Twitter Facebook
logo

Prossime iniziative

nuova edizione

Richiedilo, scrivendo a redazione@marxismo.net (prezzo: 2,50 euro)

Sostienici

I nostri libri

 

Mailing list

Iscriviti alla nostra mailing list

Articolo18 - Nuovo attacco targato Pd PDF Stampa E-mail
Politica Italiana
Scritto da Davide Bacchelli*   
Giovedì 18 Giugno 2009 06:15

Sui quotidiani italiani si  è aperto un dibattito tra economisti, politici e dirigenti sindacali, intorno al cosiddetto “contratto unico” che dovrebbe superare il dualismo tra i lavoratori a tempo indeterminato, tutelati contro i licenziamenti senza giusta causa dall’art. 18, e i lavoratori precari.

La discussione è incentrata sulle proposte avanzate nel libro degli economisti Tito Boeri e Pietro Garibaldi Un nuovo contratto per tutti del 2008, e soprattutto il disegno di legge n.1481/2009 di 33 senatori Pd, primo firmatario Pietro Ichino, tra i quali spicca Emma Bonino che nel 2000 voleva cancellare l’art.18 con un referendum. Entrambi i testi sono ispirati allo stesso intendimento di fondo, ovvero permettere alle aziende di utilizzare senza vincoli il rubinetto occupazionale per prevenire i momenti di crisi sospendendo per tre anni (Boeri-Garibaldi) o fino a 20 anni (Ichino) le tutele contro i licenziamenti per necessità economiche o organizzative delle aziende.
In nome della massima flessibilità a tutela degli intoccabili interessi del profitto (mascherata con l’argomento di dare maggior tutela ai precari), si vuole dare mano libera ai licenziamenti individuali e smantellare l’attuale contratto a tempo indeterminato con cui ancora oggi vengono assunti oltre il 25% dei lavoratori.

La proposta Boeri-Garibaldi

Boeri e Garibaldi parlano di contratto unico, che non eliminerebbe però né i contratti a tempo indeterminato in essere, né le forme di lavoro atipico esistenti, alla condizione che si adeguino agli standard minimi del nuovo contratto. Perciò si istituisce il salario minimo nazionale  per tutte le tipologie di contratto, deciso anno per anno da una commissione istituita dal Ministero del Lavoro. Questo salario minimo sarà necessariamente più basso di quello previsto nei contratti collettivi nazionali di lavoro, per non incentivare il lavoro irregolare. Se aggiungiamo le possibilità di derogare in peggio il salario a livello aziendale o territoriale per motivi di concorrenza, previste dall’accordo separato sul modello contrattuale firmato il 22 gennaio scorso, non è difficile immaginare una spirale a perdere per le tasche dei lavoratori.
L’assunzione sarà a tempo indeterminato, ma per i primi tre anni, la fase di inserimento, il lavoratore potrà essere licenziato in qualsiasi momento dietro compensazione monetaria pari al salario di 15 giorni per ogni tre mesi lavorati, quindi un massimo di tre mensilità alla fine dei 3 anni. Si applica l’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori solo nel caso di licenziamento per motivi discriminatori: in pratica basterà dichiarare un qualsiasi necessità economica o organizzativa e il lavoratore è licenziato.
Il “contratto unico” Boeri-Garibaldi in realtà è un “ulteriore contratto” oltre alle decine di forme di precarietà esistenti in alternativa al contratto a tempo indeterminato a piene tutele. Il suo limite, secondo i criteri maggioritari nella burocrazia sindacale, è quello di non prevedere meccanismi concertativi nella sua attuazione a differenza del disegno di legge Ichino.

