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| Dopo le elezioni sarde, ancora centro-sinistra? |
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| Politica Italiana | |||
| Scritto da Mauro Piredda * | |||
| Venerdì 06 Marzo 2009 09:28 | |||
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Le elezioni più “nazionali” di tutta la storia dell’autonomia regionale sarda si sono concluse con la netta affermazione del centro destra. 9 punti percentuali distaccano Cappellacci da Soru e ben 17 la coalizione di centro-destra da quella di centro-sinistra. Rifondazione perde un punto percentuale, quasi 10mila voti e 4 consiglieri rispetto alle elezioni del 2004. L’astensionismo cresce e si attesta al 30%. Si conclude così l’era Soru iniziata cinque anni fa quando l’uomo più ricco della Sardegna decide di entrare in politica nel campo del centro-sinistra, pur non essendo riconosciuto da subito come leader. Argomento dello scontro con gli allora segretari di Ds, Margherita e Rifondazione (Valentini) era la composizione del listino maggioritario previsto dalla legge elettorale: per Soru doveva essere composto da rappresentanti della società civile scelti da un comitato di saggi, e non doveva mancare un suo potere di veto in caso di nomi troppo vicini ai partiti. Ma l’approssimarsi delle elezioni, un centro-destra spaccato e la vittoria concessa ai partiti sul listino fecero cambiare atteggiamento agli interlocutori e, per quanto ci riguarda, per l’allora gruppo dirigente di Rifondazione, Soru non era più colui che aveva “indossato i panni della sinistra per fare un’operazione di destra”, né quello che voleva praticare “la via sarda al peronismo” (per usare le parole di Valentini). Parte quindi l’alleanza, si vincono le elezioni nel 2004 e per tutta la legislatura, tra una battaglia per le entrate fiscali ingaggiata con lo Stato, gli americani che vanno via da La Maddalena e la tassa sul lusso, il nostro governatore compare su tutte le pagine della politica nazionale trattato alla stregua di un eroe che ha ridato dignità al popolo sardo.
A Ottana il gruppo Dow Chemical proprietario di Equipolymers annuncia il suo disimpegno facendo rischiare il posto di lavoro ai lavoratori della zona, a quelli della centrale elettrica collegata, e facendo venir meno un acquirente di paraxirolo, prodotto a Sarroch, rischia di scatenare un effetto domino devastante. Risultato a favore della destra con 10 punti percentuali di differenza tra i due presidenti e 26 tra le due coalizioni. A Macomer, luogo simbolo della lotta dei lavoratori del tessile, Soru ha persino registrato una contestazione operaia durante la campagna elettorale. Qui il candidato del centrodestra prende il 49,41%, Soru il 43,44% (55,69% contro 37,04% il dato del voto per le coalizioni). Tiene Porto Torres, da pochi mesi scossa dall’ultima crisi del petrolchimico (descritta nel precedente numero di FalceMartello): sostanziale parità tra Soru (47,99%) e Cappellacci (47,92%), ma nelle amministrative del 2005 il centrodestra non arrivò neppure al ballottaggio. Ovviamente non si ha a che fare solo con i lavoratori della produzione: alla protesta dei lavoratori della formazione professionale, che si è fatta sentire molto tempo prima del voto (con manifestazioni quotidiane sotto il palazzo della regione) si è aggiunta la protesta dei lavoratori del servizio idrico privatizzato proprio nella legislatura appena trascorsa. Ne si è avuto a che fare solo con i lavoratori dipendenti: basti pensare ai contadini stritolati dalle banche. Paradossale, visto l’agricoltura biologica e i prodotti tipici sardi sono stati uno dei cavalli di battaglia (insieme al turismo di qualità e alle nuove tecnologie) del Soru-pensiero.
Da una parte si legittima un bipolarismo borghese, speculare nonostante i toni, sempre più teso alla nostra esclusione (abbiamo voglia noi di lamentarci contro l’accordo sullo sbarramento alle europee…), e dall’altra si manifesta l’autonomia del politico rispetto alla costruzione del partito nei gangli del conflitto, e non sarà una discussione esclusivamente proiettata sulla riunificazione estetica dei comunisti a salvarci. Perciò non accontentiamoci di un 5% sommato tra Prc e Pdci a garanzia del superamento dello sbarramento alle europee, ma andiamo oltre cercando piuttosto di intercettare (nella lotta) quei tanti punti percentuali che nelle realtà operaie hanno fatto la differenza dando la vittoria alle destre, oppure andando a riconquistarci la fiducia in quei tanti elettori sempre più stanchi di questa politica e che fanno dell’astensionismo la loro arma. La questione nella sua drammaticità è molto semplice: o si applica pienamente la svolta a sinistra (lo ripetiamo, se quello soriano era il miglior centro-sinistra, guardiamoci bene dal perseverare) o di uscita a sinistra dalla crisi del capitalismo non se ne parla.
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