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Un bilancio critico L’11 marzo del 2001 quando la Marcia zapatista è arrivata a Città del Messico nella Piazza dello Zocalo l’accoglienza dei lavoratori è stata eccezionale, una massa gigantesca di persone era lì presente per dare il proprio sostegno all’Ezln. A 7 anni dalla rivolta in Chiapas l’appoggio e la simpatia di cui gode il movimento zapatista è ancora molto grande, purtroppo l’Ezln non si pone il problema di utilizzare questa autorità per la costruzione di un fronte che unifichi i movimenti che attraversano la società messicana.
È giusto anche ricordare che in un primo momento il programma difeso dagli zapatisti era rivolto a tutti i lavoratori, non solo perchè appoggiassero la lotta degli indigeni, ma per la formazione di un movimento generale contro il capitalismo. Il limite dell’insurrezione del gennaio del ‘94 era il suo carattere locale, la chiave di soluzione era l’estensione della lotta dalle campagne alla città e la partecipazione attiva e cosciente del proletariato messicano, protagonista nel corso degli anni ‘90 di lotte durissime e dunque ricettivo a un appello di questo tipo.
Prima di tutto questo però, riteniamo utile rammentare seppur brevemente i passaggi fondamentali della rivoluzione del 1910, che vedeva tra i suoi protagonisti Emiliano Zapata, il leader contadino a cui si richiama l’Ezln.
1910: la rivoluzione incompiuta
Fino alla rivoluzione del 1910, che mise fine al regime di Porfirio Diaz, la situazione di ingiustizia sociale nel paese era spaventosa.
Il censimento del 1910 rivelava che il 97% dei contadini erano senza terra e che l’1% della popolazione possedeva il 96% delle terre.
Paradossalmente l’ottenimento dell’indipendenza dalla Spagna fu un elemento che rafforzò ancor più il latifondo espropriando le terre comunitarie (gli ejidos) dei contadini poveri.
Diaz, come rappresentante di un regime con forti rimanenze feudali era considerato dalla borghesia nazionale come un uomo troppo dipendente dagli interessi del capitale straniero.
La sollevazione di Chihuahua diretta da Pancho Villa portò così all’elezione di Francisco I. Madero, rappresentante di quella borghesia nazionale che rivendicava la propria fetta di potere e una maggiore presenza negli organismi governativi.
Madero, promettendo la restituzione delle terre comunitarie al popolo (Plan de San Luis) ottenne un considerevole appoggio tra i contadini. Dopo sei mesi con il popolo in armi e in un clima di insubordinazione Diaz fu costretto a dimettersi e a fuggire all’estero.
Ma una volta sconfitto Diaz, la borghesia nazionale tradì le aspirazioni popolari e tentò di disarmare le truppe contadine a capo delle quali c’erano Zapata (al sud) e Pancho Villa (al nord). Madero non aveva alcuna intenzione di rispettare le promesse del Plan de San Luis. A quel punto Zapata propose di conquistare la riforma agraria per via rivoluzionaria.
Il Plan de Ayala di Emiliano Zapata prevedeva la requisizione di un terzo delle proprietà dei latifondisti e la nazionalizzazione delle terre, dei monti e dell’acqua.
Madero, che vedeva mancare sotto i propri piedi il sostegno dei contadini, si rivolse agli esponenti e ai quadri del vecchio regime "porfirista" per conquistare una base d’appoggio; nel suo governo rimasero la maggioranza dei membri del vecchio gabinetto di Diaz, l’intero Parlamento non subì modifiche per oltre un anno e la metà dei senatori rimasero ai loro posti. Nell’esercito non ci fu alcuna epurazione nei piani alti, ma anzi ci fu un aumento degli effettivi per combattere le truppe rivoluzionarie di Zapata e Pancho Villa.
Il settore più ricco della borghesia che aveva dato il proprio appoggio a Madero era strettamente legato alla proprietà della terra. La borghesia industriale spesso coincideva con i latifondisti e questo spiega perchè la classe dominante messicana fosse incapace di avviare una seria redistribuzione delle terre, portando a termine i compiti classici di una rivoluzione borghese.
Fecero una parvenza di riforma agraria gestita in modo assolutamente burocratico, che non poteva in nessun modo accontentare i contadini che continuarono a combattere.
A quel punto di fronte allo stallo sociale e l’incapacità di contenere l’avanzata degli eserciti contadini, la grande borghesia getterà la maschera organizzando un colpo di stato nel febbraio del 1913. Durante il golpe diretto da Victoriano Huerta, Madero perderà la vita. La nuova dittatura si caratterizzerà per la sua ferocia al punto da provocare una reazione anche da parte degli strati inferiori della borghesia nazionale.
Al comando di Venustiano Carranza si organizzerà l’esercito che combatterà Huerta. Molti contadini verranno reclutati con la promessa che già Madero aveva tradito, quella di una vera riforma agraria. Ma nelle zone controllate dall’esercito ribelle dove vennero espropriate delle fattorie per ripartirle tra i contadini, Carranza protesterà violentemente insistendo sul fatto che queste cose sarebbero diventate operative solo dopo la destituzione di Huerta.
Zapata e Villa lottarono a fianco dell’esercito di Carranza pur mantenendo la propria indipendenza; nei piani di Carranza c’era quello di eliminarli una volta che si fosse sbarazzato di Huerta, ma le cose precipitarono ancor prima; nell’agosto del ‘14 era già cominciata una guerra civile tra la borghesia nazionale e l’esercito contadino rivoluzionario.
Nel dicembre del 1914 Zapata e Villa entrarono trionfanti nella capitale, tentarono di organizzare il nuovo potere ma non riuscirono a consolidarlo perchè quasi subito furono costretti ad indietreggiare per la nuova offensiva di Carranza. Nell’agosto del ‘15 la situazione era radicalmente cambiata e le truppe di Carranza controllavano la capitale e la maggior parte del paese.
La vittoria di Carranza fu possibile perchè riuscì a portare dalla sua parte la giovane classe operaia messicana.
Il peso della classe operaia a quell’epoca era ancora molto scarso, non esisteva nè la coesione sufficiente nè una direzione marxista in grado di dirigerla in un processo rivoluzionario. Tra i lavoratori più attivi dominavano le posizioni anarcosindacaliste.
Due tra i principali dirigenti del movimento operaio erano i fratelli Flores Magòn, i quali rivendicavano che i mezzi di produzione, le terre, gli strumenti di lavoro, passassero sotto il controllo dei lavoratori, ma allo stesso tempo negavano la necessità di un potere rivoluzionario come strumento per organizzare la nuova società e combattere gli sfruttatori. Disgraziatamente nei momenti rivoluzionari la questione del potere non può essere ignorata, se non correndo il rischio di ritrovarsi nel campo della borghesia il che fu precisamente quanto avvenne nel 1915 quando i dirigenti del movimento operaio, allettati da Carranza che promise loro il "controllo" dei sindacati sull’economia, furono utilizzati dalla borghesia per combattere i contadini.
I cosiddetti "battaglioni rossi" furono così scagliati contro le truppe di Villa e Zapata e contribuirono al soffocamento dell’ala più rivoluzionaria dei movimento contadino.
Una tragedia di proporzioni immani si era consumata. Quegli stessi lavoratori che rivendicavano la giornata lavorativa di 8 ore, migliori condizioni di lavoro e il salario minimo, per colpa delle posizioni errate della loro direzione stavano schiacciando, armi alla mano, un esercito contadino con il quale avrebbero dovuto lottare assieme. Questa esperienza per quanto lontana nel tempo è densa di insegnamenti e dimostra fino a che punto questioni teoriche che a un occhio superficiale possono apparire irrilevanti, nei momenti decisivi possono condurre alla sconfitta un movimento rivoluzionario.
La questione della conquista del potere e della rottura rivoluzionaria era un problema decisivo allora come lo è oggi nel conflitto tra l’Ezln e lo Stato messicano. Il fatto che Marcos non se lo ponga non è un elemento da esaltare ma piuttosto una questione che deve destare enorme preoccupazione. Altre tragedie potrebbero consumarsi in futuro proprio per questa "insignificante" questione.
L’altro insegnamento della rivoluzione del 1910 è che la mancata alleanza tra i contadini poveri e il movimento operaio conduce inevitabilmente alla sconfitta. Ancora una volta ci permettiamo di ricordare agli zapatisti che non è una indistinta "società civile" che condurrà alla vittoria il movimento indigeno ma solo l’alleanza con il movimento operaio che va ricercata e costruita giorno per giorno.
Comunismo o ritorno alla civiltà Maya?
Zapata, che venne assassinato nel 1919, era convinto (e con lui diversi rivoluzionari come il peruviano Mariategui) che il fine ultimo della lotta fosse quello di ristabilire le vecchie strutture economiche indigene esistenti in America Latina prima dell’avvento del colonialismo spagnolo e dei conquistadores.
Ora non si può dire che la civiltà Maya o quella Incas fossero capitaliste tutt’altro, e in effetti esistevano nelle tradizionali forme sociali indigene elementi di proprietà comune (dighe, strade, sistema idraulico, ecc.) come esistevano in tutte quelle forme di società che avevano preceduto la società di classe e che Marx definiva di "comunismo primitivo". Ma questo non significa che ci si possa porre l’obiettivo oggi di restaurare quelle società basate sulla "schiavitù volontaria", sul dominio di caste religiose e burocratiche e su un rigido sistema patriarcale.
Mariategui, più di Zapata, comprese che la soluzione al problema indigeno non poteva essere svincolato dalla questione operaia: "Agli indigeni manca un vincolo nazionale. Le loro proteste hanno sempre avuto un carattere regionale. Questo ha permesso che venissero sempre sconfitte..." .
Per il rivoluzionario peruviano era necessaria non solo l’alleanza con il proletariato ma proprio per la dispersione sul territorio dei contadini era alla classe operaia che corrispondeva il ruolo di direzione in un processo rivoluzionario.
Riferendosi alla situazione peruviana Mariategui ebbe modo di affermare: "In Perù la classe lavoratrice è per quattro quinti indigena. Il nostro socialismo non sarà peruviano, nè sarà socialismo, senza l’unità inscindibile delle rivendicazioni operaie con quelle indigene". Una posizione totalmente sottoscrivibile.
