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| I lavoratori di Melfi tornano in fabbrica a testa alta! |
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| Movimento operaio | |||
| Scritto da Paolo Grassi | |||
| Martedì 04 Aprile 2006 07:06 | |||
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Con il referendum del 18 maggio si chiude nello stabilimento di Melfi la dura lotta dei lavoratori della Fiat-Sata. Lotta durata 21 giorni e conclusasi all’alba del 9 maggio con l’accordo firmato da Fiat e sindacati. Al referendum hanno partecipato 4.831 dei 5.642 lavoratori dello stabilimento, l’85,6%. Di questi 3.740 si sono espressi a favore dell’accordo, il 77,40%, mentre 1.089, il 22,60%, hanno votato contro. L’alta adesione al referendum e il numero comunque cospicuo di contrari all’accordo indicano subito due dati precisi: che fino alla fine tutta la vertenza è stata seguita con estrema partecipazione, e che l’enfasi data dai vertici sindacali, Fiom compresa, su quanto ottenuto non ha convinto pienamente i protagonisti di questa battaglia. Il risultato infatti è abbastanza magro rispetto alla forza che i lavoratori hanno saputo mettere in campo. I lavoratori di Melfi meritavano sicuramente di più. Se non è stato ottenuto di più non è certo per colpa dei lavoratori, che anzi hanno dato una lezione di lotta di classe a tutti. La responsabilità di aver ottenuto un risultato modesto rispetto alla forza espressa sul campo è dei dirigenti sindacali, a iniziare dal segretario nazionale della Cgil, Epifani, che già dopo i primi giorni di blocco così si esprimeva nelle sue dichiarazioni pubbliche: “Sono deluso dalla scelta della Fiat che vuole battere vecchie strade anziché cercare di risolvere i disagi che ci sono a Melfi, se la Fiat si orienta su vecchie strade noi dobbiamo fare di tutto per non dare una risposta come quella del 1980. Spero e mi auguro, e questo è anche responsabilità delle Rsu e della Fiom, di comprendere quando e come riorientare questa forma di lotta. È evidente che non si può andare avanti per un tempo infinito con un blocco della produzione che serve certo a dare una spallata ma non è la forma con cui ti proponi di gestire una lotta che ha caratteristiche nuove.” (Il Sole 24 ore, 25 aprile 2004) Dobbiamo quindi rendere merito ai lavoratori per l’enorme capacità di mobilitazione mostrata. Dobbiamo essere consapevoli che si è semplicemente chiuso un primo round di uno scontro che vedrà i lavoratori di Melfi dover riprendere in mano la lotta per un vero miglioramento delle proprie condizioni di vita e di salario. E le condizioni di partenza per le lotte future sono le migliori perché gli operai in fabbrica ci sono tornati a testa alta, di chi si sente comunque vincitore. Conquista che ha già dei primi riflessi su altri stabilimenti. A Pratola Serra, dove vigevano le stesse condizioni di Melfi, il 19 maggio è stata firmata un’intesa che recepisce in toto quanto sottoscritto per lo stabilimento lucano. A Torino si è riunito a gran completo il consiglio dei delegati dello stabilimento di Mirafiori (erano dieci anni che non succedeva) che ha convocato per il 10 giugno una prima giornata di mobilitazione contro l’inesorabile declino dello stabilimento. L’accordo È stato ottenuto un aumento di 105 euro, ma l’aumento è scaglionato in tre tranches, una a luglio di quest’anno pari al 50% dell’aumento finale concordato, una nel luglio dell’anno prossimo pari a un ulteriore 25% e una nel luglio del 2006 del restante 25%. Quindi nei prossimi due mesi nessun aumento, poi un aumento di 52,50 euro per un anno, che diventeranno per un altro anno 79 euro per essere 105 solo tra oltre due anni, cifra ovviamente lorda. Questo lo si può definire un aumento salariale ma non lo si può chiamare, almeno per i prossimi 26 mesi, aver ottenuto