FalceMartello n° 95

La crisi delle pensioni

Quando la matematica è di parte

Si sente dire spesso che la matematica non è un’opinione. Questo è sbagliato persino nella matematica moderna e sicuramente non vale in politica. Si potrebbe obbiettare che i dati sono quelli e sulle cifre non si può discutere. In realtà lo stesso modo con cui le cifre vengono create ha ben poco di neutrale, ma qui non ci interessa questo aspetto. Ci interessa invece vedere come i giornali borghesi utilizzino alcuni dati per mostrare come il sistema pensionistico sia allo sfascio e la spesa previdenziale vada sempre aumentando. Vediamo su quali basi i giornali costruiscono il loro inno alle assicurazioni private.

a) dal ‘80 al ‘92 la spesa per le pensioni è cresciuta di 5 volte (da 42 a 215 mila miliardi).

Iniziamo col dire che nel frattempo i prezzi sono saliti di 3 volte. La crescita reale è dunque molto minore. Nel frattempo il Prodotto interno lordo è anch’esso cresciuto di 5 volte,in lire correnti quindi almeno in quel periodo non si è speso relativamente di più.

b) nel ‘60 la spesa pensionistica era il 5% sul Pil e nel ‘90 il 14%.

Questo dato sembra mostrare un’irresistibile crescita. Il fatto è che questa crescita dipende dal Pil e non dalle pensioni, nel senso che il capitalismo negli ultimi venti anni non cresce più come una volta, perfino nei periodi migliori (‘86-’89). Infatti la crescita media del Pil negli ultimi dieci anni è stata un misero 2,1%, contro il 9,8% del periodo ‘58-’72. Si capisce bene che con un’economia così stagnante perfino durante i boom è inevitabile un aumento del peso relativo della spesa pensionistica.

Ma questo si cura permettendo all’economia di crescere e non deprimendo anche le pensioni! Attualmente la pensione media mensile è di meno di 900mila lire, che è già una fame. Se la spesa pensionistica fosse ridotta al 5% del Pil però, le pensioni pagate sarebbero in media di 300mila lire! Ben 10mila lire al giorno con cui i pensionati potrebbero decidere se andare alle Maldive o comprarsi una Ferrari.

c) dal ‘80 al ‘92 il numero dei pensionati è cresciuto da 17 a 20,5 milioni.

Il governo legge questa come una notizia catastrofica. In realtà se fosse stata causata solo dall’aumento della durata media della vita dovrebbe essere letta come un successo almeno del sistema sanitario, ma non è così. La realtà è che questa cifra è stata gonfiata dalle centinaia di migliaia di prepensionamenti, e altre forme di incentivi ad andarsene, che il governo ha concesso con manica larga ai padroni per permettergli di ristrutturare. Dopo la sconfitta dell’80 un milione di lavoratori è stato espulso dal ciclo produttivo. Sono forse rientrati in qualche modo? No, perché la disoccupazione è aumentata da allora e tocca ora i 3 milioni. Anche qui il problema non è che ci sono troppi pensionati, quanto che il capitalismo non è più in grado di creare occupazione. Negli anni ‘50 non solo l’Italia era in ginocchio per le distruzioni di guerra, ma c’erano migliaia e migliaia di pensioni da pagare a chi era stato mandato al macello nelle varie guerre volute dai fascisti. Eppure non era un problema trovare le risorse per tutto questo, per il semplice fatto che l’economia tirava. Se quei tre milioni di disoccupati e sottoccupati potessero lavorare, i loro contributi sanerebbero tranquillamente il problema della crescita del numero di pensionati. Cosa fa allora lo stato italiano? Fa passare misure, come il lavoro interinale, che aiutando le assunzioni in nero deprimono i bilanci dell’Inps…

Colpire i Bot non le pensioni!

L’unica cosa vera che viene detta da tutta la propaganda sulle pensioni è che per circa 60 anni, a partire dalla fine del secolo, ci sarà in alcuni paesi, come l’Italia, uno squilibrio numerico tra anziani e lavoratori. Non ci occupiamo qui del piccolo particolare che a livello mondiale nei prossimi 50 anni nasceranno non meno di 8-9 miliardi di persone. Vediamo come si può risolvere il problema. Prendiamo questi ultimi dodici anni. I pensionati sono cresciuti di circa l’uno e mezzo per cento l’anno. Se nel frattempo la produttività media e le tasse fossero cresciute nella stessa percentuale avremmo un equilibrio. I dati forniscono queste cifre: in dieci anni le tasse sono aumentate di tre volte (qualcosa in più quindi dell’uno e mezzo %!). Ora consideriamo il Pil: è cresciuto di 5 volte, come visto. Ma questa produzione maggiore è stata ottenuta con lo stesso numero di lavoratori, anzi con meno, visto che nel ‘80 i lavoratori attivi erano 20.531.000 contro i 20.427.000 dello scorso anno. A chi è andato questo enorme aumento di produttività? Inutile dirlo.

Il debito dello stato italiano è enorme, non c’è dubbio, ma qual è la voce che cresce più velocemente? In dodici anni la spesa per pensioni è passata, come detto, dal 5 al 14%. Ma solo negli ultimi dieci anni il debito dello stato in titoli pubblici è passato da circa il 60 a oltre il 100%; solo i titoli a scadenza annuale sono oggi 400mila miliardi (il 25% del Pil). È un fatto che la stragrande maggioranza dei titoli pubblici sono in mano a banche, assicurazioni e famiglie ricche. Solo le banche hanno circa 350mila miliardi di titoli. Ipotizziamo un interesse reale su questi titoli del 5%. Vuol dire che lo stato versa alle banche ogni anno 16mila miliardi solo di interessi. Con la stessa cifra si pagherebbero oltre un milione e mezzo di pensionati! Una cifra simile si otterrebbe anche se i padroni pagassero le tasse che il loro stato gli chiede formalmente, salvo poi dimenticarsi di prenderle (per poi fare un bel condono magari…). Ecco qua che i tre milioni di nuovi pensionati degli ultimi dodici anni potrebbero essere pagati se gli interessi sui titoli pubblici detenuti da padroni, banche e assicurazioni fossero usati a questo fine. Ho l’impressione che questa soluzione non sembrerà per nulla ragionevole ai capitalisti.

Riassumendo potremo dire che in un certo senso è vero che la previdenza pubblica è in crisi. È in crisi come tutto il resto della finanza pubblica ed è in crisi come il capitalismo in generale. L’economia gestita dai padroni non è in grado di generare posti di lavoro, crescita, benessere. È dunque inevitabile che non sia in grado di pagare le pensioni, curare i malati, educare i nostri figli. Tentare di risolvere questi problemi con più capitalismo, più mercato, come vorrebbero quelli che stanno privatizzando la previdenza e il resto, sarebbe come curare un alcolizzato immergendolo in una tinozza di rum. Nel 1991 Agnelli pronunciò la famosa frase: "la festa è finita". Ora che per loro la festa ricomincia, i padroni si sono premurati di recapitarci il conto della festa precedente. È il caso di dire che hanno fatto i conti senza l’oste. Come dicevano gli operai allo sciopero generale: i padroni cenano contenti ma questa volta la prendono sui denti!


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