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| Scritto da Mimmo Loffredo e Jacopo Renda | |||
| Mercoledì 17 Febbraio 2010 10:44 | |||
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Negli ultimi giorni la vicenda Fiat è tornata al centro del dibattito politico italiano. Sembra infatti chiara la volontà della proprietà e dell’amministratore delegato Sergio Marchionne di usare la crisi per abbandonare progressivamente il settore auto in Italia. Questo avrebbe un effetto devastante dal punto di vista sociale visto che il settore auto, del quale la Fiat è l’unico produttore in Italia, impiega oltre un milione di persone e rappresenta circa il 11,4% del Prodotto interno lordo del paese Già da tempo la Fiat ha deciso di usare questa crisi per ridislocarsi sul mercato internazionale attraverso l’operazione con Chrysler e con la trattativa, poi fallita, con Opel. Il piano Marchionne: un attacco senza precedenti Pur essendo stato un anno difficile rispetto al 2008 grazie agli incentivi all’acquisto per il solo settore auto (Fiat Group Automobiles), il consuntivo 2009 mostra un fatturato di 26,3 miliardi (-2,4%) e un utile della gestione ordinaria di 470 milioni, il 32% in meno rispetto ai 691 milioni del 2008 dimostrando che, pur se inferiori rispetto al 2008, i profitti non sono mancati. Ma proprio a causa all’effetto degli incentivi, che hanno semplicemente posticipato il problema, le vendite di auto in Europa nel 2010 potrebbero essere inferiori di circa un milione e mezzo rispetto a quelle del 2009. In questo contesto Marchionne ha lanciato un attacco senza precedenti ai lavoratori del gruppo Fiat ed in particolare del settore auto. Ancora una volta i padroni utilizzano la crisi per battere cassa allo stato, ristrutturare, ridisegnare le proprie priorità su scala internazionale e peggiorare le condizioni di lavoro con l’idea di livellare sempre di più le condizioni salariali e di produttività verso il basso come quando Marchionne afferma che “i cinque stabilimenti di Fiat Group Automobiles in Italia producono, nel complesso, 650mila vetture l’anno e occupano quasi 22mila persone, su un totale di circa 30mila dipendenti di FGA nel Paese. In Polonia, un unico stabilimento produce circa gli stessi volumi con un numero di addetti che è meno di un terzo. In Brasile, un solo impianto arriva a produrre 730mila unità l’anno con 9.400 persone. Sono dati che parlano da soli. Il numero di vetture per addetto è del tutto sproporzionato.” E ancora: “è chiaro che se avessimo potuto disegnare da zero la realtà produttiva italiana, non l’avremmo mai fatta come quella attuale.” Il risultato di queste considerazioni è la chiusura immediata dello stabilimento di Termini Imerese ed una significativa riduzione della manodopera in tutti gli altri stabilimenti. L’altro stabilimento che rischia è quello di Pomigliano, escluso dagli incentivi e per il quale da tempo non c’è un piano industriale. Per lo stabilimento partenopeo da tempo l’azienda, con il sostegno di alcune organizzazioni sindacali a lei vicine come Cisl e Uil, parla dell’arrivo della Panda. L’arrivo eventuale di questa vettura non solo necessiterebbe di un tempo abbastanza lungo per entrare a pieno regime ma con i suoi volumi produttivi non permetterebbe l’utilizzo di tutti i 5.300 addetti dello stabilimento. Inoltre ancora una volta i lavoratori vedrebbero l’arrivo della Panda vincolato ad un peggioramento delle condizioni di lavoro come si legge nel piano presentato il 22 dicembre in cui si legge quanto segue: “infine, se consideriamo i volumi previsti per questo modello, dobbiamo avere la certezza di poter rispondere alle curve della domanda in tempo reale, attraverso il lavoro straordinario o altre forme di flessibilità da concordare con il sindacato.” Il riferimento allo straordinario non pagato ed ai turni a scorrimento è abbastanza evidente, come dimostra il caso di Melfi, dove negli ultimi mesi del 2009 è entrato in vigore l’orario plurisettimanale. Complessivamente il piano della Fiat è chiaro: chiedere ulteriori fondi pubblici, abbassare il costo del lavoro ed aumentare la produttività con l’obbiettivo di “aumentare i livelli di produzione di autovetture in Italia dalle 650mila di oggi ad un range compreso fra 800mila e un milione di unità entro tre anni, con un target di 900mila vetture l’anno. A questi volumi si aggiunge la produzione di veicoli commerciali leggeri, che potrà raggiungere circa 220mila unità rispetto alle 150mila di