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| Politica Italiana | |||
| Scritto da Dario Salvetti | |||
| Lunedì 23 Gennaio 2012 17:32 | |||
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Non si diventa per caso capitano di una nave da 114mila tonnellate. E non si diventa Schettino per caso. L'ambiente oggettivo aiuta a selezionare gli individui. Ne fa emergere uno al posto di un altro, promuovendo alcune caratteristiche e bocciandone altre. Nell'immaginario comune, il comandante di una nave dovrebbe essere coraggioso, responsabile, dal sangue freddo. Ma non è così evidentemente se sei prima di tutto sei il gestore di un villaggio turistico galleggiante.
Ruolo per cui al contrario un po' di spensieratezza non può guastare. Del resto, il mare è tuo. Ti aggiri alla guida di un mezzo che emette quotidianamente particolato pari a 12mila auto. Le 15 navi da crociera più grandi al mondo emettono sostanze inquinanti su base annua pari a 760 milioni di auto. E all'inquinamento nell'aria va sommato quello nell'acqua...naturalmente, cosa c'è di meglio che solcare il mare uccidendolo? Una nave da crociera può arrivare a produrre settimanalmente 152.000 litri di acque reflue, 450.000 litri di acque grigie e 4000 litri di sostanze oleose. E naturalmente ci sono i rifiuti solidi: almeno 19 tonnellate a settimana. Una parte naturalmente viene incenerito direttamente a bordo. Della serie, in vacanza con il proprio inceneritore portatile. E tutto questo al netto di un contesto da favola, degno di un telefilm alla Love Boat. Per essere tu, proprio tu, il comandante di tanto sfarzo devi darti un tono: e presentarti con la bionda e la bruna al ristorante. Ma detto questo, qua finisce la nostra indignazione per Schettino il quale è e rimane solo il risultato ultimo della selezione determinata da tale ambiente. Un ambiente in cui un comandante può e deve navigare sotto costa, per effettuare il cosiddetto “inchino”. Questione di prestigio, di divertimento e soprattutto di profitto. La pratica dell'inchino è ampiamente diffusa in questo genere di navigazione. Solo all'isola del Giglio ne erano già stati effettuati 52. Lo testimonia l'autobiografia del capitano da crociera Palombo. Leggendario perché tra i primi a inaugurare tale pratica. Ora Palombo commenta: “Ho sempre informato la centrale operativa e la Guardia costiera di ogni deviazione. Adesso il governo proibirà queste manovre, e molti posti di lavoro andranno perduti”. Posti di lavoro? E perché mai? Semplicemente perché l'inchino faceva parte dello spettacolo offerto. Secondo le prime testimonianze raccolte, Costa crociere non solo sapeva ma incoraggiava tale pratica a fini pubblicitari. Del resto, il mercato delle navi da crociera è da almeno trent'anni in espansione. Nel 2010 è arrivato a contare una flotta di 299 navi, con un potenziale di 16 milioni di passeggeri utilizzato al 91%. Un settore che ora rischia un pesante ridimensionamento con la crisi. Crisi a cui ogni buon comparto dell'industria capitalista, in questo caso industria del divertimento, risponde comprimendo il costo del lavoro e massimizzando l'utilizzo degli impianti. Gli impianti venivano “massimizzati” anche autorizzando passaggi sotto costa più frequenti e rischiosi. Per quanto riguarda il personale, non c'è da stupirsi che il numero dei dispersi resti di difficile definizione a causa di vari passeggeri “fuori lista”. É praticamente scontato l'utilizzo di lavoratori a nero oltre ai lavoratori “regolarmente” assunti con turni massacranti e salari da fame. Naturalmente la stragrande maggioranza del personale era composto da immigrati. Nelle prime ore successive al disastro, si è provato a incolparli di “non saper parlare bene l'italiano” nei momenti di maggiore panico. Schettino invece l'italiano lo parlava bene, ma ha usato la propria lingua madre per non dare l'allarme e inventare i pretesti più assurdi per giustificare l'abbandono della nave. Nelle testimonianze successive sono emerse invece vere e proprie prove di eroismo da parte del personale di bordo. Anche su questo non avevamo dubbi. A proposito di selezione di individui, nella nostra classe si trovano quelli che muoiono sul lavoro, su una nave che non possiedono, in una crociera che non si possono permettere. Ora rimane il danno ecologico incalcolabile nel bel mezzo del santuario dei cetacei. Un danno che si somma alla situazione disastrosa creata dall'uso spregiudicato e intensivo del mare da parte del capitalismo. Solo il 17 dicembre precedente in una mareggiata, poco distante da lì, un cargo aveva “perso” (?) almeno 200 fusti tossici di monossido di cobalto e molibdeno. Le liberalizzazioni volute dal Governo Monti andranno poi ulteriormente a peggiorare una situazione di forte deregolamentazione della navigazione. E per aggiungere due ciliegine sulla torta, non ci dimentichiamo il progetto di costruire nella zona due rigassificatori: uno a largo di Livorno e uno a largo di Rosignano. Un'ultima riflessione merita il mercato della cantieristica. Dei profitti generati dal settore delle crociere, ben il 37% è legato alla produzione delle navi. Fincantieri è il primo costruttore mondiale e la cantieristica navale italiana detiene il 47% dell'intero comparto. Una nave distrutta equivale forse a una nuova da costruire. Un tocca sana per ordinativi, commesse e Prodotto Interno Lordo. Ma non è evidente da questo paradosso che non si tratta solo di difendere Fincantieri, ma di conquistarla a una nuova prospettiva? Ora a sinistra tanti invocano “nuovi modelli di sviluppo...di turismo...ecc.”. Ma il capitalismo non è un individuo che cambia abbigliamento a proprio piacere. É la base materiale su cui si sviluppano i modelli sociali reali. Una base materiale che fa ritenere logica l'esistenza di un villaggio turistico galleggiante di 114mila tonnellate, una fabbrica di rifiuti che si spinge nei punti di mare più belli, dotata del proprio inceneritore, con 4000 passeggeri di cui una parte in stato di servitù, guidata da un individuo che la prova a far passare in un corridoio di 60 metri tra due scogli per ragioni pubblicitarie. Il capitalismo naufraga, ma siamo noi – le nostre vite, il nostro mare – ad andare affondo. E non c'è nessuna scialuppa di salvataggio su cui scappare. Altra via non ci è data se non l'ammutinamento. Che noi preferiamo chiamare rivoluzione.
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