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| Sete di diritti contro la privatizzazione dell’acqua |
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| Politica Italiana | |||
| Scritto da Giovanni Canino | |||
| Venerdì 17 Aprile 2009 06:24 | |||
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Il confine che segna la differenza tra la vita e la morte per milioni
di persone nel mondo è lo stesso che segna la differenza semantica tra
due parole. È quello che va da Mar de la Plata in Argentina, dove nel
1977 si è tenuta la prima importante Conferenza delle Nazioni Unite
sull’acqua e si dichiarava che “tutti hanno diritto di accedere
all’acqua potabile in quantità e qualità corrispondenti ai propri
bisogni fondamentali”, al 22 Marzo 2009 a Istanbul durante l’ultimo
forum mondiale sull’acqua, forum istituito nel 1994 dalla Banca
Mondiale, dove si è taciuto che l’acqua sia un diritto affermando
soltanto che essa è un “bisogno fondamentale”.
Gli organismi internazionali sotto l’egida di multinazionali come Suez, Veolia, Vivendi, Nestlé, Danone hanno portato avanti un preciso progetto di mercificazione dell’acqua, anche attraverso le tappe dei vari forum e conferenze mondiali sull’acqua, progetto che ha inevitabilmente portato al risultato ribadito ad Istanbul: è sparito il diritto ed è rimasto il bisogno. 8 milioni di decessi l’anno attribuibili alla carenza di acqua e servizi igienico-sanitari, 1 miliardo di persone che hanno limiti di accesso all’acqua potabile, 1 miliardo e 100 milioni di persone che non hanno accesso alle risorse idriche, 2 miliardi e 600 milioni di persone che hanno problemi igienico-sanitari, 3.900 bambini che muoiono ogni giorno a causa della mancanza di acqua, non sono numeri sufficienti per convincere che l’acqua non è una merce e che è indispensabile per la vita e non per i bilanci. In Italia la legge Galli, imponendo la scelta di un gestore unico responsabile dell’intero ciclo integrato dell’acqua, dalla fonte fino alle fognature, apre di fatto la strada alla privatizzazione dei servizi idrici. Dalla Legge Galli agli Ato (Ambiti territoriali ottimali) e alle convenzioni per la gestione del Servizio idrico integrato (S.I.I.), con poche variazioni sul tema in tutta Italia assistiamo alla stessa sonata, il capitale privato che si insinua nella gestione dei servizi essenziali per ricavare profitti.
Gli Ato attraverso commissariamenti, bandi di gara e convenzioni, che talvolta scavalcano l’autorità dei Comuni e talaltra finiscono sui tavoli della magistratura, affidano la gestione del S.I.I. quasi sempre a società a capitale misto pubblico e privato, ma per quanto il primo possa essere percentualmente maggiore non è difficile immaginare quale capitale “guadagnerà” i maggiori benefici, e in casi come quello siciliano bisogna sempre stare attenti a chi si nasconde dietro questi capitali.In taluni casi le tariffe volano subito alle stelle, come ad Aprilia (LT), in altri le convenzioni prevedono dei livelli massimi per gli aumenti tariffari annuali, ma anche un misero aumento del 5% annuo in 15 anni raddoppia la tariffa di partenza e la quadruplica in 30. E a chi non può pagare sarà tolto il servizio, dunque niente soldi niente acqua. I Comuni pare che spesso siano stati in letargo senza accorgersi di ciò che stava accadendo, e quando ormai i giochi sono fatti iniziano a deliberare contro l’attuazione di decisioni prese molto tempo prima con il loro tacito, o espresso, assenso. L’acqua è un affare gigantesco, le isole Eolie, tra dissalatori, navi cisterna e autobotti, con un prezzo dell’acqua che va dai 4,80 ai 13 euro al metro cubo, ne sono un chiaro esempio e lasciano intuire quali e quanti interessi reggono un tale stato di cose.
8 aprile 2009
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