Storia del bolscevismo
Dalla nascita del marxismo russo alla rivoluzione
d’ottobre
di Alan Woods
Parte prima
La nascita del marxismo Russo
Indice Parte prima
Sviluppo
diseguale e combinato
Il
periodo dei piccoli circoli
Dalla
propaganda all’agitazione
La Lega
di lotta di San Pietroburgo
Lenin e
il Gruppo per l’emancipazione del lavoro
La
polemica con gli “economisti”
Il vero
significato della scissione del
1903
La rottura di Trotskij con i menscevichi
Il primo marzo del 1881 la carrozza dello zar Alessandro II passava lungo il Canale Caterina di San Pietroburgo, quando un giovane improvvisamente scagliò quella che sembrava essere una palla di neve. L’esplosione che seguì fallì il bersaglio e lo zar discese, illeso, per parlare con alcuni cosacchi feriti. In quello stesso momento, un secondo terrorista, Grinevetsky, si precipitò in avanti e gridando “è troppo presto per ringraziare Dio” lanciò ai suoi piedi una seconda bomba. Un’ora e mezza più tardi, l’Imperatore di tutte le Russie era morto. Questo atto segnò il culmine di uno dei periodi più rimarchevoli nella storia rivoluzionaria, un periodo nel quale un pugno di giovani eroici e devoti aveva sfidato la potenza dello Stato zarista russo. Lo stesso successo dei terroristi, l’eliminazione della figura alla sommità dell’odiata autocrazia, avrebbe tuttavia portato simultaneamente un colpo mortale al cosiddetto Partito della Volontà del Popolo che aveva organizzato l’attentato.
Il fenomeno dei Narodniki russi (“populisti”, gli uomini del popolo) era una conseguenza dell’estrema arretratezza del capitalismo russo. La decadenza della società feudale procedeva più velocemente della formazione della borghesia. In queste condizioni, settori degli intellettuali, in particolare fra i giovani, rompevano con la nobiltà, la burocrazia e il clero e cominciavano a cercare una via d’uscita dal vicolo cieco nel quale si trovava la società.
Nella loro ricerca di un punto d’appoggio nella società, tuttavia, essi non potevano essere attratti da una borghesia grezza, arretrata e sottosviluppata, e al tempo stesso il proletariato viveva ancora la propria infanzia, disorganizzato, privo di istruzione e poco numeroso, specialmente in paragone con i milioni di contadini che costituivano la maggioranza schiacciante, muta e oppressa della società russa.
Era perciò comprensibile che l’intelligentsia rivoluzionaria dovesse vedere nel “popolo”, incarnato dai contadini, la principale forza potenzialmente rivoluzionaria nella società. Questo movimento aveva le proprie radici nel grande punto di svolta della storia russa, nel 1861. L’emancipazione dei contadini dalla servitù della gleba in quell’anno non era in nessun modo, come pure è stato frequentemente sostenuto, il risultato dell’illuminata benevolenza di Alessandro II. Nasceva invece dal timore di un’esplosione sociale dopo l’umiliante sconfitta della Russia nella disastrosa guerra di Crimea del 1853-56, la quale, come più tardi la guerra contro il Giappone, aveva crudelmente messo a nudo il regime zarista. Non era la prima volta, e non sarebbe stata l’ultima, che la sconfitta militare rivelava la bancarotta dell’autocrazia, fornendo così una spinta potente al cambiamento sociale. Ma l’Editto di emancipazione non risolse nessuno dei problemi e, nella realtà, peggiorò considerevolmente il destino della massa dei contadini. I latifondisti naturalmente riuscirono ad appropriarsi dei migliori appezzamenti di terreno, lasciando le aree più sterili ai contadini. Punti strategici quali sorgenti e mulini erano generalmente in mano ai latifondisti, i quali costringevano i contadini a pagare per accedervi. Peggio ancora, i contadini “liberati” erano legalmente incatenati alla comune di villaggio, o mir, che aveva la responsabilità collettiva della raccolta delle tasse. Nessun contadino poteva lasciare il mir senza permesso. La libertà di movimento era fortemente ostacolata dal sistema di passaporti interni. La comune di villaggio veniva in effetti trasformata nell’“anello più basso del sistema di polizia locale” (1)
Per peggiorare ulteriormente le cose, la riforma permetteva ai latifondisti di ritagliarsi una parte pari a un quinto, e in alcuni casi anche due quinti, della terra precedentemente coltivata dai contadini. Essi invariabilmente sceglievano le parti migliori e più redditizie – boschi, corsi d’acqua, sorgenti, pascoli, mulini, ecc. – che permettevano loro di prendere alla gola i contadini “emancipati”. Anno dopo anno, un numero crescente di famiglie contadine affondava senza speranza nei debiti e nella povertà come risultato di questa truffa.
L’emancipazione dei contadini fu un tentativo di portare avanti riforme dall’alto per prevenire una rivoluzione dal basso. Come tutte le riforme importanti, era un sottoprodotto della rivoluzione. Le campagne russe erano state scosse dalle rivolte contadine. Nell’ultimo decennio del regno di Nicola I c’erano stati 400 tumulti contadini, e altrettanti nei successivi sei anni (1855-60). Nello spazio di vent’anni, fra il 1835 e il 1854, 230 proprietari terrieri e amministratori erano stati uccisi, e altri 53 lo furono nei tre anni precedenti al 1861. L’annuncio dell’emancipazione venne accolto da un’ulteriore ondata di disordini e sollevazioni, brutalmente represse. Le speranze riposte da un’intera generazione di pensatori progressisti nell’idea di una riforma vennero crudelmente tradite dai risultati dell’emancipazione, che si rivelò una gigantesca frode. I contadini, che credevano che ora la terra appartenesse loro di diritto, vennero imbrogliati in tutti i modi. Essi dovettero accettare solo quei lotti di terra stabiliti dalla legge (in accordo con il latifondista) e dovettero pagare una tassa di riscatto per 49 anni con il 6 per cento d’interesse. Come risultato, i latifondisti mantennero la proprietà di circa 71.500.000 desiatine di terra, mentre i contadini, che rappresentavano la maggioranza schiacciante della società, ne ebbero solo 33.700.000
Negli anni successivi al 1861 i contadini, assediati dalla legislazione repressiva contro la povertà e rovinati dal peso dei debiti, intrapresero una serie di disperate rivolte locali.
Ma in tutta la sua storia la classe contadina è sempre stata incapace di giocare un ruolo indipendente nella società. Capace di dispiegare un grande sacrificio e coraggio rivoluzionario, i suoi sforzi di scuotersi di dosso il dominio dell’oppressore hanno avuto successo solo dove la direzione del movimento rivoluzionario è stata assunta da una classe cittadina, più omogenea, forte e cosciente.
In assenza di questo fattore, le jacqueries*, dal medioevo in avanti, hanno invariabilmente patito le più crudeli sconfitte come risultato della dispersione della classe contadina, della sua mancanza di coesione sociale e di coscienza di classe.
In Russia, dove le forme di produzione capitalistiche erano ancora in fase embrionale, non esisteva nelle città una classe che potesse assumersi tale ruolo. Tuttavia una classe, o più precisamente una casta, quella dei raznochintsy (coloro che erano privi di rango), o “proletariato intellettuale”, composta largamente di studenti e intellettuali declassati, si dimostrò eccezionalmente sensibile all’umore sotterraneo di malcontento che covava nei recessi profondi della società russa. Anni dopo il terrorista Myshkin dichiarò al proprio processo che “il movimento dell’intelligentsia non fu creato artificialmente, ma era l’eco della rivolta popolare”. (2)
Come sempre, la capacità dell’intelligentsia di giocare un ruolo sociale indipendente non era maggiore di quello dei contadini. Tuttavia essa può agire come un barometro molto preciso degli umori e delle tensioni che si sviluppano nella società.
Nel 1861, lo stesso anno dell’Emancipazione, il grande scrittore democratico russo Alexander Herzen scriveva dall’esilio di Londra sulle pagine del suo giornale Kolokol (la Campana), incitando la gioventù della Russia ad “andare al popolo”. L’arresto di noti pubblicisti come Chernyshevsky (i cui scritti erano stati influenzati da Marx ed ebbero a loro volta un grande impatto su Lenin e la sua generazione) e Dimitri Pisarev, dimostrò l’impossibilità di una pacifica riforma liberale. Con la fine della decade del 1860 erano state poste le basi per un movimento rivoluzionario di massa della gioventù populista.
Le orribili condizioni delle masse nella Russia post-riforma mossero alla rabbia e all’indignazione i migliori settori dell’intelligentsia . L’arresto degli esponenti più radicali dell’ala democratica, Pisarev e Chernyshevsky, non fece che approfondire l’alienazione degli intellettuali e spingerli ulteriormente a sinistra. Mentre la vecchia generazione di liberali si adattava alla reazione nelle università emergeva una nuova leva di giovani radicali, immortalata nel romanzo di Turgenyev Padri e figli nella figura di Bazarov. Il segno distintivo di questa nuova generazione era l’impazienza verso le oscillazioni dei liberali, che trattavano con disprezzo. I giovani credevano con fervore nelle idee di un rivolgimento rivoluzionario generale e di una ricostruzione radicale di tutta la società, da cima a fondo.
A dodici mesi dall’Emancipazione, lo “zar riformatore” si era indirizzato verso la reazione. Ci fu una repressione contro gli intellettuali. Le università vennero messe sotto la vigilanza opprimente del reazionario ministro dell’istruzione, il conte Dimitri Tolstoy, che impose un sistema educativo espressamente volto a schiacciare gli spiriti indipendenti e a soffocare l’immaginazione e la creatività. Le scuole vennero costrette a insegnare 47 ore di latino e 36 ore di greco alla settimana, con una forte enfasi sulla grammatica. La storia e le scienze naturali vennero escluse dai piani di studio come materie potenzialmente sovversive, e il sistema di controllo poliziesco degli spiriti venne rinforzato sotto l’occhio sospettoso dell’ispettore scolastico. I giorni inebrianti della “riforma” lasciarono il passo ad anni cupi di sorveglianza poliziesca e grigio conformismo.
La reazione si intensificò dopo la fallita insurrezione polacca del 1863. La rivoluzione venne annegata nel sangue. Migliaia di polacchi vennero uccisi in battaglia, centinaia vennero impiccati nella repressione successiva. Il brutale conte Muravyov impiccò personalmente 128 polacchi e ne deportò 9.723, uomini e donne. Il totale degli esiliati in Russia ammontò al doppio di quella cifra. Piotr Kropotkin, il futuro teorico anarchico, fu testimone delle sofferenze di polacchi esiliati in Siberia, dove era di stanza come giovane capitano della Guardia imperiale: “Vidi alcuni di loro sulla Lena, nudi in una baracca attorno a un immenso calderone pieno di salamoia, mentre mescolavano la mistura densa e bollente con lunghe pale, a una temperatura infernale, mentre la porta della baracca veniva lasciata spalancata per creare una forte corrente d’aria gelida. Dopo due anni di questo lavoro, questi martiri erano certi di morire di consunzione.” (3)
Ma sotto la crosta ghiacciata della reazione, i semi di una nuova rinascita rivoluzionaria stavano rapidamente germogliando. Il caso del principe Kropotkin è un esempio lampante di come “il vento scuote per prime le cime degli alberi”. Nato in una famiglia aristocratica, questo ex membro del corpo dei Paggi imperiali fu, come molti suoi contemporanei, colpito dalle terribili sofferenze delle masse e spinto a trarne conclusioni rivoluzionarie. Scienziato acuto e appassionato, Kropotkin descrive vividamente nelle sue memorie l’evoluzione politica di un’intera generazione: “Ma che diritto avevo di godere di questi piaceri elevati”, si chiedeva, “quando tutto attorno non vi era che miseria e lotta per un pezzo di pane ammuffito; quando tutto quello che avessi speso per permettermi di vivere in quel mondo di alte emozioni doveva di necessità essere perso dalle stesse bocche di coloro che crescevano il grano, e che non avevano cibo a sufficienza per i loro figli?”
La fredda crudeltà verso i polacchi mostrava l’altra faccia dello “zar riformatore”, un uomo che, nelle parole di Kropotkin, “firmava allegramente i decreti più reazionari per poi mostrarsene avvilito” (4)
Il sistema corrotto e degenerato del dominio autocratico, la manomorta della burocrazia, il soffio onnipresente del misticismo religioso e dell’oscurantismo spingevano alla rivolta tutte le forze vive della società. “È amaro”, scrisse il poeta Nekrasov, “il pane fatto dagli schiavi”. La rivolta contro la schiavitù spronò gli studenti rivoluzionari a cercare una via d’uscita. Facendo eco a Herzen, la loro parola d’ordine divenne: “V Narod!” (verso il popolo!). Le parole di Herzen lasciarono su questa gioventù coraggiosa e devota un’impressione indelebile: “Andate al popolo… quello è il vostro posto… Dimostrate… che da voi non nasceranno nuovi burocrati, ma soldati del popolo russo.” (5)
Questo movimento dei giovani prevalentemente delle classi alte era confuso e ingenuo, ma anche coraggioso e profondamente altruista e disinteressato, e lasciò un’eredità inestimabile per il futuro. Nonostante criticasse il carattere utopistico del loro programma, Lenin dedicò sempre un caldo tributo al valore rivoluzionario dei primi narodniki. Egli comprendeva che il movimento marxista russo era stato costruito sulle ossa di quei martiri, che a cuor leggero, in nome della lotta per un mondo migliore, avevano gettato le loro ricchezze e i loro agi materiali per affrontare la morte, il carcere e l’esilio. Da un movimento ancora nella fase infantile era solo prevedibile una confusione teorica. L’assenza di una forte classe operaia, la mancanza di una chiara tradizione o modello che potesse gettare luce sul loro cammino, la notte della censura, che impediva loro di accedere a gran parte degli scritti di Marx, tutto questo privò i giovani rivoluzionari russi della possibilità di comprendere la vera natura dei processi in opera nella società.
