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| Internazionale | |||||
| Scritto da Manzoor Ahmed | |||||
| Martedì 14 Marzo 2006 09:05 | |||||
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Tra mobilitazioni di massa e lotta parlamentare Ad un incontro della nostra tendenza internazionale tenutosi a Gennaio, Manzoor Ahmed, deputato marxista del parlamento pakistano, ha parlato dell’ esperienza fatta visitando le zone colpite dal terremoto, sottolineando come i compagni di The Struggle (La Lotta, ndt) stiano lavorando per costruire una tendenza marxista di massa tra i giovani e nel movimento operaio pakistano. Compagni, credo che il terremoto in Kashmir e nelle zone settentrionali del Pakistan, debba essere considerata la più grave tragedia nella storia del paese. Un episodio drammatico è sufficiente per chiarire meglio la situazione. Undici studentesse sono rimaste intrappolate nella biblioteca di una scuola crollata. Sono rimaste vive per quattro giorni. Parlavano, gridavano i loro nomi, chiedevano aiuto. E tanta gente era arrivata. Molta di loro hanno parlato con loro senza poter fare nulla per aiutarle. Le ragazze piangevano chiamando i loro fratelli, padri, genitori. Dopo quattro giorni, il silenzio. Tutte le ragazze erano morte. Pensate a loro per un momento. Probabilmente qualcuna è morta mentre le altre potevano solo guardare, e forse una di loro è rimasta sola con dieci compagne senza vita. Sono stato sul posto - il distretto di Bhag - e ho illustrato questa tragedia in parlamento. C’erano molti parlamentari presenti durante la mia visita a Bhag, e uno di loro si è alzato in piedi chiedendomi se avessi parlato personalmente con queste ragazze. Compagni, la realtà è che questa storia è la storia di ogni città, ogni villaggio, ogni casa ed ogni famiglia pakistana. Anche sei nostri compagni hanno perso la vita lì. Tutto ciò rende evidente la crisi dello stato, che è arrivato in queste zone solo cinque giorni dopo il terremoto. In tutto il distretto di Bhag c’erano solo quattro bulldozer. Uno era rotto a causa del sisma mentre i tre di proprietà dell’esercito erano fuori uso malgrado all’esercito stesso sia destinata la fetta più grossa nella torta del bilancio dello stato pakistano. Si è palesata la situazione in cui si trovano le infrastrutture militari. Solo 16 elicotteri funzionanti. Ricordiamo che ci sono stati oltre 100.000 morti e oltre 100.000 feriti. Per settimane la gente di queste zone si è trovata senza cibo, riparo, medicine. Inizialmente lo stato è sembrato proprio inesistente. La gente - i giovani, gli studenti, di medicina ma non solo - ha risposto tempestivamente, a differenza dello stato, intervenendo subito dopo il terremoto. In quel momento ci siamo interrogati seriamente sulle nostre modalità d’intervento. Non avevamo informazioni di prima mano, in una situazione dove i telefoni e elettricità erano saltate e i trasporti bloccati. Non c’era modo di mettersi in contatto con le zone colpite e noi eravamo preoccupati per la sorte dei nostri compagni. Nessuno conosceva le reali proporzioni dell’accaduto. Al terzo giorno abbiamo deciso di inviare là due compagni che si sono rifatti vivi dopo due o tre giorni e dopo aver percorso a piedi miglia su miglia in una zona montuosa. Ci hanno detto: “Abbiamo potuto incontrare alcuni compagni un po’ qui e un po’ là. Sono vivi ma molti altri sono ancora dispersi”. La tragedia del terremoto Così ci è stato possibile iniziare l’opera di soccorso. Anche su questo tuttavia, almeno all’inizio, avevamo informazioni contraddittorie. Non sapevamo nulla dei campi di soccorso che erano stati messi in piedi per cui, dopo una settimana, abbiamo deciso di installarne dei nostri nelle città in cui l’organizzazione ha solide basi. C’è stata un’ottima risposta non solo da parte dei compagni e della gente ma anche dei sindacati e degli studenti. Abbiamo poi organizzato carovane di soccorsi e mandate in Kashmir. Abbiamo attrezzato cinque campi nelle principali città della