Il limite di Mariategui, come si accennava, fu caso mai quello di esaltare oltre misura la superiorità del modello sociale Incas rispetto all’organizzazione feudale spagnola che lo distrusse. Si sforzò di dimostrare l’efficacia del modello indigeno basando le sue analisi sul sistema di organizzazione delle comunità agricole (el ayllu) che erano superiori al latifondo.
Secondo lui la soluzione andava ricercata nelle antiche comunità indigene: "La più avanzata organizzazione comunista, primitiva, che registra la storia è quella degli Incas". Mariategui fa una certa confusione tra il comunismo e le società primitive basate sulla proprietà collettiva.
Marx non la pensava allo stesso modo e considerava la tappa capitalista come indispensabile nello sviluppo della civiltà umana. Nelle sue riflessioni sul modo di produzione asiatico, riflessioni che per estensione possono essere applicate anche alle comunità indigene dell’America Latina, ebbe modo di affermare che inevitabilmente nelle comunità emergerà una contraddizione tra la proprietà collettiva e quella individuale, contraddizione che giungerà al culmine quando una prevarrà sull’altra.
A differenza di Mariategui, Marx avvertiva che lo sviluppo della proprietà collettiva delle terre poteva essere vantaggioso solo oltre un certo livello di sviluppo delle forze produttive. Era impensabile che si potesse condurre il modello indigeno oltre una determinata fase di sviluppo.
Pertanto bisognava liberare la proprietà collettiva della terra dalla sua gestione primitiva approfittando delle conquiste materiali del capitalismo e dell’industria in particolare.
Ancora di recente Marcos accennava alla possibilità si ristabilire le vecchie forme sociali della comunità indigena. Ma è impensabile che si possa far tornare indietro le lancette della storia di cinque secoli. L’alternativa al capitalismo non può certo essere la società primitiva ma quella comunista che si organizza in una società industrializzata con il controllo dei lavoratori (della terra e dell’industria) in ogni aspetto della produzione e del consumo.
Con lo sviluppo della tecnologia e l’uso di trattori, fertilizzanti, ecc. è possibile alzare la produttività del lavoro alleviando le fatiche dei contadini. In questo modo la povertà, l’indigenza e la morte per malattie diventerebbe presto un brutto ricordo del passato.
Solo per questa via i lavoratori e i contadini messicani possono trovare una soluzione ai loro problemi, oggi più che mai in un contesto dove la classe operaia (a differenza del 1910) è ormai una classe decisiva anche sul piano quantitativo.
Realtà del Chiapas oggi
Nel 1917 la nuova Costituzione messicana, seppure in forma distorta, reintroduce l’inalienabilità delle terre degli ejidos. È del 1994 la modifica della Costituzione che cancella quel principio, una data che non a caso coincide con l’inizio della rivolta in Chiapas.
Tuttavia per non parlare in astratto di terre comunitarie è necessario analizzare anche la qualità e la gestione di queste terre. Sotto il regime dominato per ottant’anni dal Pri le diverse riforme agrarie che si sono succedute hanno sempre avuto un carattere parziale oltre che ingiusto e spesso assegnavano ai contadini poveri le terre più aride e meno redditizie. I latifondi non sono mai stati espropriati dallo Stato.
Tutti quei contadini che venivano espulsi dalle loro terre per debiti venivano invitati dal governo a emigrare verso le montagne aride del Chiapas, dove si creò un gigantesco bacino di manodopera di riserva che i latifondisti delle regioni del Centro, di Fraylesca e Soconusco utilizzavano nei periodi della raccolta.
Quando la raccolta finiva i peones sopravvivevano a stento sulle poverissime terre comunitarie che venivano assegnate a esclusivo vantaggio dei grandi proprietari.
Non c’è bisogno di dire che le terre migliori e più fertili rimanevano sotto il controllo del latifondo. Fù così che 150mila contadini, quasi tutti indigeni furono costretti a mettere dimora nelle foreste e nelle montagne.
All’inizio degli anni ‘80 ben l’80% degli ejidos erano costretti per sopravvivere a lavorare nelle aziende dei grandi proprietari e nelle periferie delle città.
In queste periferie si annidava anche un sottoproletariato di contadini rimasti senza terra e senza lavoro.
Grazie a questa opera di supersfruttamento il Chiapas è diventato il primo esportatore di caffè e fra i primi tre stati messicani produttore di mais, banane, tabacco e cacao.
In realtà gli ejidos quando l’accordo del Nafta ne propose l’abolizione corrispondevano solo al 10% delle terre del Chiapas e la stragrande maggioranza di questi venivano gestiti in modo privatistico.
Il 90% dei contadini delle terre comunitarie tutt’ora estraggono dalla terra un reddito giornaliero inferiore a un dollaro.
Il Chiapas è la regione che genera più povertà nonostante sia piuttosto ricca considerando il suo prodotto interno, una delle poche dove la maggioranza della popolazione vive nelle zone rurali, il 30% degli abitanti sono indigeni e la quasi totalità sono contadini senza terra.
In Ocosingo, Altamirano e las Margaritas, su 225mila abitanti, il 48% della popolazione è analfabeta, l’80% delle famiglie vive sotto i livelli minimi di sussistenza, il 75% delle comunità non ha elettricità e oltre la metà non possiede acqua potabile.
Solo nel 1993, anno precedente alla rivolta, sono morti oltre 15mila contadini per malattie provocate dall’indigenza. Questo processo aveva basi materiali nell’economia: nell’89 c’era stato il crollo dei prezzi del caffè a livello internazionale con conseguenze devastanti sulle già deprecabili condizioni di vita dei contadini chiapanechi, la goccia che fece traboccare il vaso fu l’adesione del governo Salinas de Gortari al Trattato di libero commercio (Nafta) del 1992.
E sono queste le vere ragioni che hanno spinto i contadini del Chiapas ad organizzarsi nell’Ezln.
L’insurrezione del ‘94 e le origini dell’Ezln
Non è molto noto che l’Ezln ha una diretta discendenza dalle organizzazioni maoiste che a partire dagli anni ‘70 nacquero in Chiapas.
A quell’epoca esistevano diversi gruppi progressisti di orientamento cattolico ma anche maoista che tentarano di organizzare la difesa dei diritti primari degli indigeni.
Nel ‘75 prese vita la Union de Ejidos-Quiptic ta lecubtesel, in lingua tzetzal Nostra forza per la liberazione, che romperà con i maoisti di Linea Proletaria e costituirà nel 1980 la Uniòn de Uniones Ejidales y Grupos Campesinos Solidarios de Chiapas.
Le attività del gruppo erano orientate fondamentalmente alla ricerca di progetti produttivi per lo sviluppo della regione, progetti ai quali lo Stato non era interessato a dare sostegno.
Questo aprirà una crisi nel seno dell’organizzazione che proprio in questa fase stabilirà vincoli con un gruppo minoritario di provenienza guevarista.
L’Ezln verrà fondata nel 1983 e in realtà fino all’89 non ebbe che un ruolo marginale.
Ma nel corso dei primi anni ‘90 le comunità indigene giunsero alla conclusione che era necessario organizzare l’autodifesa armata contro le scorribande dei gruppi paramilitari sostenuti dal governo che garantivano gli interessi dell’industria agroalimentare e lo sfruttamento disumano dei contadini poveri.
L’Ezln venne "usata" in tal modo dai contadini fondamentalmente per ragioni di sopravvivenza, non fu un’adesione precisamente politica. Questo comporterà un mutamento della natura dell’ organizzazione che da minoritaria diventerà di massa, ma che allo stesso tempo annacquerà i suoi riferimenti al maoismo e al guevarismo, complice anche la caduta dell’Urss.
Quell’organizzazione preparò l’insurrezione del 1° gennaio del 1994. Allora gli zapatisti pensavano che era solo l’inizio di un processo che si sarebbe esteso in tutto il paese fino alla presa del potere.
Le cose non andarono esattamente così: "In termini molto semplici: l’Ezln era preparata per il 1° gennaio ma non per il 2 di gennaio (...) o l’annichilimento del primo gruppo di linea o il sollevamento di tutto il popolo per abbattere il tiranno; si presentò invece una situazione, che non solo non era intermedia ma che non aveva assolutamente niente a che vedere con le nostre aspettative." (Marcos nell’intervista con Monsivais, La Jornada 8/1/2001).
Il 1° gennaio più di 4000 indigeni male armati, alcuni dei quali solo con bastoni, lanciarono un offensiva per la presa di San Cristobal de las Casa, Ocosingo, Altamirano e Las Margaritas. L’insurrezione in termini militari fu un successo però solo nelle regioni di influenza zapatista.
Il fatto che non esistessero strutture organizzate negli altri Stati della Repubblica, nessun tipo di preparazione previa negli altri movimenti sociali, tanto meno tra gli operai, fu il fattore decisivo che determinò l’isolamento della rivolta.
La maggior parte dei messicani seppero della rivolta dai media, per cui non solo era poco probabile ma piuttosto impossibile che la ribellione si estendesse in tutto il paese, nonostante ci fossero tutte le condizioni materiali per questo.
Ciò nonostante le masse fecero di tutto per dare il proprio sostegno alla lotta. In primo luogo a Città del Messico dove si organizzarono riunioni con centinaia di attivisti e si cercavano affannosamente informazioni sulla rivolta con la proposta di azioni di solidarietà.
La pressione sociale sull’esercito era tale che mentre l’Ezln indietreggiava nella selva tra i soldati c’era un clima di insubordinazione con resistenze di ogni tipo a continuare la controffensiva, con casi di diserzione e altri in cui le truppe sbagliavano intenzionalmente la mira per non colpire i ribelli.
Ma a fermare definitivamente l’esercito fu la gigantesca mobilitazione del 12 gennaio che cambiò i rapporti di forza nel paese costringendo lo stato messicano a più miti consigli.
Ascesa del proletariato messicano
Quella manifestazione non era composta da "questa massa informe che non risponde a una organizzazione politica in termini classici" che Marcos chiama società civile. Furono in realtà i sindacati, le realtà studentesche, le organizzazioni contadine, i militanti della sinistra, in una parola gli attivisti organizzati che diedero l’impulso principale per la grande manifestazione che fermò quella sporca guerra evitando il massacro.
