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Da diversi anni si è sviluppata un’offensiva tesa a convincere
“l’opinione pubblica” che i fondi dello Stato destinati al Sud sono
troppi. Questa campagna non coinvolge solo la Lega nord, antesignana
delle lotta contro gli “sprechi” che avvengono nel Meridione, ma anche
la gran parte dei quotidiani della borghesia più importanti, dal
Corriere a Repubblica al Sole 24 ore che impegnano le loro firme più
prestigiose a spiegare che lo Stato deve smetterla di buttare risorse
ingenti in un “pozzo senza fondo” qual è il Sud di questo paese.
Un libro uscito di recente Mezzogiorno a Tradimento, il Nord, il Sud e la politica che non c’è (Laterza, 2009) confuta, cifre alla mano, molti luoghi comuni. L’autore, Gianfranco Viesti è un professore universitario, che ha svolto funzioni di consulenza all’interno del primo governo Prodi e in quello D’Alema. Un economista borghese e non certo comunista, ma proprio per questo il suo testo acquista ancor più interesse.
Il disimpegno dello Stato
Le cifre pubblicate da Viesti, tratte da studi della Banca d’Italia e del Ministero dell’Economia e delle finanze, dimostrano che nell’ultimo decennio si è verificato un progressivo disimpegno da parte dello Stato nei confronti del Meridione.
La percentuale destinata alle otto regioni del Sud sul totale della spesa in conto capitale (investimenti pubblici e risorse destinate alle imprese) è passata dal 40,4% del 2001 al 35,3% del 2007. La spesa in conto capitale è passata dal 2001 al 2006 da 21 a 22,2 miliardi di euro al Sud mentre nel resto del paese si è passati da 31 a 38,2 miliardi di euro.
La spesa per le infrastrutture sociali nel decennio 1996-2006 è stata del 20% inferiore alla media nazionale.
Le aziende a capitale pubblico, come Fs o Enel, ormai guidate da logiche puramente di mercato, hanno ormai abbandonato il Sud. Tra il 1996 e il 1998 le Ferrovie dello Stato hanno realizzato investimenti per circa il 30% al mezzogiorno e per il 70% al centro-Nord. Nel 2005 la percentuale della spesa nel mezzogiorno era crollata al 14%: nel 1998 si destinava un miliardo di euro al Sud, quel miliardo è rimasto inalterato nel 2005! Alla luce di questi dati: si capisce meglio il senso delle grandi opere, come il ponte sullo Stretto: un occasione per regalare miliardi di euro alle grandi imprese mentre i collegamenti fondamentali fra i piccoli e i grandi centri versano in uno stato di totale abbandono.
Gli incentivi alle imprese
Di questi investimenti, la componente che va agli incentivi alle imprese è considerevole. È più di un terzo del totale al Sud, mentre al Centro nord è pari a un quinto. Lo Stato quindi non solo ha diminuito le risorse per il meridione, ma una parte importante di queste risorse vengono dirottate verso i privati, a cui chiaramente non si può chiedere conto di come vorranno investire questi soldi. Dal 2000 in avanti c’è stato, inoltre, un utilizzo sempre maggiore dei crediti d’imposta: realizzo un investimento ed ottengo un’automatica detrazione. Al sud nel 2003-2006 sono state approvate quasi 28000 domande, per oltre 5 miliardi di contributo pubblico. Come spiega Viesti “il sostituto d’imposta comporta la rinuncia a priori a qualsiasi obiettivo pubblico: non si premiano gradi investimenti. (…) Il risultato è che l’utilizzo di cospicue risorse pubbliche non determinano grandi cambiamenti della struttura produttiva: le imprese continuano grosso modo a fare quello che hanno sempre fatto.” (op. cit., pag. 117-118) Cioè, aggiungiamo noi, prendere i soldi e scappare.
In questi ultimi anni, anche la spesa pubblica corrente (trasferimenti e stipendi della pubblica amministrazione soprattutto) subisce una netta differenziazione tra Nord e Sud: nel decennio 1996–2006 il Mezzogiorno, dove risiede il 35,9% della popolazione italiana ha ricevuto il 28,3% della spesa pubblica corrente. “Nel 2006 la spesa pubblica corrente procapite è stata in Italia pari a 14.141 euro. Il valore sale a 15.719 al Centro Nord e scende a 11.253 nelle otto regioni del Mezzogiorno” (op. cit., pag. 76). Anche al netto delle spese pensionistiche, che incidono molto di più al Nord, l’importo medio della spesa pubblica corrente per un cittadino del Sud è del 18% inferiore al valore nazionale. È evidente che queste cifre saranno ancora più penalizzanti per il sud dopo l’introduzione del federalismo attualmente all’esame del Parlamento.