regione come Muzzafarabad, Bhag, Rawalkot e altre. Abbiamo inviato compagni che studiano medicina o materie paramediche e abbiamo inviato anche medicine. A questo punto sono partite le carovane con i beni di prima necessità, caricati su 29 camion costati ognuno 200.000 rupie (circa 3.000 euro). A Muzzafarabad l’atmosfera era assai depressa. Ma, passati pochi giorni, dopo la visita del compagno Lal khan, siamo riusciti ad radunare un gruppo di 40-50 compagni. In un primo momento abbiamo pensato di non coinvolgerli nell’opera di soccorso perchè ognuno di loro aveva morti in famiglia. Il lutto era in ogni casa, ma dopo pochi giorni eravamo riusciti invece ad aiutare i compagni ad uscire dalla loro angoscia. Qui abbiamo cominciato il nostro lavoro. Per prima cosa abbiamo pubblicato e distribuito nel campo un volantino. Conteneva il messaggio del compagno Alan Woods che è stato letto in ogni campo, in ogni assemblea pubblica e in ogni riunione. Questo messaggio, e l’appoggio dei nostri compagni di tutto il mondo, ci hanno aiutato a cambiare lo stato d’animo generale. I compagni si sono sentiti meno soli, con l’appoggio di tutti i compagni pakistani e a livello internazionale. Abbiamo proseguito con continue e regolari visite delle zone colpite, pubblicando anche un nuovo manifesto.(…) I compagni hanno lavorato anche allargando la nostra organizzazione e pianificando dimostrazioni nella zona. Ma c’è una cosa molto importante. Dopo pochi giorni, i nostri compagni hanno cominciato a vedere sparuti gruppi di fondamentalisti spalleggiati dallo stato, con l’esercito impegnato a requisire tutti gli aiuti inviati dal popolo pakistano per farli distribuire nei campi di questa gente. Vorrei citare un passo dell’editoriale di dicembre del mensile pakistano Herald, scritto da un giornalista molto conosciuto: “Per cominciare il governo è stretto in una morsa. Da una parte sente sul collo il fiato dei comandanti dell’esercito che sono sommersi da montagne di critiche provenienti dalle vittime del terremoto. Dall’altra è tutto preso a mandare messaggi tranquillizzanti al mondo. Non ha nemmeno aiutato l’esercito cooptare i militanti di Jamaat-u-Dawa (un gruppo fondamentalista, ndt), utilizzati per garantire la sicurezza delle zone lungo la Linea di Controllo (il confine conteso tra India e Pakistan, ndt) subito dopo il terremoto, piuttosto che per aiutare nell’opera di soccorso e aiuto. Come accade per la maggioranza dei gruppi militanti islamici, anche i quadri di Jamaat-u-Dawa infatti sono diffidenti nei confronti di un esercito condotto dal generale Musharraf, ai loro occhi un agente americano. Perciò hanno sfruttato la situazione non solo per proseguire i propri fini strategici nella regione, ma anche per lanciare in tutti i villaggi una campagna per sminuire la portata del lavoro di soccorso fatto dall’esercito.” Ecco, questa è la situazione. L’esercito, le forze americane, la NATO, tutti stanno aiutando questi militanti fondamentalisti normalmente chiamati “terroristi”. E ovviamente loro ringraziano per l’aiuto. Si muovono in tutta la regione senza ostacoli. L’esercito ha requisito anche cinque dei camion che abbiamo mandato. Subito dopo il lavoro di soccorso, abbiamo cominciato in Kashmir il lavoro politico. Ecco il vero compito della nostra organizzazione. Abbiamo formato l’Alleanza Rivoluzionaria del Jamu/Kashmir con tutte le organizzazioni progressiste giovanili e studentesche della regione. Il nostro compagno Adil è l’organizzatore dell’alleanza, che è riuscita a tenere manifestazioni in 12 città differenti malgrado le pessime condizioni atmosferiche. Ecco qual è la situazione attuale. Il governo necessita di 10-12 miliardi di dollari e dai 5 ai 10 anni di tempo per la ricostruzione. Non avendo i soldi ha organizzato una conferenza internazionale di donatori a Islamabad. Ma la risposta della “comunità internazionale” è stata inferiore alle attese. In Pakistan, il generale Musharraf ha l’appoggio del mondo intero, con l’imperialismo americano