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Il “popolo viola” e l’impegno dei comunisti PDF Stampa E-mail
Politica Italiana
Scritto da Gabriele Donato   
Lunedì 18 Gennaio 2010 05:17

In centinaia di migliaia hanno manifestato a Roma il 5 dicembre, in occasione del No B. Day. La mobilitazione è stata un successo clamoroso, non solo per i numeri ma anche per la composizione; la foltissima presenza di giovani, infatti, ha rappresentato il tratto caratterizzante di un corteo sul quale gli analisti della politica hanno subito iniziato a confrontarsi: chi erano i giovani in piazza? Per quali ragioni si sono mobilitati? Come si sono organizzati? Quali prospettive si aprono per la loro lotta?

L’aspetto che ha attirato le attenzioni principali dei commentatori è stato l’utilizzo, da parte degli organizzatori, dello strumento telematico come modalità privilegiata per la pubblicizzazione dell’evento: «la prima grande manifestazione al mondo organizzata attraverso internet e senza l’appoggio dei partiti», è stato scritto non senza esagerazione. Vale la pena di partire da questo aspetto per cercare di capire a fondo le dinamiche che hanno creato le condizioni per il successo del 5 dicembre.

Le parole citate, evidentemente poco ponderate, scaturiscono da un’analisi impressionistica delle settimane che hanno preceduto il corteo: coloro che frequentano le sedi dei partiti che da subito hanno aderito all’appello dei blogger (Idv, Prc e Pdci) sanno bene quanto le strutture locali di quelle organizzazioni si siano date da fare per la riuscita della manifestazione. Pullman e treni sono stati messi a disposizione di quanti contattavano le sedi in questione per avere informazioni sulle modalità grazie alle quali raggiungere Roma. Con questa sottolineatura non s’intende affatto esagerare il ruolo dei partiti citati: si tratta, invece, di impostare la riflessione sui rapporti fra i manifestanti e le forze dell’opposizione in modo meno semplicistico rispetto a quello che presenta come ormai avvenuta «l’emancipazione dai “marchi registrati” della sinistra italiana» da parte di quanti si sono mobilitati.

E’ certamente vero che pullman e treni si sono riempiti di manifestanti che, in parecchi casi, non erano mai partiti prima alla volta di un corteo nazionale di protesta: giovanissimi innanzitutto, pieni di voglia di esprimere tutta la propria indignazione nei confronti delle politiche del governo e dell’arroganza autoritaria di Silvio Berlusconi. Si tratta di ventenni privi in tanti casi di un’appartenenza politica definita: parecchi hanno cominciato a occuparsi criticamente del mondo che li circonda in occasione delle mobilitazioni studentesche dell’anno passato; protagonisti delle lotte dell’Onda, sono stati disorientati dal riflusso delle proteste contro la Gelmini, ma non hanno smesso di guardarsi in giro per capire in quali altri modi avrebbero potuto continuare a contrastare il governo.

Il tam tam che ha preparato il 5 dicembre li ha raggiunti telematicamente: sono stati i social network che frequentano a diffondere le informazioni sulla mobilitazione che hanno catturato la loro attenzione; poi si sono rimboccati le maniche, e a gruppi hanno contattato le forze politiche dell’opposizione presenti sui territori per organizzare concretamente la “trasferta”. E’ in questo modo che, magari per la prima volta, si sono avvicinati alle organizzazioni che la retorica girotondista definisce, appunto, come “marchi registrati della sinistra italiana”.


La sinistra in corteo


Prc e Pdci, raggruppati sotto le insegne della neonata Federazione della Sinistra, avevano aderito con largo anticipo all’appuntamento, dimostrando (a differenza di Sinistra e Libertà) di aver intuito subito le potenzialità connesse al lancio della mobilitazione: nei territori, pertanto, è giunta rapidamente l’indicazione di organizzare la presenza; non sono giunte affatto, tuttavia, indicazioni relative a come tale mobilitazione avrebbe dovuto essere preparata. A livello locale, i militanti si sono messi a disposizione di quanti scrivevano mail e telefonavano per informarsi, ma quasi nulla è stato fatto per caratterizzare in modo significativo l’adesione della sinistra al corteo.

