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| Politica Italiana | |||
| Scritto da Roberto Sarti | |||
| Martedì 10 Luglio 2007 04:59 | |||
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In questi ultimi mesi, stante la permanenza al governo di Rifondazione e particolarmente dopo i fatti del 9 giugno, con il fiasco del presidio di Piazza del Popolo, si parla diffusamente di costruire un’aggregazione della sinistra di alternativa al di fuori del Prc. Non affronteremo in questo nostro articolo le posizioni del Pcl di Ferrando o di altre formazioni simili, di cui abbiamo già parlato in passato e che si propongono formare partiti “comunisti” e “rivoluzionari” a sinistra di quelli tradizionali esistenti, partiti che si distinguono soprattutto per la loro ridottissima consistenza numerica e organizzativa. Parliamo invece del tentativo di riunire tutte quelle forze, dalla confederazione Cobas di Bernocchi, ai centri sociali del Nordest fino all’associazione Sinistra Critica dei compagni Cannavò e Turigliatto, una serie variegata di associazioni e movimenti che dopo la manifestazione del 9 giugno sembrano ormai lanciate verso la costruzione di un Forum o di un “patto delle opposizioni sociali”. Leggiamo in un articolo di Salvatore Cannavò del 14 giugno pubblicato da il Manifesto che il 9 giugno è “una data spartiacque” e che “non ci sono mediazioni possibili. Un ciclo si è chiuso alle nostre spalle e riguarda principalmente il Prc.” Diciamo subito che la nostra critica a queste affermazioni parte da una posizione che non ha mai fatto alcuno sconto alla direzione di Rifondazione. Spiegavamo al tempo del Sesto congresso (2005) che bisognava “Rompere con Prodi” e lo diciamo tuttora. Ma se la lotta dei comunisti si potesse limitare ripetere delle parole d’ordine, il dominio della borghesia sarebbe finito da un bel pezzo. La manifestazione contro la visita di Bush ha rappresentato una mobilitazione importante. Abbiamo criticato la scelta del partito di organizzare un presidio e di non partecipare al corteo che è terminato a Piazza Navona, abbiamo partecipato alla manifestazione che ha visto una presenza significativa, di 50mila persone e forse anche di più. Sono quella parte del “popolo di sinistra” più cosciente e militante, un’avanguardia, che ha compreso i limiti del governo Prodi e ha deciso di far sentire in maniera attiva la propria voce. Allo stesso tempo tutti ci ricordiamo che tre anni fa in una situazione simile (la visita del presidente americano a Berlusconi) ben 200mila persone scesero in piazza. Il governo dell’Unione ha raggiunto parzialmente uno dei suoi scopi: quello di frenare le mobilitazioni sociali, almeno fino ad ora. Non è la prima volta che ci troviamo in una situazione del genere: all’epoca del primo governo Prodi, ad esempio, scioperi e cortei calarono drasticamente per cinque anni. Alcuni segnali che arrivano in questo primo anno di governo di centrosinistra, dalla manifestazione di Vicenza al 9 giugno, sono positivi, ma rappresentano ancora la mobilitazione di una minoranza, che può crescere di molto soprattutto se troverà una strategia adeguata a influenzare strati sempre crescenti di lavoratori e di giovani.
Diversi leader di questo “patto” citano il movimento del Settantasette e le analogie con la situazione attuale. Al di là delle evidenti differenze di contesto politico, l’atteggiamento di queste avanguardie ora come allora è sempre lo stesso: un rifiuto di qualunque rapporto, anzi una vera e propria contrapposizione frontale con la sinistra moderata: ieri rappresentata dal Pci, oggi dal Prc e dalla cosiddetta sinistra radicale. Trent’anni fa la burocrazia del partito comunista sfruttò il settarismo di tanti gruppi dell’estrema sinistra per scavare un fossato tra quest’ultima e la classe nel suo complesso. Bernocchi, Casarini e tanti altri, per trovare un fondamento al loro settarismo nei confronti del Prc o della Cgil hanno proclamato che esiste una “crisi di rappresentanza” che “non bisogna stare nel quadro della politica ufficiale” o che, per dirla con le parole usate da Cremaschi al convegno organizzato a fine marzo a Marghera dai centri sociali del Nordest, “i partiti sono partiti”. Sono necessarie insomma “forme nuove di autorganizzazione”. Sorvoliamo pure sul fatto che diversi di questi teorici del rifiuto della “politica ufficiale” non disdegnano di sedersi nei consigli comunali, provinciali e regionali del Nordest eletti all’interno dei partiti (come i Verdi) che sostengono il governo nazionale. Il punto di fondo è precisamente l’idea che i lavoratori e gli oppressi possano lottare, organizzarsi e vincere senza un proprio partito. Aprire le porte a questo tipo di propaganda ci pare un errore disastroso che non solo nega tutta la storia del movimento operaio, ma soprattutto scende su un terreno da sempre coltivato con cura dalla classe dominante, che non ha mai smesso di inculcare agli sfruttati l’idea che non hanno bisogno di partito, di sindacati, di organizzazione Si confonde il ruolo nefasto che oggi gioca la direzione di Rifondazione comunista nel governo con la funzione storica che un partito deve svolgere nella lotta di classe come organizzatore dell’avanguardia del proletariato. Che queste cose le dica Casarini non ci stupisce, in fondo le ha sempre dette, e non è quindi un caso che (come avvenne nell’infelice esperienza del blocco “disobbediente” nel 2001) sia la sua componente ad esercitare un’egemonia perlomeno politica; fa specie invece che i compagni di Sinistra critica gli corrano dietro, fino al punto che l’Associazione che recentemente hanno costituito non contempla fra i suoi principi fondativi né comunismo, né socialismo, né marxismo, ma solo un antagonismo assai eclettico. Se il partito non è all’altezza, due possono essere le risposte possibili: o se ne costruisce un altro, oppure si lotta per cambiare quello esistente. Ma che senso ha rompere col Prc per proporre la prospettiva di un “forum”, di un “patto” o di una “associazione”?
Se una delle cause del fallimento dei Social Forum era la mancanza di una strutturazione veramente democratica, un’altra era sicuramente la mancanza di un programma che andasse oltre il no alla globalizzazione. Qual è la piattaforma programmatica anticapitalista che oggi propone il compagno Cannavò? “Pensiamo che sia bene vengano fuori dei ‘patti’ plurali e molteplici, che uniscano politico e sociale, associazionismo e sindacati, gruppi politici e comitati di scopo: un patto contro la guerra, un patto contro la precarietà, un patto per la difesa delle comunità in lotta, e così via.” Pare di essere tornati al “movimento per il movimento” di bertinottiana memoria… Di fronte alle difficoltà che inevitabilmente vengono create da una situazione nuova, i compagni di Sinistra Critica propongono di superare gli ostacoli posti dalla direzione di Cgil, del Prc o della sinistra Ds semplicemente ignorandoli. La conseguenza inevitabili saranno brutte cadute e il risveglio nella dura realtà della lotta di classe. La morsa attorno al Prc si sta stringendo e Rifondazione comunista si potrebbe trovare nel prossimo periodo, suo malgrado, fuori dalla coalizione governativa. Come reagirebbero questi compagni di fronte ad uno sviluppo del genere? Milioni di persone metteranno presto in discussione le loro convinzioni ed illusioni nei vari Giordano, Epifani, Mussi, a partire dagli stessi militanti del Prc, che non vogliono vedere il loro partito naufragare per colpa della deriva governista: è nostro dovere essere al loro fianco a proporre un’alternativa di classe e rivoluzionaria, rifiutando di seguire facili chimere.
04/07/2007
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