e tutti i paesi europei in prima fila. L’ obiettivo era 12 miliardi ma gli impegni raccolti sono stati pari solo a 6,2 miliardi di dollari, di cui 4,8 miliardi sono prestiti e non aiuti! Considerando tutti gli interventi di ricostruzione che sarebbero necessari e il ruolo del parlamento e degli altri partiti politici, non sembra esserci via d’uscita. Questo terremoto ha evidenziato la reale natura del sistema “democratico” pakistano: hanno messo un generale a capo della commissione per i soccorsi, hanno estromesso il governo del Kashmir e ignorato il parlamento, il ministero degli esteri e il Comitato Speciale per il Kashmir. Proprio un bel casino. Passato il momento peggiore, sta nascendo una rivolta contro lo stato per protestare contro tutti le nefandezze commesse dal governo. Noi cerchiamo di comprendere lo stato d’animo delle masse e di fornire una prospettiva alla rivolta, cercando di dare corpo a quest’alleanza e di organizzare attività intorno ad essa. Il mese scorso, visitando l’India, ho avuto l’opportunità di discutere di quest’idea con alcuni leader politici del Kashmir indiano e con diversi deputati, in special modo col segretario di stato del Kashmir del CPI(M) [acronimo di Communist Party of India (Marxist) ndt]. Sono d’accordo con i nostri progetti e suggeriscono anzi di creare, con il loro appoggio, una Alleanza della Gioventù Rivoluzionaria anche in quella parte del Paese. Potrebbe trattarsi di un primo contatto tra partiti delle due zone del Kashmir, nel qual caso il nostro ruolo si rivelerebbe vitale e importantissimo in questa situazione. Disastro economico Consideriamo per un momento le condizioni economiche del Pakistan. Non intendo entrare nei dettagli, già delineati dal compagno Lal Khan, ma vorrei sottolineare un aspetto. Il nostro Paese, dopo gli accordi del WTO, ha accumulato, nei primi quattro mesi di quest’anno, un deficit di 6 miliardi di dollari, mentre l’obiettivo fissato per l’export dell’intero anno è di 14 miliardi. Per cui, se il deficit commerciale segue la tendenza iniziale, su base annua sarà maggiore del totale delle esportazioni. Potrebbe arrivare ai 18 miliardi di dollari entro l’anno finanziario. La spina dorsale dell’economia pakistana è ancora l’agricoltura, e quello del cotone è un raccolto vitale per il Paese, ma quest’anno, rispetto agli obiettivi fissati, sono state prodotte due milioni di balle in meno. La carenza di grano ha influito sulle importazioni. Ci sono conflitti tra i coltivatori di canna e i proprietari dei mezzi di estrazione dello zucchero, perciò in piena stagione l’attività è bloccata. C’è anche scarsità di patate. Le ricadute sull’economia del Paese dei problemi relativi all’industria del cotone saranno disastrose poiché l’industria tessile è una delle più importanti in Pakistan. Questo è lo stato dell’economia su cui è seduto il generale Musharraf che governa il Paese. La crescita del Pil sta diminuendo, dall’8,2 al 6%. Per la prima volta anche gli indicatori microeconomici sono in discesa. Povertà e disoccupazione aumentano. C’è una crisi interna all’apparato statale che potrebbe avere gravi conseguenze politiche, coinvolgendo la questione nazionale. Lo stato non è in grado di risolvere i problemi del Pakistan, che sono educazione, sanità, malattie e acqua potabile. Come disse Lenin, in ultima analisi la questione nazionale è una questione di pane. C’è la questione nazionale del Sindh dovuta allo sfruttamento praticato nella provincia omonima; ci sono problemi analoghi con i Pashtoon alla frontiera nordoccidentale, in Kashmir, nel Punjab con i Saraki e nuove tensioni sono recentemente esplose in Baluchistan. Quando il generale Musharraf ha visitato il Baluchistan, è stato obiettivo di un attacco con lanciarazzi. Evidentemente si trattava di attacchi maldestri dato che nessuno dei razzi ha colpito il bersaglio, ma sono stati un’ottima scusa per l’intervento dello stato. Subito dopo questi fatti in Baluchistan sono iniziate operazioni militari tra le più brutali