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| Politica Italiana | |||
| Scritto da La redazione | |||
| Lunedì 18 Gennaio 2010 05:30 | |||
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Mentre scriviamo abbiamo ancora negli occhi le immagini della rivolta di Rosarno. Alcuni commentatori si sono sorpresi per le caratteristiche, durissime, della rivolta dei lavoratori migranti.
Noi siamo sorpresi e stupiti per il fatto che un’esplosione di rabbia
di tal genere non sia avvenuta ben prima. Migliaia di uomini ammassati
a vivere per mesi in ruderi o in baracche fatiscenti lavoravano dodici
ore per venti euro al giorno: uno sfruttamento bestiale davanti al
quale questi lavoratori hanno detto basta, e si sono ribellati
giustamente.
Le ragioni della rivolta di Rosarno hanno ben poco di straordinario. Altri episodi di ribellione contro la crisi capitalista si verificano in tutto il paese. Eutelia, Alcoa, Ispra, Phonemedia, Fiege di Brembio, Manuli: sono focolai isolati, alcuni dei quali sconosciuti ai più, di cui parliamo nelle pagine di questo mensile. Quando si analizzano queste vertenze, quello che colpisce è l’estrema determinazione dei lavoratori di Eutelia quando occupano i siti dell’azienda da diversi mesi o quella degli operai di Alcoa quando sfidano le manganellate della polizia per difendere il proprio posto di lavoro. Nel frattempo, i lavoratori della Fiat scaldano i motori in vista di nuove mobilitazioni, di fronte al progressivo disimpegno del gruppo in Italia. Ci sono certamente differenze, ma comune ai migranti di Rosarno è la volontà di andare fino in fondo nella lotta, costi quel che costi. La caratteristica delle lotte all’interno di questa crisi capitalista è che non consentono mediazioni o spazi per la concertazione. O vincono i lavoratori o vincono i padroni.
Queste sono le basi economiche di quella che non esitiamo a definire la “polveriera Italia”.
A questa dimostrazione di forza e di violenza della classe dominante è del tutto evidente che i richiami alla tolleranza e alla convivenza pacifica sono più che mai fuori luogo. Allo stesso tempo non basta esprimere una sacrosanta solidarietà con i migranti: ciò che serve è un programma e una mobilitazione che punti all’unità di tutti i lavoratori contro mafiosi e padroni, dal nord a sud. Oggi la parola d’ordine di unificare le vertenze operaie alle lotte antirazziste o alle mobilitazioni per la difesa dei diritti democratici e antiBerlusconi come quella straordinaria del 5 dicembre è divenuta imprescindibile. Una proposta come questa non può tuttavia avanzarla un social network o un gruppo di intellettuali: serve una risposta di classe. Dando un’occhiata al panorama offerto dai vertici della sinistra, molti potrebbero dire che tale risposta non verrà mai. Nelle elezioni regionali del marzo prossimo, è impossibile trovare un candidato che difenda anche lontanamente gli interessi dei lavoratori. Addirittura in alcune regioni come il Lazio le rispettive candidate, Bonino e Polverini, potrebbero essere interscambiabili fra centrosinistra e centrodestra. Quasi ovunque il Partito democratico vuole disfarsi del Prc all’interno delle alleanze e tuttavia la direzione di Rifondazione comunista va all’inseguimento di Bersani, implorandolo di non escludere il nostro partito. In mancanza di una strategia alternativa ai due poli, la Federazione della sinistra si prepara probabilmente ad una nuova debacle elettorale. La contraddizione della “fase” si può così riassumere. Il conflitto c’è ed anzi le lotte che si sviluppano tendono ad assumere caratteristiche sempre più esplosive. Da una parte c’è chi, data la forza e il radicamento di cui dispone, potrebbe organizzarle ma si rifiuta coscientemente di farlo, come i vertici della Cgil (del Pd è inutile parlare). Chi invece vorrebbe intervenire in esse, come il Prc, non ci riesce perché ha perso molto del radicamento nei luoghi di lavoro e di studio di cui godeva solo cinque o dieci anni fa, e stenta a recuperarlo per chiari limiti politici. Le esplosioni sociali come quella di Rosarno o lotte come quelle dell’Eutelia non saranno un’eccezione nel prossimo periodo. Questi focolai, oggi isolati, possono trasformarsi in un incendio. La radicalità espressa in queste lotte cercherà un’espressione sindacale e politica e potrà fornire l’opportunità di trasformare le organizzazioni sindacali e della sinistra, a partire dal Prc, e farle diventare di nuovo un punto di riferimento per larghe masse di lavoratori e di giovani. Il compito dei comunisti è lavorare a questa prospettiva, aggregando intorno a sé i migliori attivisti nel movimento operaio e giovanile e intervenendo nel conflitto di classe avanzando un programma rivoluzionario.
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