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| Politica Italiana | |||
| Scritto da Sonia Previato | |||
| Martedì 27 Aprile 2010 04:49 | |||
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Le scorse elezioni regionali hanno rafforzato il governo di centrodestra e in particolare l’asse Bossi-Berlusconi. La destra si prepara ad un affondo senza precedenti ai diritti e alle condizioni di vita di milioni di lavoratori.
Cota e Zaia sono subito partiti all’attacco della pillola abortiva Ru486. Di fronte alle asperità della crisi economica, non ci sono diritti che tengono. Anche Sacconi ha avanzato con grande sicumera la proposta di celebrare il 40° anniversario della legge 300, lo Statuto dei lavoratori, abolendolo. Ovviamente grande plauso degli industriali. Come è possibile che di fronte alla crisi e alla politica impopolare del governo, quest’ultimo esca dalle urne rafforzato? In realtà l’astensione ha colpito soprattutto la destra: il Pdl perde 3,2 milioni di voti e anche la Lega ne perde 200mila. Tuttavia, siccome l’opposizione non è in grado di raccogliere questo dissenso, il risultato è che il centrodestra passa da 2 a 6 regioni: mantiene quelle che aveva (Veneto e Lombardia) e conquista Piemonte, Lazio, Calabria e Campania. La Lega passa da 26 a 57 seggi conquistati nei consigli regionali, mentre il Pdl, nonostante la vittoria, vede la sua collocazione istituzionale ridimensionata (da 182 seggi di Fi e An agli attuali 156 come Pdl). Questi risultati rappresentano il fallimento completo della cosiddetta opposizione di centrosinistra, convinta che gli scandali, i guai giudiziari di Berlusconi e la nuova tangentopoli avrebbero spaccato il Pdl e risolto da sé il problema.
È doveroso analizzare questa crescita e delineare i possibili elementi di crisi. La Lega ha saputo rappresentare, anche fomentandole, le paure più retrive di chi paga la crisi economica, orientando il consenso attraverso proposte securitarie, di difesa della tradizione (compresa quella cattolica) e politiche protezioniste in campo economico. Al pacchetto sicurezza, che stabilisce il reato di clandestinità, si sono aggiunte le campagne del ministro Maroni contro i pericolosi prodotti contraffatti, con tanto di blitz a Prato contro il tessile cinese, e quelle di Zaia con la Legge a tutela del Made in Italy contro la globalizzazione e contro gli Ogm. Dagli attacchi alle gerarchie ecclesiastiche, simbolo del potere romano, Bossi è passato ad esaltare la funzione stabilizzatrice della sacra famiglia cristiana, traendo vantaggio dal posizionamento delle gerarchie vaticane dichiaratamente a favore del centrodestra.
Uno dei settori trainanti della crescita degli anni passati, quello dell’edilizia, è a picco: nonostante le gare d’appalto vedano ribassi fino al 50% e abbiano riportato le condizioni di lavoro allo stato della barbarie, non ci sono commesse a sufficienza e sono andati persi 150mila posti di lavoro persi. Il calo di consumi e dei risparmi è al 5%, il che ha un effetto diretto sulle imprese del piccolo commercio. Confcommercio,Confartigianato, Cna, Confesercenti, Casartigiani, in rappresentanza di circa 2 milioni di imprese, per l’80% schierate con il centrodestra, sono spinte all’unificazione per aumentare il loro potere contrattuale nei confronti del governo. La piccola borghesia vuole liberarsi del fardello delle tasse e degli obblighi contrattuali verso i propri dipendenti e poter accedere al credito bancario senza venirne strozzata. Questo però la Lega non può garantirlo. Tremonti ha detto che dovranno passare almeno tre anni prima di “disboscare” il sistema fiscale. Berlusconi ha dovuto abbozzare, d’altra parte con un debito pubblico che veleggia verso il 120% del Pil e un deficit al 5,6% è impossibile ridurre le entrate fiscali. Allora resta solo la propaganda? Non esattamente. Il federalismo rappresenta la leva con la quale si taglierà ulteriormente la spesa pubblica. Questo progetto vale tanto per il Nord, quanto per il Sud, tant’è che Bossi e Tremonti sponsorizzano la banca del Mezzogiorno e forze autonomiste come l’Mpa di Lombardo, per quanto in odore di mafia. Il principio secondo il quale si tiene la ricchezza prodotta in Regione e si dà autonomia impositiva agli enti locali, comporta la fine del “sistema universalistico” dei servizi. Lo Stato non è più responsabile e garante di nulla: niente scuola, sanità, pensioni, ecc. Verrà potenziato ancora di più il sistema della sussidiarietà e dell’integrazione tra pubblico e privato, molto privato e sempre meno pubblico. Tutto questo potrebbe consentire di arrivare alle tanto anelate due aliquote fiscali, aumento delle tasse per i poveri e riduzione per i ricchi, “per colpire soprattutto i servizi e i consumi e, in misura molto minore, i redditi”, come ha candidamente sostenuto Calderoli. Da questo tipo di provvedimenti la piccola borghesia non trarrà alcun beneficio. Il taglio delle tasse riguarderà i redditi alti, mentre l’assenza di servizi sarà un attacco al lavoro dipendente e ai ceti medi.
È chiaro che si apre uno scontro. Al di là degli equilibri di potere è palese l’asse della finanza cattolica: l’ex presidente della Banca d’Italia Fazio, Bazoli di Banca Intesa, Geronzi (ex Mediobanca) oltre a Tremonti e alla Lega, con lo scopo di consolidare quote di potere nello scontro interno al capitalismo italiano. Da questo scontro, quante briciole arriveranno alle microimprese del Nord? Si suppone ben poco. La debolezza patrimoniale delle banche italiane nell’ambito della aspra concorrenza europea lascia poco spazio al credito agevolato. La Lega è ormai partito di governo e si troverà sempre di più a garantire economicamente i suoi Grandi elettori. Ai piccoli lascerà lo spazio per sfogare la propria esasperazione con le ronde anti-immigrati e l’asservimento di tutto il lavoro dipendente. La forza dell’asse Bossi-Berlusconi è in primo luogo determinata dalla debolezza del capitalismo italiano. Fini e i think tank della borghesia liberale alla Tito Boeri hanno idee brillanti sul libero mercato, la meritocrazia, e i sistemi democratici, ma non sono applicabili alle condizioni italiane. La minaccia di Fini di creare un gruppo autonomo dal Pdl è una mossa disperata per ricercare un proprio spazio ed è destinata ad un più che probabile fallimento sul piano politico. Berlusconi e la Lega hanno distrutto la rappresentanza politica del movimento operaio, stanno distruggendo con la collaborazione di Cisl e Uil e la paralisi della Cgil quel che resta della contrattazione nazionale. Meglio di così… Il Pd, in palese crisi di identità, si divide fra chi ritiene di dover dialogare con Fini e l’Udc e chi con la Lega e pezzi del Pdl. A noi, Rifondazione Comunista, e tutti coloro che hanno a cuore un punto di vista indipendente del movimento operaio, tocca la responsabilità di dare risposte. Serve una battaglia frontale contro il grande capitale, serve nazionalizzare il credito e le grandi realtà produttive, garantendo il controllo sociale delle stesse, altro che nomine degli enti locali! Su queste basi è possibile mettere a disposizione le risorse materiali per riportare in condizioni di dignità milioni di famiglie sia del lavoro dipendente sia dei ceti medi, sottraendo questi settori alla furia reazionaria della Lega e di tutti i partiti della borghesia, costretti ad andarle dietro.
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