della storia pakistana. Hanno bombardato l’area con elicotteri da combattimento e cannoni a lunga gittata. E credo che attualmente l’intero Baluchistan sia sotto il controllo dell’esercito. In queste condizioni cosa dicono i nazionalisti? Non offrono soluzioni ai problemi della gente del Baluchistan. In realtà si tratta proprio di sfruttatori e saccheggiatori che stanno oltre tutto chiedendo soldi al governo. Questa è la questione nazionale dei Sardari (una delle diverse etnie che popolano la regione del Baluchistan ndt) e dei proprietari terrieri della zona. Ma il popolo in Baluchistan vive in condizioni pessime, trattandosi della gente più sfruttata del Pakistan. Lo stato non ha soluzioni, i nazionalisti nemmeno. Ecco una dichiarazione alla stampa di un nazionalista locale: “Chiediamo aiuto ad ogni persona nel mondo, indiana, americana o Satana che sia”. Credono che l’imperialismo americano li salverà concedendo loro il diritto all’autodeterminazione. Ma questo è un sogno. Il nostro scopo è di provare a collegare lotta di classe e questione nazionale come unica soluzione praticabile per i problemi delle nazionalità oppresse in Pakistan. In queste zone è molto difficile costruire un’organizzazione basata sulle idee di Marx e Lenin, ma i nostri compagni perseverano facendo un ottimo lavoro. Da un lato combattono queste tendenze nazionaliste, dall’altro lottano contro lo stato e la sua oppressione. In Baluchistan abbiamo un’ottima organizzazione, forte e , e stiamo lanciando una campagna in tutto il Paese contro l’oppressione militare. Tutto ciò accade mentre il regime cerca di vendere tutte le imprese controllate dallo stato alla propria gente tramite un brutale programma di privatizzazioni. Hanno già svenduto la principale banca pachistana, la Habib Bank, al principe Karim Margahan per 22 miliardi di rupie permettendogli di guadagnare, in soli due anni, la bellezza di 24 miliardi di rupie. Credo che solo un edificio del Karachi Habib Plaza costi come questa privatizzazione. Hanno svenduto la Compagnia Pakistana di Telecomunicazioni, principale società del Paese, malgrado la presenza di un movimento di massa contro la privatizzazione in cui abbiamo giocato un ruolo molto importante. Ad un certo punto si può dire che lo stato fosse stato virtualmente sconfitto dai lavoratori ma, a causa del tradimento perpetrato dai leader sindacali, quel possibile successo è diventato una sconfitta. Ora tutti gli edifici della Compagnia Pakistana di Telecomunicazioni sono sotto il controllo dell’esercito.
Abbiamo già iniziato la lotta contro questa privatizzazione e nel 2005 abbiamo organizzato una conferenza molto riuscita con più di 500 delegati e la presenza di quasi tutte le organizzazioni sindacali di Karachi. L’ospite più importante era il capogruppo al senato pakistano del Pakistan People’s Party, mentre io ero alla presidenza. Dopo la conferenza ho ricevuto la telefonata del responsabile della sicurezza presso l’acciaieria - probabilmente era un colonnello dell’esercito - a causa di un paio di mie lettere aperte indirizzate all’acciaieria in cui spiegavo come e perché stanno privatizzando - o meglio saccheggiando - una proprietà del popolo pakistano. Mi ha chiesto se avessi distribuito io il volantino con la lettera all’interno dell’acciaieria. Ho risposto di sì. Lui ha detto: “E’ molto strano. Lei ha fatto osservazioni pesanti al presidente dell’acciaieria”. “Quali critiche vuole che le spieghi?” ho chiesto. Ha letto alcuni passi del testo e io ho detto: ”Queste non sono osservazioni pesanti”. Mi ha risposto che mi avrebbero portato davanti a un giudice. “Prego, fate pure” ho concluso. Stiamo lottando contro queste privatizzazioni e tutto il processo più generale mentre la Ptudc (Campagna in Difesa dei Sindacati Pachistani) è ormai un corpo rispettato all’interno del movimento sindacale grazie ai nostri compagni che sono sempre stati in prima fila in ogni lotta contro privatizzazioni, cattive leggi e attacchi brutali di boss mafiosi