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| La strage della Thyssen |
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| Movimento operaio | |||
| Scritto da Andrea Tavano | |||
| Lunedì 04 Febbraio 2008 06:19 | |||
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Torino, lunedì 10 dicembre 2007: più di trentamila lavoratori sfilano in corteo per le vie del centro, manifestando il proprio dolore e la propria rabbia. Pochi giorni prima è avvenuta la strage alla Thyssen Krupp. Un evento di questa portata doveva condurre al blocco di tutte le attività produttive; i sindacati hanno proclamato uno sciopero generale di appena due ore. Molti lavoratori non sono nemmeno stati avvertiti, altri, come gli impiegati nel trasporto pubblico, potranno astenersi dal lavoro solo in forma puramente simbolica. Nonostante tutto, la partecipazione popolare in piazza è importante e sentita. Durante il percorso il silenzio è profondo. Nel finale, scoppia l’indignazione autentica degli operai: fischiati i membri delle istituzioni (Chiamparino e Bertinotti), urla contro i capi sindacali, in particolare contro i rappresentanti di Fim e Uilm. La gente chiede giustizia. Torino operaia e rossa piange la tragedia dei propri figli scomparsi in modo terribile mentre stavano lavorando. Le vittime, quattro al momento del corteo, diventeranno sette entro la fine dell’anno, in un susseguirsi di sconcerto e di tristezza fra tutti i lavoratori. L’acciaieria in cui si è consumata la strage è ormai un luogo di pellegrinaggio, carico di fiori, di scritte. Mentre uomini di governo ed esperti continuano a parlare a vuoto e mentre di lavoro si continua morire. L’essenziale sulle cause della strage è ormai venuto alla luce nelle testimonianze degli operai: una fabbrica in via di dismissione, senza investimenti, che viene sottoposta all’ultima spremitura; un ulteriore aumento del carico di lavoro proprio sulla linea 5, quella dell’incendio, a causa di un guasto nello stabilimento di Terni che spinge l’azienda, per non pagare penale, a dirottare la commessa a Torino; gli orari di lavoro che si allungano con straordinari fino alla dodicesima ora; la manutenzione non effettuata, gli estintori vuoti, gli idranti rotti, il telefono interno guasto. L’assicurazione Axa aveva alzato la franchigia nei contratti per lo stabilimento di Torino precisamente per le condizioni riscontrate. Da tempo la Commissione Tecnica del Ministero dell’ambiente era a conoscenza della mancanze in termini di sicurezza. Dopo la strage, un’indagine condotta dagli ispettori dell’Asl riscontrerà all’interno dello stabilimento 116 violazioni in materia di sicurezza. L’evidenziarsi di tale realtà indurrà di lì a poco l’azienda ad anticipare la chiusura definitiva dello stabilimento, lasciando così il futuro di chi vi lavorava nell’incertezza. La chiamavano la fabbrica dei giovani, la ThyssenKrupp. Questo perché, per scelta aziendale, si privilegiava l’assunzione di ventenni o trentenni, preferibilmente con figli e mutui sulle spalle. Legati da un contratto atipico, con lo spettro della mobilità e della chiusura al proprio fianco, è facile comprendere come questi lavoratori non avessero molto spazio per difendere i propri diritti. Il giorno seguente la strage, l’azienda voleva addirittura continuare la produzione, poi bloccata dalla rabbia operaia. La logica del profitto non si ferma nemmeno di fronte alle tragedie più grandi. La strage della ThyssenKrupp non è stata una fatalità. Non è avvenuta per disattenzione o per negligenza. Non è stata causata dalla mancanza di norme e di controlli che, come sopra indicato, venivano elusi senza batter ciglio. Il cinismo dell’azienda emerge brutalmente nel documento interno, filtrato sui giornali, nei quali si accusano gli operai di fare i divi in televisione e si ipotizza di procedere legalmente contro Antonio Boccuzzi, unico sopravvissuto e testimone della strage. L’azienda accusa gli operai di essersi distratti e spiega come sia opportuno andarsene da Torino, ambiente ostile in quanto piena di sindacalisti comunisti e procuratori rompiscatole come Guariniello, che in passato aveva attribuito ad alcuni dirigenti Thyssen la responsabilità di un altro incendio, allora senza vittime, nel 2004. Un operaio, ricordando il collega Antonio Schiavone, 36 anni, prima vittima della strage, ha detto: “Da un mese ha avuto il terzo bimbo. Da quando hanno annunciato la chiusura dello stabilimento di Torino e ridotto i turni, per lui dal punto di vista economico è stato un collasso. Una riduzione di salario pesante. Si fermava di più per comprare le cose ai figli. Questo era: faceva gli straordinari per i regali di Natale dei suoi bambini”. Le altre vittime sono state: Roberto Scola (32 anni), Angelo Laurino (43), Bruno Santino (26), Rocco Marzo (54), Rosario Rodinò (26), Giuseppe Demasi (26). Il modo migliore per onorarli sarà evitare che simili tragedie si ripetano, attraverso una dura ma indispensabile battaglia, nell’unità della classe lavoratrice.
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