Di sicuro c’erano in quella manifestazione centinaia di migliaia di non politicizzati che venivano risvegliati dall’insurrezione in Chiapas, cosa che avviene in tutte le lotte importanti, il problema non sta però nel glorificarli perchè non erano organizzati, ma proporre loro un’alternativa politica attraverso la quale unirsi ai loro compagni per rendere più forte il movimento.
Come si è visto il ruolo della classe operaia messicana fu decisivo per fermare la repressione e in quella fase i lavoratori erano sul piede di guerra, impegnati su molti fronti.
In realtà c’era un oggettivo legame tra la rivolta nel Chiapas e le lotte dei lavoratori contro le ristrutturazioni volute dal capitalismo messicano e dall’imperialismo Usa.
La calata dei capitali americani e l’abolizione in pochi anni di gran parte delle garanzie e tutele della classe operaia provocarono mobilitazioni significative tra il ‘92 e il ‘95. Questa ondata si è chiusa, con la lotta dei lavoratori di Ruta 100 (azienda di autotrasporti di Città del Messico) che hanno dimostrato un alto livello di combattività e una grande capacità di organizzare il conflitto sul piano nazionale e internazionale.
La reazione dello Stato contro i lavoratori di Ruta 100 è stata di una brutalità mostruosa:
- 11 dirigenti sindacali e l’avvocato del sindacato (Sutaur) sono stati arrestati con false accuse,
- 12 mila lavoratori sono stati licenziati senza giustificazione,
- 80 mila famiglie legate a questi lavoratori si sono trovate senza mezzi di sussistenza,
- tre lavoratori sono stati uccisi con metodi mafiosi,
- 25 milioni di dollari, patrimonio dei lavoratori accumulati in oltre 15 anni, sono stati sequestrati arbitrariamente dal governo messicano.
La sconfitta subita dai lavoratori di Ruta 100 sotto il pugno di ferro del governo rappresenterà uno spartiacque nella situazione politica e sociale.
A tramortire i lavoratori contribuirà anche la pesante crisi economica del ‘95 che comporterà un attacco dietro l’altro alle condizioni di vita con la conseguenza di deprimere temporaneamente il movimento. Tra il ‘96 e il ‘97 ci sarà così un certo riflusso.
La mancanza di un’alternativa di classe al sindacalismo corporativo e istituzionale della CTM (Confederacìon trabajadores mexicanos) e della UNT (Uniòn nacional de trabajadores) ha impedito ai lavoratori di opporsi efficacemente agli attacchi del governo che è riuscito così a privatizzare le ferrovie e a fare delle leggi che miravano a colpire il diritto di sciopero, la giornata lavorativa di 8 ore, i diritti pensionistici e volevano istituire il licenziamento libero.
La legge federale del lavoro che si proponeva proprio di realizzare quest’ultimo obiettivo è stata però contrastata da una ripresa del movimento operaio.
Una delle conseguenze del nuovo clima è che il Sindacato Messicano degli Elettricisti (SME) abbia deciso di rompere i propri vincoli con la UNT, il gattopardesco tentativo di una scissione della CTM che riproponeva sotto nuove vesti la solita minestra corporativa.
Lo SME nell’agosto del ‘98 ha convocato un Assemblea Nazionale dei Lavoratori messicani, riunione alla quale hanno partecipato almeno 90 organizzazioni sindacali e che per la prima volta nella storia del Messico getta le basi per un sindacalismo basato sull’indipendenza di classe slegato da ogni tradizionale vincolo con lo Stato governato dal Pri.
Un solo sciopero generale ha costretto il governo a ritirare la nuova Legge federale del lavoro e questo rappresenta una prima vittoria dei lavoratori dopo una lunga serie di sconfitte.
A seguire ci sono state altre vittorie che hanno visto protagonisti i lavoratori del Monte di Pietà (contro 200 licenziamenti), quelli delle Poste e del Magistero oltre allo sciopero generale del 4 dicembre ‘98 contro la legge finanziaria.
La vicenda di questo sciopero è interessante perchè dimostra la radicalizzazione dei lavoratori messicani. Hernandez Juarez, segretario della UNT, tentò di ritirare la convocazione il giorno prima dello sciopero, ma non riuscì nel suo intento perchè i lavoratori, in primo luogo quelli del settore telefonico, scesero spontaneamente in lotta con rivendicazioni dal carattere profondamente politico.
Altre vittorie importanti sono state quelle dei lavoratori dell’Università Iberoamericana (dove sono stati ritirati 500 licenziamenti) e quella dei minatori di Cananea che pure hanno reagito prontamente di fronte a un tentativo di chiusura della miniera.
Infine è da segnalare l’inizio delle mobilitazioni nelle maquiladoras, aziende situate in Messico al confine con gli Usa dove si assemblano i pezzi per le multinazionali americane pagando salari 10 volte inferiori a quelli dei lavoratori nordamericani.
Si tratta di 3000 aziende dove lavorano oltre un milione di lavoratori sfruttati brutalmente senza tutele sindacali e con un salario di 32 dollari alla settimana per lavorare 50 ore.
Alla "Duro" (una maquiladora nella città di Tamaulipas) è esplosa una mobilitazione che ha messo a dura prova sia il padrone che la burocrazia sindacale.
I dirigenti della CTM infatti avevano appoggiato fino in fondo le misure aziendali contro la volontà degli iscritti, i quali nonostante l’atteggiamento dei vertici sindacali hanno continuato la lotta ad oltranza fino a costringere il padrone a cedere.
Adesso lo scontro si sta spostando su un terreno decisivo che vede da una parte i lavoratori della Pemex (industria petrolifera) e dell’industria elettrica, dall’altra lo Stato che sta perseguendo la privatizzazione e la conseguente ristrutturazione dei due "gioielli" dell’economia messicana.
Proprio mentre scriviamo ci giunge notizia che è in preparazione uno sciopero generale convocato dalla UNT. All’ultimo momento sembrava che i dirigenti volessero fare un passo indietro ma l’ambiente nelle fabbriche sta montando. È stata convocata per agosto-settembre 2001 una Assemblea nazionale dei lavoratori con l’obiettivo di rispondere a tre attacchi fondamentali del governo:
- la controriforma del lavoro
- l’aumento dell’IVA del 15% per i beni di prima necessità (includendo medicine e alimentari)
- la privatizzazione dell’azienda elettrica e quella del petrolio
È possibile in un contesto del genere che si faccia strada la rivendicazione dello sciopero generale nazionale di 24 ore che aprirebbe le porte a un nuovo salto di qualità nel conflitto di classe.
È un peccato che in un contesto del genere Marcos e gli zapatisti nelle loro dichiarazioni mantengano il silenzio più assoluto sulle lotte degli operai messicani.
La lotta all’Unam
Due anni fa all’Università di Citta del Messico (la più grande dell’America Latina) iniziava una delle lotte più importanti nella storia messicana, che ha visto l’università occupata per oltre 10 mesi con grande risonanza nazionale e internazionale.
La lotta era partita per difendere la gratuità dell’istruzione pubblica, contro i numeri chiusi, le limitazioni per l’accesso alle facoltà universitarie e ha visto impegnati oltre agli studenti anche i professori e i lavoratori dell’Unam.
Subito si è intrecciata con le mobilitazioni operaie creando molteplici punti di contatto. Alla manifestazione del 1° maggio del ‘99 alla quale hanno partecipato oltre 400mila persone si è vista la presenza di studenti e lavoratori che marciavano fianco a finaco.
Gli interventi dei lavoratori dell’azienda elettrica nelle assemblee universitarie sono state una costante in tutto il periodo di occupazione.
Alla fine il governo per chiudere le mobilitazioni è ricorso a una campagna sistematica di menzogne e ha assoldato gruppi di sottoproletari che entravano nelle università a provocare disordini che servivano come scusa per reprimere gli studenti. Il 6 febbraio del 2000 oltre mille studenti sono stati arrestati dalla polizia.
La reazione della classe operaia è stata violenta: il 9 febbraio 300mila lavoratori hanno sfilato per la città gridando slogan come: "Andare oltre! Sciopero generale nazionale!".
Il governo poco alla volta è stato costretto a liberare tutti gli studenti arrestati. La solidarietà attiva della classe operaia rappresenta una delle pagine più belle nella storia del movimento operaio messicano e dimostra fino a che punto è in corso un processo di radicalizzazione che renda praticabile l’unità d’azione.
Si evidenzia così quanto siano false le tesi di chi vede nella lotta dell’Ezln una mobilitazione isolata e slegata dai processi che si stanno sviluppando in tutto il Messico e più in generale in America Latina dove è in corso un processo generale di radicalizzazione che raggiunge il punto più alto in paesi come l’Argentina, l’Ecuador, il Venezuela, la Colombia e la Bolivia.
Critica alle tesi zapatiste
Come è noto l’Ezln dopo l’insurrezione del ‘94, di cui si è parlato, abbandonerà quasi subito la prospettiva della conquista del potere con grande soddisfazione di tutti i progressisti di area liberal. Tra questi certamente Revelli, Bettin ma anche i giornalisti de La Jornada e di Le Monde Diplomatique, che esalteranno la svolta di Marcos criticando "lo sterile paradigma delle guerriglie contadine che avevano come obiettivo la presa del potere".
Il 9 febbraio 2001 il subcomandante Marcos rispondeva a una serie di domande che gli erano giunte sulla pagina web dell’Ezln. Una di queste diceva: "Perchè l’Ezln dichiara che non lotta per il potere?"
La risposta di Marcos è stata: "Perchè fin dalla nostra apparizione abbiamo dichiarato che non ci ponevamo come obiettivo la presa del potere. Non ci interessa avere incarichi nel governo, ma che la gente venga ascoltata e assistita. Noi pensiamo che non è importante chi sta nel governo, quello che importa è che "comandi obbedendo", cioè che la gente obblighi i governanti a realizzare il loro lavoro d’accordo con gli interessi della gente e non d’accordo con gli interessi di un partito o di un gruppo economico o religioso".
Che dire? In primo luogo Marcos confonde il potere che potrebbe scaturire da un processo rivoluzionario con l’attuale potere dominante. Sarebbe come confondere il regime degli zar con il governo dei soviet scaturito dalla Rivoluzione d’ottobre.
