FalceMartello n° 122 * 27-2-1998

I fondi pensione non migliorano la nostra vita

 

A giudicare dal crollo dei salari reali e dal massacro delle conquiste sociali del dopoguerra la politica della "concertazione" ha significato una serie inarrestabile di sconfitte e arretramenti. Ma adesso, finalmente, i dirigenti sindacali si sono decisi a risolvere una volta per sempre la situazione infelice in cui versano i lavoratori italiani. Come? Speculando in borsa.

 

di Lorenzo Esposito

 

Nel Metallurgico del dicembre del 1997, rivista della Fiom lombarda, vi è un articolo che presentando il fondo pensioni per i metalmeccanici inizia ricordando il vecchio adagio "chi non risica non rosica" per introdurre l’aspetto chiave dell’investimento, ovvero che tanto più rischioso è, tanto più rende. Si prosegue con tabelle e grafici che spiegano come si calcola il rischio, come si trova l’investimento efficiente ecc.. Si conclude che… "All’inizio Cometa…farà politiche di grande prudenza…In un secondo tempo si potrà decidere di dividere gli associati per propensione al rischio e costruire portafogli diversi".

Certamente la presenza di numeri e grafici rende il tutto più "professionale" e incomprensibile per un lavoratore, ma la sostanza dell’articolo esprime al massimo grado l’appiattimento dei vertici sindacali alla logica capitalista. Cominciamo col dire che tutta la teoria su cui si basa la costruzione dell’articolo è criticata dagli stessi esperti di finanza per la sua evidente incapacità a spiegare i veri rischi nell’investimento finanziario. In particolare poco spiega delle crisi spaventose che ciclicamente investono i mercati finanziari facendoli crollare. In secondo luogo i capitalisti investono i propri soldi per tempi molto limitati.

Il 95% degli scambi internazionali sono pura speculazione di breve periodo, volte pochi minuti! Un metalmeccanico però non ha molto tempo per seguire l’andamento delle borse e precipitarsi a spostare i propri soldi. In pratica il fondo pensione verrebbe usato dai capitalisti come una fonte di denaro a buon mercato da usare per i propri scopi.

Facciamo un caso concreto. Immaginiamo che il fondo pensione fosse stato costituito dieci anni fa, poco dopo il crollo di Wall Street del’87. Dove avrebbe investito? Senz’altro in Giappone, che era una delle borse più in crescita e con dietro a sé la seconda potenza economica. La società incaricata di gestire il fondo avrebbe destinato i soldi alla borsa giapponese il cui indice allora si aggirava sui 40.000 punti. Purtroppo, dopo due anni, la borsa giapponese cominciò a crollare e ancora oggi, dopo dieci anni, vale circa 16.000 punti, ovvero poco più di un terzo di allora e non accenna a risalire. Nel processo del crollo finanziario giapponese si è distrutto il 35% della ricchezza delle famiglie giapponesi. Il fondo avrebbe dunque perso due terzi del suo valore, con tanti auguri per i metalmeccanici che ci fossero caduti.

Ma ammettiamo che la società di gestione del fondo, grazie alla sua professionalità, avesse investito, dopo il crollo della borsa di Tokyo, nell’area che cresceva di più nel mondo, nel sud est asiatico, in particolare la Corea. Avrebbe fatto affari d’oro…all’inizio. Oggi si vede che fine avrebbero fatto le pensioni dei lavoratori.

 

Cos’č la speculazione?

 

Ma c’è un aspetto ancora più grave degli inevitabili crolli di borsa che accompagnano la vita dei mercati finanziari. Ammettiamo pure che il fondo venga investito bene e appena prima del crollo delle borse nel Sud est asiatico abbia spostato i propri capitali in Europa o negli USA. A che cosa servono i soldi dei partecipanti al fondo? Che cosa significa investire nel sud est asiatico in concreto? Significa partecipare all’ignobile sfruttamento della classe operaia coreana, cinese e asiatica in generale.

Solo nel distretto di Canton ci sono mezzo milione di bambini che lavorano in fabbrica. Quante di queste fabbriche sono state costruite con i soldi dei fondi pensione americani o europei? Lo stesso succede in Messico, in Brasile o anche in Europa.

Tutto ciò fa sorgere un interrogativo: che politica sindacale farà la Fiom in quelle fabbriche di cui il fondo pensione detiene delle quote azionarie? Sicuramente non vorrà far crollare le quotazioni della società con attività "antiquate" come scioperi e lotte sindacali!

Sicuramente il sindacato avrà una difficoltà ulteriore a rappresentare gli interessi dei lavoratori.

 

Il documento sul fondo Co.met.a.

