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India-Pakistan: l'Hindustan Times intervista Lal Khan PDF Stampa E-mail
Internazionale
Scritto da FalceMartello   
Martedì 30 Ottobre 2007 06:03
 “La rivoluzione sociale è l’unica via d’uscita” 

Il quotidiano indiano Hindustan Times ha pubblicato un’intervista con Lal Khan nella sua edizione domenicale del 21 ottobre. In questo giornale, che dichiara di essere il più diffuso nel mondo con una tiratura di 35 milioni di copie, Lal Khan difende le idee della rivoluzione socialista.

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PARAMITA GHOSH ha intervistato Lal Khan, uno scritttore e attivista politico pakistano che si trovava a Delhi per il lancio del suo libro Partition – Could it be undone? (Separazione – Si può tornare indietro?, ndt). Quella dell’editore della rivista Asian Marxist Review è una prospettiva alternativa su molte delle questioni scottanti tra India e Pakistan.

Chi era Lal Khan? Non è il tuo vero nome.

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 Una foto di Lal Khan sull'Hindustan Times
"Gandhi in effetti voleva deviare in modo pacifico la lotta di classe"

Lal Khan era il nome di un sergente dell’esercito britannico in India. Era mio zio ed era stato prigioniero dei bolscevichi nel 1919 quando gli eserciti imperialisti attaccarono il nuovo Stato sovietico. Da bambino, ascoltavo le sue storie di come i Bolscevichi, in tempi di scarsità di cibo, rimanevano affamati ma nutrivano i loro prigionieri indiani. Rimasi colpito. Nel 1981, dovetti scegliere uno pseudonimo per continuare il mio lavoro sotto la dittatura di Zia. Scelsi Lal Khan. Lal significa “rosso”, e tutta un’ideologia. Ho lavorato con questo nome per più di 26 anni, sarebbe inutile cambiarlo adesso.

Hai parlato nel tuo libro dei pezzi grossi del subcontinente indiano – Gandhi, Nehru e Jinnah. Come hanno influenzato il modo in cui appare oggi il subcontinente da un punto di vista di classe?

Anche i portavoce autorevoli dell’imperialismo britannico ammisero la chiara contrapposizione di classe all’interno del movimento di liberazione. Ma questi politici poterono giocare questo ruolo soltanto perché i dirigenti del Partito Comunista Indiano rinunciarono alla lotta seguendo le istruzioni degli Stalinisti di Mosca, il cui unico interesse nella politica estera erano “gli interessi nazionali della Russia”, piuttosto che seguire la via marxista-leninista dell’internazionalismo proletario.

Il tuo atteggiamento verso Gandhi, ribalta l’ordinaria percezione popolare. Da un lato, è anche il Padre delle minoranze. Dall’altro, nel 1922, quando i soldati Hindu del Garhwal si rifiutarono di sparare su una dimostrazione anti-imperialista organizzata da musulmani, il tuo libro afferma che Gandhi si oppose a questo atto di non-violenza.

Il fondamento ideologico delle politiche di Gandhi era limitato nei confini delle relazioni socio-economiche semi-feudali, semi-capitaliste. Tutte le sue azioni politiche derivano da questa idea. Gandhi in effetti voleva deviare, seppur in modo pacifico, la lotta di classe. Poteva anche avere un’intenzione sincera di proteggere i musulmani, ma una volta si scatenarono le forze della reazione e dell’odio sciovinista, non riuscì a fermarle.

La borghesia indiana non potrà mai condurre una lotta rivoluzionaria, disse Leon Trotsky, che definì Gandhi un leader artificiale e un falso profeta. Diresti lo stesso di Jinnah? Citi una cena a base di ostriche all’hotel Waldorf nel 1933 quando rise all’idea del Pakistan, definendola inutile.

Ci furono innumerevoli zigzag nel percorso dall’hotel Waldorf all’assemblea di Karachi nel 1947. tutti i dirigenti cambiarono attraverso le dinamiche del movimento e le esigenze dei diritti acquisiti della classe che rappresentavano. Anche Jinnah fu vulnerabile a queste dinamiche. Anche se Trotsky non parlò mai di quest’ultimo a livello individuale, ma dal punto di vista della sua teoria della rivoluzione permanente, l’analisi di Trotsky su Jinnah non sarebbe stata diversa da quella su Gandhi.

Il Pakistan è stato quasi sempre sotto una dittatura militare. Ha avuto un governo democraticamente eletto solo tre volte in 60 anni. È un fallimento delle politiche di sinistra che il marxismo non abbia mai avuto un’opportunità, nemmeno come “esperimento”?

Nel 1968-69 ci fu una rivoluzione in Pakistan. Gli operai occuparono le fabbriche, i contadini assediarono i latifondi e i giovani si riversarono nelle strade. Il Partito Popolare Pakistano fu un prodotto di questa rivoluzione. Zulfigar Bhutto riconobbe che la natura del movimento era socialista. In ogni caso le linee di contrasto fondamentali in Pakistan non sono tra democrazia e dittatura militare, né tra estremismo e linea moderata. La contraddizione fondamentale sono gli interessi di classe e non potrà mai esserci stabilità nel paese se questa contraddizione non verrà risolta.

Nel 2008 vedremo una svolta politica in Kashmir?

Le classi dominanti di India e Pakistan hanno usato e abusato della questione del Kashmir per sessant’anni. Non possono lanciare una guerra in campo aperto. Né possono accettare la pace. I loro sistemi politici non consentono loro molte opzioni. Una federazione socialista su basi volontarie di tutto il subcontinente indiano sarebbe l’unica garanzia per l’autentica libertà ed emancipazione degli oppressi del Kashmir.

In Pakistan, la giunta militare è stata, in un certo senso, promotrice dei diritti liberali. I partiti democratici come il PPP sono corrotti e screditati. Dall’altra parte, ci sono forze religiose fondamentaliste. Da che parte andrà il Pakistan?

L’imperialismo e l’oscurantismo religioso sono due facce della stessa medaglia. Il movimento di massa è rifiutato dagli intellettuali più in voga, che non fanno che prevedere disgrazie e uno scenario pessimista. La rivoluzione sociale è l’unica via d’uscita.

Sinistra indiana e pakistana – che legame c’è fra le due?

Non possono aversi due rivoluzioni distinte in India e Pakistan. Cinquemila anni di storia comune sono troppo forti per essere divisi dalla smembramento del subcontinente. Possiamo imparare a vicenda dalle rispettive esperienze. Ovviamente l’opposizione all’accordo nucleare è un fatto positivo. Ma da un punto di vista marxista non è la questione più importante. La sinistra dovrebbe cercare di comprendere che la natura fondamentale della rivoluzione indiana non è nazional-democratica, bensì socialista. Il voto massiccio per la sinistra nelle elezioni indiane del 2004 era a favore di un cambiamento rivoluzionario e non per il mantenimento dello status quo. La prossima volta tutta questa gente non si presenterà alle urne.

23 ottobre 2007 

 

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