Alla maggior parte di loro Marx appariva come un “semplice economista” mentre la dottrina di Bakunin della “distruzione implacabile” e i suoi appelli all’azione diretta, sembravano più in sintonia con lo spirito di una generazione stanca di parole e impaziente di ottenere risultati. Pavel Axelrod ricorda nelle sue memorie come le teorie di Bakunin catturarono le menti della gioventù radicalizzata con la loro impressionante semplicità. (6) Il “popolo”, secondo Bakunin, era per istinto rivoluzionario e socialista già dai tempi del medioevo, come dimostravano le sollevazioni contadine, la rivolta di Pugachov, e persino i briganti, i quali venivano considerati come un valido esempio da seguire! Tutto quello era necessario, egli asseriva, per innescare una rivolta universale era che gli studenti si recassero nei villaggi e levassero lo stendardo della rivoluzione. Le rivolte locali avrebbero presto provocato un’esplosione generale, portando al crollo l’intero ordine esistente.
In un passaggio significativo, Trotskij ricattura vividamente lo spirito di questi giovani pionieri: “Giovani, in maggioranza studenti di ambo i sessi, circa un migliaio in totale, portarono la propaganda socialista ai quattro punti cardinali del paese, soprattutto nella regione del basso Volga, alla ricerca dell’eredità di Razin e Pugaciov. Notevole per l’ampiezza e per il giovanile idealismo, il movimento, vera culla della rivoluzione russa, si distinse, come è tipico di ogni infanzia, per l’ingenuità dei suoi procedimenti. I propagandisti non disponevano né di un’organizzazione dirigente né di un programma chiaro, né di un’esperienza cospirativa. E, del resto, a che sarebbero serviti? Il giovane, che aveva rotto con la famiglia e con la scuola, senza professione, senza relazioni od obblighi personali, impavido dinanzi alle potenze celesti e terrestri, immaginava di essere la cristallizzazione vivente dell’insurrezione popolare. Costituzione? Parlamentarismo? Libertà politica? Non si sarebbe lasciato adescare dall’Occidente. Mirava a una rivoluzione integrale, senza restrizioni né tappe intermedie.” (7)
Nell’estate del 1874 centinaia di giovani di origine sociale media o elevata si recarono dei villaggi, ardendo all’idea di incitare i contadini alla rivolta. Pavel Axelrod, uno dei futuri fondatori del marxismo russo, ricorda la rottura radicale che questi giovani rivoluzionari avevano operato con la loro classe: “Chiunque volesse lavorare per il popolo doveva abbandonare l’università, rinunciare alla propria condizione privilegiata, alla propria famiglia, e persino volgere le spalle alla scienza e all’arte. Dovevano tagliare tutti i fili che li legavano alle classi sociali elevate, bruciarsi i ponti alle spalle. In una parola, dovevano dimenticarsi volontariamente qualsiasi possibile via di ritirata. Il propagandista doveva, per così dire, effettuare una completa trasformazione della propria essenza interiore, in modo da potersi sentire un tutt’uno con gli strati più bassi del popolo, non solo ideologicamente, ma anche nel comportamento quotidiano.” (8)
Questi giovani coraggiosi non avevano un programma definito, se non quello di trovare una strada verso “il popolo”. Vestiti con vecchi abiti da lavoro comprati dai rigattieri nei mercati, stringendo i loro passaporti falsi, si recarono nei villaggi sperando di imparare un mestiere che permettesse loro di vivere e lavorare senza essere identificati. L’indossare abiti contadini non era il gesto teatrale che potrebbe apparire a prima vista. Kropotkin spiega che “il distacco tra il contadino e la persona istruita in Russia è grande e il contatto fra loro è così raro che non solo in un villaggio l’apparizione di un uomo che indossi abiti cittadini desta l’attenzione generale, ma persino nelle città, se una persona i cui abiti e la cui parlata rivelano non essere un operaio viene vista intrattenersi con degli operai, desta immediatamente i sospetti della polizia.” (9)
Questo ammirevole spirito rivoluzionario si basava purtroppo su teorie fondamentalmente sbagliate. L’idea mistica di una “peculiare via russa verso il socialismo”, che potesse in qualche modo condurre direttamente dalla barbarie feudale a una società senza classi, saltando la fase del capitalismo, fu la sorgente di una serie infinita di errori e tragedie. Una teoria sbagliata porta inevitabilmente a un disastro nella pratica. I narodniki erano motivati dal volontarismo rivoluzionario, cioè dall’idea che il successo della rivoluzione può essere garantito dalla volontà ferrea e dalla determinazione di un piccolo gruppo di persone convinte. Naturalmente il fattore soggettivo è decisivo nella storia umana. Karl Marx spiegò come gli uomini e le donne facciano la propria storia, ma aggiunse che non la creano al di fuori del contesto di relazioni economiche e sociali stabilite indipendentemente dalla loro volontà.
I tentativi dei teorici populisti di stabilire un “cammino storico speciale” per la Russia, differente da quello dell’Europa occidentale, inevitabilmente li portarono sulla strada dell’idealismo filosofico e di una visione mistica dei contadini.
La confusione teorica di Bakunin – un riflesso dei rapporti sociali sottosviluppati e primitivi che esistevano in Russia – trovò prontamente uditorio fra i narodniki, che cercavano una giustificazione ideologica delle loro vaghe aspirazioni rivoluzionarie.
Capovolgendo la realtà, Bakunin dipingeva il mir – la cellula fondamentale del regime zarista nel villaggio – come il nemico dello Stato. Tutto quello che era necessario era che i rivoluzionari andassero nei villaggi e sollevassero contro lo Stato i contadini russi, “istintivamente rivoluzionari”, e il problema sarebbe stato risolto senza dovere ricorrere alla “politica”, o a una qualsiasi forma particolare di organizzazione di partito. Il compito non era di lottare per rivendicazioni democratiche (poiché anche la democrazia rappresentava una forma di Stato, e quindi un’altra espressione della tirannia), ma abbattere lo Stato “in generale” e rimpiazzarlo con una federazione volontaria di comunità locali, basate sul mir una volta che fosse epurato dei suoi aspetti reazionari.
Gli elementi contraddittori di questa teoria divennero rapidamente evidenti quando i giovani populisti tentarono di metterla in pratica. Le esortazioni rivoluzionarie degli studenti si scontrarono con i sospetti, quando non l’aperta ostilità, dei contadini, che di frequente consegnarono alle autorità i nuovi venuti.
Zhelyabov, uno dei futuri dirigenti del partito della Narodnaja Volja (la Volontà del popolo), descrive graficamente gli sforzi disperati dei giovani populisti nel conquistare i contadini “come un pesce che sbatte la testa contro il ghiaccio.” (10) Nonostante le terribili condizioni di oppressione e sfruttamento i contadini russi, che credevano che “il corpo appartiene allo zar, l’anima a Dio e la schiena al signore”, si dimostrarono impenetrabili alle idee rivoluzionarie dei narodniki. La delusione e la sorpresa echeggiano nelle parole di uno dei protagonisti: “Eravamo noi stessi troppo ciecamente convinti dell’imminenza della rivoluzione, per vedere come i contadini non avevano tutto quello spirito rivoluzionario che avremmo voluto. Essi si aspettavano che l’imperatore avrebbe dato un ordine e la terra sarebbe stata divisa… molti di loro immaginavano che egli avrebbe fatto questo passo già da molto tempo, se non gli fosse stato impedito dai grandi latifondisti e dai funzionari, cioè i due nemici per eccellenza sia dell’imperatore che dei contadini.”
L’ingenuo tentativo di passare per contadini spesso ebbe il suo risvolto tragicomico, come ricorda Debegori-Mokrievich: “I contadini non ci permettevano di passare la notte nelle loro casupole: ovviamente non gradivano l’aspetto dei nostri vestiti sporchi e sbrindellati. Questa era l’ultima cosa che ci saremmo aspettati quando per la prima volta ci vestimmo da manovali.” (11)
Dormendo all’aperto, affamati, infreddolito e stanchi, con i piedi sanguinanti per le lunghe marce con scarpe da pochi soldi, il morale dei narodniki si infranse contro il muro compatto dell’indifferenza contadina. Gradualmente, ma inesorabilmente, quelli che non erano stati arrestati rifluirono nelle città, delusi ed esausti. Il movimento dell’“andata al popolo” venne prontamente stroncato da un’ondata di arresti, oltre 700 solamente nel 1874. Fu una sconfitta pagata a caro prezzo, ma gli eroici discorsi di sfida lanciati dal banco degli imputati dagli arrestati servirono ad accendere un nuovo movimento che cominciò quasi immediatamente.
I narodniki giuravano sul “popolo” ad ogni passo. Tuttavia, rimasero completamente isolati da quelle masse contadine che idolatravano. In realtà, l’intero movimento si concentrava nell’intelligentsia: “La venerazione dei narodnoki o populisti per la massa contadina e il suo regime comunitario”, scrisse Trotskij, “divenne il rovescio della smisurata pretesa, da parte del ‘proletariato intellettuale’, di esercitare la funzione di leva principale, se non unica, del progresso. Tutta la storia dell’intelligentsia russa si svolge tra questi due poli: umiliazione volontaria e superbia, che segnano l’ombra breve e l’ombra lunga della sua debolezza sociale.” (12)
Ma questa debolezza sociale degli intellettuali non faceva che riflettere lo stato di sottosviluppo dei rapporti di classe nella società russa. Il rapido sviluppo dell’industria e la creazione di una forte classe operaia urbana che si aprì con l’afflusso massiccio di capitale straniero a partire dagli anni ’90, tutto questo era ancora musica di un futuro apparentemente remoto. Costretta a basarsi sulle proprie risorse, l’intelligentsia rivoluzionaria cercò la salvezza nella teoria di una “via russa particolare al socialismo”, basata sugli elementi di proprietà comune che esistevano nel mir.
Le teorie della guerriglia e del terrorismo individuale che sono recentemente diventate di moda in certi circoli ripetono in forma caricaturale le idee antiquate dei populisti e dei terroristi russi. Come questi ultimi, cercano di trovare una base nei contadini del Terzo mondo, nel sottoproletariato: in realtà in qualsiasi classe escluso il proletariato. Queste idee, tuttavia, non hanno nulla in comune con il marxismo. Marx ed Engels spiegarono che la classe operaia è l’unica classe in grado di condurre a termine la rivoluzione socialista e instaurare uno Stato operaio sano che possa portare a una società senza classi. E non per caso: s*olo la classe operaia, in virtù del suo ruolo nella società e nella produzione, in particolare nella produzione su larga scala, possiede una coscienza di classe istintivamente socialista. Non per caso, i classici metodi di lotta del proletariato sono basati su azioni collettive di massa: scioperi, manifestazioni, picchetti, lo sciopero generale.
Per contrasto, il primo principio di ogni altra classe sociale è l’individualismo del proprietario e dello sfruttatore, sia esso piccolo o grande, del lavoro salariato. Lasciando da parte la borghesia, per la quale l’ostilità verso il socialismo è la prima condizione di esistenza, troviamo poi le classi medie, inclusi i contadini. Questi ultimi sono la classe meno capace di acquisire una coscienza socialista. Nei suoi strati superiori (il contadino ricco, l’avvocato, il dottore, il parlamentare) si avvicina alla borghesia. Ma anche i contadini poveri senza terra, in Russia, nonostante formalmente fossero dei proletari rurali, avevano una coscienza molto distante dai loro fratelli delle città. Il primo desiderio del contadino senza terra era quello di possederne un pezzo, cioè di trasformarsi in un piccolo proprietario. Il terrorismo individuale, la “guerriglia”, nelle sue molteplici forme, sono i metodi di lotta della piccola borghesia, in particolare dei contadini, ma anche degli studenti, degli intellettuali, del sottoproletariato. È vero che sotto certe condizioni – particolarmente nell’epoca attuale – la massa dei contadini poveri può essere conquistata all’idea della proprietà collettiva, come si vide in Spagna nel 1936. Ma la condizione previa per tale sviluppo è l’esistenza di un movimento rivoluzionario della classe lavoratrice nelle città. In Russia la classe operaia giunse al potere mobilitando i contadini poveri non sulla base di slogan socialisti, ma con la parola d’ordine “la terra a chi la lavora”. Questo semplice fatto mostra di per se stesso quanto i contadini russi fossero lontani da una coscienza socialista persino nel 1917.
Mancando di valide basi teoriche, e muovendo da una concezione confusa ed amorfa dei rapporti di classe (“il popolo”), i populisti consideravano la posizione marxista sul ruolo dirigente del proletariato nient’altro che come un sofisma. Cosa c’entrava la classe operaia? Chiaramente Marx ed Engels non avevano compreso la situazione peculiare della Russia! Nella misura in cui i narodniki prendevano in considerazione il ruolo degli operai delle città, li consideravano come un’aberrazione, “contadini in fabbrica”, capaci di giocare solo un ruolo ausiliario verso i contadini, cioè precisamente l’opposto dei reali rapporti di forza fra le classi rivoluzionarie, come dimostrarono gli eventi successivi.