La proposta Ichino

Al centro di questa proposta è il “contratto di transizione”, un contratto collettivo con cui un gruppo di imprese e uno o più sindacati si impegnano a garantire ai nuovi assunti standard di sicurezza in azienda e nel mercato del lavoro in grado di conciliare il massimo possibile di flessibilità nella prestazione lavorativa. Dopo sei mesi di prova, l’articolo 18 verrà applicato solo ai licenziamento discriminatori o di “mero capriccio” quando il lavoratore ne faccia denuncia, privilegiando il risarcimento monetario rispetto al reintegro nel posto di lavoro. Nel caso in cui il licenziamento dipenda da motivi economici e organizzativi – ed è facile immaginare che questa sarà la causa di qualunque licenziamento – può essere stipulato dal lavoratore un “contratto di ricollocazione al lavoro”, una sorta di “assicurazione contro la disoccupazione e per la riqualificazione e ricerca di nuova collocazione” gestito da un ente bilaterale paritetico tra aziende e sindacati, o da un consorzio di sole aziende. Al lavoratore con almeno un anno di anzianità viene garantita una indennità di disoccupazione della durata del rapporto di lavoro intercorso per un massimo di 4 anni, pari al 90% dell’ultima retribuzione per il primo anno e che diminuisce del 10% per ognuno degli anni successivi. Su questo trattamento complementare non graverà la contribuzione previdenziale, e parte del costo è coperto dalla indennità di disoccupazione Inps, per un costo massimo dell’azienda dopo 4 anni di 21 mensilità, che l’esperienza dimostra essere molto inferiore a quello delle buonuscite o degli indennizzi in caso di licenziamento senza giusta causa.
In questo periodo il lavoratore è obbligato a partecipare a tempo pieno ad iniziative di riqualificazione e ricerca di nuova occupazione sotto il potere direttivo e di controllo dell’ente bilaterale o consortile tramite un tutor. Nulla si dice su eventuali vincoli della nuova occupazione rispetto alla condizione personale del lavoratore, ad esempio la distanza dall’abitazione all’azienda, che possono causare la “libera” recessione del lavoratore dal contratto di ricollocazione, mentre l’ente può recedere nel caso di inadempimento degli obblighi da parte del lavoratore. Il risultato è comunque il licenziamento senza tutele. Il finanziamento dell’ente è a carico delle imprese, ma è prevista la possibilità di accedere a contributi delle regioni e del Fondo Sociale Europeo. Nel caso di licenziamento in cui non venga stipulato un “contratto di ricollocazione al lavoro”, al lavoratore viene riconosciuta una indennità pari a una mensilità per ogni anno di anzianità. L’articolo 18 torna ad essere pienamente applicato solo quando l’esperienza accumulata dal lavoratore non può giustificare il licenziamento per motivazioni economiche o organizzative: dopo almeno 20 anni di anzianità di servizio!
Ichino propone inoltre di rendere applicabile questo nuovo regime anche ai lavoratori già assunti a tempo inderminato, tramite un accordo aziendale sottoscritto da uno o più sindacati che hanno raccolto la maggioranza dei voti alle elezioni delle Rsu o a seguito di referendum proposto a tutti i dipendenti da uno o più sindacati non maggioritari e non di comodo che abbia raccolto il voto favorevole della maggioranza dei votanti. Nulla è detto rispetto al quorum.
Come la proposta Boeri-Garibaldi, anche qui abbiamo un sistema costruito per manomettere l’articolo 18 che non cancella tutte le forme di contratti a tempo determinato, anzi esclude esplicitamente tutte le forme di contratti stagionali.
Per il governo e Confindustria la discussione intorno al contratto unico oggi non rappresenta una priorità, anche se ci sono diversi parlamentari del Pdl disponibili a firmare il disegno di legge Ichino, come ha sottolineato a Tg1 Economia del 7 aprile Franco Debenedetti, manager ex-senatore Ds.

In Cgil c’è chi ci spera

La rottura sindacale con Cisl-Uil è sempre stata mal digerita dall’apparato della Cgil vicino al Pd, e la discussione intorno al contratto unico potrebbe diventare il collante per una nuova unità sindacale in nome della (falsa) lotta contro il precariato e la crescita della competitività dell’economia italiana attraverso un rilancio della concertazione. E a pagare un conto salatissimo saranno i lavoratori.
Sulle pagine de il Riformista sia la segretaria nazionale della Cgil Nicoletta Rocchi, che il segretario generale della Funzione Pubblica Cgil Carlo Podda si sono dichiarati favorevoli a discutere di contratto unico sul modello Boeri-Garibaldi e Ichino. Per Nicoletta Rocchi si può anche sospendere l’art. 18 visto che per la maggioranza delle assunzioni, oggi a tempo determinato, non esiste proprio, quindi è ora che assumiamo una posizione riformista. Anche Podda è per il contratto unico che sostituisca tutte le forme atipiche esistenti. Peccato che faccia rientrare dalla finestra la precarietà sospendendo per almeno tre anni l’articolo 18 per tutti.
Da anni gli economisti di casa democratica sostengono che per unificare il mondo del lavoro oggi frammentato dalla precarizzazione sia necessario abbassare le tutele e in particolare abolire o rendere simbolico l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. È vero invece l’esatto contrario: l’indebolimento di qualsiasi settore dei lavoratori non porta maggiore omogeneità, ma solo ulteriori divisioni, discriminazioni e ingiustizie. È questa la legge degli ultimi 17 anni di concertazione e di leggi precarizzatrici.
è ora di dire basta a pacchetto Treu, legge 30 e affini. La Cgil non può stare con i lavoratori e anche con i padroni e i sindacati loro complici. Sarà questo il cuore della discussione al prossimo congresso nazionale, e già da ora deve essere la direzione da indicare al movimento operaio se vogliamo far pagare la crisi a lorsignori.

* Direttivo Cgil Bologna
 
Joomla SEO powered by JoomSEF

PRC

Internazionale

Economia

Storia e Memoria


FalceMartello
Licenza Creative Commons