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Carceri e repressione . Brevi cenni su una falsa democrazia PDF Stampa E-mail
Politica Italiana
Scritto da Margherita Colella   
Martedì 24 Novembre 2009 04:34

Quello che è accaduto a Stefano Cucchi in soli sei giorni mette i brividi; viene arrestato venerdì 16 ottobre, in possesso di venti grammi di hashish e due di cocaina, l’indomani il processo per direttissima; Stefano si presenta in tribunale con evidenti segni di percosse. Sabato 17 ottobre viene ricoverato, giovedi alle 6.30 muore.

I genitori e la sorella rivedranno il suo viso irriconoscibile da uno vetro di una struttura ospedaliera. L’inchiesta prosegue, ad oggi ci sono sei indagati, tre guardie penitenziarie accusate di omicidio preterintenzionale e tre medici accusati di omicidio colposo, perché il giovane è stato lasciato morire, denutrito e disidratato; il suo corpo verrà riesumato per ulteriori perizie. Questo perché la famiglia decide di non arrendersi alla versione ufficiale dei fatti; diffonde le foto, zittisce signori come Giovanardi che parlano di uno spacciatore abituale, anoressico.

La morte assurda di Stefano riapre una doverosa riflessione sullo stato del sistema penitenziario italiano e su altre morti sospette avvenute per mano delle forze dell’ordine.

Perché Stefano non è stato l’unico. Ci sono molti casi di “suicidi” che cozzano con referti medici che parlano di lesioni importanti ad organi interni, costole spaccate, volti tumefatti, contusioni. Sono almeno trenta le inchieste per morti da accertare; è il caso di Marcello Lonzi, Aldo Bianzini e Giuseppe Saladino.

Oltre a casi di evidente abuso di potere, tanti sono quelli che in galera vengono lasciati morire: Emiliano Masciano 47 anni muore di peritonite nel carcere di Catanzaro nel 2003, Emanulea Fozzi 26 anni, sieropositiva muore di varicella nel carcere di Rebibbia nel 2005, per citarne alcuni.

Lo stato delle carceri in Italia fotografa il degrado civile e democratico del nostro paese: strutture fatiscenti, sovraffollamento, mancanza di norme igieniche, inadeguatezza di cure sanitarie. Ogni anno muoiono in media 150 detenuti, un terzo dei quali per cause da accertare, aumentano i suicidi e i casi di autolesionismo. In nome della sicurezza, nelle carceri si consumano tragedie quotidiane: minacce, pestaggi e abusi sessuali.

Il numero dei detenuti è aumentato, da 39.005 dell’ottobre 2006 a 57.239 nell’ottobre 2008, oggi le carceri contano 65mila detenuti, il 55,32% di questi in attesa di sentenza definitiva; il 15,2% viene arrestato per violazione della Legge Fini-Giovanardi sulle droghe leggere, il 3,2% per crimini di associazione a delinquere di stampo mafioso. È il caso di dire che spesso la detenzione è la soluzione per quelli che la madre di Giuseppe Saladino definisce “ladri di polli”; certo è più facile sbattere un giovane in una cella piuttosto che investire in strutture pubbliche di sostegno psicologico, di reinserimento sociale e lavorativo!

Gli immigrati sono il 37% della popolazione carceraria, erano il 29,3% prima della legge Bossi-Fini. Al Regina Coeli il 63% dei detenuti è di origine straniera, ci pare evidente il nesso con le politiche securitarie e xenofobe di Alemanno.

L’esasperata militarizzazione dei territori ha facilitato un ritorno della repressione fisica esercitata anche sui movimenti di lotta; è successo ad Acerra e Chiaiano, è successo a Genova nel 2001 e continua a succedere tutti i giorni nelle nostre città. La logica è punire, in ogni modo, chiunque alzi la testa!

Il silenzio comincia a rompersi con la storia di Stefano, molti sono i presidi fatti per tutti i morti ammazzati dalle forze dell’ordine, sono nati comitati per Marcello, Stefano, Aldo, Aldro, massacrato a Ferrara dopo un fermo. La rabbia per la morte selvaggia di Stefano è il punto di partenza per riprendere una lotta più generale sui diritti in questo paese e legarla alla lotte più generali per i diritti democratici, per uno stato sociale all’altezza, per una scuola migliore, per un lavoro sicuro e dignitoso. Il disagio che soprattutto le nuove generazioni vivono e che si riflette in un aumento nell’utilizzo di sostanze stupefacenti e di “piccoli” crimini non si combatte con la reclusione, con la repressione sfrenata; il vero antidoto è lottare contro il sistema che genera questo malessere. L’unico modo per dare dignità a queste morti è indignarsi, lottare insieme e non arrendersi!

 
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