Da un punto di vista rivoluzionario prendere il potere non significa entrare nelle istituzioni ma rovesciare l’ordine esistente per sostituirlo con uno Stato che si leghi direttamente alle esigenze delle masse e che da esse sia controllato attraverso una democrazia di tipo consiliare.
Uno Stato che abolendo il mercato che genera ogni tipo di oppressione possa abolire in breve tempo le ingiustizie sociali e la stessa esistenza delle classi.
Secondo Lenin questo Stato sarebbe in realtà un semistato che tenderebbe a estinguersi nella misura in cui crea le condizioni per liberare la società dallo sfruttamento capitalistico.
Ma a parte questo aspetto teorico ci appare ancora più incredibile che Marcos dichiari che secondo lui non è molto importante chi governa ma, che chiunque sia tenga conto delle esigenze delle masse e non quelle dei partiti, dei gruppi economici e religiosi.
In realtà ogni partito sorge con l’obiettivo di difendere determinati interessi di classe e al loro interno di distinti gruppi sociali.
Ci si può aspettare da un partito borghese come il Pan che "comandi, obbedendo"? "Obbediscono" sì ma ai loro padroni e cioè i capitalisti messicani e "comandano" per loro.
Parlando contro (e a favore allo stesso tempo) di tutti i partiti senza fare distinzioni si cade in una demagogia apolitica, per cui non si tenta neanche di individuare gli interessi che difende ogni partito, tanto meno ci si pone il problema di costruire un partito rivoluzionario che difenda gli interessi delle classi subalterne e che allo stesso tempo le organizzi su un programma generale di lotta al capitalismo.
Molti si chiedono se esiste una piattaforma programmatica dell’Ezln. In realtà non esiste un programma vero e proprio, le posizioni degli zapatisti devono essere dedotte da dichiarazioni, comunicati, interviste e sicuramente da quello che resta il principale contributo di Marcos e che ne riassume meglio le concezioni, pubblicato in Italia nel 1997 a cura del Manifesto con il nome "La quarta guerra mondiale è cominciata".
Un documento successivo, Il Nostro prossimo programma: ossimoro! nonostante dichiari di essere un programma nel titolo nella realtà non lo è affatto. Contiene considerazioni sul ruolo degli intellettuali di destra e di sinistra (è infarcito di citazioni di Eco, Bobbio e Ramonet) con brevi osservazioni sulla politica europea, i governi di sinistra in Europa che hanno aperto la strada alle destre e un susseguirsi di ossimori (globalizzazione-frammentata, oblio-memorabile, chiarovveggenti-ciechi, scettica-speranza, futuro-passato) che in un modo un po’ originale rivelano un dualismo che è contenuto in ogni cosa e in ogni processo ma che forse Marx e persino Hegel hanno spiegato molto meglio di Marcos più di un secolo e mezzo fa quando esposero il concetto filosofico della dialettica (materialista per Marx, idealista per Hegel).
Ma per tornare a La Quarta guerra mondiale è cominciata la cosa che più colpisce nel testo è il non riferirimento alle "classi", ma alle nazioni e alle loro identità culturali minacciate dal neoliberismo.
Marcos parla di quarta guerra perchè la terza si sarebbe combattuta tra il campo capitalista e quello socialista con la vittoria del primo.
In questa osservazione non c’è nessuna riflessione seria sulle cause della degenerazione dell’Urss e della Cina, su quanto questi paesi fossero realmente socialisti. Marcos non fa un accenno di critica allo stalinismo, nè ricorda come spesso e volentieri le burocrazie dei cosiddetti paesi socialisti siano state complici con l’imperialismo nel condurre alla sconfitta i movimenti rivoluzionari.
Non facendo una serie analisi sul perchè a est si siano prodotte certe aberrazioni il sub-comandante decide di accantonare il marxismo e di avventurarsi su un terreno di ricerca verso le "nuove idee di liberazione".
Secondo Marcos il dominio sempre più marcato della finanza nell’economia di mercato non è una prosecuzione logica del capitalismo, come Marx aveva indicato e previsto, ma rappresenta una nuova fase nella quale il neoliberismo entra in conflitto con quanto di più vitale c’era nel vecchio capitalismo, in particolare con lo Stato nazionale. "Il capitalismo internazionale incassa alcune delle sue vittime fiaccando i capitalismi nazionali e smagrendo fino all’inedia i poteri pubblici" che "non dispongono della forza necessaria per opporsi al volere dei mercati internazionali, quando questi ledono gli interessi dei cittadini e dei governi". E ancora "Il capitalismo mondiale sacrifica senza misericordia alcuna ciò che gli ha assicurato futuro e progetto storico: il capitalismo nazionale" (pag.14).
Pensare che gli stati nazionali, anche quelli dei paesi periferici, abbiano avuto o possano avere in futuro un ruolo progressista è uno dei limiti dell’analisi, non esiste oggi al mondo uno stato capitalista che giochi un ruolo progressista, non a caso i piani di aggiustamento strutturale, le misure del Fmi e della Banca mondiale godono della totale collaborazione dei governi e degli Stati dei paesi sottosviluppati.
Qualsiasi programma di emancipazione non può eludere la questione della proprietà privata e dell’abbattimento di quegli Stati che garantiscono lo sfruttamento su scala mondiale da parte delle multinazionali. Non ci riferiamo solo alle grandi potenze imperialiste, ma anche agli Stati subordinati come quello messicano.
Lo Stato e la borghesia messicana non contrastano il capitalismo mondiale non perchè non dispongono della forza necessaria come dice Marcos, o meglio non solo per questo, ma fondamentalmente perchè la borghesia nazionale è vincolata nei propri interessi all’imperialismo. Pensare diversamente significa avere delle illusioni sul carattere progressista di una classe come la borghesia che ha dimostrato più volte di tradire i lavoratori e i contadini anche in quei casi in cui si è appoggiata su di loro per tutelare i propri interessi contrastando il potere delle multinazionali.
L’idea di Marcos di "una rivoluzione antineoliberista" e del "recupero e la difesa della sovranità nazionale" dimostra come il subcomandante non proponga un alternativa al capitalismo ma si limiti a criticarne solo le forme più estreme: il liberismo in particolare. In fondo si tratta di una proposta di riforma del capitalismo.
Società civile e Stato borghese
Secondo Marcos al nuovo ordine mondiale e alla globalizzazione si contrappongono "sacche di resistenza" rappresentate dagli "esclusi".
Come è noto per il sub-comandante è la "società civile" lo strumento per condizionare le decisioni dello Stato. Ma la dualità Stato-società civile che viene presentata nasconde il problema fondamentale: chi detiene realmente il potere? E chi si serve di questo? Da questo punto di vista Marcos come gli idealisti di provenienza borghese separa le relazioni economiche da quelle politiche.
Il marxismo spiega invece che le relazioni politiche non operano in modo indipendente ma sorgono sulla base di quelle economiche e di classe.
La democrazia parlamentare, in un quadro economico che è proprio del capitalismo, in nessun modo può risolvere il problema dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo e senza l’abolizione dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo non c’è vera democrazia. Qui sta l’essenza del problema.
Lo Stato è lo strumento del dominio di classe, le forme che assume sul piano politico non sono essenziali (repubblica democratica, presidenziale, dittatura, ecc.) anche se è ovvio che per i lavoratori c’è differenza tra un regime dittatoriale e uno di democrazia parlamentare.
Ma quello che conta è che lo Stato capitalista userà tutti i mezzi per mantenere il dominio della borghesia sull’insieme della società. Per quanto lo Stato possa essere "autonomo" dalla classe che difende (e a volte se ne distacca vistosamente come nei regimi bonapartisti) lo è per preservare quel dominio di classe nelle condizioni che si determinano volta per volta a seconda dei rapporti di forza.
Dunque per costruire una società diversa c’è bisogno di un altro Stato, tutta l’esperienza delle rivoluzioni proletarie a partire dalla Comune di Parigi lo dimostra. L’idea della presa del potere non è un vezzo a cui marxisti si aggrappano per nostalgia, è una necessità vitale di fronte a un potere che egemonizza tutto e attraverso le proprie istituzioni difende l’ordine stabilito che riproduce le condizioni per preservare sè stesso e il sistema economico su cui è basato.
Effettivamente questo Stato con lo sviluppo della società capitalista diventa sempre più sofisticato e relativamente indipendente, in certi casi può reagire anche contro gli interessi di una parte della classe dominante o anche della maggioranza di essa, ma anche quando lo fa tende comunque a preservare l’ordine capitalista, non a rivoluzionarlo.
Questa enorme macchina che combina gli elementi della repressione con quelli del consenso, tende le sue reti su tutto il sistema attraverso ogni tipo di istituzione. La separazione tra lo Stato e la società esiste, ma non può essere vista in modo unilaterale, poichè in ultima analisi lo Stato resta il difensore e il garante del potere della classe dominante.
Quando Marx caratterizza ogni Stato capitalista come "dittature borghesi" evidenzia l’essenza del potere che può cambiare le forme ma non la sostanza.
Quando Marcos parla di società civile forse molti non capiscono e per questo approvano.
In realtà si sono date le definizioni più diverse per questo termine: ad esempio da Gramsci la società civile veniva intesa come l’insieme delle relazioni e del conglomerato sociale che costituiscono un elemento su cui si appoggia lo Stato per mantenere il proprio dominio di classe, una rete tesa ad esercitare il controllo sociale ma anche a conquistare il consenso: "... in Russia lo Stato era tutto, la società civile era primordiale e gelatinosa; nell’Occidente tra Stato e società civile c’era un giusto rapporto e nel tremolio dello Stato si scorgeva subito una robusta struttura della società civile. Lo Stato era solo una trincea avanzata dietro cui stava una robusta catena di fortezze e di casematte..." (Gramsci, Quaderni dal carcere).
Alcuni dirigenti delle guerriglie sudamericane hanno utilizzato il termine in un senso molto diverso. Ad esempio nel 1991 Villalobos, dirigente del Frente Farabundo Martì para la Liberaciòn Nacional (Fmln) sostenne la seguente posizione: "Il concetto classico di una avanguardia che egemonizza il potere ha fatto storia. Quello che perseguiamo noi altri in El Salvador è una rivoluzione della società civile" (citato da J. Castaneda. La utopia disarmata).