l’equiparazione ai salari dei lavoratori degli altri stabilimenti. Stesso discorso vale per l’indennità notturna pagata con il 45% di maggiorazione mentre negli altri stabilimenti è pagata al 60,5%. Anche qui lo scaglionamento è simile e i lavoratori di Melfi andranno a prendere la stessa indennità solo tra 26 mesi. Certo si potrà sostenere che bisogna guardare l’accordo nel suo complesso, e che l’odiata “doppia battuta” è stata abolita e questo per gli operai non ha prezzo. Verissimo, che per gli operai non ha prezzo (a proposito, ma chi l’ha firmato l’accordo che prevedeva questi turni e queste gabbie salariali nel 1993 con la Fiat?), è però vero che l’accordo permette alla Fiat di mantenere lo stesso livello di produttività. Quindi pur cambiando la turnazione, cosa non da poco, rimane un problema di fondo: i ritmi di sfruttamento, le pressioni per mantenere gli obbiettivi previsti non cambieranno di molto. Infine sulla terza e molto sentita questione dei provvedimenti disciplinari si è giunti ad un accordo che in verità non dà nessuna garanzia di risolvere il problema. Sui provvedimenti non si doveva rimandare a una ipotetica commissione di conciliazione, si doveva pretendere da subito il ritiro di tutti i licenziamenti e i provvedimenti. Perché in quel momento gli operai stavano bloccando la produzione anche per questo e in quel momento la Fiat subiva ogni minuto che passava un danno ingente ai propri profitti. Allora cosa è mancato? Non diamo un giudizio così critico all’accordo per il gusto di farlo o peggio per voler dare una lezione di sindacalismo a qualcuno e meno che mai ai lavoratori. Bisogna chiamare le cose col proprio nome rifiutando di dargliene uno diverso. L’accordo, che rappresenta comunque un passo avanti per i lavoratori, non è il massimo che si poteva ottenere. E se non è stato ottenuto di più, non è certo per incapacità dei lavoratori che hanno dato lezioni di lotta di classe a tutti, ma, come dicevamo, per colpa dei dirigenti sindacali, in primo luogo della Fiom, per come hanno condotto questa vertenza. Nessuno può negare che la Fiom abbia dimostrata in questo frangente, come già in tante altre occasioni in questi ultimi tre anni, di essere la categoria sindacale più combattiva e vicina ai lavoratori. Detto questo però è innegabile che nelle varie fasi della lotta e della trattativa non ha mantenuto la fermezza e la coerenza necessarie. La lotta di Melfi ha da subito raccolto un grande interesse tra i lavoratori nonostante nei primi giorni i mass media e quotidiani borghesi cercassero di sminuire o peggio ancora passare sotto silenzio quanto accadeva. Dopo il maestoso corteo del 24 aprile nella piana di S. Nicola di Melfi, dove c’erano quasi 15mila persone, nessuno poteva più far finta di niente. Da un numero sempre crescente di fabbriche veniva la richiesta di poter fare qualcosa e il 26 aprile dopo le cariche della polizia sui lavoratori in molte città gli operai sono scesi in sciopero. In quel momento c’erano le condizioni per creare nel paese non solo una mobilitazione in sostegno a Melfi, ma la lotta poteva assumere un carattere generale perché, è importante non dimenticarlo, è esattamente un anno che i metalmeccanici della Fiom stanno lottando per riconquistare un contratto nazionale. Dal corteo nazionale del 7 novembre del 2003 in poi non si è più fatto nulla a livello nazionale per rilanciare la lotta, mentre questa era l’occasione per riprendere in mano la vertenza generale sul contratto. Le rivendicazioni di migliori salari e condizioni di lavoro degli operai di Melfi erano perfettamente compatibili con i miglioramenti contenuti nella piattaforma contrattuale della Fiom. Invece non si è fatto nulla, pur in un clima di disponibilità alla lotta dei lavoratori ci si è accontentati di convocare uno sciopero di quattro ore