A coronare il tutto ci fu l’ulteriore paradosso che, a dispetto di tutti i pregiudizi dei teorici populisti, l’unico settore nel quale gli appelli rivoluzionari destarono un’eco fu tra i disprezzati “contadini di città”, come chiamavano gli operai di fabbrica. Come le guerriglie moderne, i sostenitori della Zemlja i Volja adottarono la politica di sradicare gli operai rivoluzionari dalle fabbriche per mandarli nelle campagne. Plekhanov, prima di diventare marxista, partecipò a questo tipo attività e poté vederne le conseguenze: “L’operaio di fabbrica che ha lavorato in città per diversi anni”, scrisse, “difficilmente si sente a suo agio nelle campagne, e vi torna con riluttanza… Le istituzioni e le abitudini rurali diventano insopportabili per un individuo la cui personalità abbia cominciato un poco ad evolversi…
“Si trattava di gente esperta, sinceramente devota alla causa e imbevuta di idee populiste. Ma i loro tentativi di stabilirsi nelle campagne non portarono a nulla. Dopo aver vagato fra i villaggi con l’intenzione di cercare un posto adatto per stabilirvisi (e alcuni di loro venivano presi per stranieri), rinunciarono all’intera faccenda con una scrollata di spalle e tornarono a Saratov, dove stabilirono contatti fra gli operai del luogo. Per quanto fossimo stupefatti di questa alienazione del “popolo” dai suoi figli cittadini, il fatto era evidente, e dovemmo abbandonare l’idea di coinvolgere gli operai in un lavoro puramente contadino.” (13)
Secondo la teoria populista, l’operaio cittadino era più lontano del contadino dal socialismo. Così, un organizzatore narodnik responsabile del lavoro fra gli operai di Odessa si lamentava di come “gli uomini delle officine, rovinati dalla vita cittadina e incapaci di riconoscere i loro legami con i contadini, erano meno aperti alla propaganda socialista.” (14) Nonostante ciò, i narodniki condussero un lavoro fra gli operai e ottennero risultati importanti. L’iniziatore di questo lavoro pionieristico fu Nikolaj Vasilevic Ciaikovskij. Il suo gruppo formò circoli di propaganda nei quartieri operai di San Pietroburgo, nei quali Kropotkin era uno dei propagandisti. La realtà costringeva settori dei narodniki ad affrontare per la prima volta la “questione operaia” che, espulsa dalla porta dalle teorie bakuniniste, rientrava ostinatamente dalla finestra. Anche in questo periodo estremamente embrionale, la classe operaia russa, nonostante la sua estrema debolezza numerica, cominciava ad lasciare il proprio segno sul movimento rivoluzionario.
L’atteggiamento dei lavoratori verso i “signorini” era istruttivo. L’operaio di Pietroburgo I. A. Bachkin raccomandava ai suoi compagni: “Prendete i libri dagli studenti, ma quando cominciano a insegnarvi delle stupidaggini senza senso, riportateli coi piedi a terra.” Era forse a Bachkin che Plekhanov pensava quando scriveva la sua osservazione sulla riluttanza degli operai ad andare a lavorare nei villaggi. Bachkin venne arrestato nel 1874, e al suo rilascio nel 1876 disse a Plekhanov di essere pronto, “come prima, a lavorare per la propaganda rivoluzionaria, ma solo fra gli operai… ‘Non voglio andare in campagna a nessun costo’, sosteneva. ‘I contadini sono pecore, non capiranno mai la rivoluzione’.” (15)
Mentre gli intellettuali populisti si dibattevano nei problemi teorici della futura rivoluzione, i primi fermenti della coscienza di classe cominciavano a emergere nei centri urbani. L’emancipazione dei servi aveva rappresentato un atto di violenza collettiva contro i contadini nell’interesse dello sviluppo del capitalismo nell’agricoltura. I latifondisti stavano in realtà sgomberando il terreno per il capitalismo, come spiegò Lenin, accelerando il processo di differenziazione interna ai contadini attraverso la cristallizzazione di una classe di contadini ricchi (kulaki) al vertice e di una massa di contadini impoveriti all’estremo opposto. Per sfuggire all’opprimente miseria della vita nei villaggi, i contadini poveri migrarono massicciamente nelle città alla ricerca di lavoro. Nel periodo 1865-90 il numero di operai industriali crebbe del 65 per cento e quello dei minatori del 106 per cento. A. G. Rashin fornisce le seguenti cifre per il totale degli operai nella Russia europea (in migliaia): (16)
Anno Fabbriche e Miniere Totale
laboratori
1865 509 165 674
1890 840 340 1.180
Lo sviluppo dell’industria sperimentò una spinta particolarmente potente durante gli anni ’70. La popolazione di San Pietroburgo crebbe da 668.000 nel 1876 a 928.000 nel 1881. Strappati dalle loro origini contadine e gettati nel calderone ribollente della vita di fabbrica, la coscienza di questi operai subì una rapida trasformazione. I rapporti di polizia registravano lo scontento e l’audacia crescente della manodopera: “I metodi rozzi e volgari impiegati dai proprietari di fabbriche stanno diventando intollerabili per i lavoratori”, si lamenta uno di questi rapporti. “Ovviamente si sono resi conto che la fabbrica non è concepibile senza il loro lavoro.” Lo zar Alessandro lesse il rapporto e annotò ai margini: “Molto male.”
La crescita di questa agitazione fra gli operai permise la formazione dei primi gruppi operai organizzati. L’Unione operaia meridionale venne creata da E. Zaslavsky (1844-78). Figlio di una famiglia nobile, ma impoverita, partecipò all’“andata al popolo” nel 1872-73, si convinse dell’inutilità di quella tattica e cominciò un lavoro di propaganda fra gli operai di Odessa. L’Unione nacque da questi circoli operai, che tenevano riunioni settimanali e raccoglievano piccole quote di iscrizione. Il suo programma partiva dalla premessa che “i lavoratori possono ottenere il riconoscimento dei loro diritti solo per mezzo di una rivoluzione violenta che, facendo del lavoro il fondamento della ricchezza privata e pubblica, distrugga tutti i privilegi e le ineguaglianze.” (17) L’influenza dell’Unione crebbe rapidamente fino a quando non venne distrutta dagli arresti nel dicembre 1875. I dirigenti vennero condannati ai lavori forzati, e lo stesso Zaslavsky fu condannato a dieci anni. Con la salute minata dalle dure condizioni di detenzione, perse la ragione e morì in carcere di tubercolosi.
Uno sviluppo più significativo fu la nascita dell’Unione settentrionale degli operai russi, costruita illegalmente nel 1877 sotto la direzione di Khalturin e Obnorsky. Figlio di un sottufficiale in pensione, Viktor Obnorsky era stato prima maniscalco e in seguito meccanico. Venne coinvolto nell’attività dei circoli operai di studio durante il suo lavoro in diverse fabbriche di Pietroburgo; per evitare l’arresto dovette fuggire a Odessa, dove entrò in contatto con l’Unione di Zaslavsky. Divenne marinaio e viaggiò all’estero, dove venne influenzato dalle idee della socialdemocrazia tedesca. Al suo ritorno a Pietroburgo incontrò P. L. Lavrov e P. Axelrod, che erano allora figure guida del movimento populista. Stepan Khalturin fu una figura importante nel movimento rivoluzionario dei tardi anni ’70. Come Obnorsky, fu maniscalco e poi meccanico, e cominciò la propria attività nel gruppo di Ciaikovskij, dove lavorò come propagandista. In una serie di profili di militanti operai russi, Plekhanov lasciò un ritratto durevole di questo rivoluzionario proletario:
“Quando le sue attività erano ancora dal lato della legge, Khalturin si incontrava volentieri con gli studenti e cercava di fare la loro conoscenza, di ottenere da loro ogni sorta di informazioni e di libri in prestito. Spesso rimaneva con loro fino a mezzanotte, ma raramente dava la sua opinione. L’eccitazione del suo ospite cresceva, deliziato dal fatto di avere l’opportunità di illuminare un operaio ignorante, e parlava a lungo, teorizzando nella maniera più “popolare” possibile. Stepan guardava l’oratore, fissandolo attentamente. Di tanto in tanto i suoi occhi intelligenti riflettevano un’amabile ironia. C’era sempre un elemento di ironia nei suoi rapporti con gli studenti… Con gli operai si comportava molto diversamente… li considerava più solidi e, per così dire, più naturalmente rivoluzionari e si prendeva cura di loro come una balia amorevole. Era il loro maestro, cercava per loro libri da leggere e lavorava per loro, metteva pace quando litigavano e rimproverava il colpevole. I suoi compagni lo amavano: Khalturin lo sapeva, e li ricambiava con un amore perfino maggiore. Ma non credo che neppure nei rapporti con loro, Khalturin abbandonasse il suo riserbo abituale… Nei gruppi parlava solo raramente e controvoglia. Tra gli operai di Pietroburgo c’erano persone tanto istruite e competenti quanto lui, c’erano uomini che avevano vissuto all’estero, che avevano visto un altro mondo. Il segreto dell’enorme influenza di quella che potremmo chiamare la dittatura di Stepan risiedeva nell’attenzione instancabile che dedicava a ogni piccola cosa. Ancora prima che cominciasse la riunione, egli parlava con ciascuno per capire lo stato d’animo generale, considerava tutti gli aspetti dei problemi, e con naturalezza risultava essere il più preparato di tutti. Esprimeva lo stato d’animo generale.” (18) Khalturin era un eminente rappresentante di una categoria: l’operaio-propagandista attivo nei circoli del primo periodo del movimento operaio russo. Tuttavia, persino lui venne attratto nell’attività terroristica nel periodo successivo, organizzando uno spettacolare attentato contro la vita dello zar.
Nel frattempo i resti del movimento narodnik cercavano di raggruppare le proprie forze nelle città, sotto una nuova bandiera. Nel 1876 venne formata la Zemlja i Volja per opera dei Natanson, di Alexander Mikhailov e di Georgij Plekhanov. La nuova organizzazione era capeggiata da un Consiglio generale che eleggeva un Comitato esecutivo (o Centro amministrativo) più ristretto. Subordinati a questi organismi c’erano una sezione contadina, una sezione operaia, una sezione giovanile (studentesca) e, nuovo sviluppo, una “sezione disorganizzazione”, un’ala armata “per la protezione contro la condotta arbitraria dei funzionari”. Il programma della Zemlja i Volja si fondava su un’idea confusa di “socialismo contadino”: tutta la terra doveva passare ai contadini e si doveva garantire l’autodeterminazione a tutte le parti dell’impero russo. La Russia doveva essere governata sulla base dell’autogoverno delle comuni contadine. Tuttavia, tutto questo veniva subordinato all’obiettivo centrale dell’abbattimento rivoluzionario dell’autocrazia, che doveva essere portato a termine “il più rapidamente possibile”. L’estrema urgenza qui derivava dall’idea di prevenire la crisi della comune contadina (il mir) causata dallo sviluppo capitalistico! I veri originatori della teoria del “socialismo in un solo paese” furono quindi i narodniki, i quali cercarono di risparmiare alla società gli orrori del capitalismo sposando l’idea di una “via particolare dello sviluppo storico” riservata alla Russia, basata sulla supposta unicità dei contadini russi e delle loro istituzioni sociali. Il 6 dicembre 1876, una manifestazione illegale di forse 500 persone, prevalentemente studenti, si radunò sui gradini della cattedrale di Kazan, al grido di “terra e libertà” e “viva la rivoluzione socialista!”. I manifestanti vennero arringati da uno studente ventunenne di nome Georgij Plekhanov, che con questo appello rivoluzionario vide l’inizio di anni di esilio e di vita clandestina. Nato nel 1885, in una famiglia aristocratica di Tambov, Plekhanov, come molti altri della sua generazione, si fece le ossa sulle pagine dei grandi autori democratici russi: Belinsky, Dobrolyubov e soprattutto Chernyshevsky. Ancora adolescente si unì al movimento populista partecipando a missioni rischiose, inclusa la liberazione di compagni arrestati e persino l’eliminazione di un agente provocatore. Arrestato diverse volte, riuscì sempre a sfuggire alle guardie zariste.
In seguito al suo discorso coraggioso, Plekhanov fu costretto a fuggire all’estero, ma il suo prestigio era tale che venne eletto, in sua assenza, come membro del “gruppo centrale” della Zemlja i Volja. Rientrato in Russia nel 1877, il futuro fondatore del marxismo russo condusse una precaria vita clandestina. Armato di un tirapugni e di una pistola, che durante la notte teneva sempre sotto il cuscino, si recò dapprima a Saratov, sul basso Volga, dove in seguito venne nominato responsabile della “sezione operaia” della Zemlya y Volya. L’esperienza del contatto di prima mano con gli operai di fabbrica ebbe un profondo effetto sul pensiero del giovane, e indubbiamente lo aiutò a rompere con i pregiudizi populisti e a trovare la via verso il marxismo.