e del regime in ogni parte del Paese. Ma noi abbiamo un privilegio di cui non gode nessun altro sindacato: il sostegno dei nostri compagni a livello internazionale. Questo - ed ogni messaggio di solidarietà ai compagni soprattutto da parte di organizzazioni sindacali - ci aiuta a prendere fiducia. Il funzionario della sicurezza mi ha detto che si sarebbero lamentati di me presso la dirigenza del PPP. Ciò rivela la situazione in cui versa il Pakistan People’s Party. Il governo è in grave crisi. Anche dopo le elezioni amministrative (che hanno avuto luogo il 18 e 25 agosto 2005 ndt) c’è conflitto in Pakistan nell’alleanza di governo. Hanno avuto il peggior risultato nella storia dell’alleanza da quando è al governo. In realtà quest’alleanza non esiste già più. La stessa cosa vale per i fondamentalisti, che hanno messo insieme una coalizione di sei partiti che hanno scatenato la guerra tra i propri candidati. La realtà è che anche la coalizione fondamentalista è già a pezzi. Identica è la storia della terza coalizione, l’ARD (Alleanza per la Restaurazione della Democrazia). Il Pakistan People’s Party è in questa coalizione. Nelle recenti elezioni il partito ha subito la peggiore sconfitta della sua storia. Persino Benazir Bhutto è stata sconfitta nel suo collegio di Larkana, fatto mai accaduto nella sua lunga carriera politica. Vittoria elettorale Nel territorio della mia provincia ci sono 22 circoscrizioni e nella primo turno elettorale ne abbiamo conquistati 17, nessun partito membro dell’assemblea nazionale ha fatto meglio. Nella seconda fase si eleggevano il governatore della provincia e i governatori delle circoscrizioni. Di nuovo abbiamo avuto un ruolo fondamentale. Abbiamo vinto le elezioni per il governatore del nostro provincia e di due su tre vicegovernatori. L’ennesimo miglior risultato per una forza d’opposizione in Pakistan. Quando abbiamo vinto, abbiamo organizzato un bellissimo corteo nel quale stavamo in piedi in una jeep aperta che si muoveva per le strade della città. Ho ricevuto chiamate da ogni angolo del Paese. Tante congratulazioni. Ma anche una chiamata del segretario di Benazir Bhutto: lei voleva parlarmi. Per prima cosa, si è congratulata. Poi ha detto, “Ho ricevuto il tuo risultato nel Kasur per primo, per questo ho chiamato te per primo”. Si è congratulata di nuovo e mi ha detto una frase riportata da tutta la stampa: “Ho bisogno dappertutto dello stesso risultato di Manzoor in Kasur”. Per tutti noi è stato fondamentale essere stati gli unici a combattere l’oppressione di stato e della polizia e vincere! Tutti si lamentavano del pesante intervento dello stato nel processo elettorale. Quando il responsabile del partito a Lahore spiegava perché fosse stato sconfitto dicendo a Benazir Bhutto “c’era troppa pressione poliziesca, un sacco di gente arrestata, e questo e quello” lei replicò “Perchè, il Kasur non è in Pakistan?”. Per cui credo che i risultati siano stati molto importanti per la nostra tendenza in tutto il Paese. Qualcuno pensava che la prima volta (nelle elezioni parlamentari, ndt) avessimo vinto fortunosamente. Ma ci stiamo rendendo conto invece che si è trattato di una vera vittoria, che ha coinvolto tutto il Pakistan. Le masse hanno trovato gente con cui lavorare, un programma da portare avanti, un metodo per vincere un’elezione ed intervenire contemporaneamente nei movimenti di massa. Attualmente il Pakistan People’s Party sta subendo continue defezioni in parlamento. Il partito ha perso le elezioni locali. Ma noi manteniamo un’ottima posizione al suo interno. La dirigenza del People’s Party non è rivoluzionaria e non ha chiaramente nessun problema a dichiararlo apertamente. Ma ha già deluso le masse in almeno tre occasioni. Non esiste un chiaro programma per risolvere i problemi dei lavoratori e dei poveri. Possiamo assumere che ci siano più o meno 200/300.000 persone in Pakistan che se ne rendono conto e si ricordano del passato. Ma la grande maggioranza dei lavoratori vede le cose in modo