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Formigoni: uno di loro PDF Stampa E-mail
Politica Italiana
Scritto da Sergio Schneider   
Mercoledì 24 Marzo 2010 05:20

Regionali Lombradia

Le elezioni del 28-29 marzo in Lombardia assumono per la sinistra un significato di primo piano. L’avversario è uno dei blocchi di potere più solidi a livello nazionale, la giunta di Formigoni, concentrata sull’asse di ferro Pdl-Lega (con qualche pacca sulla spalla a picchiatori fascisti e “ex” missini). 

Non si può certo dire che la destra regionale si sia dimostrata particolarmente attenta al “sociale”. Infatti, grazie alla modifica del Titolo V della costituzione, voluto dal governo di centro sinistra nella fase terminale del 2001, si delegavano alle Regioni ampi poteri, particolarmente in merito alla gestione dello Stato Sociale, cominciando ad introdurre la cosiddetta “sussidiarietà”. Questo è stato il canale preferenziale seguito dalla destra lombarda per un processo intensivo di privatizzazione dei servizi sociali.

Campo privilegiato, – manco a dirlo –, la sanità, che è tradizionalmente la principale voce del bilancio regionale. Secondo il principio di sussidiarietà, il sistema che eroga servizi deve essere un mix di pubblico e privato, ovviamente equiparati ed entrambi finanziati con denaro pubblico. Non che il processo non andasse avanti da anni: solo dal 1997 al 2002 i ricoveri nel pubblico in Lombardia sono diminuiti del 15% e aumentati contemporaneamente del 60% nel privato. Alla faccia del rischio di impresa, i privati hanno sostanzialmente rubato al pubblico l’utenza, essendo garantiti in tutto e per tutto proprio dai fondi regionali, senza che tutto questo si sia poi tradotto in un aumento della qualità del servizio, né in una diminuzione dei tempi d’attesa.

Questa politica ha portato ad un buco di 4,5 miliardi di euro, che la Regione ha “riequilibrato” nella maniera più facile: introduzione del ticket per l’utenza, a partire dal 2003 (tanto per non sbagliarsi dal 2007 anche per alcune prestazioni del pronto soccorso) nonché l’immancabile taglio dei posti di lavoro, 4mila in totale, che “stranamente” sono la sommatoria di 7.200 posti persi dal pubblico contro 3.200 guadagnati dal privato, senza contare il prossimo taglio di 6mila posti.

Il tutto condito da scandali come quello tristemente famoso della clinica Santa Rita di Milano, che hanno smascherato la corruzione insita nel modello formigoniano di sanità.

Giusto per non trascurare la difesa dei diritti civili in campo sanitario, dopo la scandalosa legge regionale per l’obbligo del “funerale degli embrioni”, Formigoni ha nominato al vertice della Fondazione Policlinico di Milano, Giancarlo Cesana, membro storico di Cl e dichiarato antiabortista. La nomina dell’ennesimo ciellino ai vertici della sanità lombarda ovviamente non stupisce, tuttavia questa in particolare ha un carattere squisitamente politico, dato che la clinica Mangiagalli, facente capo alla fondazione, è una delle ultime roccaforti dei diritti delle donne, e protagonista di numerose battaglie in difesa della legge 194.

Sulla stessa scia della sanità, la Regione ha riorganizzato tutto lo stato sociale, non in vista di diritti universali da garantire a chiunque a prescindere dal reddito, ma in servizi “alla persona”, tramite l’erogazione di buoni di vario tipo e natura, in realtà poco più che elemosine, funzionali a tagliare la spesa sociale e farne terreno della speculazione privata.

Il buono scuola, rinominato come nella neolingua di Orwell “dote per la libertà di scelta”, ne è uno degli esempi più clamorosi: il “buono” rappresenta ormai la principale voce di bilancio della Regione relativamente all’istruzione, per la modica cifra di 45 milioni di euro, di cui usufruisce solamente il 9% degli studenti che frequentano una scuola privata. Una “libertà di scelta” molto elitaria: a fronte di rette annuali che superano tranquillamente i 10mila euro, la Regione stanzia per un singolo richiedente ben mile euro all’anno… Il risultato finale di tutto questo ovviamente è che gli unici a poter godere del buono scuola sono i figli della buona borghesia, dispensati anche dall’esibizione dell’Isee, per cui è possibile abitare in via Manzoni o dichiarare redditi da centinaia di migliaia di euro e potere al tempo stesso scegliere “liberamente” in quale scuola andare.

Nei manifesti formigoniani che affollano la Lombardia, lo slogan del governatore uscente è “Roberto, uno di noi”. Dipende da che “noi” intendiamo: se per i lavoratori la sanità, la scuola e l’edilizia pubblica non funzionano, non si può certo dire lo stesso per altri soggetti. Anzitutto la cricca di cui fa parte Formigoni stesso, Comunione e Liberazione e il suo braccio economico, la Compagnia delle Opere. Ma anche Ligresti, Cabassi, Pirelli-Re, Lega Coop e i palazzinari di tutta Italia non si possono lamentare se, per l’Expo 2015, si sono visti terreni agricoli diventare miracolosamente edificabili, corsie preferenziali per costruire Tav e autostrade, il tutto per un giro d’affari di 20 miliardi di euro.

Di fronte ad uno scenario così desolante, ad una giunta regionale tanto antipopolare, ci si potrebbe chiedere come Formigoni possa puntare con buona sicurezza ad un quarto mandato. La verità è che in Lombardia la destra non ha opposizione. Il candidato del Pd è infatti Penati, l’uomo dei 500mila euro per gli sgomberi dei Rom, del pulmann in Buenos Aires abbracciato con Moratti e Formigoni per festeggiare l’Expo e dello scimmiottamento delle posizioni leghiste.

Se l’ennesima riedizione del centro-sinistra non può essere l’alternativa, il nostro partito, anche con queste elezioni, può puntare a recuperare la credibilità perduta. Noi lottiamo perché questa occasione non vada sprecata e in Lombardia possa esserci una vera opposizione.

 
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