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| Metalmeccanici Il contratto parte in salita |
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| Movimento operaio | |||
| Scritto da Paolo Brini | |||
| Lunedì 19 Marzo 2007 10:39 | |||
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Alla fine di giugno scadrà il contratto nazionale dei metalmeccanici. Già da gennaio le tre segreterie di Fim-Fiom-Uilm hanno aperto il confronto al loro interno per formulare la nuova ipotesi di piattaforma con cui presentarsi al tavolo con Federmeccanica. Dalle prime battute si capisce molto chiaramente che questo rinnovo contrattuale non solo non sarà semplice, ma avrà un significato politico importante. Le affermazioni del direttore generale di Federmeccanica Roberto Santarelli, secondo cui le ipotesi di richieste formulate dalle tre organizzazioni sindacali sono “fuori dalle grazie di Dio” (Liberazione, 21 febbraio), lasciano ben intendere quanto la vertenza sarà dura e necessiti di tutta la capacità di lotta dei meccanici. Se a questo si aggiunge che Santarelli, a fronte della vergognosa campagna strumentale ai danni della Fiom in merito alle infiltrazioni di presunti brigatisti al suo interno, si è affrettato a dichiarare che “certi toni e certi argomenti usati nell’ultima tornata contrattuale andrebbero meglio tarati: blocchi stradali e ferroviari, intimidazioni, […] fomentano un clima in cui chi vuole trova appigli” (Il sole 24ore, 21 febbraio), si capisce quali e quante nubi si stiano addensando sopra questo rinnovo.
Sul mercato del lavoro, a fronte di una volontà comune di rendere il contratto a tempo indeterminato il rapporto di lavoro centrale nel settore, la Fiom chiede una limitazione rigida del lavoro precario. Fissa una quota massima di impiego omnicomprensivo del 15% sul totale delle maestranze in forze ed una definizione rigida delle tipologie di contratti precari consentite: a termine, di inserimento e somministrazione temporanea (ex interinale). Ulteriore limitazione proposta, il contratto di apprendistato non dovrebbe essere preceduto da altre forme di contratto a termine. La Fiom definisce anche un tempo massimo oltre cui i lavoratori precari debbono essere trasformati a tempo indeterminato: 15 mesi, anche per sommatoria, nell’arco di 24 mesi. Fim e Uilm su questo come su altre parti normative hanno una posizione più defilata, frutto dell’accordo separato del 2003, che ha aperto sia alla legge 30 sul mercato del lavoro che alla legge 66 sull’annualizzazione dell’orario di lavoro. In questo contesto è evidente che il ruolo della Fim risulta quanto meno ambiguo. Affermazioni come quelle della Fim degli ultimi giorni secondo cui le richieste salariali di Fiom e Uilm sono troppo alte e rischiano di portare la categoria “in un vicolo cieco” (Avvenire, 21 febbraio) o le ingerenze di Bonanni (segretario generale della Cisl) tramite le pagine dei giornali non lasciano adito a molti dubbi sul fatto che vorrebbe quanto meno ridimensionare il più possibile le “pretese” della Fiom e non vedersi costretta a rimangiarsi gli accordi separati della penultima tornata contrattuale.
I No furono il 16%, ma il dato interessante è stato che i voti contro l’accordo furono il doppio (78.500) rispetto a quanti avevano bocciato la piattaforma prima dell’avvio della trattativa, e che gran parte del voto contrario arrivò dalle fabbriche che maggiormente si erano distinte nella mobilitazione, tanto da far riconoscere al compagno Rinaldini che esisteva un problema salariale. Se oggi la nostra organizzazione ha davvero imparato quella lezione, non può limitarsi a chiedere una somma pari a quella del rinnovo precedente, in un contesto in cui, oltretutto, la produzione nelle aziende sta aumentando vertiginosamente, così come lo sfruttamento ed i profitti. Nell’ultimo anno la produzione industriale è aumentata ben del 4,6% recuperando buona parte di quello che aveva perduto nell’ultimo quinquennio. Partire oggi da 130 euro per poi mediare con la Fim e quindi con Federmeccanica significa mettersi nelle condizioni di ottenere, se va bene, quello che si è ottenuto allo scorso contratto: 100 euro. Non possiamo permettercelo! Oggi le aziende sono piene di ordinativi, dunque sono più vulnerabili e gli scioperi sono più efficaci: dobbiamo avere il coraggio di chiedere di più! Per esempio nel settore bancario oggi si chiedono 188 euro di aumento, perché noi ne dovremmo chiedere di meno? Perché non possiamo attestarci su una cifra che si aggiri attorno ai 200 euro uguali per tutti? Anche sul tema dell’orario siamo di fronte al rischio di aprire nuovamente su un principio tanto caro ai padroni: quello della flessibilità. È giusto esigere l’eliminazione di ogni riferimento alla legge 66 sull’annualizzazione dell’orario di lavoro, ma non si può allo stesso tempo dare la propria disponibilità all’estensione della plurisettimanalità a tutte le aziende, mentre ad oggi riguarda “solo” ditte con produzione considerata stagionale. Non possiamo accettare di sottomettere l’orario di lavoro alle esigenze dei padroni. Il nostro ragionamento deve essere l’esatto contrario. Dobbiamo rimettere al centro la qualità della vita che significa anche maggiore rigidità in termini di orario lavorativo. Dobbiamo rivendicare non l’estensione ma l’abolizione della plurisettimanalità, dobbiamo rivendicare che l’unica forma di straordinario contrattato che accettiamo è quella su base esclusivamente volontaria.
La Fiom non si faccia ingabbiare in un confronto a porte chiuse, inaccessibile ai lavoratori e alle loro esigenze, che rischia di portarci in un vicolo cieco. Si apra invece un dibattito a tutto campo con il convolgimento di tutte le strutture, dei delegati e dei lavoratori, per sviluppare una piattaforma avanzata, più che mai necessaria alla categoria. Se le diverse posizioni con Fim e Uilm non possono essere composte in una piattaforma all’altezza delle necessità, che sia la consultazione democratica dei lavoratori a decidere quale dovrà essere la piattaforma comune e di tutti.
14/03/2007
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