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| Gomorra di Roberto Saviano |
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| Politica Italiana | |||
| Scritto da Giovanni Savino | |||
| Martedì 17 Ottobre 2006 10:26 | |||
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Un libro denuncia su camorra e capitalismo
Gomorra, primo libro del giornalista napoletano Roberto Saviano, è un caso letterario: oltre 60.000 copie vendute in pochi mesi, un ampio dibattito che è servito a riportare al centro dell’attenzione il tema della camorra in Campania e in Italia sotto una luce diversa. Questo libro infatti non vuole essere una semplice denuncia del sistema della malavita organizzata, ma soprattutto un’approfondita analisi economica e sociale della camorra, del ruolo dei clan nel capitalismo italiano.
La camorra in Campania generalmente sale alla ribalta dei media durante le guerre tra clan come a Scampia nel 2004-05, o quando qualche faraonica operazione delle forze dell’ordine arresta un po’ di boss. Nulla si accenna al Sistema (come così chiamato anche dai camorristi, scrive Saviano) che ha dato vita a una fiorente industria tessile nell’hinterland napoletano, a una solida industria del cemento nella provincia di Caserta e ogni giorno paga diverse centinaia di giovani per fare le sentinelle nei luoghi dello spaccio. Parlare di questo è scomodo, significherebbe voler cominciare a dire che in buona parte della Campania “…il latte distribuito dalla Cirio e poi dalla Parmalat aveva conquistato il 90 per cento del mercato. Un risultato ottenuto grazie all’alleanza stretta con la camorra casalese e alle tangenti che le aziende pagavano ai clan per mantenere una posizione di preminenza” o anche che le imprese gestite dai Casalesi hanno in appalto i lavori della Tav. Parlare di camorra non vuol dire soltanto la lista dei morti ammazzati per arma da fuoco, ma anche gli operai caduti dai cantieri e occultati in fretta, o lasciati davanti a un ospedale, mentre il 40 per cento delle ditte edili in Italia ha sede nell’agro aversano, o in provincia di Napoli. Roberto Saviano dedica ampia parte dell’opera a questo argomento: la compenetrazione tra clan e economia, ovvero come la camorra sia il capitalismo in Campania. Molte volte gli imputati per camorra si sono difesi asserendo di essere soltanto degli imprenditori ingiustamente accusati. Imprenditori che attraverso lo sfruttamento del lavoro imposto con la violenza sono riusciti a costruire interi imperi economici, basati su centri commerciali, fabbriche di scarpe, imprese nel ramo dell’edilizia e del cemento, con primati impressionanti (la più grande impresa di movimento terra d’Italia era del clan Moccia di Afragola). Una potenza economica che ormai è estesa al di fuori dell’Italia, con ampie ramificazioni in Gran Bretagna, Spagna, Balcani e Europa Orientale, attraverso il riciclaggio di denaro sporco, traffici di ogni cosa, dall’eroina alle mozzarelle, dalle maglie prodotte in Cina ad armi di ogni tipo e per ogni guerra. L’ultima avventura finanziaria in ordine di tempo è nel campo dei rifiuti: centinaia di imprese appaltano il lavoro di smaltimento dei residuati tossici ai clan. Lo smaltimento avviene in ogni modo, dall’interramento all’incendio dei rifiuti, e così le città a nord di Napoli hanno visto aumentare i casi di cancro del 21%, con punte anche del 65-80% in alcuni comuni dell’agro aversano. Il costo di mercato impone per lo smaltimento dei rifiuti tossici prezzi tra i ventuno e i sessantadue centesimi al chilo, mentre la camorra fornisce lo stesso servizio per soli nove centesimi al chilo… Oltre la metà del tessile italiano proviene dall’hinterland napoletano, prodotto in fabbrichette adibite nei sottoscala, nelle cantine e nei garage. Turni di lavoro impossibili, condizioni di sicurezza inesistenti, tutto per riuscire a rispettare le commesse delle grandi griffe della moda nazionale, e su tutto vigilano i clan. Salari ovviamente compressi, che non vanno oltre i 600, 700 euro mensili e i contributi sono un sogno lontano. Questa è la realtà tra Napoli e Caserta, questo è il capitalismo campano e italiano. La borghesia buona non è possibile vederla, quando ci si accorge che in realtà la camorra non ne è più soltanto un fedele braccio armato, ma essa stessa borghesia. Mentre chiudono gli stabilimenti industriali, e i padroni fuggono dopo aver incassato tutti i benefici della 488, il “Sistema” avanza. Perché offre la prospettiva di guadagnare tremila euro in un mese facendo il “palo” a Scampia, al Rione Don Guanella o al Monterosa, o trasportando le merci (e la droga) dei clan su e giù per l’Italia. Gomorra lascia aperto un grosso interrogativo, dopo l’indignazione, la rabbia, la denuncia: come combattere la camorra? I clan reggono un sistema economico impressionante, governando tutti i movimenti finanziari, industriali e commerciali. Colpire i gangli del sistema camorristico significa espropriare le loro ricchezze, confiscare le loro imprese e porle sotto il controllo di chi lavora, di chi finora è stato vittima dell’ipersfruttamento. Ricominciare una battaglia a tutto campo per la difesa di posti di lavoro dignitosi, per il salario garantito, per invertire la tendenza di un Meridione in cui tutto si chiude. Dobbiamo stare attenti a non cullarci nell’illusione di poter sconfiggere i clan con l’esercito, e tante belle parole sulla cultura della legalità, perché non si riesce a capire se poi è giusto lasciare sul lastrico migliaia di famiglie chiudendo una fabbrica rispettando la legalità. Espropriare gli espropriatori, riprendendo la lotta popolare contro mafia e camorra, ripartendo da dove hanno fermato Placido Rizzotto e i contadini di Portella delle Ginestre. Soltanto così potremo far sì che Gomorra da libro-denuncia diventi la storia di un passato che non tornerà mai più.
17/10/2006
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