Nel dicembre del 1877 un’esplosione nel deposito di esplosivi di una fabbrica di armi nell’isola Vasilevsky uccise sei operai, ferendone molti altri. I funerali delle vittime si tramutarono in una manifestazione. Plekhanov scrisse un manifesto che terminava con queste parole: “Operai! È ora di intendere ragione. Non dovete attendervi aiuto da nessuno. Soprattutto, non aspettatevi aiuto dalla nobiltà. Per lungo tempo i contadini hanno atteso l’aiuto della nobiltà, e tutto quello che hanno avuto sono state le terre peggiori e tasse più pesanti, persino più che in passato… Tollererete tutto questo per sempre voi, operai delle città?” (19)
L’autore ebbe risposta prima di quanto egli, o chiunque altro, si potesse aspettare. Il boom economico che scaturì dalla guerra russo-turca (1877-78) creò le condizioni per una esplosione di scioperi senza precedenti, nella quale il settore più oppresso e sfruttato della classe operaia, gli operai tessili, furono la punta di lancia. Non sarebbe stata l’ultima volta che gli operai tessili, più oppressi e politicamente volubili, entravano in azione ben più rapidamente dei battaglioni pesanti dell’industria metallurgica. Gli operai cercarono aiuto dagli “studenti” attraverso la mediazione di singoli operai che militavano nelle organizzazioni rivoluzionarie.
In qualità di capo della sezione operaia della Zemlya y Volya, Plekhanov si trovò virtualmente a capo del movimento. Purtroppo i narodniki non avevano idea di cosa fare in un movimento operaio che proprio non rientrava nella loro concezione del mondo. Nel giro di due anni, San Pietroburgo vide 26 scioperi, una cifra che non sarebbe più stata eguagliata fino alla massiccia ondata di scioperi degli anni ’90. I membri dell’Unione settentrionale giocarono un ruolo preminente in questi scioperi e nei primi mesi del 1879 l’organizzazione raggiunse il suo livello massimo, con 200 operai organizzati e altri 200 in riserva, accuratamente distribuiti fra le diverse fabbriche, tutti collegati a un organismo centrale. I circoli operai avevano persino una biblioteca, anch’essa attentamente distribuita fra i diversi gruppi clandestini, che veniva largamente utilizzata dagli operai esterni all’Unione. L’intraprendente Khalturin organizzò una tipografia clandestina, e Obnorsky stabilì accordi con un gruppo operaio di Varsavia, “il primo esempio di legame amichevole fra operai russi e polacchi”, come osservò Plekhanov con soddisfazione. (20)
Ma pochi mesi dopo la comparsa del primo numero del suo giornale illegale, Rabociaia Zarja (“l’alba operaia”), la polizia distrusse la tipografia dell’Unione e il grosso dei suoi militanti venne spazzato via da un’ondata di arresti e costretto ai lavori forzati, al carcere e all’esilio. Il risultato della rottura di questa prima solida organizzazione della classe operaia fu catastrofico. Khalturin e altri trassero conclusioni pessimistiche e passarono al terrorismo. Ci vollero dieci anni e innumerevoli sacrifici innecessari prima che il movimento si immunizzasse contro il germe del terrorismo.
Fin dalla sua stessa nascita il movimento rivoluzionario in Russia era stato diviso dalla polemica fra “educatori” e “insurrezionalisti”, le cui posizioni erano grosso modo identificate, rispettivamente, con quelle di Lavrov e Bakunin. Il fallimento dell’"andata al popolo” spinse questo disaccordo fino al punto di una rottura aperta. Nel 1874-75 c’erano in Russia migliaia di prigionieri politici, giovani che avevano pagato con la perdita della libertà il prezzo della loro sfida. Alcuni vennero in seguito rilasciati su cauzione e tenuti sotto sorveglianza. Altri vennero esiliati in Siberia con provvedimenti amministrativi. Tutti gli altri vennero semplicemente lasciati a marcire in galera, in attesa di processo. Di quelli che erano rimasti in libertà e politicamente attivi, alcuni decisero di ritornare nei villaggi, ma questa volta in qualità di dottori o maestri, dedicando le loro energie a un modesto lavoro di educazione, in attesa di tempi migliori. Per altri, tuttavia, l’essere giunti a comprendere come la teoria di Bakunin sui “contadini istintivamente rivoluzionari” fosse sbagliata, significava cercare una strada completamente nuova.
La Zemlya y Volya non fu mai un’organizzazione di massa. Poche decine di persone, principalmente studenti e intellettuali sulla trentina, ne costituivano la militanza attiva. Ma il germe della dissoluzione era presente fin dalla nascita. I sostenitori di Lavrov cercavano di “aprire gli occhi” al popolo attraverso la propaganda pacifica. “Non dobbiamo suscitare emozioni nel popolo, ma coscienza di sé”, scriveva Lavrov. (21) La sconfitta dei tentativi di provocare un movimento di massa dei contadini usando le armi della propaganda, aprì la strada all’ascesa di una nuova teoria, nella quale il bakuninismo veniva capovolto. Dalla “negazione della politica”, e in particolare dell’organizzazione politica, un settore dei populisti fece una svolta a 180 gradi e passò a formare un’organizzazione terroristica segreta e altamente centralizzata – la Narodnaja Volja –, destinata nelle loro intenzioni a provocare un movimento rivoluzionario delle masse attraverso la “propaganda del fatto”.
La recente umiliazione militare della Russia zarista nella guerra russo-turca mise a nudo una volta di più la bancarotta del regime, rianimando l’opposizione. I dirigenti della Narodnaja Volja erano decisi a sfidare l’autocrazia in una sorta di singolar tenzone terroristica, che avrebbe dovuto stimolare “dall’alto” la fiamma della rivolta. Un settore della gioventù bruciava ora dall’impazienza. Le parole di Zhelyabov, futuro dirigente della Narodnaja Volja, riassumono l’intera questione: “La storia”, diceva, “si muove troppo lentamente. Bisogna darle una spinta, altrimenti l’intera nazione marcirà e andrà in malora prima che i liberali ottengano alcunché”.”
“Una costituzione?” “Tanto di guadagnato.”
“Bene, allora cosa volete: lavorare per una costituzione, o dare una spinta alla storia?”
“Non sto scherzando, in questo momento dobbiamo dare alla storia una spinta.” (22)
Queste poche righe mostrano in modo crudo il rapporto fra terrorismo e liberalismo. I terroristi non avevano un proprio programma indipendente. Prendevano a prestito le loro idee dai liberali, i quali li utilizzavano per dare enfasi alle loro rivendicazioni.
Nell’autunno del 1877, quasi 200 giovani uomini e donne vennero processati per il crimine di essere “andati al popolo”. Avevano già trascorso tre anni in galera senza processo, e c’erano stati numerosi casi di maltrattamenti inflitti ai prigionieri da guardiani e funzionari brutali. Per i rivoluzionari i maltrattamenti sistematici, le torture e le umiliazioni sofferte dai prigionieri furono l’ultima goccia. Un caso particolarmente atroce suscitò un’ampia indignazione nel luglio del 1877. Quando generale Trepov, il tristemente noto capo della polizia di Pietroburgo, aveva visitato il centro di detenzione preliminare, un giovane “politico” di nome Bogoljubov si era rifiutato di alzarsi in piedi, ed era stato condannato per ordine dello stesso Trepov a 100 frustate. Fu così che nel gennaio del 1878 si oltrepassò un punto decisivo, quando una giovane di nome Vera Zasulic sparò a Trepov. Questa azione, che la Zasulic aveva organizzato e messo in opera da sola, era intesa come rappresaglia per il maltrattamento dei prigionieri politici. Dopo il caso Zasulic, la svolta verso la “propaganda del fatto” divenne irresistibile, particolarmente dopo che, contro ogni aspettativa, ella venne assolta dalla giuria.
Inizialmente l’uso degli attentati veniva concepito come una tattica limitata, per la liberazione di compagni arrestati, l’eliminazione delle spie della polizia, e per autodifesa contro le azioni repressive dell’autorità. Ma il terrorismo ha una logica tutta sua . In un breve lasso di tempo, la mania terroristica si impadronì dell’organizzazione. Fin dall’inizio c’erano stati dubbi sulla “nuova tattica”. Sulle pagine del giornale ufficiale del partito si levarono voci critiche: “Dobbiamo ricordare”, diceva un articolo, “che la liberazione delle masse lavoratrici non verrà conquistata su questa strada. Il terrorismo non ha nulla in comune con la lotta contro le fondamenta dell’ordine sociale. Solo una classe può opporsi a un’altra classe. Perciò, il grosso delle nostre forze deve lavorare in mezzo al popolo.” (23)
L’adozione della nuova tattica portò a una spaccatura aperta nel movimento, fra i terroristi e i seguaci di Lavrov, i quali proponevano un lungo periodo di preparazione e propaganda fra le masse. In pratica, questa seconda tendenza di stava allontanando dalle idee rivoluzionarie, orientandosi alla politica dei “piccoli fatti” e a un approccio gradualista. L’ala destra del populismo divenne indistinguibile dal liberalismo, mentre il suo settore più radicale si apprestava a puntare tutto sulla forza di un proiettile e sulla “chimica rivoluzionaria” della nitroglicerina.
In tempi recenti, i moderni terroristi hanno tentato di distinguersi dai loro progenitori russi. I narodniki, si dice, credevano nel terrorismo individuale e si sostituivano alle masse, mentre i moderni sostenitori della “lotta armata” o della “guerriglia urbana” si considerano solo come un’ala armata della lotta di massa, il cui proposito è fare da detonatore di azioni di massa. Tuttavia, anche i sostenitori della Narodnaja Volja non si considerarono mai come un movimento autosufficiente. Il loro obiettivo dichiarato era di dare l’avvio a un movimento di massa, basato sui contadini, che avrebbe rovesciato lo stato e istituito il socialismo. Anch’essi pensavano che il proprio scopo fosse quello di far “detonare” il movimento di massa attraverso un esempio coraggioso.
La politica, tuttavia, ha la sua propria logica. Tutti gli appelli fatti in nome delle masse dalla Narodnaja Volja non erano altro che una cortina fumogena dietro la quale c’era una sfiducia profondamente radicata nelle capacità rivoluzionarie di quelle stesse masse. Gli argomenti avanzati per giustificare il terrorismo in Russia oltre un secolo fa suonano curiosamente simili a quelli dei gruppi di “guerriglia urbana” in tempi più recenti: “Siamo a favore del movimento di massa, ma lo Stato è troppo forte”, e così via. Il terrorista Morozov per esempio, affermò:
“Se si osserva la vita sociale contemporanea in Russia, si giunge alla conclusione che a causa della condotta arbitraria e della violenza del governo, nessuna attività e possibile da parte del popolo. Non esistono né la libertà di espressione, né la libertà di stampa, che permettano di lavorare con le armi della persuasione. Di conseguenza, per ogni attivista d’avanguardia è necessario in primo luogo mettere fine all’attuale sistema di governo, e per lottare contro di esso non vi è altro modo che farlo armi alla mano. Lotteremo quindi contro di esso alla maniera di Guglielmo Tell, fino a quando arriverà il momento nel quale conquisteremo libere istituzioni sotto le quali sarà possibile per noi discutere senza ostacoli sulla stampa e in assemblee pubbliche di tutte le questioni sociali e politiche, e decidere di esse attraverso la libera rappresentanza del popolo.” (24)
I narodniki erano idealisti coraggiosi, ma sviati, che limitavano i loro bersagli a noti torturatori, capi di polizia colpevoli di atti repressivi, e simili. Spesso si consegnarono successivamente alla polizia per potere utilizzare i processi come casse di risonanza per mettere sotto accusa la società esistente. Non misero mai bombe per massacrare donne e bambini, e neppure per uccidere soldati di truppa. Nelle rare occasioni nelle quali uccisero singoli poliziotti, lo fecero per entrare in possesso di armi. Nonostante tutto questo, i loro metodi erano completamente sbagliati e controproducenti, e furono esplicitamente condannati dai marxisti.
Le teorie sedicenti “moderne” della guerriglia urbana non fanno che ripetere in forma caricaturale le vecchie idee pre-marxiste dei terroristi russi. È piuttosto ironico che queste persone, che spesso avanzano la pretesa di essere “marxisti-leninisti”, non abbiano la più vaga idea del fatto che il marxismo russo nacque da una lotta implacabile contro il terrorismo individuale. I marxisti russi descrivevano con disprezzo i terroristi come “liberali armati di bombe”. I padri liberali parlavano in nome del “popolo”, ma lo consideravano troppo ignorante per investirlo di un compito di responsabilità quale la riforma della società. Il suo ruolo avrebbe dovuto ridursi a votare passivamente di tanto in tanto e a stare a vedere mentre i liberali nel parlamento avrebbero portato avanti i propri affari. I figli dei liberali non provavano altro che disprezzo per il parlamento. Si dichiaravano per la rivoluzione e, naturalmente per “il popolo”, salvo poi considerarlo troppo ignorante per comprenderli. Essi dovettero ricorrere alla “chimica rivoluzionaria” della bomba e del revolver. Ma esattamente come per i liberali, il ruolo delle masse veniva ridotto a quello di spettatori passivi.