Due dirigenti sandinisti come Orlando Nunez e Roger Burbach ne diedoro una altra definizione ancora: "Per società civile intendiamo tutti i gruppi che non fanno parte dell’ordine dominante e della classe dominante".
Non è un caso, crediamo, che mentre elaboravano queste posizioni questi stessi compagni si apprestavano ad abbandonare la lotta per il potere con risultati disastrosi sia in Salvador che in Nicaragua. Sia per il Fmln che per il Fsln queste idee sono servite a giustificare delle svolte parlamentari che prevedevano la convivenza e persino l’alleanza con i partiti della borghesia. Nel caso di Villalobos con il partito Arena, per quanto riguarda i sandinisti con il Partito liberale. Ossia non sono state delle idee di cui ci si è serviti per cambiare una strategia, ma piuttosto per abbandonare la lotta e in certi casi passare dall’altra parte della barricata.
La definizione che ne ha dato Marcos somiglia molto a quella di Nunez e Burbach, in un’intervista rilasciata a La Jornada l’8/1/2001 il sub-comandante ha avuto modo di dichiarare che la società civile è: "Quella massa informe che non risponde a un’organizzazione politica in termini classici".
Secondo la concezione zapatista il potere politico è completamente in antagonismo con la società civile, per cui quando la società civile sarà sufficientemente organizzata, allora si potrà "mandar, obedeciendo", ossia la società civile eserciterà il potere dal basso indipendentemente da chi governa, sia di destra, sinistra o centro.
Queste concezioni stanno producendo una preoccupante tendenza all’adattamento politico verso lo Stato messicano al punto che Marcos più volte ha richiamato i deputati messicani ad avere "visione di Stato". Anche se forse per coerenza avrebbe dovuto richiamarli ad avere visione di "società civile"!
I cattivi consiglieri di Marcos
Nell’introduzione all’edizione italiana della Quarta guerra mondiale è cominciata, Revelli e Bettin, piuttosto che esaltare i punti forti di Marcos ne esaltano i più deboli.
Come sempre tendono ad ingigantire il nemico, sminuendo la capacità di reazione della classe lavoratrice, l’idea di individuare nuovi soggetti sociali serve a colmare questo vuoto. Revelli si interroga su quale sia il ruolo del proletariato in una società in cui "il sistema disarticolato e multiplo della forza lavoro globale non è più rappresentabile come soggettività organica e coesa (come classe universale)".
Bettin nella sua post-fazione scrive "è una pista, questa di Marcos, che allontana davvero dalla più greve tradizione leninista, e da pressoché tutta la tradizione rivoluzionaria sudamericana, nella radicale negazione di una politica finalizzata ossessivamente alla conquista del potere. In innumerevoli occasioni Marcos ha negato questa finalità e non a caso, anche nel testo che qui presentiamo, parla soprattutto di "resistenza".
È curioso che venga caratterizzata come "ossessiva" la tradizione scaturita dalla più importante rivoluzione proletaria della storia che divenne tale proprio perchè il proletariato seppe prendere il potere e conservarlo. Quanti si ricorderebbero oggi della rivoluzione d’ottobre se non fosse per quell’"ossessivo" dettaglio?
Già Bernstein, leader della destra socialdemocratica tedesca, all’inizio del secolo scorso mise in discussione la concezione di Marx del potere e coniò la famosa frase "il movimento è tutto, il fine è nulla".
Non a caso chi sostiene queste posizioni nel movimento rivendica la riforma della Banca Mondiale e del Fmi e propone soluzioni tipicamente riformiste sul piano economico: l’introduzione di misure protezioniste nell’economia, il keynesismo, la Tobin tax, ecc., in un epoca però dove non esistono più grandi margini per politiche riformiste.
L’esperienza nicaraguense è lì a dimostrare quanta importanza abbia questa questione. Con i sandinisti al potere, dopo il 1979, ci fu un enorme aumento delle risorse impiegate per migliorare le condizioni di vita delle masse contadine e operaie. La mortalità infantile scese drasticamente, la dieta migliorò, venne creato un sistema sanitario e una spettacolare campagna di alfabetizzazione.
Il fallimento di questa rivoluzione e la caduta dello Stato sandinista nel 1990 non avvenne per lo scarso spirito combattivo delle masse, semmai fu il prezzo pagato per una serie di errori commessi dalla direzione sandinista.
Nella rivoluzione i sandinisti si trovarono catapultati al potere ma non lo seppero difendere: i sandinisti, e soprattutto le masse, avevano spaventato a morte la borghesia, ma non si erano appropriati del controllo sull’economia. Nazionalizzarono solo le industrie di proprietà del vecchio dittatore Somoza.
Così il padronato e l’imperialismo Usa hanno potuto contare sulla loro ampia disponibilità di mezzi per sabotare l’economia e destabilizzare il paese.
In realtà Marcos si pone su un terreno ancora più arretrato di Ortega perchè mentre i sandinisti decisero di non appropriarsi dell’economia ma sì del potere politico, Marcos rinuncia anche a quest’ultimo e si limita a chiedere l’autonomia degli indigeni nei loro territori.
Ammettiamo pure che sia possibile ottenere l’autonomia dal governo di Fox, in questo nuovo regime di autonomia degli indigeni chi controllerà le industrie di caffè, tabacco, legname, ecc? Verrà distribuita la terra ai contadini che l’hanno persa con una redistribuzione dei latifondi? Come si farà fronte al crollo internazionale dei prezzi dei prodotti agricoli provocato dalle multinazionali che schiaccia i contadini poveri che spendono di più a coltivare la terra di quanto guadagnino dalla raccolta? Chi fornirà attrezzature meccaniche, sementi, fertilizzanti per aumentare la produttività del lavoro e sollevare i contadini dalla fatica e dalla schiavitù di un lavoro duro e con scarso rendimento?
Chi costruirà scuole, ospedali, case decenti, porterà alle comunità l’acqua e l’elettricità?
Dove si recuperano le risorse per un programma che liberi il popolo dallo spettro della fame e delle malattie?
È una reale autonomia quella che non può intervenire sulle leve economiche presenti sul territorio?
Questi aspetti decisivi sembrano tuttavia essere completamente assenti nei discorsi di Marcos e compagni. Per la verità in un primo momento l’Ezln non negava la necessità del potere, ma indicava che questo compito spettava ad altri: "Come Esercito zapatista non è possibile la presa del potere perchè ci mancano gli operai, le classi popolari, un partito, tutte cose che l’Ezln non possiede... confidiamo che altri movimenti si sollevino e costituiscano una forza nazionale per cambiare il sistema".
Come vedremo nella breve cronaca che segue nelle scelte compiute dagli zapatisti nei sette anni dopo l’insurrezione, una serie di insuccessi sul terreno dell’organizzazione nazionale hanno condotto gli zapatisti ad abbandonare completamente questa idea.
Adesso la conclusione a cui sono giunti è che questo compito di prendere il potere non compete a nessuno. Dunque, che fare? Resistere è l’unico messaggio che compare nei recenti comunicati, e al limite trovare un accordo che però lo Stato ha dimostrato più volte di non volere, nei fatti prima ancora che nelle parole.
Sette anni di conflitti e di accordi con lo Stato
Nella prima dichiarazione dalla Selva Lacandona, dopo l’insurrezione, l’Ezln proponeva "...la lotta fino all’ottenimento dei bisogni primordiali e la formazione di un governo nel paese libero e democratico".
Questa linea che pure si basava su un’idea non socialista del paese "libero e democratico" infiammò il paese con manifestazioni di solidarietà in tutto lo Stato.
Salinas, l’allora presidente del Messico, dopo quella manifestazione fu costretto a ritirare temporaneamente l’esercito dal Chiapas e a proporre una "linea del dialogo" che era un modo per prendere tempo.
Il governo tentò di smorzare il clima di mobilitazione che si generalizzava dando alla rivolta un carattere locale e caratterizzando il tutto come un problema esclusivamente etnico.
L’errore dell’Ezln in quel momento fu di accettare questo tranello, invece di porre il problema su un terreno di classe finirono con l’accettare di richiamarsi alla sola causa indigena.
Tra il 23 febbraio e il 2 marzo si tennero trattative nella Cattedrale di San Cristobal de las Casas, dove il governo fece molte promesse sul piano economico che non vennero mantenute.
L’obiettivo era quello di temporeggiare per disarmare successivamente l’Ezln.
Il problema per il governo era che a differenza di altre guerriglie che avevano perso legami di massa nella loro fase terminale, l’Ezln aveva in quel momento forti radici ed era il prodotto di un movimento contadino stanco di promesse, disgustato dalle manovre e dalle bugie dello Stato con una capacità di resistenza enorme.
Non si raggiunse alcun accordo ma la direzione dell’Ezln decise di non fare più appello a una sollevazione armata promuovendo la formazione di organizzazioni di combattimento, ma piuttosto di costruire una rete di esclusivo sostegno alla causa zapatista. Di fatto si trattava di formare gruppi di pressione per poter trattare con lo Stato, da una posizione di maggior forza.
Emergevano i limiti della strategia zapatista, il comandante Tacho, una delle principali figure dell’Ezln ebbe modo di dichiarare: "Per essere sincero molti di noi erano disposti a prendere le armi, ci eravamo preparati per questo, ma non eravamo preparati per far politica... non avevamo mai pensato che quello che ci serviva era la lotta politica. Ad averlo pensato prima avremmo fatto altre cose... Ma non fu così, io partecipai alla milizia, divenni responsabile locale, poi responsabile regionale e i compagni vedendo il mio lavoro, mi diedero incarichi per cercare, per pensare, parlare di lotta. Così incominciò, ma non ero realmente preparato per la politica".
Si procedeva a tentoni, nella Seconda dichiarazione dalla Selva Lacandona l’Ezln propose la "realizzazione di una Convenzione Nazionale Democratica (CND) sovrana e rivoluzionaria, che proponga un nuovo governo di transizione e una nuova costituzione che garantisca il compimento delle volontà popolare".
La cosa generò un certo entusiasmo in tutto il paese, l’8 agosto 1994 più di 7mila persone si trovarono ad Aguascalientes.
Ma alla scadenza Marcos e compagni giunsero senza un progetto preciso e la riunione fu molto dispersiva, chiudendosi in un nulla di fatto.
