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"La quota dei salari crolla: statisticamente l’Italia può dirsi fondata non più sul lavoro, ma sulle rendite e i profitti. ( ... ) Quello presente non è più il mondo dei redditi, ma è quello dei patrimoni". La citazione non è tratta da uno scritto di Marx di 150 anni fa, ma da un articolo apparso su Il Corriere della Sera del 17 Gennaio 2001 in cui si spiegano i risultati di un’inchiesta su reddito e ricchezza delle famiglie di Banca d’Italia e di altre recenti ricerche di istituti di statistica.

Le quote di interessi netti e le rendite immobiliari sono raddoppiate, e la quota dei profitti si è impennata, particolarmente dal 1993, mentre il salario netto per il lavoratore si è congelato. Inoltre, il divario tra il volume della ricchezza finanziaria e il volume annuo dell’attività economica è ulteriormente accresciuto, era pari al 210% all’inizio degli anni ‘90, al 360% a fine ‘99; il peso dei titoli azionari infatti è passato dal 40 al 125% del PIL. Il risultato è che oggi il 7% degli italiani possiede il 44% della ricchezza, immobili esclusi. Si tratta di 1,2 milioni di famiglie con un patrimonio tra 600 milioni e 1,5 miliardi. Ci sono poi 260mila famiglie di super ricchi (oltre 1,5 miliardi di patrimonio) che da sole controllano il 14% della ricchezza privata complessiva.

È di importanza vitale oggi aprire una discussione nel movimento operaio e nelle sue organizzazioni tradizionali per comprendere le ragioni di questo processo. Non si può, infatti, non vedere uno stretto legame tra i dati menzionati e la politica della direzione sindacale che ha spianato la strada ad un processo oggettivo del capitalismo, la tendenza alla concentrazione della ricchezza in sempre meno famiglie e all’aumento della disuguaglianza tra i redditi. La linea concertativa dei vertici sindacali e gli accordi di luglio ‘92 e ‘93 sono le politiche che hanno permesso alla borghesia italiana di tenere i salari al palo e fare fior di profitti. Il bilancio della Fiat del 2000, reso pubblico proprio in questi giorni, è particolarmente rivelatore, infatti mostra che l’utile netto è quasi raddoppiato, passando da 353 a 664 milioni di Euro. Lo stesso indice del fatturato dell’industria nel 2000 ha avuto un incremento dell’11,4% rispetto all’anno precedente.

Parallelamente si è avuto un crollo dei salari impressionante: dal 56,4% del reddito nazionale nel 1980, i salari netti sono scesi al 40% nel 1999. Parallelamente le rendite e le pensioni sono passate dal 22,5 al 31,3%, e i profitti dal 21,3 al 28,6.

La "politica dei redditi" emersa dall’accordo del 23 luglio si basa su una tesi, peraltro non nuova, per cui se "l’Azienda-Italia" va bene, anche i lavoratori se ne giovano. Le stime precedentemente citate smentiscono inequivocabilmente tale tesi.

L’aumento modesto dell’occupazione in questi anni, inoltre, non può nascondere il peggioramento delle condizioni di lavoro e l’aumento della precarizzazione. Tra ottobre 1992 e gennaio 2000 il numero di occupati alle dipendenze con contratti atipici è aumentato del 45,2%: l’incidenza del lavoro atipico, passata dal 10,6% al 15,2% (Dati Istat). È evidente che la diffusione delle forme lavorative precarie è avvenuta ai danni dell’occupazione stabile. La realtà è che la "politica dei redditi" ha colpito unicamente i redditi da salario.

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