della categoria per il 28 aprile, male, in molti casi senza una campagna adeguata e poi si è fatto calare il silenzio. Nei giorni successivi tutta l’azione dei vertici Fiom era volta a smorzare gli animi, a giocare il classico ruolo di “pompieri”. È un fatto che Rinaldini giovedì 29 aprile davanti ai cancelli dello stabilimento di Melfi ha proposto di sospendere lo sciopero per permettere di iniziare la vera trattativa con la Fiat. È o non è vero che è stato duramente contestato dai lavoratori e ha dovuto fare un passo indietro e accettare che lo sciopero continuasse ad oltranza? Non è forse stata la continuazione ad oltranza dello sciopero a far cedere la Fiat? Se si fosse tornati a lavorare cosa sarebbe successo? Sicuramente non si sarebbe ottenuto neanche quello che è stato ottenuto il 9 maggio. E di chi sarebbe stata la responsabilità? E ancora: perché nelle battute conclusive della trattativa si è accettato di riportare il tavolo a Roma invece di mantenerlo a Melfi? Quella di aver ottenuto il tavolo di trattativa a Melfi era una conquista che aveva rigenerato i lavoratori che si sentivano ancora più motivati e convinti che ormai l’azienda era con le spalle al muro. Non per nulla quando la trattativa a Melfi fu sospesa per la prima volta per permettere ai delegati di comunicare quali erano le proposte di mediazione della Fiat, i lavoratori li hanno rispediti indietro facendo comunicare ai propri rappresentanti che volevano due terzi degli aumenti subito, il rimanente non legato a nessun andamento aziendale, e che pretendevano la quattordicesima, da ricevere a luglio, di 300 euro. Promettendo, se entro le 14,00 del giorno dopo non venivano accontentati, un inasprimento della lotta. È chiaro che le pressioni a Melfi non le sentivano solo i padroni, ma anche i dirigenti sindacali, e questa non deve essere stata cosa gradita. Queste sono le cause che hanno portato a un accordo finale inferiore a quanto i lavoratori potevano aspirare mettendo in campo una lotta di tale portata. Nulla sarà più come prima Era dal 1977 che alla Fiat non c’era una lotta offensiva di questa portata. Questa è anche, tra le molte dure lotte di questi mesi (autoferrotranvieri, acciaierie di Terni e Cornigliano, Alitalia solo per citare le più eclatanti), la prima lotta avanzata che fa conquiste significative che migliorano le condizioni dei lavoratori. I lavoratori di Melfi sono consapevoli di aver compiuto qualcosa di storico, da oggi in poi chi vuole lottare veramente per migliorare le proprie condizioni di vita non può che prendere esempio da Melfi e seguire la strada da loro indicata. Sono anche consapevoli che non hanno ottenuto tutto quello che volevano e poco peso danno ai toni trionfalistici con cui l’accordo è stato presentato dai vertici sindacali. Quello che sanno è di aver misurato la propria forza e di essere riusciti a mettere nell’angolo il padrone più forte e arrogante del paese. Padrone che, non dimentichiamocelo, ha prima tentato di fare un accordo separato farsa con i vertici compiacenti di Fim-Cisl e Uilm-Uil, poi ha giocato la carta della violenta repressione mandando le forze dell’ordine a manganellarli. A ogni tentativo di piegare la resistenza degli operai i padroni hanno ottenuto il risultato opposto. A ogni tentativo dei vertici sindacali di riportarli a miti consigli i lavoratori hanno serrato le fila e si sono fatti più severi verso chi doveva dirigerli. Questa è la vera vittoria dei lavoratori. Il “prato verde” con i 9mila provvedimenti disciplinari non c’è più e capi e capetti al servizio degli Agnelli non potranno permettersi tanto facilmente di trattarli come in passato. Prepararsi per le lotte di domani Ma c’è ancora tanto da fare, le esigenze produttive porteranno i padroni, presto o tardi, a cercare di ristabilire l’ordine costituito. E