Non venne proposto alcun piano di unità d’azione e l’idea della CND, che pure aveva raccolto il sostegno di centinaia di realtà sindacali, studentesche e contadine da tutto il Messico si dissolse gradualmente nel tempo.
Di fronte al sostanziale insuccesso della CND non fu casuale che nella Terza dichiarazione del gennaio ‘95, la questione dell’autonomia assumesse un carattere sempre più centrale anche se comparirà una proposta rivolta alle altre forze della sinistra messicana in particolare al leader del Partido de la Revolucion Democratica (Prd) Cuahtemoc Cardenas perchè fosse lui a dirigere un Movimento per la Liberazione Nazionale (MLN), come fronte ampio dell’opposizione: "La questione indigena non ha soluzione senza una trasformazione radicale del patto nazionale".
Il problema è che il capo del Prd aveva tutto in mente in quel momento, ma certo non di mettersi alla testa di un movimento di quelle caratteristiche.
La logica che sembrava prevalere in quella epoca era: se il governo è illegittimo (le elezioni del ‘94 sono state piene di brogli elettorali) e non dà risposte, lo ignoriamo e agiamo come meglio crediamo.
L’illusione pericolosa che si potesse "ignorare" lo Stato e il suo apparato militare verrà purtoppo smentita dalla nuova offensiva militare che l’Esercito stava preparando.
Gli accordi di San Andres e il massacro dell’Acteal
Il 9 febbraio del ‘95 l’esercito riprenderà l’offensiva militare occupando Guadalupe Tepeyac, luogo in cui si riuniva la CND, arrestando militanti e simpatizzanti dell’Ezln. La reazione delle masse costringerà il governo a fare nuovamente un passo indietro "tendendo la mano" agli zapatisti.
In realtà sottobanco continuava la guerra con altri mezzi e si finanziavano gruppi paramilitari che venivano reclutati tra i sottoproletari i quali generavano un clima di terrore in tutta la zona.
Nel gennaio del ‘96 appare la Quarta dichiarazione dalla Selva che propone la formazione del Fronte Zapatista di Liberazione Nazionale (FZLN). Di fatto rispetto alla CND e al MLN, viene abbandonata completamente l’idea di un ampio fronte di lotta esteso alle altre organizzazioni operaie, contadine, studentesche e si fa un appello a costruire una forza politica di esclusivo orientamento zapatista.
Dietro questa proposta c’era l’intenzione di Marcos di preparare la strada a una fuoriuscita dall’illegalità, un percorso simile a quello che c’era stato in Colombia con l’M19 o in Salvador con il Flmn.
In realtà il Fzln realizzò la sua prima assemblea nazionale solo nel settembre del 1997, con la partecipazione di 1100 zapatisti a Città del Messico, quando la tregua col governo si era già rotta e dunque anche se era stato concepito come uno strumento per l’entrata dell’Ezln nella vita legale si rivelò inutile da questo punto di vista per ragioni non dipendenti dalla volontà di Marcos e compagni.
Ai negoziati di cui si iniziava a parlare dal settembre del 1995 il governo partecipava solo per guadagnar tempo.
Il 16 febbraio del 1996 si firmarono gli accordi di San Andres, mai rispettati da Ernesto Zedillo. Alla Cocopa (Commissione di concordia e pacificazione) venne affidato il compito di trasformare in legge gli accordi che, come si può vedere dal testo che pubblichiamo in appendice a questo articolo, erano piuttosto vaghi.
Il 29 novembre La Cocopa presenterà una proposta di legge che verrà accettata quasi subito dall’Ezln che la farà propria. Non la penserà allo stesso modo il governo che non aveva mai voluto sul serio un accordo dove si facessero delle concessioni sostanziali.
Vennero così rimessi in discussione una serie di punti: la norma del rispetto degli "usi e costumi" indigeni nella formazione dei municipi, l’esistenza di mezzi di comunicazione indigena (radiodiffusori), la concessione agli indigeni dello sfruttamento delle risorse naturali, ecc.
Ogni pretesto era comunque buono per rompere e spingere di nuovo l’Ezln sulla via militare.
Ogni possibile trattativa per la fuoriuscita dell’Ezln dalla illegalità si rivelò impraticabile e la tregua fallì.
Zedillo in realtà era solo alla ricerca di un casus belli che giustificasse nei confronti dell’opinione pubblica internazionale una nuova offensiva. Come nei Balcani con gli accordi capestro di Rambouillet che vennero rifiutati da Milosevic e permisero alla Nato di inziare la guerra contro la Jugoslavia, così il governo messicano tentò di servirsi della proposta di legge della Cocopa. Il governo pensava che l’Ezln non l’avrebbe mai accettata ma così non fu.
A dimostrazione della strumentalità dei negoziati da parte governativa l’offensiva militare riprese a freddo poco dopo. Il 14 marzo verranno assassinati 4 simpatizzanti dell’Ezln nel municipio di San Pedro Nixtaluicum. Il 22 dicembre del ‘97 un gruppo paramilitare (Mascara Roja) finanziato dal governo massacrerà nella comunità di Acteal 45 contadini indigeni. Nei giorni a seguire poliziotti, militanti del Pri e gruppi paramilitari deporteranno intere comunità indigene.
Il massacro di Acteal provocò un sentimento di ripulsa generale che coincise con una forte ripresa delle mobilitazioni della classe operaia messicana.
Il rovesciamento del governo Zedillo responsabile dei massacri divenne una proposta praticabile, una proposta che l’Ezln non avanzò mai proprio in un momento in cui si poteva dare uno sbocco organizzato e una prospettiva ai diversi movimenti che attraversano il paese.
Nel giugno ‘98 nella Quinta dichiarazione verrà sancita definitivamente la svolta minimalista dell’Ezln che da tempo andava maturando.
Tutto si ridurrà al "riconoscimento dei diritti del popolo indio e per la fine della guerra di sterminio.".
Di fronte alla repressione l’Ezln risponderà con una linea pacifista: "Il nostro silenzio ha denudato il potente e ha mostrato quello che è: una bestia criminale"
Non solo: il Parlamento messicano diventa all’improvviso agli occhi di Marcos un luogo di speranza, particolarmente per quello che riguardava i partiti dell’opposizione tra i quali ricordiamo all’epoca c’era non solo il Prd e il Pt, ma anche il Pan e si rivendica per la prima volta la "Riforma dello Stato". Gli indigeni secondo Marcos dovrebbero con il loro contributo e la loro partecipazione riformare lo Stato responsabile della loro oppressione.
Leggiamo questo passaggio significativo della Quinta dichiarazione: "Dopo una lunga lotta per la democrazia, diretta dai partiti dell’opposizione, c’è nelle camere dei deputati e dei senatori un nuovo rapporto di forze che rende difficile l’arbitrarietà del presidenzialismo... Non ci sarà transizione alla democrazia, nè riforma dello Stato, nè soluzioni reali ai principali problemi dell’agenda nazionale senza i popoli indigeni".
Nei mesi a seguire gli zapatisti non risponderanno alle provocazioni dei militari non perchè impossibilitati, ma perchè decideranno che la non risposta è il modo migliore per combattere l’esercito. Di conseguenza comunità intere si troveranno a far fronte disarmate alla violenza del regime.
Se le forze repressive dello Stato cessarono l’escalation militare non fu per il "silenzio" dell’Ezln, ma per il valore e l’energia con la quale decine di migliaia di contadini e indigeni lottarono senza direzione e preparazione militare con i loro mezzi di fortuna nelle zone di confine.
L’elezione di Fox e la marcia su Città del Messico
Il 2 luglio verrà eletto presidente Vicente Fox, rappresentante del settore più reazionario della borghesia messicana. Non a caso il suo partito (il Pan) era stato fondato da Gomez Morin simpatizzante del fascismo e del franchismo.
È il caso forse di rammentare la storia di questo partito che per la prima volta in ottant’anni è riuscito a scalzare il Pri dal potere.
Il Pan affonda le proprie radici nelle diverse organizzazioni di impronta clericale che dopo la Rivoluzione del 1910 tentarono di opporsi alle misure che abolivano i privilegi della Chiesa Cattolica.
Tra queste c’era il Partido Catòlico Nacional che attraverso la Liga Nacional Defensora de la Libertad Religiosa nel 1926 organizzò una rivolta dal carattere chiaramente controrivoluzionario, una sorta di Vandea messicana.
Sconfitta la rivolta il settore più radicale della Liga diede forma a una legione di nome Base, un’organizzazione segreta che si proponeva di continuare la resistenza partecipando allo stesso tempo alla vita politica del paese.
La Base era un’organizzazione fortemente gerarchica di tipo militare alla quale aderì anche il fondatore del Pan, Gomèz Morin.
All’interno della Base nel 1937 sorse il sinarquismo, un movimento che sull’onda della vittoria di Hitler in Germania e di Franco in Spagna si orientò apertamente al fascismo.
Formalmente i sinarquisti non si dichiaravano pro-nazi ma si richiamavano al falangismo, le organizzazioni fasciste spagnole. Il loro programma chiedeva: "Il diritto alla proprietà privata e allo stesso tempo le condizioni per tutti i lavoratori di avere accesso alla proprietà" (il che ricalca la demagogia dell’attuale presidente Fox).
Nel programma sinarquista comparirà anche la seguente frase: "Di fronte al grido comunista ‘tutti proletari’ opponiamo il grido ‘tutti proprietari’. Condanniamo la lotta di classe e chiediamo con urganza l’unione tra il capitale e il lavoro che in un regime di giustizia sociale realizzi il bene del Messico".
Insomma un programma corporativo di tipo fascista che si proponeva di creare in Messico uno Stato teocratico. Da questa feccia reazionaria viene il Pan, il partito di Vicente Fox, che oggi si presenta col doppiopetto come uomo ragionevole e democratico!
Durante le elezioni presidenziali una delle tante promesse demagogiche di Fox fu proprio quella di mostrarsi "disponibile al dialogo", promettendo agli elettori che in caso di elezioni avrebbe fatto la pace con l’Ezln nel giro di 15 minuti.
Da questo punto di vista è evidente che Marcos ha come minimo preso un abbaglio quando ha rilasciato delle credenziali al nuovo partito di governo: "Il Pan di oggi ha poco a che vedere con quello di Gomez Morin".
