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| 300mila a Roma l’11 ottobre - Non è che l’inizio! |
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| Politica Italiana | |||
| Scritto da La redazione | |||
| Lunedì 20 Ottobre 2008 07:56 | |||
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L'editoriale del nuovo numero di FalceMartello Sabato 11 ottobre 300mila persone hanno manifestato a Roma il che ci permette di dire alcune cose chiare e precise: - il paese non è normalizzato, la capacità dimostrata dalle destre di fare egemonia è un processo non consolidato che può essere ribaltato se a sinistra si mette in campo un progetto alternativo contro un capitalismo predatore che rischia di farci affondare nelle sue contraddizioni. - una sinistra socialmente e politicamente qualificata può risorgere dalle ceneri del 14 aprile a condizione che metta al centro della propria azione il conflitto e la rottura di ogni logica concertativa. - i comunisti non solo esistono e non sono affatto residuali, ma come dimostra la marea di bandiere rosse presenti alla manifestazione sono il motore propulsivo di qualsiasi percorso per la costruzione di un’alternativa di sinistra in Italia. Qui non siamo di fronte alla parata dell’orgoglio comunista! come qualcuno l’ha definita sfilando dietro striscioni filo-putiniani come “Georgia nazista, dalla parte della Russia”. Non è a partire da posizioni tardo-staliniane che possiamo tirarci fuori dal guado. Vogliamo ricordare che l’essenza del pensiero marxiano è in ultima analisi quella di legare indissolubilmente la critica al capitalismo a un progetto politico di liberazione che veda negli oppressi, negli sfruttati e non negli Stati, i soggetti della rivoluzione e della trasformazione sociale. La questione è ripartire dalla classe lavoratrice appunto, quella classe che in questi anni ha scontato un duro isolamento, ha pagato per il tradimento dei suoi dirigenti (non troviamo altro termine per definirli) un prezzo enorme in termini di sofferenza, morti e qualità della vita. Che dopo essere stata abbandonata è stata anche sbeffeggiata da chi in Rifondazione, riempiva i muri delle città con un manifesto che dopo l’approvazione della Finanziaria del governo Prodi diceva: “Anche i ricchi piangano”. Tra questi solerti dirigenti c’era Paolo Ferrero, non lo dimentichiamo, che come si vede nell’intervista che ci ha rilasciato (pag. 8) oggi dice cose diverse, che non rappresentano le posizioni di questa rivista, ma che certamente mostrano che qualcosa a sinistra sta cambiando. Si è chiusa la fase del bertinottismo, che nel bene e nel male ha messo un’mpronta sulla sinistra e il movimento operaio italiano per oltre un quindicennio. Fausto Bertinotti è salito agli onori della cronaca come un leader della sinistra sindacale, e poi del Prc, che rompeva con la tradizione togliattiana (e in questo non fatichiamo a riconoscere i suoi meriti), ma ha chiuso la sua carriera politica facendosi garante (da Presidente della Camera) della più disastrosa esperienza di collaborazione di classe, in un governo di centrosinistra, che la storia abbia conosciuto, almeno nel nostro paese. Bertinotti, l’innovatore del comunismo in Italia, e come tale riconosciuto internazionalmente, non ha saputo offrire come alternativa alla crisi dello stalinismo niente di meglio che la socialdemocrazia nella sua versione più putrida e compromessa. Oggi dichiara che la parola comunismo gli fa orrore, ma è grazie a tutto ciò che di positivo questa parola rappresenta che un socialista di sinistra quale lui era, e in fondo è sempre stato, è potuto diventare ciò che è diventato.