E’ successo, pertanto, che i militanti abbiano viaggiato per ore mescolati al “popolo viola”, che abbiano manifestato  al fianco di tanti giovani in corteo per la prima volta, senza tuttavia che ci fosse chiarezza sulle ragioni per cui la sinistra aveva deciso di partecipare con le proprie bandiere e i propri slogan a un’iniziativa convocata da altri, e sotto altre insegne. I settori “rossi” della manifestazione erano maggioritari e pervadevano la gran parte della manifestazione: il colore tradizionale della sinistra era sicuramente più visibile rispetto al bianco dell’Idv sventolato dai dipietristi, ma qual è il messaggio con cui i comunisti possono pensare di rivolgersi con efficacia a quei manifestanti che dalla sinistra si sentono ancora distanti?

Da questo punto di vista, la proposta politica avanzata da Ferrero e Diliberto appare del tutto insufficiente: la «richiesta condivisa di giustizia, di uguaglianza, di pulizia» non può rappresentare un buon motivo per mettere la sordina sulle proprie parole più caratterizzanti; i comunisti hanno il dovere di avanzare una proposta complessiva a quanti si stanno rimboccando le maniche per mettere in difficoltà al governo: non può bastare un richiamo generico alla salvaguardia delle istituzioni repubblicane per convincere tanti giovani studenti e lavoratori a prendere seriamente in considerazione le ragioni dei nostri partiti.

I manifestanti che hanno riempito Piazza San Giovanni, infatti, come correttamente ha scritto “Liberazione”, «non sono disposti a tornare nelle piazze virtuali dei social network»: il 5 dicembre, infatti, ha reso evidente la grande disponibilità all’attivizzazione politica che non ha mai smesso di essere presente in settori significativi della società italiana. Le forze di sinistra hanno il dovere di attrezzarsi per diventare interlocutrici all’altezza della richiesta di radicalità espressa da quella piazza; è in questo senso che le parole di Ferrero non sembrano affatto all’altezza del compito: «Stiamo con Di Pietro finché fa battaglie che condividiamo», ha detto il segretario del Prc, come se la questione del rapporto con il “popolo viola” si risolvesse nei termini di una vicinanza critica all’ex magistrato.


L’alternativa necessaria al populismo


Un’altra è la strategia di cui c’è bisogno, anche perché i dirigenti della sinistra si sbagliano se s’immaginano di riconquistarsi parte della visibilità mediatica recentemente negata organizzando le conferenze stampa con  il leader dell’Idv: i ventenni che hanno riempito Roma il 5 dicembre devono essere messi nelle condizioni di capire che il populismo dell’ex magistrato non ha risposte da offrire alla radicalità delle loro domande. Non ci si può nascondere, infatti, che sono in tanti a essere convinti che oggi – le parole sono quelle dell’intellettuale, oggi dipietrista, Paolo Flores D’Arcais – «l’unica speranza per un’opposizione organizzata è l’Idv»; la realtà dei fatti, tuttavia, è destinata a demolire tali convinzioni.

Nel numero precedente di questa rivista abbiamo spiegato con ricchezza di particolari tutte le contraddizioni e le incoerenze su cui si fonda l’Idv, ma non si tratta solo di questo; se il problema centrale, infatti, che costringe centinaia di migliaia di studenti a mobilitarsi è, come correttamente spiega un altro dipietrista colto come Pancho Pardi, «la mancanza di futuro»; se tanti giovani lavoratori sono indotti a riprendere a occuparsi di politica dalle difficoltà provocate dal «lavoro precario» e dal «reddito incerto» (si tratta sempre delle parole di Pardi), che prospettiva ha da offrire loro il giustizialismo dell’Idv? Nessuna, perché quel partito non ha nulla di significativo da dire, per fare un solo esempio, sulla grave crisi attraversata dalle economie capitalistiche in questa fase, e sui costi di tale crisi che i lavoratori sono costretti a pagare.