Il marxismo vede la trasformazione della società come un atto cosciente, compiuto dalla classe lavoratrice. È progressivo tutto quello che serve ad accrescere la coscienza dei lavoratori della propria forza. È reazionario ciò che tende ad abbassare nei lavoratori la comprensione del loro stesso ruolo. La politica del terrorismo, quindi, è massimamente dannosa per la causa delle masse precisamente quando ottiene dei successi. Che conclusioni si suppone che possano trarre gli operai da un atto spettacolare di terrorismo individuale, coronato dal successo? Solo questa: che è possibile raggiungere i loro scopi senza alcuna necessità del lungo e arduo lavoro preparatorio di organizzarsi in sindacati, di partecipare agli scioperi e ad altre azioni di massa, all’agitazione, alla propaganda, all’educazione politica. Tutto questo viene visto come un ostacolo, se si considera invece che basta impadronirsi di una rivoltella e di una bomba per risolvere il problema.
La storia del ventesimo secolo ci può dare alcune tragiche lezioni su quanto accade quando i rivoluzionari tentano di sostituire l’azione eroica di una minoranza armata al movimento cosciente della classe lavoratrice. Il più delle volte, come fu il caso con la Narodnaja Volja, il tentativo di sfidare la potenza dello stato con simili mezzi conduce a una terribile sconfitta, e al rafforzamento di quello stesso apparato di repressione che si intendeva distruggere. Ma anche in quei casi in cui, per esempio, una guerriglia riesce ad abbattere il vecchio regime, non potrà mai giungere a stabilire uno stato operaio sano, e tanto meno il socialismo. Nel migliore dei casi porterà alla formazione di uno stato operaio deformato (un regime di bonapartismo proletario) nel quale i lavoratori sono soggetti al dominio di un’élite burocratica. In realtà questi esiti sono predeterminati dalla struttura militarista delle organizzazioni terroriste e guerrigliere, dalla loro struttura di comando autocratica, dalla mancanza di democrazia interna e, soprattutto, dal fatto che esse funzionano al di fuori della classe lavoratrice, e indipendentemente da essa. Un vero partito rivoluzionario non si pone come un gruppo di autonominati salvatori delle masse, ma si sforza di dare un’espressione organizzata e cosciente al movimento degli stessi lavoratori. Solo il movimento cosciente del proletariato può portare alla trasformazione socialista della società.
Un settore del vecchio movimento della Zemlja i Volja tentò di resistere alla spinta terrorista, ma venne spazzato via. Il congresso di Voronez del giugno 1879 non riuscì ad arrestare la scissione, che ebbe luogo infine nell’ottobre di quell’anno con un accordo formale fra le due parti di sciogliere l’organizzazione. I fondi vennero divisi e si accordarono affinché nessuna delle due frazioni utilizzasse il vecchio nome. La frazione terrorista adottò il nome di Narodnaja Volja (la Volontà del Popolo), mentre i resti dei narodniki “di villaggio” della vecchia scuola presero il nome di Ciorny Peredel (Redistribuzione Nera), echeggiando la vecchia idea populista di una rivoluzione agraria. Da questa organizzazione, guidata da Plekhanov, sarebbero emerse le prime forze del marxismo russo.
Per la tendenza di Plekhanov le prospettive difficilmente avrebbero potuto essere più nere. La vecchia tattica dell’”andata al popolo” si era esaurita. I contadini non erano più sensibili alle blandizie dei populisti di quanto non fossero in passato. Molti vecchi populisti avevano infine abbandonato le speranze, avevano “votato con i piedi” ed erano tornati a un’esistenza più confortevole nelle città. Influenzato probabilmente dalla sua esperienza precedente come capo della “sezione operaia”, Plekhanov propose ai membri della Ciorny Peredel di condurre l’agitazione fra gli operai di fabbrica e cercò di stabilire un legame con i suoi vecchi contatti operai, tra i quali Stepan Khalturin dell’Unione settentrionale degli operai russi. Ma persino fra gli operai più avanzati soffiava forte il vento a favore del terrorismo. Lo stesso Khalturin partecipò, nel febbraio del 1880, a un attentato alla vita dello zar. I sostenitori della Ciorny Peredel erano completamente isolati. Il colpo finale giunse nel gennaio 1880 quando, poco dopo l’uscita del primo numero del giornale del gruppo, la polizia piombò nella tipografia clandestina e spazzò via praticamente l’intera organizzazione russa. Come osservò in seguito Trotskij, il futuro della tendenza non terrorista dei narodniki non poteva assumere il carattere di un fenomeno indipendente, ma solo di una breve e confusa transizione verso il marxismo.
Sull’altra sponda, i sostenitori della Narodnaja Volja sembravano fare passi avanti spettacolari. Incredibilmente, una piccola organizzazione di non più di alcune centinaia di uomini e donne riuscì a fare dello zar virtualmente un prigioniero nel suo stesso palazzo. Per un periodo, la corrente spinse irresistibilmente verso la Narodnaja Volja, che rappresentava gli elementi più decisi e rivoluzionari della gioventù. La nuova organizzazione, altamente centralizzata e operante nella più rigorosa segretezza, era capeggiata da un comitato esecutivo, composto da A. I. Zhelyabov, M. F. Frolenko, N. A. Morozov, Vera Figner, Sophia Perovskaya e altri. Se paragonato al vecchio populismo, il programma della Narodnaja Volja rappresentava un passo avanti, in quanto si pronunciava chiaramente per una lotta politica contro l’autocrazia. Lenin, che pur criticando implacabilmente la tattica del terrorismo individuale, rese sempre omaggio all’eroismo disinteressato dei narodvoltsy, scrisse in seguito: “I sostenitori della ‘Libertà del popolo’ fecero un passo avanti, passando alla lotta politica, ma non riuscirono a legarla col socialismo.” (25)
Il programma della Narodnaja Volja immaginava un “corpo rappresentativo popolare permanente” eletto a suffragio universale, la proclamazione della repubblica, il trasferimento delle terre al popolo e misure per mettere le fabbriche in mano agli operai. Il movimento attrasse molti degli elementi più coraggiosi e disposti al sacrificio, incluso Khalturin dell’Unione operaia settentrionale, il quale mostrò grande audacia nell’ottenere di essere assunto quale carpentiere sullo yacht dello zar. Una volta conquistata la fiducia dei funzionari quale operaio modello, riuscì nel febbraio 1880 a piazzare una potente bomba all’interno del Palazzo d’Inverno, dove lavorava a delle riparazioni, facendo saltare in aria il palazzo dello zar nel bel mezzo della capitale! Tuttavia, la risposta dello stato fu quella di incrementare la repressione, giungendo a una dittatura virtuale sotto il generale Melikov. Il caso di Khalturin fu particolarmente tragico. Egli si rese conto precocemente della contraddizione fra la necessità di costruire il movimento operaio e il terrorismo, come spiega Venturi: “Khalturin era costantemente diviso tra la spinta all’azione e i suoi doveri di organizzatore operaio. Egli sfogava i suoi sentimenti dicendo che gli intellettuali lo costringevano a ricominciare da capo dopo ogni atto di terrorismo, con le sue inevitabili perdite. ‘Se solo ci dessero un poco più di tempo per rafforzarci’, disse una volta. Tuttavia anch’egli venne catturato dalla sete di azione immediata, che lo portò assieme a loro sul patibolo.” (26)
Lo stesso successo dei terroristi conteneva il seme della dissoluzione. L’assassinio dello zar nel 1881 aprì un regno di repressione, nel quale il terrore esercitato dagli individui contro ministri e poliziotti lasciò il passo al terrore dell’intero apparato statale contro il movimento rivoluzionario in generale. “La Russia venne divisa in distretti”, rammenta Kropotkin, “ognuno dei quali venne sottoposto a un governatore generale che ricevette l’ordine di impiccare senza pietà tutti i trasgressori. Kovalskij e i suoi i amici, i quali tra l’altro con i loro colpi non avevano ucciso nessuno, vennero giustiziati. Le impiccagioni divennero un fatto ordinario. 23 persone morirono in due anni, incluso un ragazzo di 19 ani che venne catturato mentre appendeva un proclama rivoluzionario in una stazione ferroviaria: questo atto era l’unico capo d’accusa. Era un ragazzo, ma morì come un uomo.” (27)
Per aver tentato di sollevare una folla e di liberare alcuni prigionieri che venivano condotti al patibolo, una ragazza di 14 anni venne condannata all’esilio a vita in Siberia, e si annegò. I prigionieri trascorrevano anni nelle carceri preventive – infestate dalle febbri tifoidee –, nelle quali in un solo anno, attendendo di essere processati perì il 20 per cento di essi. Al trattamento brutale da parte dei secondini reagivano con gli scioperi della fame, ai quali si rispondeva con l’alimentazione forzata. Anche coloro che venivano assolti vennero esiliati in Siberia dove morivano lentamente, affamati dal miserevole sussidio governativo. Tutto ciò alimentava l’indignazione della gioventù, che ardeva dal desiderio di vendetta. Le vittime del Terrore bianco vennero rimpiazzate da nuove reclute, che non facevano altro che avviarsi alla stessa fine, in un ciclo infernale di repressione-terrorismo-repressione. Un’intera generazione perì in questo modo e alla fine lo Stato, che non si basa sui singoli generali o capi della polizia, emerse più forte che mai, nonostante il fatto che la Narodnaja Volja fosse riuscita ad assassinare un numero considerevole di alti funzionari zaristi.
Il nuovo Procuratore generale, il ministro Pobedonostsev, promise un regno di “ferro e sangue” che avrebbe spazzato via i terroristi. Una serie di leggi draconiane conferì al governo nuovi e ampi poteri nel campo degli arresti, della censura e della deportazione, che colpirono non solo i rivoluzionari, ma anche le più moderate tendenze liberali. Venne intensificata l’oppressione nazionale, con la soppressione di tutte le pubblicazioni in lingua non russa. Vennero approvate leggi che rafforzavano la presa del latifondista sui propri contadini. Un’onda di reazione spazzò le scuole e le università, con l’obiettivo di schiacciare ogni forma di pensiero indipendente e di spezzare lo spirito di ribellione della gioventù. Contrariamente alle aspettative dei terroristi, non vi fu alcuna sollevazione di massa, né movimento generale di opposizione. Ben presto le speranze nate da una generazione eroica e altruista vennero ridotte in cenere. L’ala terrorista dei narodniki venne decimata da un’ondata di arresti. Nel 1882, con il proprio centro liquidato e i dirigenti in galera, il movimento populista si ruppe in mille frammenti. Ma proprio nell’ora in cui suonava la campana a morto per il populismo, un nuovo movimento stava rapidamente guadagnando terreno nel resto d’Europa, e un nuovo rapporto di forza fra le classi emergeva nella stessa Russia arretrata.
Per anni, le idee di Marx ed Engels erano state familiari per i rivoluzionari russi, per quanto in forma incompleta e volgarizzata. Marx ed Engels, quest’ultimo in particolare, avevano ingaggiato una polemica con i teorici del populismo. Tuttavia il marxismo non aveva mai avuto un seguito significativo in Russia. Per la gioventù rivoluzionaria la negazione del terrorismo individuale, il rifiuto di una peculiare “via russa al socialismo” e del preteso ruolo guida dei contadini nella rivoluzione erano davvero troppo da digerire. Paragonata con la “propaganda del fatto” di Bakunin, l’idea che la Russia avrebbe dovuto passare per la scuola dolorosa del capitalismo pareva assumere le sembianze del disfattismo e della passività.
La vecchia generazione dei narodniki nutriva un disprezzo a malapena dissimulato verso la teoria. Nella misura in cui ricorrevano ad argomenti ideologici, si trattava in realtà di giustificazioni elaborate a posteriori per le svolte e controsvolte del movimento. Di volta in volta, essi avevano avanzato le idee del ruolo centrale dei contadini, della pretesa “missione storica” della Russia, del panslavismo e del terrorismo. Dopo essersi rotti la testa contro un muro compatto, gli ideologi del populismo anziché riconoscere onestamente i propri errori e tentare di elaborare una tattica e una strategia alternative, tornarono a riaffermare le vecchie idee fallimentari, affondando con ciò sempre più in una palude di confusione.
Il primo atto della nuova tendenza rappresentata da Plekhanov e da un pugno di collaboratori fu quello di costruire fondamenta solide per il futuro, sotto la forma di idee, tattica e strategia corrette. Questo fu il grande contributo di Plekhanov, senza il quale il futuro sviluppo del bolscevismo sarebbe stato inconcepibile. Nonostante fosse tutt’ora “un narodnik fino alla cima dei capelli”, per usare le sue stesse parole, Plekhanov cercò una risposta ai problemi posti dalla crisi dell’ideologia populista in un serio studio delle opere di Marx ed Engels. Costretto a fuggire all’estero nel gennaio del 1880, ebbe incontri e discussioni con marxisti tedeschi e francesi, all’epoca impegnati in una fiera lotta ideologica contro gli anarchici. Questo incontro con il movimento operaio europeo costituì un punto di svolta decisivo nell’evoluzione di Plekhanov.
Nella clandestinità russa, solo poche delle opere di Marx ed Engels erano disponibili, principalmente dedicate a temi economici. Come altri della sua generazione, Plekhanov era a conoscenza del Capitale, che i censori zaristi consideravano troppo astratto e difficile per essere pericoloso. È dubbio che essi stessi vi capissero qualcosa, quindi figurarsi se gli operai ne avrebbero tratto un capo e una coda! Liberati per un certo periodo dalla pressione della partecipazione diretta alla lotta rivoluzionaria in Russia, Plekhanov e gli altri ebbero l’enorme vantaggio di poter accedere a una letteratura altrimenti inaccessibile. Fu una rivelazione.
