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Il Pd siciliano schiavo del centrodestra “versione Lombardo” PDF Stampa E-mail
Politica Italiana
Scritto da Luisa Grasso   
Lunedì 18 Gennaio 2010 05:10

Il 28 dicembre 2009 è stato varato in Sicilia il Lombardo ter: cambiando l’ordine degli addendi il risultato è la solita melma che da sempre opprime le classi subalterne del territorio siciliano con l’aggiunta dell’appoggio del Pd che in Sicilia, come altrove, sostiene apertamente gli interessi dei padroni.

Nel 2008 le forze del centrodestra siciliano (Pdl-Mpa-Udc) in seguito alle dimissioni di Cuffaro, scelsero di accordarsi sul nome di Lombardo per l’importanza del voto in Sicilia ed anche in chiave nazionale.

Come prevedibile in una terra che da sempre è stata considerata un bottino da depredare e spartirsi con la “borghesia mafiosa” l’arrivo della crisi economica internazionale ha giocato un ruolo determinante: Pdl, Mpa e Udc siciliani si sono ritrovati a dover affrontare una battaglia all’ultimo sangue perché costretti a spartire deleghe e nomine in ambiti strategici per il controllo dei flussi economici della regione quali ad es. quelli della sanità pubblica o l’erogazioni dei contributi per le imprese.

Nell’arco di soli 18 mesi si è assistito all’uscita dell’Udc dalla giunta ed una spaccatura nel Pdl con la separazione in aula tra lealisti del Pdl (che appoggiano l’asse Alfano-Schifani) e il Pdl-Sicilia, la neonata formazione siciliana guidata da Miccichè in cui sono confluiti anche gli ex finiani indicando chiaramente la forza dello scontro in atto tra i padronati locali.

Il conflitto è esploso quando lo scorso dicembre la componente lealista del Pdl ha bocciato la manovra economica del governo Lombardo: alla richiesta di azzeramento della giunta, Lombardo ha risposto rimodulando le alleanze e aprendo le trattative coi fuoriusciti Rutelliani dal Pd e col Pd stesso che subito, attraverso il capogruppo dell’Ars, Cracolici, si è dichiarato disponibile ad alleanze per le riforme, purché fosse sancita la crisi del governo.

Non sorprende una tale scelta da parte del Pd che chiarisce ulteriormente la propria natura: quella di un partito neoliberale che nulla ha da spartire con i lavoratori e che in Sicilia si distingue per la contiguità al potere mafioso di diversi suoi esponenti. Come dimenticare ad esempio Crisafulli: già esponente e parlamentare dei Ds, filmato ed intercettato mentre intratteneva un colloquio d’affari con il boss di Enna, Raffaele Bevilacqua (uomo vicino a Bernardo Provenzano, tranquillamente candidato alle Politiche del 2008 ed oggi senatore? O il suo compagno di politica, l’imprenditore on. Capodicasa, ex sottoministro alle Infrastrutture, oggi deputato, giunto alle cronache per aver appoggiato a spada tratta il sindaco agrigentino Gueli accusato e arrestato per concorso in associazione mafiosa e per aver sostenuto i primi cittadini di Canicattì, Siculiana, Favara, Ribera, Cattolica Eraclea, tutti coinvolti in traffici illeciti di matrice mafiosa? In un tale contesto conta molto poco la presenza dell’ex candidata della Sinistra arcobaleno, Rita Borsellino, che dapprima dichiaratasi scandalizzata dalla scelta di Cracolici al punto di minacciare di non prendere la tessera del Pd in caso di “inciucio” con le destre, si dichiara adesso disponibile a far lavorare questo presidente e produrre qualcosa di buono per la Sicilia.

È incredibile come ancora molti compagni in buona fede facciano appello alla Borsellino perché rinsavisca quando è chiaro come il sole che le sue scelte politiche sono dettate da tutt’altro interesse che quello per i lavoratori. La Borsellino resterà una borghese moderata il cui ambiente di riferimento è quello cattolico e nonviolento, ad ulteriore dimostrazione che l’antimafia se non ha un colore non può arrivare a nessun risultato tangibile.

La Sicilia è stata spesso un laboratorio, anticipatore di processi nazionali. Il comportamento del Pd regionale dimostra quanto siano illusorie le proposte di un Cln per battere Berlusconi formulate dai vertici del nostro partito. Quale patente di antiberlusconismo si può dare al partito di Bersani quando si allea alla prima occasioni con pezzi del partito del Cavaliere?

Dalla Sicilia viene una lezione chiara: il Prc può ripartire se pone l’alternatività strategica al Pd, senza se e senza ma, a partire dalle prossime elezioni regionali ed amministrative, come condizione irrinunciabile per il suo rilancio.

 
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