diverso. Si rivolgerà nel futuro al Pakistan People’s Party. Milioni di loro lo sentono come il proprio partito e guardano naturalmente alle posizioni dei suoi dirigenti. I settari non lo comprendono, ma è un fatto lampante la cui spiegazione è piuttosto semplice: non c’è alternativa! Le masse non studiano i testi sacri del marxismo ma imparano dalla propria esperienza di vita vissuta. Nell’immediato futuro dobbiamo stare molto attenti. Una crisi ancora più grave potrebbe scoppiare in ogni momento. Ad esempio, Musharraf potrebbe essere assassinato… Diversi attentati alla sua vita sono già stati organizzati da elementi fondamentalisti. Dobbiamo considerare la possibilità di una rivolta nei suoi confronti tramite un’alleanza tra esercito e fondamentalisti. A quel punto ci sarebbe un altro terremoto nella scena politica pakistana. Dato che l’attuale scenario prevede infatti un “one-man-show”, con Musharraf scomparirebbe anche questo parlamento. L’intero sistema entrerebbe in crisi profonda e le masse riprenderebbero il centro della scena. Questo scenario non lascerebbe alternative alla élite dominante e agli imperialisti: a causa della sua grande popolarità sarebbero costretti a puntare su Benazir Bhutto. La memoria di suo padre è ancora ben presente tra le masse. Malgrado il suo programma, potrebbe riconquistare il potere. Seppur a malincuore, gli imperialisti accetterebbero il suo ritorno. In questa prospettiva siamo impegnati a costruire una vera opposizione socialista all’interno del PPP, dei sindacati, fra i giovani e nello stesso parlamento. Crediamo di possedere l’autorità morale e politica per fare ciò perché siamo l’unica forza viva in Pakistan a lottare contro questo regime, per i diritti sindacali, per i diritti degli studenti e perché siamo stati gli unici a migliorare i propri risultati elettorali in ogni parte del Paese. Ecco, credo che se il PPP tornasse al potere nel prossimo periodo lo scenario politico potrebbe veramente cambiare. Per adesso comunque in Pakistan è finita l’onda lunga del movimento. C’è anzi un’atmosfera piuttosto depressa dopo la sconfitta dei lavoratori della Pakistana Telecomunicazioni - traditi e brutalmente maltrattati dai vertici sindacali. E ora i bombardamenti in Baluchistan. Malgrado tutto, continuiamo a pensare che nel giro di un paio d’anni potrebbe nascere un movimento al cambiamento perché intervistando chiunque in Pakistan, la risposta sarà sempre che donne e uomini sono stufi del sistema e vorrebbero cambiarlo. Se ciò accadrà, potremmo crescere rapidamente, influenzando le scelte programmatiche e lo stato d’animo all’interno del PPP. Già ora non facciamo solo analisi sul movimento, non siamo semplici spettatori, ma come fattore soggettivo possiamo giocare un ruolo vitale al suo interno volgendolo verso prospettive rivoluzionarie. A questo scopo stiamo preparando e organizzando campagne non solo all’interno dei sindacati e del PPP ma anche nel movimento giovanile, lavoro che riteniamo il più importante per noi. Abbiamo già organizzato l’Alleanza Rivoluzionaria dei Giovani del Jammu/Kashmir. Nel prossimo futuro quest’alleanza potrebbe allargarsi anche all’India. Forse potrebbe guidare l’intero movimento giovanile. Abbiamo organizzato anche il BNT (Movimento dei Giovani Disoccupati). La società pakistana è attraversata da enormi diseguaglianze. Il 52% della popolazione ha meno di 18 anni. Hanno bisogno di istruzione, cure mediche e occupazione. Ma lo stato non ha nulla da dare al 52% della sua popolazione. Nella provincia del Sindh il 39% dei bambini non è nemmeno iscritto a scuola. La disoccupazione è uno dei più gravi problemi del Paese. Le riduzioni di personale, i tagli e la chiusura di fabbriche ne creano di nuova. Ancora una volta, la nostra organizzazione giovanile, Giovani per il Socialismo Internazionale (YFIS), gioca un ruolo importante. Dato che i sindacati studenteschi sono illegali in Pakistan, abbiamo dovuto fornire loro piattaforme alternative perché si potessero esprimere