Lo studio della filosofia marxista, gli scritti sulla lotta di classe e sulla concezione materialista della storia gettarono una luce del tutto nuova sulle prospettive per la rivoluzione in Russia. Una dopo l’altra, le vecchie idee del terrorismo, dell’anarchismo e del populismo crollavano sotto l’assalto della critica marxista. Plekhanov in seguitò fece il bilancio di quell’esperienza: “Chi non abbia vissuto quei tempi assieme a noi, a fatica può immaginare l’ardore con cui ci lanciammo nello studio della letteratura socialdemocratica, all’interno della quale naturalmente le opere dei teorici tedeschi occupavano il primo posto. E quanto più conoscevamo da vicino la letteratura socialdemocratica, tanto più diventavamo coscienti dei punti deboli delle nostre precedenti vedute, e tanto più ci convincevamo della correttezza del nostro sviluppo rivoluzionario… Le teorie di Marx, come un filo di Arianna, ci guidavano fuori dal labirinto di contraddizioni di cui le nostre menti si erano riempite, sotto l’influenza di Bakunin.” (28)
La rottura con il passato, tuttavia, non era così facile da compiere. Deutsch e la Zasulic, in particolare, avevano ancora illusioni nei terroristi. In effetti, quando giunse al gruppo la notizia dell’assassinio dello zar, tutti, ad eccezione di Plekhanov, erano favorevoli a tornare alla Narodnaja Volja. Era necessario che l’esperienza venisse completata. A ogni modo, Plekhanov comprendeva che i quadri del futuro partito marxista degli operai russi non potevano cadere dal cielo. La Narodnaja Volja rappresentava la tradizione di un’intera generazione nella lotta contro lo zarismo. Un simile movimento, imbevuto del sangue di innumerevoli martiri rivoluzionari, non poteva essere cancellato a cuor leggero. Precisamente a causa delle sue tradizioni, il movimento narodnik continuava, anche nel periodo della decadenza, ad attrarre molti giovani che cercavano confusamente una via verso la rivoluzione sociale. Uno di questi fu Alexander Uljanov, il fratello di Lenin, che venne giustiziato nel 1887 per aver preso parte a un complotto contro la vita dello zar Alessandro III. Lenin stesso aveva simpatie populiste, e quasi certamente cominciò la sua vita politica come sostenitore della Narodnaja Volja. Salvare simili elementi dai futili gesti terroristici era il primo dovere dei marxisti russi.
Nonostante le sue forze ridotte, il gruppo di Plekhanov causò allarme nei circoli dirigenti dei narodniki, che immediatamente cercarono di soffocare con mezzi burocratici la voce del marxismo. I tentativi del gruppo di aprirsi una via verso la gioventù rivoluzionaria in Russia si esaurirono ben presto contro il muro di ostacoli eretto dai dirigenti populisti di destra, che controllavano la stampa di partito. Gli editori del Vestnik Narodnoj Voli (il Messaggero della Narodnaja Volja) rifiutarono persino di stampare Socialismo e lotta politica, opera pionieristica di Plekhanov diretta contro l’anarchismo. In principio, Tikhomirov, allora dirigente della Narodnaja Volja, sembrava incline ad accettare la richiesta del gruppo di aderire all’organizzazione come tendenza, ma dopo la pubblicazione di Socialismo e lotta politica cambiò rapidamente idea e proibì l’ammissione di qualsiasi gruppo organizzato nella Narodnaja Volja. Prima avrebbero dovuto sciogliersi, e in seguito ogni richiesta di ammissione sarebbe stata considerata individualmente. L’impossibilità di una riconciliazione era ora evidente a tutti, e nel settembre 1883 i marxisti fondarono il Gruppo russo per l’emancipazione del lavoro.
All’epoca della scissione il gruppo non contava più di cinque membri: Plekhanov, Axelrod e Vera Zasulic erano tutti e tre figure ben conosciute nel movimento populista. Vera Zasulic godeva di fama europea come risultato dell’affare Trepov. Lev Deutsch (1855-1941), marito della Zasulic, era stato un attivo propagandista narodnik nel sud della Russia alla fine degli anni ’70. Il ruolo di Vasilij Nikolaevic Ignatov (1854-1885) è meno conosciuto. Era stato esiliato nella Russia centrale per aver partecipato a manifestazioni studentesche. Egli fornì una larga somma di denaro che permise al gruppo di avviare la propria attività, prima di morire, tragicamente giovane, di una tubercolosi che gli impedì di giocare un ruolo attivo. Arrestato in Germania nel 1884, Deutsch venne estradato in Russia, dove ricevette una lunga condanna al carcere; la morte di Ignatov ridusse poi il gruppo a sole tre persone.
Di fronte ad essi c’erano molti anni di lotta dura e solitaria, all’ombra di un noioso anonimato. Ci vuole un coraggio particolare affinché una piccola minoranza prenda la decisione cosciente di lottare contro la corrente, isolata dalle masse, nelle dure condizioni dell’esilio, con risorse estremamente ridotte e contro rapporti di forza apparentemente schiaccianti. Non per l’ultima volta, le forze del marxismo russo erano ridotte al ruolo di predicatori nel deserto. L’unica cosa che li sosteneva era la fiducia nelle proprie idee, nella teoria e nelle prospettive, nonostante apparentemente queste cozzassero con la realtà. Il movimento operaio in Russia era ancora nella fase iniziale. È vero che c’erano gli inizi di un movimento di scioperi, ma questo era assai al di là della portata dei socialisti. Quei gruppi operai che esistevano erano ancora dominati dalle idee populiste. La voce ancora flebile del Gruppo Emancipazione del lavoro non giungeva nelle fabbriche. Anche gli studenti, tutt’ora sottoposti al fascino delle idee anarchiche e terroriste, si dimostrarono difficili da raggiungere.
Ancora nel marzo 1889, in una lettera ad Axelrod, Plekhanov scrisse: “Tutti (sia ‘liberali’ che ‘socialisti’) sono unanimi nel dire che i giovani non devono neppure ascoltare chi si pronuncia contro il terrorismo. Considerato questo fatto, dobbiamo essere prudenti.”
Non appena venne formato, l’Emancipazione del lavoro di trovò di fronte ad aspri attacchi da ogni lato per il suo preteso “tradimento” del populismo “rivoluzionario”. Dall’esilio, Tikhomirov scrisse ai suoi compagni in Russia di non aver nulla a che fare con il gruppo di Plekhanov. L’ondata delle calunnie e delle distorsioni ebbe il suo effetto. Il vecchio bakuninista Zobovskij commentò sarcastico: “Voi non siete dei rivoluzionari, ma degli studenti di sociologia.” Il tema costante di questi attacchi era che le idee di Marx non si potevano applicare alla Russia, e che il programma di Plekhanov era stato “scrupolosamente copiato dal tedesco”. (29)
Gli anni '80 videro la vittoria decisiva delle idee del marxismo nel movimento operaio europeo. Isolato dal movimento all'interno della Russia, il gruppo Emancipazione del lavoro si strinse istintivamente ai potenti partiti dell'Internazionale socialista. Plekhanov e i suoi compagni scrivevano nella loro stampa e parlavano ai loro congressi, in particolare in quelli del partito tedesco, il partito di Marx, Engels, Liebknecht e Bebel. Traevano un conforto morale dalle solide conquiste della socialdemocrazia europea. Le forze del marxismo russo erano piccole, ma formavano un distaccamento di un forte esercito proletario, che in Germania, Francia, Belgio si contava a milioni. Era una prova vivente della superiorità del marxismo, non nel linguaggio del Capitale, ma nelle statistiche dell'affiliazione ai sindacati, delle sezioni di partito, dei voti nelle elezioni e dei gruppi parlamentari.
Anche il sostegno della socialdemocrazia europea, tuttavia, era tiepido. Per anni i suoi dirigenti avevano intrattenuto relazioni amichevoli con dirigenti populisti come Lavrov. In privato, i dirigenti socialdemocratici guardavano con sospetto quello che appariva essere niente più che un eccentrico gruppo settario di scissionisti. L'asprezza delle polemiche di Plekhanov contro figure internazionalmente note dell'establishment populista causava una certa costernazione. "A dire il vero", scrisse Plekhanov, "la nostra lotta contro i bakuninisti a volte sollevava timori anche tra i socialdemocratici occidentali. La consideravano inopportuna. Temevano che la nostra propaganda, causando una divisione nel partito rivoluzionario, indebolisse l'energia della lotta contro il governo. "
Un dolore particolare dovettero causare le riserve espresse da Engels nella sua corrispondenza con Vera Zasulic. Engels accettava come punto di partenza della sua analisi l’impossibilità di costruire il socialismo in un paese arretrato come la Russia. Lo stesso Marx, nella prefazione all’edizione russa del 1882 del Manifesto del partito comunista e in altri scritti non escludeva la possibilità di costruire una società senza classi in Russia, sulla base della comunità di villaggio (il mir), ma la collegava strettamente alla prospettiva della rivoluzione nei paesi sviluppati dell’Europa occidentale. “Se la rivoluzione russa,” scrisse, “diventa il segnale di una rivoluzione proletaria in occidente, così che l’una completi l’altra, l’attuale proprietà comune della terra esistente in Russia può servire da punto di partenza per uno sviluppo comunista.” (30)
Nella sua lettera alla Zasulic datata 23 aprile 1885 Engels si esprimeva con cautela riguardo al libro di Plekhanov Le nostre divergenze. Dall’altra parte, il vecchio Engels esprimeva il suo orgoglio per il fatto che “fra i giovani russi esiste un partito che accetta francamente e senza ambiguità le grandi teorie storiche ed economiche di Marx, e che ha rotto con decisione con tutte le tradizioni anarchiche e le frivolezze slavofile dei suoi predecessori”. (31)
Non era questo il caso di molti dei dirigenti dell’Internazionale socialista, che guardavano di traverso il gruppetto dei marxisti russi.
In cuor loro i dirigenti operai occidentali, che si basavano già su partiti potenti con un appoggio di massa, erano scettici sulla possibilità di formare in Russia un partito operaio rivoluzionario e marxista. Esternamente rispettosi verso Plekhanov e il suo gruppo, in privato si grattavano la testa perplessi. Qual era lo scopo di tutte quelle interminabili dispute su oscuri punti di teoria? Era davvero necessario scindersi su tali questioni? Perché questi russi non riuscivano a mettersi d’accordo?
Il loro scetticismo pareva giustificato dalle ridotte dimensioni del gruppo e dalla lentezza dei suoi progressi. In paragone, i populisti avevano un’organizzazione molto più grande, maggiori risorse e un’influenza infinitamente più forte sia in Russia che all’estero. Tuttavia il gruppo apparentemente insignificante di Plekhanov rappresentava l’embrione di un potente partito rivoluzionario di massa, un partito che nell’arco relativamente breve di 34 anni era destinato a guidare gli operai e i contadini russi alla conquista del potere e all’instaurazione del primo Stato operaio democratico della storia.
“Il movimento rivoluzionario in Russia può trionfare solo come movimento operaio rivoluzionario. Per noi non esiste altra via d’uscita, né può esistere.” (Plekhanov, discorso al congresso socialista internazionale di Parigi, 1889)
Hegel una volta osservò che “se vogliamo vedere una quercia, con tutto il vigore del suo fusto, con i rami che si aprono e la massa del fogliame, non possiamo essere soddisfatti se in suo luogo ci viene mostrata una ghianda.” Eppure nell’embrione di una pianta o di un animale sono contenute tutte le informazioni necessarie al suo futuro sviluppo. Non è differente da quanto avviene con lo sviluppo di una tendenza rivoluzionaria L’“informazione genetica” qui è rappresentata dalla teoria, che contiene in sé un vasto accumulo di generalizzazioni basate sull’esperienza precedente. La teoria è decisiva: tutti gli sviluppi successivi derivano da essa. Nonostante le sue forze ridotte e i suoi metodi alquanto dilettanteschi, il gruppo Emancipazione del lavoro diede un grande contributo nello stabilire le radici teoriche del movimento. Il lavoro iniziale del gruppo fu necessariamente confinato a guadagnare l’appoggio di singoli individui, a educare e formare quadri, a ribadire i principi fondamentali del marxismo.
“Con tutto il nostro cuore”, scriveva Plekhanov, “cerchiamo di lavorare alla creazione di una letteratura che sia accessibile all’intera massa operaio-contadina; siamo, tuttavia, obbligati per il momento a limitare i nostri sforzi per una letteratura popolare al circolo ristretto dei dirigenti più o meno ‘intellettuali’ della classe operaia.” (33) Gli scritti di Plekhanov durante questo periodo servirono a gettare le basi teoriche per la costruzione del partito. Molti di questi sono da considerarsi ancora oggi dei classici, anche se non ricevono attenzione sufficiente dagli studenti del marxismo. Non a caso dopo la rivoluzione Lenin raccomandò con forza la ripubblicazione degli scritti filosofici di Plekhanov, nonostante i due fossero ormai da anni nemici politici. Socialismo e lotta politica, Le nostre divergenze, e soprattutto il capolavoro di Plekhanov, Lo sviluppo della concezione monistica della storia, sono magistrali riaffermazioni delle idee fondamentali del materialismo storico e dialettico.