 

I lavoratori sono sotto attacco in quasi ogni posto di lavoro, andrebbero organizzate discussioni tra i delegati per analizzare come controbattere a questi attacchi. Ma la Fiom sceglie 100 rappresentanti per costituire un coordinamento nazionale di…promotori finanziari.

Tale coordinamento dovrebbe servirsi della struttura dei delegati di fabbrica e di ufficio per pubblicizzare il fondo pensione Co.met.a.

Come faranno i delegati a convincere i propri colleghi a iscriversi al fondo? Basterà ricordare, come fa il fascicolo, che "questo strumento assumerà, con il passare degli anni, un ruolo sempre più importante".

Quest’idea è molto rivelatrice, forse troppo. Rivela che la direzione della Fiom si aspetta, per gli anni a venire, il definitivo tramonto della pensione pubblica e la distruzione del ruolo dello Stato sociale.

Ma se è così forse occorrerebbe avvertire i lavoratori di questo e cominciare a lottare, non costituire un fondo pensione! Non dovrebbe essere il sindacato a lottare per evitare questi arretramenti sociali? No, i nostri dirigenti si attendono un ulteriore peggioramento dello Stato sociale e preferiscono cercare strade alternative.

Ma ovviamente, si sostiene, "i lavoratori si associano a fini previdenziali non speculativi". Senz’altro non molti metalmeccanici amano immaginarsi nei panni di un investitore d’assalto. Il punto è che saranno appunto questi signori a gestire i nostri soldi.

Infatti, e su ciò l’opuscolo è chiarissimo, "la gestione finanziaria non compete al fondo". Certo, i soldi presi ai lavoratori servirebbero per garantire una vecchiaia serena, ma questo non è l’obiettivo delle società di gestione.

Queste non esistono per garantire la vecchiaia a nessuno, ma solo per garantirsi il massimo guadagno. Chiunque abbia una benché minima cognizione di come funzionano i mercati finanziari sa che dividere la speculazione dagli affari "sani" è impossibile e soprattutto non ha alcun senso. È nella logica delle cose che i mercati si basino sulla speculazione.

Certo, il Ministro del tesoro o la Banca d’Italia emetteranno svariate leggi contro i rischi "eccessivi" di questi fondi, ma senza cambiare alcunché. Sarebbe come fare inviti alla prudenza a un pilota di formula uno.

Se questi non prendessero rischi non avrebbero ragion d’essere. Proprio come i mercati finanziari.

Ma nel libro dei sogni della Fiom si può fare speculazione con moderazione.

 

La contribuzione del’1% è solo l’antipasto

 

Nell’opuscolo si danno i dati della contribuzione al fondo. Si parla di un 2% della retribuzione lorda per chi è stato assunto dopo il ‘93 e un po’ meno per gli altri. Ora, in Italia ci sono circa 1.700.000 metalmeccanici.

Poniamo che la loro retribuzione media lorda sia 2.400.000 (un po’ ottimista come media!). Se anche tutti aderissero al fondo, questo raggiungerebbe meno di 82 miliardi l’anno. Chiaramente una cifra ridicola per le mire ingorde del padronato. Ecco però che, di soppiatto, si introduce nell’opuscolo uno studio del servizio studi della Cisl che considera parte del fondo pensione il 18% del tfr.

Dunque la contribuzione del’1% è solo l’antipasto. La verità è che il fondo pensioni andrà a mangiare, da subito, un quinto della liquidazione. Ovviamente il rischio di veder affondare la propria pensione con il crollo delle borse si estende in questo modo anche alla liquidazione. Ma in ogni caso si rimane sempre su cifre minime. Lo studio della Cisl calcola che, compreso il tfr, la contribuzione al fondo arriverà a un milione l’anno per persona.

Questo fa, sempre se tutti i metalmeccanici aderissero, meno di 2.000 miliardi l’anno. È ancora una cifra ridicola rispetto alle dimensioni dei mercati finanziari, perfino quelli sottosviluppati italiani. Non è per queste cifre che i padroni stanno distruggendo l’Inps. Non è per questo che stanno propagandando i fondi pensione privati come rimedio miracoloso ai nostri mali. Ciò significa che questi livelli di contribuzione sono solo l’inizio.

Sono tenuti bassi per rassicurare i lavoratori italiani abituati alla pensione pubblica e giustamente sospettosi verso i fondi pensione. Ma saremo facili profeti nel dire che la finalità dei padroni è aumentare quelle cifre di dieci, venti volte. Non c’è bisogno di aggiungere a chi verranno a chiedere il denaro per questo miracoloso sviluppo.

È necessario mettere in discussione la politica di concertazione con la controparte capitalista che da anni ci viene imposta dai vertici sindacali.

Non devono essere i padroni a decidere i nostri salari.

Si parla tanto di autonomia del sindacato ma l’autonomia significa innanzitutto autonomia dal padronato e dalle sue logiche.


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