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| Autonomia dalla politica o sindacalismo di classe? |
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| Movimento operaio | |||
| Scritto da Roberto Sarti | |||
| Lunedì 20 Ottobre 2008 07:33 | |||
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Per il 17 ottobre il sindacalismo di base ha convocato una giornata di sciopero nazionale che, visti gli attacchi scatenati contro il mondo del lavoro dal governo Berlusconi, sarà probabilmente molto partecipato e potrebbe costituire, assieme alla magnifica manifestazione dello scorso 11 ottobre, una buona base per rilanciare le mobilitazioni contro padroni e governo. Oggi quello di cui abbiamo bisogno per battere Berlusconi, ma anche la politica filopadronale del Pd, è sviluppare la massima convergenza ed azione comune tra tutti coloro che vogliono sinceramente difendere una politica di classe all’interno dei luoghi di lavoro. Invece su queste due date si è sviluppata una polemica portata avanti essenzialmente dai promotori del 17, che insistevano, sui limiti di “un’iniziativa calata improvvisamente dall’alto” ed “autoreferenziale” rispetto al corteo dell’11 ottobre. Le centinaia di migliaia di persone scese in piazza a Roma da tutta Italia chiariscono quanto la manifestazione dell’11 fosse “autoreferenziale”, e quanto avrebbero fatto bene i suoi critici a parteciparvi portando i propri contenuti, arricchendo così il corteo, politicamente e quantitativamente. Crediamo che il ragionamento portato avanti da Leonardi (portavoce RdB-Cub), Bernocchi e dai leaders di Sinistra Critica sia emblematico per comprendere i limiti allo sviluppo del sindacalismo di base in questi anni. Organizzazioni come RdB-Cub o Confederazione Cobas non sono fenomeni nuovi: esistono da circa vent’anni ed organizzano od hanno organizzato settori importanti di lavoratori, soprattutto nel pubblico impiego e nella scuola. Se la Cub ha circa 600mila lavoratori attivi nelle sue fila ed ha consolidato la sua presenza in diversi settori del pubblico impiego, un’altra sigla come SdL ne dichiara 60 mila con una presenza importante in Alitalia, di cui parliamo nell’articolo sottostante. Riguardo alla Confederazione Cobas non si hanno dati precisi, anche se ci pare che questa struttura versi in una certa crisi: se consideriamo le elezioni delle Rsu nella scuola, uno dei loro punti di forza i Cobas scuola passano dal 5,72% del 2000 al 4,04 del 2003 fino al 3,2 del 2006, anno dell’ultimo rinnovo delle rappresentanze sindacali in questo settore. Insomma con maggiore o minore fortuna, nessuna di queste strutture è riuscita in questo lungo periodo a compiere un salto di qualità, a svolgere un ruolo propulsivo e di reale alternativa rispetto alla direzione dei sindacati confederali. Da un lato c’è chi pensa, e tanto più se ne è convinto dopo le elezioni del 13-14 aprile, che i partiti della “sinistra radicale” ed in primis Rifondazione comunista fossero morti e che quindi fosse sufficiente alzare la propria bandiera e le masse si sarebbero rivolte a loro. Ciò si lega ad una teoria più generale: quella dell’autonomia dalla politica, che teorizza l’autosufficienza dell’azione sindacale, in una logica di sostituzione del sindacato al partito. Il sindacato che si fa quindi organizzazione complessiva del mondo del lavoro, negando così 150 anni di storia del movimento operaio. Serve al contrario un sindacato, che raggruppa tutti i lavoratori e si occupa della lotta quotidiana per la tutela dei propri diritti, ma serve anche un partito politico, che organizza i più coscienti e che prepara la trasformazione della società. Il fatto che oggi non esistano partiti del genere non autorizza a negare in toto il ruolo del partito all’interno del movimento operaio. Ed il fatto che la deriva moderata di Cgil Cisl e Uil si sia spinta molto in là non crea di per sé uno spazio automatico ad altri sindacati, solo perché collocati più a sinistra. Di cosa ha bisogno il sindacalismo di classe per ritornare da protagonista sulla scena di questo paese? Necessita di ripartire dalla base da quei delegati che hanno sempre costituito il nocciolo duro degli attivisti nei luoghi di lavoro, rinnovando rappresentanze spesso sclerotizzate e scavalcando gli ostacoli degli apparati burocratici. Bisogna riscoprire le migliori tradizioni consiliari e della democrazia diretta. Rompere la logica della concertazione e del compromesso con un programma che metta oggi al centro la difesa del contratto nazionale, la difesa e l’aumento dei diritti e dei salari. Questi sono alcuni punti che dovrebbero unificare i lavoratori più combattivi, al di là delle attuali collocazioni sindacali.
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