L’offensiva di Plekhanov gettò lo scompiglio fra i dirigenti narodniki. Incapaci di dare una risposta coerente alle tesi marxiste, ricorrevano ad amari lamenti e ad accuse astiose contro il nuovo gruppo. Il Vestnik Narodnoi Voli (n. 2, 1884) scriveva che “per loro (i marxisti) è più d’attualità la polemica contro la Narodnaja Volja che non la lotta contro il governo russo e gli altri sfruttatori del popolo russo”. (34)
Quante volte nella storia i marxisti si sono sentiti rivolgere queste accuse! Il marxismo è sempre stato accusato del peccato di “settarismo”, di essere contro “l’unità della sinistra”, e così via, e questo perché commette il crimine di tentare di tracciare chiare linee di demarcazione rispetto alle altre tendenze politiche. È una grande ironia della storia il fatto che Tikhomirov (“NV”), uno dei principali critici populisti di Plekhanov, che accusava il gruppo di distruggere l’unità dei rivoluzionari e di accettare passivamente il giogo del capitale, passò successivamente nel campo della reazione monarchica. Non era la prima volta, né sarebbe stata l’ultima, che un avvocato dell’“unità” senza principi finiva con l’unirsi con i nemici della classe operaia!
Il lavoro di penetrazione nel movimento in Russia era tuttavia dolorosamente lento. Il trasporto illegale delle pubblicazioni poneva enormi problemi. Professionisti e studenti che venivano all’estero per i loro studi venivano arruolati per il trasporto di letteratura illegale quando tornavano a casa in ferie. In più occasioni, membri del gruppo vennero inviati in Russia alla ricerca di contatti. Questi viaggi erano estremamente rischiosi, e non di rado finivano con degli arresti. Le persone che dall’interno riuscivano a stabilire un contatto diretto con il Gruppo erano poche, lontane le une dalle altre, e venivano tenute care come pepite d’oro. Nel 1887-88 ci fu un tentativo di costituire un’Unione dei socialdemocratici russi all’estero, capeggiata dallo studente Rafail Solovejcil, che aveva lasciato la Russia nel 1884. Egli tuttavia entrò in conflitto con il Gruppo, tornò in Russia dove venne arrestato nel 1889 e condannato a una lunga incarcerazione, durante la quale perse la ragione e si suicidò. Un altro membro dello stesso gruppo, Grigorij Gukovskij, giovane studente a Zurigo, venne arrestato ad Aachen e consegnato al governo zarista. Condannato al carcere, anch’egli si suicidò. Ci furono molti casi come questi. Il braccio delle autorità zariste era lungo, e il Gruppo era sempre di fronte al rischio di essere infiltrato da provocatori e spie della polizia. Una di queste fu Christian Haupt, un operaio assoldato dalla polizia per infiltrare le organizzazioni socialdemocratiche russe all’estero. Smascherato come spia dai socialdemocratici tedeschi, Haupt fu espulso dalla Svizzera.
Peggiore di ogni altra cosa era la sensazione di completo isolamento politico, aggravata dagli inevitabili attriti e litigi della vita degli esiliati. I narodniki emigrati, punti dalla critica di Plekhanov, diedero sfogo ai loro sentimenti feriti con proteste accalorate per il fatto di essere stati chiamati “bakuninisti”, e con richieste di pubbliche scuse. La maggioranza schiacciante degli emigrati erano populisti, implacabilmente ostili al nuovo gruppo che consideravano come traditore e scissionista. Anni dopo, la moglie di Plekhanov ricordava come “la gente della Narodnaja Volja e N. K. Mikhailovskij a quel tempo dominavano i cuori e le menti degli emigrati ginevrini e degli studenti russi”. (35)
“Dopo l’assassinio di Alessandro II, un periodo di cupa disperazione attraversò tutta la Russia… I tetti piombati (le carceri) del governo di Alessandro III coprivano un silenzio di tomba. La società russa cadde nella morsa di una rassegnazione disperata, posta come era di fronte alla fine di tutte le speranze di riforma pacifica e all’apparente fallimento di tutti i movimenti rivoluzionari. In questa atmosfera, non potevano che emergere tendenze mistiche e metafisiche.” (36)
Con queste parole Rosa Luxemburg ricordava quel cupo decennio di reazione nera. Il nuovo zar, Alessandro III, era un uomo di statura gigantesca, forte abbastanza da piegare con le mani un ferro di cavallo, ma era intellettualmente un pigmeo. Il vero dominatore della Russia era Pobedonostsev, suo ex tutore, Procuratore del Santo Sinodo, il quale riteneva che le democrazie occidentali fossero marce, che solo il sistema patriarcale russo fosse sano, che la stampa dovesse essere messa a tacere, che le scuole dovessero essere poste sotto il controllo della Chiesa e che il potere dello zar dovesse essere assoluto. Ai preti dei villaggi si richiedeva di riportare notizia alla polizia di qualsiasi parrocchiano sospetto, e persino i loro sermoni vennero sottoposti a censura. Tutte le religioni diverse dalla cristiana ortodossa vennero perseguitate. I seguaci di Tolstoy venivano considerati particolarmente pericolosi per la Chiesa e lo Stato, e lo stesso Tolstoy venne scomunicato. Tutte le proteste studentesche vennero schiacciate senza pietà.
Erano tempi duri: da tutte le parti c’erano arretramenti, ritirata ideologica e apostasia. La vecchia tendenza populista era in un impasse totale. Essendosi scottati le dita con il terrorismi, questi “rivoluzionari estremisti” fecero una nuova svolta a 180 gradi e finirono nel campo dei filistei liberali a predicare una politica codarda di “piccoli passi” e di un innocuo lavoro culturale-educativo. Commentando la decadenza del narodnismo, Martov scrisse: “La caduta della rivoluzionaria libertà del popolo fu al tempo stesso il crollo del populismo nel suo complesso. Vasti circoli dell’intelligentsia democratica erano profondamente demoralizzati e delusi dalla ‘politica’ e dalla loro eroica missione. Un modesto lavoro di ‘coltivazione’ dei propri interessi al servizio del segmento liberale delle classi possidenti: questo fu il segno sotto il quale la parte dell’intelligentsia che era rimasta fedele al populismo entrò nella grigia epoca degli anni ’80.” (37)
Per il primo decennio circa della sua esistenza, il gruppo Emancipazione del lavoro fu costretto a combattere una battaglia logorante contro la corrente. Nel tentativo di trovare una via verso la giovane generazione, Plekhanov fu costretto a cercare la collaborazione con ogni sorta di elementi confusi e semi-narodniki. Uno di questi gruppi pubblicava un piccolo giornale, Svobodnaya Rossiya (Russia libera) che nell’articolo di fondo del primo numero sosteneva l’impossibilità di organizzare gli operai e i contadini per l’azione rivoluzionaria e sconsigliava di avanzare idee che potessero spaventare i simpatizzanti liberali. I contatti con la Russia sembravano un gioco a mosca cieca. La situazione fra gli esiliati difficilmente avrebbe potuto essere peggiore. La corrispondenza di Plekhanov con i suoi collaboratori più stretti mostra la frustrazione del gruppo. Persino l’attività letteraria del gruppo era densa di difficoltà. L’Emancipazione del lavoro viveva in un’atmosfera di continua crisi finanziaria. Numericamente ridotto, e con un terreno ristretto in cui raccogliere fondi, il gruppo dipendeva generalmente da quelli che nel gergo teatrale americano vengono chiamati “gli angeli”, ricchi simpatizzanti disposti a finanziarne le imprese letterarie. Talvolta queste persone non erano neppure dei socialisti, come nel caso di Gurev, che fornì il denaro per finanziare il “trimestrale” Sotsial Demokrat. In genere le pubblicazioni del gruppo apparivano con grande irregolarità Nell’estate del 1885 Plekhanov scriveva ad Axelrod in termini che rasentavano la disperazione: “Ma realmente siamo sull’orlo di un abisso di ogni sorta di debiti, e non sappiamo né riusciamo a pensare a cosa possiamo afferrarci per impedirci di cadervi dentro. Le cose vanno male.” (38)
Per tutti i cupi giorni degli anni ’80, Plekhanov e la sua famiglia vissero in estrema povertà. A volte egli era costretto a dare lezioni private di letteratura russa a poco prezzo, alloggiando nella più economica delle “pensioni” di proprietà di un macellaio che lo nutriva esclusivamente di brodo e carne bollita! Il cibo scadente e le cattive condizioni di vita minarono la sua salute. Per un certo periodo si ammalò di una pericolosa pleurite, i cui effetti durarono per il resto della sua vita.
Lavorando in mezzo a enormi difficoltà, sottoposti a pressioni spietate da ogni parte, i membri dell’Emancipazione del lavoro rimasero uniti grazie alla fiducia nelle proprie idee, ma anche grazie alla colossale autorità politica e morale di Plekhanov. All’interno del gruppo, Plekhanov regnava supremo. Il loro stesso isolamento spinse i membri del gruppo a raccogliersi in un circolo strettamente unito, saldato da forti legami politici e personali. Non per nulla in seguito si guadagnarono il nomignolo di “la famiglia”. E Plekhanov era indiscutibilmente il “capofamiglia”. Intellettualmente, egli torreggiava sugli altri, e tuttavia esisteva tra essi un forte senso di dipendenza reciproca, maturato in anni di lotta e sacrifici per una causa comune. In tali circostanze non era sorprendente che le questioni personali e quelle politiche si mescolassero. Plekhanov era una sorgente di forza per gli altri, e dava loro un appoggio morale nel momento dei dubbi e delle crisi personali.
La tragedia di persone come Axelrod e la Zasulic ha un duplice aspetto. In condizioni storiche diverse, questi individui di talento avrebbero potuto incidere in misura di gran lunga maggiore negli avvenimenti. I lunghi anni di isolamento nell’esilio ebbero un effetto disastroso sul loro sviluppo psicologico e intellettuale. Il fatto di lavorare all’ombra di Plekhanov ostacolò la loro evoluzione fino al punto che, quando le condizioni mutarono, essi furono incapaci di adattarsi e per la rivoluzione furono persi. A causa delle condizioni nelle quali il gruppo lavorò per decenni, era pressoché inevitabile che si infiltrassero tracce della mentalità tipica di un gruppo di propaganda. Questi fattori non avevano un significato decisivo nella prima fase, durante i lunghi anni di preparazione teorica e di ristretti circoli di propaganda. Solo in una fase successiva, quando il movimento marxista russo si trovò di fronte alla necessità di superare i limiti del lavoro di propaganda, emersero i lati negativ dell’Emancipazione del lavoro.
Per due decenni i componenti del gruppo rimasero sostanzialmente gli stessi. Dei fondatori, V. N. Ignatov era morto troppo presto per lasciare una traccia significativa. Lev Deutsch era l’anima del lavoro organizzativo, come ad esempio la stampa e la distribuzione della letteratura del gruppo. Pavel Axelrod era un propagandista di talento, che fece una grande impressione sui giovani Lenin e Trotskij. Per lungo tempo il suo nome fu inseparabile da quello di Plekhanov. Vera Zasulic, una donna sincera, impulsiva e calorosa, soffrì più di tutti il trauma dell’esilio. Sempre impaziente di colmare il vuoto tra l’Emancipazione del lavoro e la giovane generazione rivoluzionaria in Russia, difendeva sempre a spada tratta i giovani, vincendo le resistenze di Plekhanov, e incoraggiava sempre nuove iniziative – che di solito fallivano – verso i gruppi di giovani in esilio.
Il lavoro paziente dei marxisti infine cominciò a portare i suoi frutti. Le lamentele dei narodniki sul “settarismo” e lo “scissionismo” erano in realtà motivate dall’effetto che le idee del marxismo ottenevano fra i loro stessi seguaci. È difficile sovrastimare l’effetto che opere come Le nostre differenze (1885) ebbero sui giovani rivoluzionari all’interno della Russia, i quali cercavano avidamente una via d’uscita dall’impasse del populismo, che attraversava ora una fase di evidente decadenza. La svolta a destra dei narodniki raggiunse il punto culminante con l’aperto rinnegamento di Tikhomirov – il bersaglio di tante polemiche di Plekhanov – che nel 1888 pubblicò un pamphlet dal titolo Perché non sono più un rivoluzionario.
Il crollo del vecchio populismo rivoluzionario ebbe un effetto profondo fra la gioventù in Russia, producendo una polarizzazione fra gli elementi riformisti filo-liberali e i giovani migliori, che si sforzavano di trovare una via rivoluzionaria. Verso la fine del 1887, S. N. Ginsburg, di recente ritornato dalla Russia, scrisse in tono preoccupato al dirigente populista P. L. Lavrov: “Le nostre differenze e Socialismo e lotta politica hanno avuto un effetto, e forte, con il quale dobbiamo fare i conti. In essi l’importanza dell’individuo, l’importanza dell’intelligentsia vengono completamente distrutte, e ho visto personalmente gente che è rimasta schiacciata da queste teorie. E la cosa più importante è il tono, audace come se fosse convinto delle proprie ragioni, la sua negazione di tutto quello che c’è stato prima, la riduzione a un niente di tutti suoi predecessori: tutto questo sta decisamente avendo un’influenza.” (39)
La lettera di Ginsburg mostra come, sconosciuti ai marxisti esiliati, nuovi gruppi si stavano cristallizzando all’interno, discutendo i fallimenti del passato, facendo un bilancio e cercando una nuova via. Qui le idee di Plekhanov trovarono un terreno fertile. Negli anni ’90 il gruppo si era conquistato una enorme autorità agli occhi di un numero crescente di giovani marxisti, e il nome di Plekhanov era conosciuto in ogni circolo clandestino di propaganda, e in ogni stazione di polizia in Russia.