Il subcomandante si è spinto oltre quando ha fatto un appello, niente meno che all’"Onorabile Parlamento dell’Unione messicana" dicendo: "Il Parlamento dell’Unione non deve cadere nell’inerzia di essere cassa di risonanza del Governo. L’equilibrio nella composizione delle Camere obbligherà i legislatori al dialogo, in quanto rappresentanti popolari e non come rappresentanti di partito. Il potere legislativo non deve trasformarsi in una arena di pugilato politico tra i rappresentanti... Perchè lo spazio per il confronto di queste differenze è nel terreno elettorale di fronte ai cittadini. Come legislatori non è al partito che rappresentano, nè agli elettori che bisogna dar conto ma al paese... il legislatore deve fare quello che necessita al paese. Devono avere una visione di Stato... Devono essere sensibili ai grandi problemi nazionali... Per la soluzione dei grandi problemi sono necessarie l’intelligenza, la creatività e l’audacia".
Quanto sono distanti queste dichiarazioni da quelle del ‘94 quando si proponeva di arrivare a Città del Messico, rovesciare il regime e gettare le basi per un nuovo Messico. Quando nel ‘94 un reporter domandò a un contadino le ragioni dell’insurrezione, la risposta fu "per il socialismo".
Che cosa è rimasto di tutto questo? Ormai Marcos parla come un leale "oppositore", che riconosce la"democrazia" messicana, e chiede ai "rappresentanti" del paese di avere "visione di Stato".
Ma in quale Stato si riconosce Marcos? Quello che ha ucciso migliaia di contadini in Chiapas, che ha finanziato i gruppi paramilitari, quello Stato che reprime brutalmente le mobilitazioni operaie e contadine in tutto il paese?
La marcia della delegazione zapatista giunta a Città del Messico l’11 marzo 2001 con il comizio del subcomandante e l’intervento di fronte al Parlamento della comandante Esther di per sè non risolvono alcun problema reale e per certi aspetti sono congeniali al disegno di Fox che tenta di rafforzare la sua immagine di uomo "democratico" e del dialogo.
L’obiettivo dello Stato messicano è molto chiaro, rendere innocua l’Ezln, trasformare la guerriglia in un movimento politico di tipo etnico che sia innocuo e funzionale al potere.
Chi nella sinistra italiana ha sprecato in questi giorni fiumi di inchiostro per elogiare le gesta del subcomandante dovrebbe guardare in faccia questa triste realtà e piuttosto che esaltarsi per le eleganti, poetiche e innovative parole di Marcos, dovrebbe domandarsi se queste in realtà non nascondano una rinuncia da parte del gruppo dirigente zapatista a continuare la lotta contro il capitalismo e contro quello Stato che tutela gli interessi fondamentali della classe dominante.
Si pensa forse così di evitare altri morti, ma purtroppo ci si illude, i massacri potrebbero riprendere dopo questa fase di tregua, i "signori deputati" messicani hanno sì "visione di Stato" ma non quella che pensa Marcos. Non esiteranno un secondo nel futuro a votare nuovi finanziamenti per l’esercito o nel dare sostegno a nuove carneficine se riterranno che quello è il modo migliore per difendere il dominio della borghesia.
Ma anche se così non fosse nell’ipotesi migliore i contadini, forse non moriranno combattendo ma continueranno a morire a migliaia per stenti, fame e malattie.
La Cocopa e la legge approvata dal Senato
La legge della Cocopa che Fox ha inviato alle Camere e che l’Ezln sostiene vedeva presenti alcuni punti che il Senato ha respinto il 25 aprile quando ha approvato il testo sulla riforma indigena.
Le modifiche principali riguardano:
1- lo sfruttamento collettivo della terra e delle risorse naturali nel circondario comportano la definizione di un territorio all’interno del quale un popolo indigeno possiede la proprietà.
La legge approvata dal Parlamento al contrario riconosce il diritto allo sfruttamento delle risorse naturali salvo quelle di proprietà di privati o che siano di esclusivo sfruttamento della nazione, dunque la legge approvata protegge le relazioni di proprietà esistenti attualmente e non prevede alcuna possibilità di espropriazione di latifondi.
2- Rispetto all’elezione delle autorità locali, la legge originale prevedeva che queste si facessero secondo le tradizioni, le usanze e i costumi. La legge approvata precisa invece che tali elezioni si faranno rispettando le leggi che valgono per il resto del paese, il che significa nessuna concessione da questo punto di vista.
3- La legge originale indicava i popoli indigeni quali soggetti di diritto pubblico, il che significa che attraverso i loro rappresentanti possono avere personalità giuridica. La legge approvata dal Parlamento non riconosce tutto questo, il che rappresenta un passo indietro anche rispetto alla precedente proposta di Zedillo e persino della modifica costituzionale di Salinas de Gortari del 1991.
Prima di questa legge i popoli indigeni erano soggetti di diritto pubblico, con la nuova legge smetterebbero di esserlo e dunque sul piano legale non solo non migliora la loro condizione ma riesce persino a peggiorare. Sostanzialmente tutte le altre modifiche sono relazionate a questi tre punti che sono i più importanti.
Di fatto questa cosiddetta "riforma indigena" approvata dal Parlamento è come una legge speciale per indicare che alcune comunità o persone hanno i diritti che già sono segnalati in altre leggi, non solo non c’è niente di nuovo, ma almeno in un caso (quello segnalato al punto 3) toglie dei diritti acquisiti.
È logico quindi che l’Ezln abbia rigettato la legge e rotto la tregua con il governo messicano.
Comunque bisogna dire che anche se venisse approvata la legge Cocopa questa non rappresenterebbe un miglioramento sostanziale, di sicuro non in un quadro capitalista, infatti:
a)- i popoli indigeni non sono comunità omogenee, esistono regioni dove convivono diverse etnie e dove ci sono dispute ataviche sulle terre, l’approvazione della legge Cocopa scatenerebbe un conflitto per i diritti sulle terre. La Cocopa prevede infatti di dare tutto alle maggioranze etniche e niente alle minoranze e aprirebbe la strada a una possibile espulsione delle etnie minoritarie, un fenomeno che già oggi si verifica in Chiapas, il che rappresenta un problema delicato perchè ha dato appoggio sociale ai gruppi paramilitari che si presentano come gruppi di autodifesa delle etnie espulse.
Il governo ovviamente ha tutto l’interesse a sostenere questo punto della Cocopa, che va a suo beneficio perchè divide gli indigeni su basi etniche e indebolisce l’influenza degli zapatisti sul territorio aprendo contraddizioni interindigene deflagranti.
b)- La presa delle decisioni secondo "usi e costumi" indigeni rimanda a un sistema di tipo patriarcale, le decisioni dei cacicchi locali non possono essere messe in discussione e chi lo fa viene stigmatizzato dall’intera comunità.
Gli "usi e i costumi" legittimano l’equiparazione tra le donne e gli animali da soma che sono esseri senza diritti.
È indubbio che queste non accade in tutte le comunità, è anche vero che Marcos ha dichiarato più volte che questo aspetto delle usanze indigene va senz’altro rigettato, ma di per se un’esaltazione degli usi e dei costumi tradizionali non rappresenta un elemento così progressista come si cerca di far credere.
c)- Anche nel caso in cui lo sfruttamento collettivo della terra venisse assicurato agli indigeni, questo aprirebbe delle contraddizioni con l’esistenza di un sistema capitalista che circonda le comunità.
Due sono le alternative, o la comunità si isola formando una specie di autarchia economica, una sorta di "comunismo in un solo municipio" con i risultati disastrosi che possiamo immaginare, oppure se la comunità si collega al mercato esterno si prepara uno scenario simile a quello di qualsiasi cooperativa sotto il capitalismo; se si vuole sopravvivere bisognerà autosfruttarsi nel tentativo di essere competitivi con i prezzi del mercato mondiale e di evitare la bancarotta, o più probabilmente si rigenererà una gerarchia sociale.
L’idea di molti compagni della sinistra "postmoderna" europea è quella di una comunità indigena dove possa regnare l’"amore e la pace" come nelle comuni hippies degli anni ‘60.
In realtà separare la domanda di autonomia da quella della proprietà privata e della sua espropriazione rappresenta un grande imbroglio che potrebbe avere effetti dirompenti su intere comunità indigene.
Aprire in un quadro capitalista la disputa per i territori significa provocare nuovi conflitti nelle campagne tra le diverse etnie.
Sempre e solo inganni e sotterfugi
In ogni caso la legge Cocopa è stata modificata e se la decisione non verrà ribaltata dai Parlamenti locali (che secondo la Costituzione sono tenuti a suggellare le decisioni del Senato) la situazione per l’Ezln diventa ancora più complicata di quanto non fosse prima della Marcia sulla capitale.
C’è una distanza enorme tra le parole e i fatti, le promesse fatte da Fox e la cosiddetta "discussione parlamentare sui diritti e la cultura indigena".
Per il regime la cosa più importante è quella di preservare la sua immagine di un regime "amico dei poveri", quando in realtà nei fatti sono stati avanzati solo attacchi frontali alla condizioni delle classi subalterne.
Fox ha liberato qualche prigioniero, ha ritirato qualche appostamento militare, ma nulla è cambiato sostanzialmente. Nonostante il presidente abbia giurato e spergiurato che appoggiava la legge della Cocopa e abbia dichiarato: "credo di avere un amico in montagna, si chiama Marcos" la verità è che l’Ezln e tutti i popoli indigeni sono stati presi in giro.
La vera faccia del governo Fox è quella che ha mostrato Fernàndez de Ceballos, principale artefice della nuova legge. Il fatto che pubblicamente sia emerso qualche attrito tra Fox e Fernandez de Ceballos è frutto di un gioco delle parti che serve solo ad abbellire l’immagine pubblica del presidente.
Come su tutte le questioni importanti il Pri e il Pan hanno votato assieme ed era evidente a chiunque avesse gli occhi per vederlo che nella legge sarebbero stati respinti tutti quei punti che potevano mettere in discussione lo statu quo nelle campagne e soprattutto la proprietà privata.
Anche la corrente di destra del Prd (Nuova Izquierda), che al Senato ha una certa forza si è mostrata soddisfatta delle modifiche alla legge Cocopa.