L’indignazione contro Berlusconi è destinata a crescere, a prescindere dai momenti temporanei di riflusso delle proteste: il compito dei comunisti non è quello di accodarsi ai leader dell’opposizione che godono del riscontro mediatico maggiore, ma è quello contribuire a far crescere la consapevolezza che la sconfitta di Berlusconi non può che passare attraverso la sconfitta degli interessi dello schieramento sociale cui il capo del governo appartiene. C’è bisogno, in questo senso, di mettere in campo uno sforzo importante orientato a indirizzare contro l’insieme delle politiche economiche e sociali che hanno scaraventato il paese nella crisi la collera dei tanti giovani esasperati. La loro indignazione antiberlusconiana, d’altro canto, altro non è che il primo tentativo, tanto approssimativo quanto radicale, di declinare in termini politici la propria rabbia.

Si tratta di una rabbia che continuerà ad alimentarsi; quei giovani, infatti, sono costretti quotidianamente a far fronte a problemi di ogni genere: lo smantellamento dell’istruzione pubblica, il dilagare della precarietà lavorativa, le carenze dei servizi sociali, la fragilità dei diritti civili, l’invadenza dell’oscurantismo religioso... Nei loro luoghi di studio e di lavoro, così come nei loro contesti di aggregazione, devono fare i conti non solo con i provvedimenti di un governo reazionario impegnato esclusivamente a curare gli interessi di pochi potentati, ma con le conseguenze più generali di un liberismo selvaggio che non dà loro tregua; in un quadro di questo genere, la latitanza del Partito democratico rispetto alle battaglie decisive che tanti giovani stanno cercando di condurre ha creato un clamoroso vuoto d’opposizione.


Una domanda di radicalità


Se l’indisponibilità di Bersani e dei suoi soci a scontrarsi sul serio con Berlusconi può aver generato in un primo momento disorientamento presso quei settori di società poco disponibili a rimanere in silenzio di fronte alle continue provocazioni del governo, essa ha pure sollecitato tanti giovani e tanti lavoratori a cercare vie nuove per opporsi al blocco reazionario collocato ai vertici del paese; pur attraverso percorsi tortuosi di presa di coscienza, in tanti stanno maturando la consapevolezza della necessità di un impegno duraturo contro la politica delle destre: il compito fondamentale dei comunisti è di mettere a disposizione di questi giovani e di questi lavoratori strumenti efficaci per la battaglia che li aspetta e parole d’ordine all’altezza dello scontro in atto.

Per questa ragione un intervento incisivo dei comunisti nelle mobilitazioni del “popolo viola” presuppone una strategia alternativa non solo al moderatismo subalterno del Pd, ma anche al populismo parolaio dell’Idv; nelle piazze della contestazione antiberlusconiana, infatti, emerge – seppur confusamente – una domanda di radicalità cui non si risponde con la riedizione anacronistica delle formule logore che hanno caratterizzato la politica delle forze di sinistra negli ultimi anni. Coloro che sono scesi in piazza sono stati delusi in troppe occasioni dall’incapacità di procedere con coerenza nella propria battaglia politica di quelle forze, troppo deferenti nei confronti delle compatibilità del sistema per poterne contestare con la necessaria radicalità i meccanismi fondamentali di funzionamento.

Non si tratta, in altri termini, di limitarsi a dire no a Berlusconi in compagnia dei Di Pietro di turno, magari a braccetto pure con Bersani e Casini: si tratta, al contrario, di accettare fino in fondo la sfida lanciata dalle piazze e di attrezzare, di conseguenza, la sinistra per un impegno di lunga durata orientato a favorire la generalizzazione delle mobilitazioni; potrà essere solo la moltiplicazione dei momenti di conflitto, sociale oltre che politico, a far vacillare i fragili equilibri di potere su cui si fonda il sistema berlusconiano, ed è su questo terreno, non su quello degli accordi elettorali, che la sinistra si gioca la propria possibilità di ridiventare interlocutrice credibile agli occhi di chi si sta mobilitando.