se da un lato c’è stata una presa di coscienza cosi profonda che ci fa dire che a Melfi nulla sarà più come prima, dall’altra l’esperienza ci dice che se i lavoratori non si pongono il compito di avere il pieno controllo del loro sindacato, presto o tardi la reazione padronale rialzerà la testa. Un buon inizio è il fatto che si stiano raccogliendo le firme nello stabilimento per far decadere la Rsu e eleggerne una nuova, visto che la Fim-Cisl conta il 57% dei delegati e si è comportata come abbiamo visto. Ma questo non è sufficiente. Inoltre i problemi occupazionali dell’indotto e del gruppo Fiat nel suo complesso non sono per nulla risolti. Il consorzio delle fabbriche dell’indotto che lavorano per la Fiat a Melfi hanno dichiarato che applicheranno ai propri lavoratori le stesse condizioni accettate dalla Fiat. Ma sappiamo che queste dichiarazioni possono essere rimangiate in qualsiasi momento. Inoltre nell’indotto c’è un grave problema occupazionale, su circa 3mila lavoratori a Melfi, 400 sono in cassa integrazione, e non è da escludere che nei prossimi mesi verranno dichiarati degli esuberi. Non possiamo escludere a priori che dopo la legnata che si è preso Agnelli, domani torni a ricattare i lavoratori di Melfi con la minaccia di spostare parte della produzione. I lavoratori di tutti gli stabilimenti del gruppo Fiat e dell’indotto hanno solo ed esclusivamente interessi comuni. Il problema dei ritmi e dei salari di Melfi e il pericolo di chiusura di Mirafiori, o la dismissione di Arese sono un problema di tutti i lavoratori di tutti gli stabilimenti. Di quelli citati, di Termini Imerese, Pratola Serra, Val di Sangro, Termoli, Cassino e Iveco. Non si può più rinviare una seria discussione su come prepararsi per il futuro. Tutti i dirigenti sindacali discutono dei problemi della Fiat su comode poltrone in interminabili seminari ma nessuno di loro prende l’iniziativa per prepararci a questa battaglia decisiva. L’unico modo per farci trovare preparati a questo scontro è sviluppare una piattaforma di rivendicazioni che riduca l’orario di lavoro a parità di salario, permettendo così la ridistribuzione del lavoro in tutti gli stabilimenti e una nuova tornata di assunzioni. Ma per fare questo, per permettere che la Fiat sia un’industria che metta le proprie risorse a disposizione dei lavoratori e del paese è necessario in ultima analisi rivendicarne l’esproprio sotto il controllo dei lavoratori. Solo così potremo incamminarci vero la definitiva soluzione del problema occupazionale della Fiat e dell’indotto. Epifani all’inizio della vertenza aveva ricordato i pericoli di certe forme di lotta citando la gloriosa lotta dei lavoratori della Fiat di Mirafiori che nel 1980 occuparono per 35 giorni consecutivi i cancelli della fabbrica per opporsi a 22mila licenziamenti. La lotta venne sconfitta e da allora è sempre stata considerata la sconfitta che aprì la strada alla reazione padronale che ci ha portato alla situazione di oggi. Epifani ha dimenticato di dire chi furono stati i responsabili di quella sconfitta. I dirigenti sindacali di Cgil, Cisl e Uil che a Roma, mentre la lotta proseguiva unita e compatta, firmarono la resa incondizionata sulla testa dei lavoratori. Poi fecero fare una votazione farsa e chiusero la pratica. Una nuova generazione di lavoratori ora si affaccia alla lotta sindacale, spinta dalle condizioni oggettive, e torna a usare i metodi naturali e tradizionali che in tanti anni sono stati gli unici che hanno permesso di vincere. Ma rispetto alla passata generazione abbiamo un vantaggio, poter attingere dalla loro esperienza per non essere traditi come è successo a loro. Unisciti a noi perché questo tesoro non vada sprecato e perché, a partire da Melfi, si volti definitivamente pagina.
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