Gli argomenti usati dal leader di questa corrente, Amalia Garcia sono i seguenti: "La posizione che mira a ottenere il massimo possibile è migliore della linea del tutto o niente che servirebbe solo a mostrarci come dei dogmatici".
Nonostante la posizione assunta dai senatori del Prd, il partito sotto la pressione della propria base, che fondamentalmente è operaia e contadina, il 10 maggio ha "dichiarato guerra" alla legge.
Anche se in realtà limitarsi alle dichiarazioni, per quanto forti, servirà molto a poco se non sono accompagnate da scioperi, picchetti e manifestazioni.
L’Ezln paga oggi le illusioni in Fox e nella sua presunta correttezza. Tutta la marcia verso la capitale si è dimostrata inutile ad ottenere l’accordo e inoltre non ha ampliato le basi sociali dell’Ezln.
Marcos e compagni hanno scelto di dare ai propri atti un profilo simile a uno spettacolo, dove gli "spettatori" ascoltano, si emozionano, ridono, si indignano e poi vanno a casa come se non fosse successo nulla.
La possibilità di formare comitati d’azione ovunque passasse la caravana per creare un coordinamento nazionale capace di organizzare l’unità d’azione contro gli attacchi del governo non è stata neanche considerata.
L’alternativa socialista
Alla fine quello che sta prevalendo nelle file zapatiste è un senso d’impotenza che può aprire la strada a nuove offensive dello Stato, anche se adesso non sembra questa la priorità fondamentale del governo di Fox che ha grane ben più urgenti da risolvere con le lotte operaie che divampano nel paese.
A queste lotte gli zapatisti sembrano non aver nulla da dire. I militanti del Fzln (che sono presenti in tutto lo Stato) sono fondamentalmente orientati a promuovere azioni caritatevoli nei confronti dei villaggi del Chiapas. Questo non può bastare è necessario unirsi ai propri compagni nei luoghi di studio e di lavoro per rafforzare l’unità dal basso di tutti i soggetti oppressi dal capitalismo e dallo Stato messicano.
Il risultato di tutto questo è che il 1° maggio del 2001 c’erano centinaia di migliaia di lavoratori a manifestare a Città del Messico, i quali identificavano Fox come un loro nemico ma nelle loro rivendicazioni (contro l’aumento dell’IVA per i beni di prima necessità, contro la politica economica, in difesa delle donne lavoratrici) non era contemplato il problema indigeno. Non dicono gli zapatisti che la questione indigena è una questione a parte rispetto a quella di classe? Questi purtroppo sono i risultati.
I contadini e gli indigeni dell’Ecuador hanno indicato la strada che andrebbe invece seguita. Quando nel gennaio del 2000 hanno occupato la capitale e assieme ai lavoratori e un settore dei soldati sono stati capaci di rovesciare il governo. Solo una cospirazione militare e senza dubbio l’assenza di un partito rivoluzionario ha impedito alla rivoluzione ecuadoriana di essere vittoriosa, ma quanto meno i dirigenti contadini l’hanno condotta il più in là possibile.
La CNI (Confederacion Nacional Indigena) messicana ha dichiarato in una riunione a Michoacàn la necessità di un’insurrezione indigena. Questo non deve rimanere solo una dichiarazione: è giunto il momento di cambiar politica.
Se Marcos e compagni continueranno a limitare il movimento dandogli un carattere etnico ostacoleranno l’espressione del potenziale rivoluzionario dei contadini messsicani.
La lotta per l’emancipazione dei lavoratori includendo tra questi i contadini e i settori oppressi (donne, giovani, minoranze etniche) passa solo per l’azione delle masse nello scontro contro la borghesia e lo Stato.
Effettivamente in certe circostanze i rapporti di forza obbligheranno gli zapatisti a fare degli accordi ma questo non significa che la soluzione è nel dialogo e nei negoziati col governo.
I negoziati si impongono solo quando non c’è alternativa e rappresentano solo una fase della lotta.
L’esistenza del capitalismo farà in modo che i conflitti tra le classi si moltiplichino.
L’unità d’azione tra le organizzazioni della classe operaia come i sindacati, il Prd, l’Ezln nel quadro di una politica rivoluzionaria e di classe potrebbe rovesciare il governo della borghesia, attualmente diretto dal Pan.
Ovviamente i gruppi dirigenti del Prd (che sono borghesi anch’essi) e dei sindacati non hanno alcuna intenzione di dirigere questa battaglia. Per questo è necessario lavorare alla costruzione di un’alternativa nel loro seno, una tendenza rivoluzionaria che sappia raccordarsi anche direttamente ai movimenti di massa con un’azione indipendente dalle burocrazie.
Armandosi delle teoria e dei metodi di lotta propri del marxismo si può ripetere l’esperienza del 1° gennaio del ‘94 però su una base molto più avanzata, con il baricentro nelle città e con i lavoratori impegnati in prima linea.
Qualcuno penserà che questa idea è utopica. Ma gli rispondiamo che è molto più utopico pensare che Fox permetta l’esistenza, come dicono gli zapatisti, di un "mundo donde quepamos todos los mundos possibles" (un mondo dove convivano tutti i mondi possibili).
Ovviamente non c’è discordanza sull’obiettivo finale, una società dove chi comandi lo faccia obbedendo, ma a tutto questo bisogna dare un nome, quello che chiedono gli zapatisti si chiama democrazia operaia.
Una società del genere non può nascere che da una rivoluzione che metta le basi per un mondo dove lo "stato di diritto" non sia un modo per proteggere gli interessi del capitale, ma qualcosa che garantisca l’uguaglianza riconoscendo le diversità. Anche una società come questo ha un nome, si chiama socialismo.
Un sistema certo che non può stabilirsi solo sul piano nazionale e che proprio per questo deve vederci impegnati fin da oggi nella costruzione di una nuova Internazionale comunista che costruisca forti radici nel movimento operaio, tra i contadini e tutti gli esclusi e gli oppressi di questo sistema.
Anche se Marcos recentemente in un’intervista rilasciata a Minà e Montalban (di cui è riportato uno stralcio sul Corriere della Sera del 4 luglio 2001) ha dichiarato "non credo che alla globalizzazione si debba opporre una nuova Internazionale" a noi pare che è proprio questo di cui c’è bisogno ed è con questa convinzione e con questo spirito che parteciperemo alla manifestazione di Genova del 21 luglio contro il G8 e in tutte le lotte che seguiranno e vedranno impegnati i lavoratori e gli sfruttati di tutto il mondo nel tentativo di "spezzare le loro catene" e di dare "l’assalto al cielo".
Milano 5 luglio 2001
Appendice: gli accordi di San Andres
Riassunto degli accordi di San Andres firmati il 16 febbraio 1996. La fonte originale è il bollettino dell’organizzazione Xi’Nich, Palenque, Chiapas
Gli accordi di San Andres sono un compromesso e proposte congiunte del Governo federale e dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) per garantire una nuova relazione tra i popoli indigeni del paese, la società e lo Stato. Queste proposte congiunte saranno inviate alle Camere per essere convertite in riforma Costituzionale...
Il governo si impegna a discutere la sua proposta di riforma con l’Ezln, per questo si parla di proposta congiunta.
L’obiettivo centrale di questi accordi è chiudere con la situazione di subordinazione, diseguaglianza, discriminazione, povertà, sfruttamento e marginalizzazione politica dei popoli indigeni.
Per questo, si è proposto un nuovo quadro giuridico che contempla il riconoscimento costituzionale dei diritti dei popoli indigeni, non solo dei diritti individuali, della persona, ma dei diritti collettivi, di popolo (siano tzeltales, purépechas, nahuas, tarahumaras, huicholes, mixtecos o di qualsiasi altro popolo indigeno che viva nel territorio nazionale). I diritti da riconoscere sono i seguenti:
- politici: (espressi con il riconoscimento dei governi propri e delle forme proprie di elezione delle proprie autorità)
- giuridici: per poter esercitare i propri sistemi normativi interni, le proprie forme elettive e le proprie autorità, le proprie forma di giustizia, riparare gli errori e decidere in materia di conflitti interni.
- sociali: per decidere le proprie forme di organizzazione sociale
- economiche: per decidere la propria organizzazione del lavoro, lo sfruttamento delle proprie risorse e perchè si organizzi la produzione, l’occupazione, il soddisfacimento delle necessità dei popoli indigeni.
culturali: per garantire la cultura del popolo indigeno.
I compromessi e le proposte congiunte che le parti si impegnano a promuovere sono le seguenti:
1) Riconoscimento del popolo indigeno nella Costituzione e dei suoi diritti a la libera autodeterminazione in un regime costituzionale di autonomia.
2) Ampliare la partecipazione e la rappresentanza politica, il riconoscimento dei suoi diritti politici, economici, sociali e culturali.
3) Garantire il pieno accesso dei popoli indigeni alla giustizia dello Stato, alla giurisdizione dello Stato e al riconoscimento dei sistemi normativi interni del popolo indigeno.
4) Promuovere le manifestazioni culturali dei popoli indigeni.
5) Assicurare l’educazione e il rispetto dei saperi tradizionali.
6) Soddisfare le loro necessità primarie.
7) Promuovere la produzione e l’occupazione.
8) Proteggere gli indigeni migranti.
Questa nuova relazione necessita di una profonda riforma dello stato, un nuovo patto sociale nel quale si rispetti l’autonomia dei popoli indigeni. Per questo, tutte le azioni, programmi e progetti di sviluppo che lo Stato promuova devono vedere il coinvolgimento attivo dei popoli indigeni, e come tale deve basarsi sui seguenti principi:
- Libera determinazione e autonomia: Lo Stato non potrà realizzare azioni unilaterali e dovrà rispettare le opinioni e i piani dei popoli, le comunità e le organizzazioni indigene.
- Partecipazione: I popoli e le comunità devono essere soggetti attivi nel disegno, la pianificazione, esecuzione e valutazione dei programmi che decidano, insieme al governo.
- Pluralismo: Questo principio vuole che si rispetti la diversità di tutti gli indigeni del paese. Basta con le discriminazioni.
- Sostenibilità: E importante che i progetti e i programmi non danneggino l’equilibrio ambientale, nè le risorse. Ci si propone con questo di rispettare la natura e la cultura dei popoli indigeni.
3 settembre '01
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