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| Dalla sconfitta al riscatto |
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| Politica Italiana | |||
| Scritto da La redazione | |||
| Venerdì 18 Aprile 2008 08:31 | |||
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Due sono i punti da mettere al centro: la vittoria netta delle destre, contro tutte le ipotesi di “rimonta” e di “pareggio” e la scomparsa della sinistra dal parlamento. Le elezioni sono un indicatore fra altri, non l’unico e non necessariamente quello decisivo, della situazione politica. Tuttavia dei risultati così netti dicono molto sui processi avvenuti in questi anni. La nettezza della vittoria di Berlusconi si accompagna a una radicalizzazione a destra che si esprime nel voto alla Lega e alla Destra di Storace. In questo risultato sicuramente la parte del leone l’hanno fatta i due anni di governo Prodi e il rapido deteriorarsi delle condizioni sociali, di vita e di lavoro di milioni di persone. Tuttavia non possiamo nasconderci che in questo voto si manifestano anche processi di più lungo periodo. La crescita del voto operaio alla Lega, che torna a mietere consensi anche in zone come l’Emilia Romagna, unito a una crescita dell’astensionismo in molte zone operaie, è un segnale che deve far riflettere, così come il successo dell’Italia dei valori, che rappresenta l’anima più demagogica e reazionaria dell’alleanza guidata da Veltroni. Non è solo voto di protesta, è anche il frutto di un lungo lavoro di “semina”compiuto dalla Lega, spesso in collaborazione competititva con i neofascisti di Forza Nuova. Per anni il veleno razzista è stato disseminato nella società senza trovare una risposta forte e convincente da parte della sinistra e con l’accondiscendenza delle forze che poi hanno costituito il Pd. Più volte, assieme ad altri, ci siamo trovati a lanciare allarmi in questo senso dopo aver dovuto fronteggiare sul campo, in condizioni di estrema difficoltà, le campagne razziste come nei casi di Sassuolo, Opera, Pavia e tanti altri. Oggi vediamo il risultato. Se la destra razzista che frequenta quotidianamente i quartieri periferici mentre la sinistra lancia appelli alla fraternità dai salottini di Via Veneto, come stupirsi di questi numeri? La classe operaia, si dice, ha abbandonato la sinistra. Sì, almeno in larga parte. Ma solo perché prima la sinistra ha drammaticamente abbandonato la classe operaia a se stessa. Un ulteriore elemento da segnalare è il voto alla Destra, che si segnala per la sua forte componente giovanile. Paragonando il voto di Camera e Senato, emerge chiaramente come fra i giovani al di sotto dei 25 anni il partito di Storace raccolga ben 200mila voti in più, per un totale di 885mila (2,4%); è il partito che in proporzione al proprio elettorato ha il maggior voto giovanile.
Emma Marcegaglia, neo presidente di Confindustria, chiede “segnali immediati” per le imprese. Non è difficile immaginare cosa intendano, il “decalogo” stilato da Confindustria durante la campagna elettorale è una nuova dichiarazione di guerra ai lavoratori e allo Stato sociale e in cima alla lista ci sarà la demolizione del contratto nazionale di lavoro. Su questo punto i padroni passeranno immediatamente all’offensiva e Montezemolo ha già dichiarato che “gli accordi si fanno con chi ci sta”. Il messaggio per la Cgil è chiaro: o vi piegate, o vi emargineremo. Non abbiamo dubbi su quale sarà la scelta di Epifani, l’apparato della Cgil non è certo disposto a chiamare le masse in piazza come fece nel 2002-2003 per l’articolo 18. Piuttosto è da attendersi un nuovo giro di vite interno contro la Fiom e le opposizioni di sinistra. Il “rischio terrorismo” viene già sbandierato dagli editorialisti della grande stampa come il prossimo nemico. In assenza di riferimenti parlamentari, temono, le proteste di piazza potrebbero degenerare nella violenza! Prepariamoci, quindi, a nuove campagne d’odio contro tutti coloro che oseranno levare la voce contro gli inevitabili cedimenti di Epifani e compagnia. Con una destra saldamente al governo e con un Pd a fare un “opposizione” che su molti temi potrebbe avere posizioni persino più liberiste e filopadronali di Tremonti, con una burocrazia sindacale in ginocchio e una sinistra a pezzi, è fin troppo facile capire che sui lavoratori si scaricherà una pressione pesantissima. Dobbiamo esserne coscienti, si preparano tempi molto duri. La possibililtà di esplosioni della lotta di classe sono implicite, ma dobbiamo sapere che la ripresa delle mobilitazioni si dovrà fare strada in una situazione politica e sociale assai difficile. Sarà una dura scuola. La sconfitta dell’Arcobaleno produrrà una severa selezione a tutti i livelli. Non parliamo qui di quei dirigenti dei Verdi e di Sinistra democratica che già si preparano a veleggiare verso il Partito democratico o i socialisti, che saluteremo senza alcun rimpianto. Parliamo della crisi del Prc, che è l’epicentro della crisi della sinistra. In queste ore stiamo verificando che nella base del partito si sta producendo un forte sussulto, una reazione che non è solo di rabbia. Tanti compagni e compagne sono costretti dalla sconfitta a un riesame severo della politica del partito, del suo funzionamento, del ruolo dei gruppi dirigenti. È una reazione non solo sacrosanta ma anche estremamente positiva, nella quale vediamo emergere non solo lo sconforto, ma anche tanta voglia di continuare, di rialzare la testa e cercare una nuova strada. Ci sono compagni che stanno chiedendo ora la tessera del partito quando magari in precedenza non vedevano il motivo di aderire a una forza che pareva, ed era, completamente invischiata nella palude governista. Su questa reazione è possibile costruire un nuovo inizio, una “nuova Rifondazione”, della quale ci sentiamo pienamente partecipi e alla quale vogliamo dedicare tutte le nostre energie, a partire dal congresso imminente. Ma per poter ricominciare, è necessario rimuovere le macerie. Il gruppo dirigente deve essere cambiato, chi è responsabile della sconfitta si faccia da parte e, semmai, si metta a disposizione. Chi ha demolito il partito non ha alcuna autorità per dare lezioni su quale debba essere il futuro della sinistra, né tantomeno per insistere su una linea liquidatoria e suicida. Non si tratta solo di rimuovere una “cupola”, ma di ricreare un serio modello di militanza e di discussione politica che dia a tutti coloro, e sono migliaia, che non sono disposti a gettare la spugna, gli strumenti per tornare a costruire quel radicamento operaio indispensabile a un partito che non voglia essere vittima delle mode, dell’istituzionalismo, delle passerelle mediatiche e di tutte le degenerazioni che ci hanno condotto fin qui.