quest’anno.” Se non è possibile fare questo Marchionne è pronto a dismettere progressivamente l’intera produzione di auto in Italia. L’arroganza padronale In questo quadro la Fiat sta avendo una serie di atteggiamenti intollerabili che dimostrano una volontà di inasprire le relazioni sindacali alzando il livello dello scontro. Non solo l’inasprimento della repressione in fabbrica che vede sotto attacco i delegati più combattivi con continui richiami e contestazioni, ma anche il non riconoscimento del premio di produzione rispetto agli indici dell’intero gruppo cui Fiat vuole sottrarre gli aumenti salariali previsti nell’ultimo contratto. Non parliamo poi del non rispetto dell’accordo sulla percentuale degli apprendisti da assumere a Pomigliano alla scadenza del contratto o del rifiuto da parte dell’azienda di assumere per un anno i 65 precari dello stabilimento di Pomigliano. Unire la lotta di tutti i lavoratori del gruppo Fiat
La volontà di cancellare il settore auto dall’Italia necessita di una risposta all’altezza dello scontro da parte dei lavoratori e delle organizzazioni sindacali. Da tempo l’azienda porta avanti una campagna martellante per dividere i lavoratori in modo da colpirli meglio. Prima la campagna contro la scarsa produttività del sito di Pomigliano, ora il tentativo di dipingere Termini Imerese come una palla al piede per l’intero gruppo. Mentre si chiude Termini infatti si procede all’acquisto della Zastava in Serbia. Ma se la volontà della Fiat è di guardare fuori dall’Italia ogni particolarismo che punta a difendere un singolo stabilimento dividendo i lavoratori sarebbe letale. Malgrado la polemica portata avanti da Marchionne e Montezemolo secondo cui la casa di Torino non usufruirebbe di sostegno da parte dello stato i dati parlano chiaro e dimostrano il loro parassitismo. Infatti nell’ultimi anni gli aiuti più cospicui a Fiat (6.059 miliardi di lire) derivano dal contratto di programma stipulato con il governo nel 1988 come incentivo per gli investimenti nel Mezzogiorno d’Italia a cui va aggiunta la decennale esenzione dalle imposte. La legge per il Mezzogiorno, invece, in soli quattro anni (dal 1996 al 2000) ha fatto affluire nelle casse del Gruppo altri 328 miliardi di lire. Altra sostanziosa fonte di sostegno sono gli “ammortizzatori sociali”: cassa integrazione, prepensionamenti e indennità di mobilità. Per non parlare della legge che nel 1997 ha introdotto gli incentivi per le rottamazioni delle auto più vecchie: l’ennesimo regalo scaturito in questa forma inedita dalla fantasia del primo governo Prodi. Allo Stato quella legge è costata 2.100 miliardi di lire; poiché la Fiat aveva il 40% del mercato nazionale, ha ottenuto un beneficio di almeno 800 miliardi. Solo negli anni ’90, dunque, lo Stato ha dato al gruppo Fiat 10mila miliardi di lire, ricavandone circa 6.500 di imposte come spiega giornalista Massimo Mucchetti, nel libro “Licenziare i padroni?” (ed. Feltrinelli 2004) La conclusione di Mucchetti è impietosa: “È curioso che i due terzi dei mezzi freschi immessi nella Fiat negli ultimi dieci anni provengano dallo Stato. E allora forse […] ci si dovrà pur chiedere se ne valeva la pena”. Non c’è dubbio che dal 2004 anno cui si riferiscono i dati di Mucchetti tra incentivi alla rottamazione e cassa integrazione gli aiuti non siano diminuiti sensibilmente. La nostra alternativa Se il contesto è quello di cui parliamo e la Fiat non ha intenzione di investire sul futuro dell’auto in Italia non è possibile trovare alcuna mediazione. L’unico modo di fare investimenti e dare un vero futuro produttivo all’industria dell’auto è l’intervento diretto dello Stato nazionalizzando la Fiat e ponendola sotto il controllo dei lavoratori. Alla luce di quanto è costato il sostegno all’azienda negli ultimi anni è una condizione di minor dispendiosità economica e permetterebbe di ragionare su un vero piano industriale che garantisca il futuro degli addetti del settore. In questo quadro si inserisce la proposta dell’auto ecologica, proposta lanciata dal circolo Prc Fiat auto di Pomigliano d’Arco recentemente assunta come propria da tutto il Prc che sta trovando un eco anche nella Fiom. È attorno a questa proposta che si può rilanciare una lotta unitaria del gruppo Fiat. Il destino dei lavoratori non è nelle mani di qualche manager illuminato o di qualche nuovo padrone ma solo nella loro capacità di andare fino in fondo in questa direzione.
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