Non rimanere ai margini


I giovani che hanno manifestato a Roma il 5 dicembre (e quelli che hanno dato vita ai numerosissimi presidi che si sono svolti in contemporanea nelle varie città) sono gli stessi che hanno contestato nei mesi scorsi la Gelmini nelle scuole e nelle università, sono gli stessi che stanno cercando di contrastare la chiusura di tanti luoghi di lavoro, sono gli stessi che stanno provando ad arginare la diffusione inarrestabile della precarietà: spesso la loro decisione di attivarsi non dipende da ragioni di ordine politico, e non è più nemmeno automatico che essa produca scelte di collocazione politica duratura e consapevole. Gli automatismi del passato non funzionano più: i movimenti e le contestazioni non creano più le condizioni per un orientamento spontaneo verso sinistra, e questo perché le forze di sinistra non ereditano più la fiducia di cui godevano diffusamente in passato.

Oggi la sinistra ha il dovere di conquistarsi la fiducia di quanti hanno deciso di darsi da fare contro Berlusconi, e ai comunisti, da questo punto di vista, spettano i compiti principali: i militanti delle nostre organizzazioni devono continuare a occuparsi delle azioni di protesta che gli animatori del “popolo viola” non smetteranno di  organizzare, delle esperienze d’impegno che continueranno a fare; le nostre sedi devono aprirsi alle discussioni che si sviluppano nei social network, nelle nostre riunioni non deve mancare l’attenzione per le problematiche che scatenano l’attenzione critica dei blogger; facciamo in modo che le nostre capacità di lettura della società e di riflessione sulle prospettive diventino una risorsa cui possano attingere quanti vogliono costruire un comitato di protesta contro il governo.

Non si tratta affatto di mettersi in coda a tutte le mobilitazioni che si sviluppano nell’attesa di un riscontro elettorale, né tantomeno di collocarsi in scia alla demagogia di qualche leader che gode di fortuna mediatica: il problema dei comunisti, oggi, è di non rimanere ai margini di quel che si muove nella società, di saper cogliere le potenzialità connesse a ciò che si mette in movimento; il nostro obiettivo dev’essere quello di moltiplicare le forme di interlocuzione con quanti stanno cercando di organizzarsi, e di mettere in campo un progetto di trasformazione all’altezza delle aspettative che si generano nelle mobilitazioni.


Per l’unificazione delle lotte


Non ci possiamo, d’altro canto, sottrarre all’onere della proposta politica: ci spetta il compito di diffondere la consapevolezza che non ci può essere protesta in grado di cambiare i rapporti di forza in un paese che non abbia la capacità di essere popolare, in sintonia cioè con le esigenze e gli interessi dei ceti subalterni; le ragioni di quanti pagano il prezzo più alto per le contraddizioni di un sistema in crisi devono essere messe al centro di ogni mobilitazione contro il governo, perché la forza indispensabile per sconfiggere le politiche reazionarie con le quali l’Italia è stata governata in questi anni è quella delle lavoratrici e dei lavoratori.

Forti di questa consapevolezza, i comunisti non devono esitare di fronte alle sollecitazioni che provengono dagli appuntamenti di protesta convocati contro il sistema di potere berlusconiano: è anche in quelle piazze che si gioca la partita per l’egemonia in seno allo schieramento sociale che, seppur faticosamente, sta provando a opporsi al governo. L’ostinata estraneità del Pd nei confronti delle mobilitazioni apre, infatti, due possibili scenari: se la sinistra continuerà a balbettare, le proteste non faranno altro che alimentare il populismo inconcludente di Di Pietro, e non potranno che esaurirsi in una contesa con il “berlusconismo” tanto veemente nei toni quanto incapace di profilare un orizzonte di trasformazione effettiva.

Se, al contrario, la sinistra saprà farsi riconoscere per un profilo chiaramente alternativo a quello che caratterizza gli schieramenti che fingono di contrapporsi in parlamento, si creeranno le condizioni migliori per un’interlocuzione preziosa con quei soggetti sociali che rifiutano la passività: matureranno, in questo modo, le condizioni per l’incontro fra le ragioni dei vari movimenti impegnati sul terreno della mobilitazione, e inizierà a prendere forma il necessario processo di unificazione fra le varie forme di lotta  praticate, sul terreno politico come su quello sociale, da quanti non si stanno rassegando allo stato di cose esistente. La cacciata di Berlusconi diventerà, a quel punto, solo il primo passaggio rilevante di una battaglia generale per la trasformazione della società.

 
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