Certo, la Lega pone quel modello al servizio della reazione; non per questo la lezione perde di importanza. La volontà di riscatto che anima la parte più vitale del Prc deve essere la base per una elaborazione politica e teorica all’altezza della sfida. I circoli, le federazioni, i gruppi dirigenti del Prc devono diventare luoghi di dibattito politico serio, di indagine approfondita sulle condizioni di lavoro e di vita di quei milioni di lavoratori che percepiscono la sinistra come sideralmente lontana dai loro bisogni. Dobbiamo aprire, o riaprire, una discussione seria sulle esperienze storiche del movimento operaio e comunista, sulle basi teoriche del marxismo, sulle esperienze di punta della lotta di classe a livello internazionale, a partire da quelle latinoamericane, che oggi possono aiutarci a riproporre la questione del superamento del capitalismo e di una società socialista basata sui bisogni e non sul profitto. Su queste basi, in un partito che ponga al centro la militanza e lo spirito di sacrificio, sarà allora possibile anche parlare di una vera democrazia interna, di controllo della base sui vertici, della formazione di una nuova generazione di quadri e di militanti.
Non dubitiamo che vi sarà chi impugnerà questi dati per “dimostrare” come la rottura col Pd sia la causa della sconfitta e che è quindi indispensabile ricucire i rapporti con Veltroni. Si scorda che ben prima del nostro elettorato, a cedere al richiamo del voto utile e del “meno peggio” è stato l’intero gruppo dirigente, che per ben due anni ha ingoiato rospi a vagonate in nome della difesa del governo Prodi. Oggi potrebbe sembrare che, con il partito fuori dal parlamento, il problema dei rapporti col Pd sia secondario, ma non è così. Innanzitutto, continuamo a governare col Pd in regioni e comuni di ogni dimensione. Basta dare un’occhiata al tracollo dei nostri voti in Campania per vedere la fine ingloriosa di 15 anni di collaborazione con Bassolino. Anche fuori dal parlamento, il problema politico di fondo rimane aperto. Dobbiamo scegliere tra chi pensa che la sinistra debba comunque, in un modo o nell’altro, costruirsi in una logica di alleanza col Pd, di fronte comune contro le destre, in sostanza di proseguire sulla strada degli scorsi anni, e chi invece ritiene che la natura padronale e confindustriale del Pd ne faccia un nostro avversario strategico. Noi siamo, da sempre e con nettezza, su questa seconda posizione. Non si ricostruirà mai una sinistra di classe, reale espressione dei lavoratori, con un consenso di massa, fino a quando non si romperà definitivamente questo cordone ombelicale.
Un movimento del genere è implicito nella situazione creatasi, ma non per questo si materializzerà domani mattina. Al contrario, proprio per la profondità dello shock e per l’accumulo di pressioni di ogni tipo (economica, ideologica, politica) che graveranno sulla classe operaia, sarà necessario un lasso di tempo imprevedibile ma probabilmente non brevissimo prima che questa situazione di frustrazione e confusione esploda in una mobilitazione di massa e in un nuovo protagonismo operaio e giovanile. Proprio per questo siamo convinti che quando accadrà, assumerà forme estremamente radicali e conflittuali come da tempo non si vede nel nostro paese. Questo non significa che ci siederemo ad aspettare tempi migliori. Al contrario, questa fase difficile deve essere attraversata fino in fondo, in tutte le sue pieghe, dobbiamo usare le difficoltà attuali per imparare a calarci nel profondo delle contraddizioni, per partecipare passo per passo a questa traversata, per far crescere un nuovo tipo di militante operaio, comunista, che rompa oggi con il lascito fallimentare della stagione del governismo e della liquidazione politica e ideologica, per potere domani svolgere un ruolo di primo piano nel riscatto che tutti insieme prepareremo.
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