organizzando le loro attività. Inoltre stiamo costruendo l’ala giovanile nel PPP in cui i nostri compagni sono in prima linea - specialmente a livello provinciali. E lo stesso accade nell’ala studentesca del PPP. Queste sono le campagne che stiamo organizzando. Poniamo grande enfasi anche sull’educazione politica e stampiamo molti libri. Due negli ultimi due mesi. Uno è la versione in Urdu de “La rivoluzione venezuelana - una prospettiva marxista” di Alan Woods. L’altro, del mese scorso, è “La via crucis del Kashmir, una via d’uscita rivoluzionaria” del compagno Lal Khan. Il libro sul Venezuela è fondamentale perché anche in Pakistan si comprenda la situazione rivoluzionaria di quel Paese traendone i necessari insegnamenti organizzativi. Se prossimamente dovesse nascere anche qui un movimento rivoluzionario, questo libro potrebbe aiutarci a comprenderlo. Il libro sul Kashmir è anche molto importante per il ruolo che può giocare da ambo le parti del confine. Per la prima volta un libro pubblicato in Pakistan ha i commenti sul retro di copertina scritti da due autori che vivono in India. Uno è un membro kashmiro del parlamento indiano (il Lok Sabha), A.R. Shaheen, e l’altro è un rinomato scrittore indiano, Achik Vanaik, (professore di Affari Internazionali e Relazioni Globali all’università di Delhi, in India). Non è consuetudine in Pakistan pubblicare libri sull’argomento con opinioni della parte indiana. Questo libro può fare quindi da ponte tra le due sponde del Kashmir. Prima del nostro imminente congresso pubblicheremo altri cinque libri: “Socialismo: 50 domande”, la versione in Urdu del libro kashmiro, “Pakistan: prospettive 2006”, “La storia del nostro movimento internazionale e la costruzione della nostra tendenza”, e la traduzione in Urdu del nostro documento di “Prospettive Mondiali”. Anche nel nostro lavoro parlamentare abbiamo fatto passi avanti: personalmente sono membro della Commissione Lavoro e Pakistani d’Oltreoceano. Credo sia la prima volta nella storia del Pakistan in cui è stato dato spazio a tutti i membri dell’opposizione, tra cui il sottoscritto. Possiamo utilizzare questa possibilità per diffondere le nostre idee nei sindacati e nel movimento operaio. Ogni nostro discorso parlamentare sui problemi della gente lo diffondiamo tra i nostri compagni e, più in generale, nel movimento. Anche i disegni di legge che abbiamo presentato sono in fase di discussione nella commissione. Abbiamo già preparato un’altra proposta di legge sulla disoccupazione. Così utilizziamo la nostra posizione parlamentare, le nostre posizioni nel sindacato e nel movimento giovanile e soprattutto la nostra presenza nella società e fra le nazionalità oppresse del Pakistan. E tutto per costruire una tendenza marxista di massa. In questo contesto compagni, ci apprestiamo a tenere il nostro congresso nel 2006. Credo potrà rappresentare una pietra miliare nello sviluppo della tendenza in Pakistan. Sia pure in queste difficili condizioni stiamo crescendo bene, diventando una forza importante. Al congresso ci attendiamo la presenza di oltre 2000 compagni. Ne abbiamo ormai in ogni provincia, in tutte le nazionalità, nella maggior parte delle industrie più importanti. I compagni pubblicano documenti in Urdu, Sindhi e Farsi, così come la Asian Marxist Rewiew in inglese. Siamo sempre concentrati sull’approfondimento teorico, per innalzare il livello di tutti i nostri compagni. Facciamo continui progressi e credo che il 2006 sarà un anno molto importante per la nostra tendenza. Le cose cambiano in fretta e quest’anno potrebbe essere decisivo per la rivoluzione in Pakistan. A partire da questa piccola tendenza, nei prossimi anni il marxismo diventerà in Pakistan un movimento di massa. E tutto ciò grazie alle idee, ai metodi e alle tattiche della nostra tendenza internazionale. Questa piccola vittoria sarà la vittoria di tutta la nostra Internazionale. Grazie compagni. (Applausi) 21 Febbraio 2006.
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