Chianciano ha avuto una sua prima importante conferma. Esiste la “massa critica” necessaria per rilanciare la rifondazione comunista e formare un coordinamento delle forze della sinistra anticapitalista in questo paese. Il partito deve però investire sulle prossime scadenze di lotta: lo sciopero dei sindacati di base del 17 ottobre, della scuola il 30, del commercio il 15 novembre fino ad arrivare ad uno vero e proprio sciopero generale nazionale che paralizzi il paese. Le esitazioni del gruppo dirigente della Cgil non possono esimerci dall’obbligo di avanzare questa parola d’ordine, di articolarla con una seria campagna d’autunno che dia fiducia e speranza alla nostra base, ai lavoratori che attendono delle parole chiare al riguardo. Il coordinamento delle forze della sinistra di cui parla Ferrero ha senso solo se questa unità non si crea su piattaforme arretrate o appelli scialbi come tutto sommato era quello che ha convocato la manifestazione dell’11 ottobre. Dobbiamo costruire l’unità a sinistra su contenuti di classe e piattaforme che siano all’altezza dello scontro in atto. Il Pd non può seguirci e non ci seguirà su questo terreno. La manifestazione del 25 ottobre, aldilà delle dimensioni che assumerà e dalle intenzione di chi ci andrà, guarda in altre direzioni: unità nazionale, pace sociale, concertazione politica e sindacale. Su questa strada la vittoria per Berlusconi è assicurata. Non è di un’opposizione di sua maestà che abbiamo bisogno. Questo faticano a comprenderlo i compagni dell’area Vendola, ma anche molti nella maggioranza del Prc che insistono a più riprese sulle presunte “contraddizioni” interne al fronte democratico. Nessuno chiude gli occhi sul fatto che nel Pd esistono contraddizioni, ma ciò che conta è che queste possono assumere un carattere dirompente solo se la sinistra d’opposizione, Rifondazione in testa, mantiene un’assoluta indipendenza ed alternatività a un gruppo dirigente che è stato completamente conquistato dalle leggi del mercato e che non si sogna di rimetterle in discussione neanche quando queste mostrano il loro sonoro fallimento. Né d’altra parte possiamo scendere a patti con il populismo reazionario di Di Pietro che si oppone al berlusconismo a partire dal giustizialismo e da una connotazione di classe profondamente anti-operaia. Lo spazio conquistato dall’ex giudice di Mani Pulite si spiega solo con la totale abdicazione della sinistra dalla sua missione sociale: la difesa del lavoro dipendente, degli oppressi, degli sfruttati, dei deboli.
In questa nuova maggioranza di Rifondazione Comunista ci stiamo “liberamente”, abbiamo contribuito a sconfiggere la linea liquidatoria di Vendola, ma non dimentichiamo il passato, né ci facciamo illusioni sul nuovo gruppo dirigente del partito che in buona parte è “riciclato” e non ha cambiato idea sulle pratiche politiche del passato. Il disgelo delle lotte sociali ci aiuta a condurre questa battaglia tesa a rivoltare Rifondazione Comunista come un calzino e renderla uno strumento delle classi subalterne utile alla trasformazione della società. Il capitalismo è alla frutta ma non ci farà la cortesia di mettersi da parte da solo. Tocca a noi aprire la strada a una società non governata dal profitto. Molti si domandano come farlo. L’unica risposta che abbiamo è lavorare per inceppare il meccanismo di accumulazione capitalistica e la diseguale spartizione della ricchezza, con l’arma dello sciopero e della mobilitazione, aggregando forze attorno ad un programma di classe. Nessuna rivoluzione o trasformazione sociale che meriti questo nome è mai partita con un progetto chiaro e definito che qualcuno aveva in testa già prima nei minimi dettagli. Chi dà questa rappresentazione della storia ne fa una caricatura. L’importante è partire, costruire un partito realmente anticapitalista con solide basi politiche, teoriche e organizzative che investa sul conflitto sociale. Il resto verrà da sé. Come diceva Marx: il comunismo è il movimento reale che abolisce lo stato di cose presenti. Manteniamoci fedeli a questa massima e costruiamo su questa prospettiva un percorso che per quanto aperto non si discosta dalle vecchie buone idee del movimento operaio che una volta di più in questa crisi dei mercati mondiali hanno dimostrato la loro validità. Un certo tipo di innovazione l’abbiamo provata, sappiamo dove conduce; in fondo la nostra gente è stanca di inseguire farfalle per poi trovarsi con un pugno di mosche in mano.
(14 ottobre 2008)
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