatare. Tanta repressione ha un’origine materiale ben precisa: la classe dominante riassume lo stato per quel che è, ossia l’apparato del suo dominio sia economico che politico. In tempi di crisi necessita di più forze dell’ordine per creare un clima di terrore e intimidazione e imporre, anche con la repressione, gli attacchi ai diritti di studenti e lavoratori. Non è un caso, infatti, che la classe dominante abbia anche bisogno di costruire più carceri che possono sempre tornare utili per criminalizzare il dissenso.
Si preparano alla crisi: il nuovo piano carceri
Anche l’edilizia carceraria infatti è una fonte di profitto in tempi di crisi. Dato che si può praticamente andare in galera anche per aver pubblicato delle intercettazioni, c’è poco da stupirsi che il progetto per l’edilizia carceraria che il governo vorrebbe ultimare entro il 2013 preveda addirittura la costruzione di prigioni galleggianti da ormeggiare davanti ai porti di Genova, Cagliari e Livorno. Pare che per progetti del genere Fincantieri abbia già presentato al governo uno studio di fattibilità per chiatte da 400 detenuti. Costo complessivo: 90 milioni di euro per dieci edifici. Il nuovo piano carceri del governo prevederebbe la costruzione di 9 carceri piccole per detenzioni di breve periodo e 8 nuovi istituti in città di media grandezza per arrivare a un incremento di 20mila posti carcerari. (fonte: dossier “Verità una, giustizia nessuna - Zone nel silenzio - Osservatorio repressione). Per poter sviluppare fino in fondo un piano del genere era necessario ridisegnare le regole per gli appalti dell’edilizia carceraria: con un decreto ministeriale del 19 marzo 2010 il capo del Dap (Dipartimento Amministrazione Penitenziaria) Ionta assume pieni poteri: può decidere come, dove e chi deve costruire un determinato carcere “sulla base di criteri di scelta a carattere fiduciario”; il responsabile può decidere in pochi giorni e può non aspettare il verdetto delle amministrazioni locali. (fonte: Gazzetta ufficiale del 30 marzo 2010). In altre parole, a poche settimane dallo scandalo della Protezione civile, il governo prepara un’altra abbuffata per i soliti noti, questa volta direttamente al servizio dell’ordine pubblico. La detenzione nel nostro paese riflette le acute divisioni di classe nella nostra società. Le stesse cifre fornite dal Dap parlano chiaro: dal 1984 al 1999 gli ergastolani sono triplicati; ci sono oltre 67 mila detenuti per 44 mila posti; in media muore un detenuto ogni due giorni, tanto che dall’inizio dell’anno ne sono morti ben 76; il 37% dei detenuti è immigrato e il 15% è in galera a causa della Fini - Giovanardi sulle droghe leggere e… solo il 3,02% per reati di stampo mafioso. è quindi facile intuire chi affollerà le celle di questi nuovi “istituti penitenziari”: non i politici travolti dagli scandali per corruzione, non gli agenti inquisiti per le morti in questura e in carcere, ma immigrati, sottoproletari, tossicodipendenti e in generale tutti coloro che il capitalismo costringe ai margini della società. La crisi verticale del capitalismo riduce i margini di mediazione progressivamente: per mantenere la propria presa sulla società e mantenere adeguati standard di profitto, la borghesia italiana sarà costretta sempre più a inasprire la presa sul movimento operaio. Oggi colpisce gli strati più deboli della classe, come gli immigrati, ma domani potrebbe orientare le proprie attenzioni sul movimento nel suo complesso. L’intima natura di classe delle istituzioni svela quanto la legge applichi norme uguali a una società profondamente diseguale: qui sta l’essenza del carattere borghese della giustizia, che non a caso storicamente non è mai riuscita ad incidere nelle ingiustizie storiche della nostra società né a far pagare ai potenti i propri crimini. Compito dei comunisti è non solo quello di lottare contro ogni abuso delle forze dell’ordine ma anche contro le disuguaglianze materiali su cui la classe dominante applica la repressione. Una società in grado di imporre condizioni di lavoro dignitose, un’istruzione, un alloggio, sanità, accesso alla cultura e ai servizi per tutti ridurrà progressivamente il bisogno di avere apparati di controllo e di detenzione. Ecco perchè la lotta per ottenere verità e giustizia è parte importante della lotta di classe.
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