Gli assertori del “primato dell’impresa” insistono sui limiti di produttività delle aziende del Sud e sulla necessità di una compressione dei salari al Sud. La realtà è che negli ultimi dieci anni le famose “gabbie salariali” sono state introdotte nei fatti: Nel 1995 la retribuzione netta di un lavoratore dipendente a tempo pieno meridionale era pari al 92% di quella di un lavoratore del centro-nord, nel 2006 tale percentuale è scesa all’85%.
La tendenza data dai governi, sia di centrodestra che di centrosinistra è chiara: una dismissione progressiva dell’interesse dello stato verso il Sud e un aumento dei finanziamenti a fondo perduto ai privati. Sia chiaro, non siamo per il ritorno alle politiche attuate dalla Democrazia Cristiana nel dopoguerra.
Per decenni in quel periodo gli investimenti furono fatti senza alcuna pianificazione volta a uno sviluppo armonico del mezzogiorno e furono totalmente asserviti alle logiche del grande capitale. Per fare un esempio, tutti i principali stabilimenti oggi di proprietà Fiat (Pomigliano, Termini, Melfi) sono stati costruiti col contributo esclusivo o comunque determinate dello Stato e poi regalati agli Agnelli, che hanno combinato i disastri che tutti conosciamo.
Quale alternativa?
C’è tutta una corrente di pensiero che pone in discussione la necessità di investimenti per lo sviluppo industriale, e non solo del Mezzogiorno. Tale corrente è influenzata dalla teoria della “decrescita”. Secondo questi intellettuali, il Sud dovrebbe dedicarsi, per la sua rinascita, al turismo, alla tutela dell’ambiente, all’agricoltura biologica e a poco altro. Si sviluppa una critica all’industrializzazione del Sud che tende a buttare via il bambino con l’acqua sporca.
È vero infatti che molti stabilimenti industriali, dalla chimica alla siderurgica, sono vere e proprie cattedrali nel deserto che hanno contribuito in maniera poco rilevante alla crescita del territorio attorno alla fabbrica. Addirittura si è creata una contrapposizione, sbagliata, tra difesa dei posti di lavoro e tutela dell’ambiente, in una logica perdente. Se nella logica del profitto infatti, tutelare occupazione ed ambiente è impossibile, i comunisti devono ribaltare questa logica.
Una nuova stagione di sviluppo per il Sud non può quindi prescindere da investimenti massicci da parte dello Stato. Questa nuova stagione di sviluppo passa non per l’ulteriore smantellamento di ciò che rimane del panorama industriale del mezzogiorno, ma per un suo rilancio ed ampliamento: servono più ferrovie, più treni, più infrastrutture. In questo modo si potrebbero creare decine di migliaia di posti di lavoro.
Una pianificazione efficace non può essere portata avanti finchè il capitale privato fa la parte del leone nell’economia. Immaginare una programmazione economica che conviva con l’esistenza dei grandi gruppi capitalisti è il più grande limite dei (pochi) economisti borghesi che si rendono conto dei limiti del sistema ma non vogliono rompere con il capitalismo.
Lo stato deve espropriare le leve fondamentali dell’apparato produttivo e finanziario, le grandi aziende e le grandi banche. Qui si possono trovare le risorse per il rilancio del Sud e di tutto il resto della penisola. Allo stesso tempo è altrettanto ineludibile il problema di chi controlla e pianifica tali risorse: non può essere un governo espressione della grande borghesia. Il controllo dei lavoratori è necessario su ogni fase della gestione e della produzione. Il protagonismo ed il controllo dei lavoratori serve anche ad impedire infiltrazioni mafiose ed assicurarsi che le produzioni non siano nocive ma vengano fatte nel rispetto dell’ambiente e della salute di tutta la popolazione.
Sarà solo rilanciando il ruolo centrale della classe lavoratrice per il riscatto del mezzogiorno che noi comunisti potremo tornare ad avere il posto che ci spetta nelle lotte che verranno.
8 aprile 2009
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