Sviluppo diseguale e combinato
Alla fine degli anni ’60 c’erano solo 1.600 chilometri di ferrovie nell’intero paese. Nei due decenni successivi la cifra aumentò di 15 volte. Tra il 1892 e il 1901 vennero costruiti non meno di 26.000 chilometri di ferrovie. Accanto ai tradizionali centri industriali di Mosca e San Pietroburgo ne sorgevano di nuovi in zone come il Baltico, Baku, il Donbass. Tra il 1893 e il 1900 la produzione di petrolio raddoppiò e quella di carbone triplicò. Lo sviluppo dell’industria non aveva tuttavia lo stesso carattere organico dell’ascesa del capitalismo britannico, descritta da Marx nel Capitale. L’emancipazione dei servi del 1861 aveva fornito le premesse materiali per lo sviluppo del capitalismo. Ma la borghesia russa era giunta troppo tardi sulla scena della storia per potersi avvantaggiare di questa opportunità. Il capitalismo russo era troppo gracile e sottosviluppato per poter competere con le potenti borghesie dei paesi sviluppati dell’Europa occidentale e dell’America. Similmente ai paesi che oggi appartengono al mondo ex coloniale, l’industria russa dipendeva pesantemente dal capitale straniero, che esercitava un dominio schiacciante sull’economia, principalmente attraverso il suo controllo delle banche e del sistema finanziario.
“Anche la fusione del capitale industriale con il capitale bancario”, scrisse Trotskij, “ha avuto luogo in Russia in modo così integrale che probabilmente non si è visto niente di simile in nessun altro paese. Ma, subordinandosi alle banche, l’industria russa mostrava effettivamente di sottomettersi al mercato finanziario dell’Europa occidentale. L’industria pesante (metalli, carbone, petrolio) era quasi completamente sotto il controllo della finanza straniera che aveva costituito in Russia, a suo uso, tutta una rete di banche ausiliarie e intermedie. L’industria leggera procedeva per la stessa strada. Se complessivamente gli stranieri possedevano circa il 40% di tutti i capitali investiti in Russia, questa percentuale era considerevolmente più elevata nei settori industriali decisivi. Si può affermare senza esagerazione che i pacchetti delle azioni che permettevano di controllare le banche, le industrie e le fabbriche russe si trovavano all’estero e che la partecipazione dei capitali inglesi, francesi, belgi era quasi doppia della partecipazione tedesca”. (40)
La penetrazione del capitale straniero nella società russa diede un brusco impulso allo sviluppo economico, scuotendo il gigante dal torpore di duemila anni di barbarie e gettandolo nell’era moderna. Precisamente questo, però, creò una situazione sociale esplosiva. Larghe masse di contadini vennero strappati dalla routine immutabile della vita nei villaggi e gettati nell’inferno della grande industria.
La teoria marxista dello sviluppo diseguale e combinato trovò la sua espressione più perfetta nei rapporti sociali estremamente complessi della Russia di fine secolo. Accanto a modi di esistenza feudali, semifeudali e persino prefeudali, spuntavano le fabbriche più moderne costruite sui modelli più recenti con capitali francesi e britannici. È precisamente lo stesso fenomeno che vediamo nel cosiddetto Terzo mondo, che si è mostrato nel modo più lampante con lo sviluppo del Sudest asiatico nella prima metà degli anni ’90. Quest’ultimo costituisce un parallelo quanto mai significativo con lo sviluppo della Russia esattamente cent’anni prima. Ed è assolutamente possibile che anche l’esito politico sia simile. In un contesto del genere, lo sviluppo dell’industria costituisce uno sprone per la rivoluzione, e la Russia dimostra quanto questo possa accadere rapidamente. Dallo sviluppo tempestoso del capitalismo russo negli anni ’80 e ’90 scaturì un altrettanto tempestoso risveglio del proletariato. L’ondata di scioperi degli anni ’90 fu la scuola preparatoria per la rivoluzione del 1905.
In soli 33 anni – dal 1865 al 1898 – il numero di operai impiegati in fabbriche di oltre 100 dipendenti raddoppiò, passando da 706.000 a 1.432. 000. Nel 1914 oltre metà di tutti gli operai industriali era impiegata in impianti con oltre 500 dipendenti, e quasi un quarto in impianti con oltre 1000 dipendenti, una percentuale di gran lunga più alta che in qualsiasi altro paese. Già negli anni ’90 sette grandi fabbriche in Ucraina impiegavano due terzi di tutti i metallurgici russi, mentre Baku aveva quasi tutti i lavoratori del petrolio. Fino al 1900 la Russia fu in effetti il principale produttore mondiale di petrolio.
Nonostante la tempestosa ascesa dell’industria il quadro generale della società russa rimaneva tuttavia di estrema arretratezza. La massa della popolazione viveva ancora nei villaggi, dove il rapido sviluppo delle differenze di classe ricevette un forte impulso dalla crisi dell’agricoltura europea negli anni ’80 e nei primi anni ’90. Il calo del prezzo del grano rovinò interi strati contadini, la cui esistenza orripilante troviamo descritta nei racconti di Chekhov Nel burrone e Mugiki. Il semiproletario rurale, privato della terra, che andava a caccia di lavoro attorno ai villaggi divenne una figura familiare. All’altro estremo dello spettro sociale la nuova classe emergente di capitalisti rurali, i kulaki, si arricchiva a spese dei poveri dei villaggi e poteva permettersi di comprare le terre dei vecchi latifondisti, una situazione anche questa descritta con grande spirito e capacità di penetrazione nel dramma di Chekhov Il giardino dei ciliegi.
Nonostante tutti i tentativi dello zarismo di puntellarla, la vecchia comune di villaggio, il mir che secondo i teorici populisti avrebbe dovuto dare le basi al socialismo contadino, si stava rapidamente spaccando su linee di classe. Coloro che non riuscivano a trovare lavoro nel villaggio sciamavano nelle città, alimentando l’immenso bacino della manodopera a basso costo per le nuove imprese capitaliste. La rapida crescita dell’industria produceva una crescente polarizzazione di classe fra i contadini, con la cristallizzazione di una classe di contadini ricchi, o kulaki, e di una massa di poveri senza terra che tendevano ad accumularsi nelle città, in cerca di lavoro. Le aspre dispute fra i marxisti e i narodniki sull’inevitabilità o meno dello sviluppo del capitalismo in Russia vennero chiuse dagli avvenimenti stessi. I primi lavori di Lenin, come ad esempio Nuovi sviluppi nella vita contadina, La cosiddetta questione dei mercati, e Lo sviluppo del capitalismo in Russia furono scritti per chiudere i conti con i populisti. Ma a differenza degli scritti di Plekhanov, ad essi precedenti, questi si basavano su fatti e cifre irrefutabili.
Lo sviluppo del capitalismo in Russia significò anche lo sviluppo del proletariato, che ben presto diede avviso all’intera società della sua volontà di porsi in prima fila nella lotta per il cambiamento. Il carattere estremamente concentrato dell’industria russa creò rapidamente eserciti industriali organizzati, disciplinati e posti nei punti strategici della società e dell’economia. Il grafico degli scioperi indica chiaramente la crescente fiducia e coscienza di classe dei lavoratori russi in quel periodo.
1880-84 1885-89 1890-94
Numero di scioperi 101 221 181
Lavoratori coinvolti 99.000 223.000 170.000
Fonte: Istorija KPSS, vol. 1, pag. 96
A cominciare dalla primavera del 1880 l’industria fu colpita da una crisi che durò diversi anni. Fu un periodo di disoccupazione di massa, durante il quale gli imprenditori spinsero verso il basso i salari già miserevoli dei lavoratori. In aggiunta a tutti gli altri problemi, gli operai venivano continuamente oppressi con ogni genere di piccoli divieti e regole arbitrarie destinate appositamente a tenerli in uno stato di sottomissione. Il metodo più diffuso era quello di imporre multe per tutta una serie di mancanze, reali o immaginarie, nei confronti del datore di lavoro. L’indignazione e lo scontento accumulato degli operai esplosero infine in un’ondata di agitazioni nel 1885-86 a Mosca, Vladimir e Yaroslavl, che culminarono nello sciopero della fabbrica tessile di Nikolskoie, di proprietà di T. S. Morozov.
Gli undicimila operai delle fabbriche Morozov si erano visti tagliare i salari non meno di cinque volte in due anni. Allo stesso tempo venivano imposte multe esorbitanti per mancanze quali cantare, parlare ad alta voce, passare davanti all’ufficio del direttore con il cappello in testa e così via. Queste multe spesso ammontavano a un quarto del salario di un operaio, e talvolta anche alla metà. Il 7 dicembre 1885 tutta la rabbia trattenuta e la frustrazione per anni di piccole vessazioni, furti e arbitri, esplosero con violenza elementare. Il dirigente dello sciopero, Piotr Anisimovic Moiseienko (1852-1923) era un rivoluzionario di vecchia data, ex militante dell’Unione settentrionale di Khalturin, che aveva scontato anche una condanna all’esilio in Siberia. Uomo notevole, uno di quei dirigenti naturali della classe operaia, Moiseienko scrisse in seguito: “Ho prima imparato a comprendere; poi, ad agire”.
Gli operai infuriati diedero sfogo alla loro rabbia distruggendo lo spaccio della fabbrica, dove il sistema del pagamento in buoni li costringeva a comprare il cibo a prezzi gonfiati, e alla casa dell’odiato caporeparto Shorin. Allarmato dalla violenza dell’esplosione, il governatore della provincia di Vladimir inviò soldati e cosacchi. Gli operai presentarono al governatore le loro rivendicazioni, ma fu loro risposto con la repressione. Seicento lavoratori furono arrestati. Le truppe circondarono la fabbrica e i lavoratori furono costretti in punta di baionetta a tornare al lavoro. Nonostante ciò, l’ambiente fra gli operai era tale che ancora per un mese la fabbrica non fu pienamente operativa.
Lo sciopero della Morozov era terminato con una sconfitta. Tuttavia l’effetto che ebbe nelle menti degli operai in tutta la Russia aprì la strada agli scioperi di massa del decennio successivo. Il processo agli scioperanti venne celebrato a Vladimir nel maggio 1886. Moiseienko e gli altri accusati presentarono una difesa vigorosa, che si tramutò in una denuncia talmente devastante delle condizioni in fabbrica che le accuse vennero respinte mentre furono le denuncie degli operai ad essere confermate. L’onda d’urto del verdetto del processo Morozov attraversò tutta la società russa. Profondamente allarmato, il giornale reazionario Moskovskiye Vedmosti protestò: “Ma è pericoloso scherzare con le masse popolari. Che cosa mai penseranno gli operai del verdetto di assoluzione pronunciato dal tribunale di Vladimir? La notizia si è diffusa in un batter d’occhio in tutta questa regione manifatturiera. Il nostro corrispondente, che ha lasciato Vladimir subito dopo la lettura della sentenza, ne ha sentito parlare in tutte le stazioni ferroviarie”. (42)
Lo sciopero della Morozov mostrò l’enorme forza potenziale del proletariato. La lezione non sfuggì al regime zarista, il quale, con tutta la sua simpatia per i proprietari di fabbriche, decise di fare concessioni agli operai. Si cominciò il 3 giugno 1886, quando venne approvata la legge sulle multe che limitava l’ammontare delle stesse e stabiliva che il ricavato non andasse all’imprenditore, ma venisse depositato in un fondo speciale di previdenza per gli operai. Come sempre, le riforme erano un sottoprodotto della lotta rivoluzionaria degli operai per cambiare la società. Come la legge sulle dieci ore approvata in Inghilterra nel secolo scorso, la legge sulle multe era un tentativo di pacificare i lavoratori e impedire che si muovessero in direzione della rivoluzione, e al tempo stesso era un modo per porre un freno alle rivendicazioni della borghesia liberale. Questa legislazione “benevola” non impedì la repressione selvaggia degli scioperi e gli arresti e le deportazioni di massa dei dirigenti operai nel periodo successivo. Né la nuova legge ottenne l’effetto desiderato di smorzare il movimento di scioperi. Lo sciopero della Morozov infuse agli operai un nuovo coraggio e le concessioni offerte dall’onnipotente autocrazia mostravano cosa si poteva ottenere lottando audacemente per i propri interessi. Nel 1887 il numero di scioperi fu superiore alla somma dei due anni precedenti. Due anni dopo il capo della polizia, Plehve, era costretto a riferire ad Alessandro III che il 1889 a sua volta era stato “più ricco del 1887 e del 1888 di disordini provocati dalle condizioni di fabbrica.” (43)
La forza elementare del movimento di scioperi indicava la crescente coscienza che i lavoratori avevano di se stessi come classe, e come forza all’interno della società. Gli strati più avanzati, come Moiseienko, erano alla ricerca di idee che potessero gettare una luce sulla loro condizione e mostrare una via da percorrere. Questo movimento era doppiamente importante. Da un lato queste esplosioni spontanee, spesso accompagnate da atti di luddismo che ne testimoniavano la natura tuttora disorganizzata e semicosciente, annunciarono al mondo l’entrata della classe operaia russa sulla scena della storia. Dall’altro lato, costituivano una prova irrefutabile della correttezza delle posizioni di Plekhanov e dell’Emancipazione del lavoro. Nel calor bianco della lotta di classe si stavano preparando le basi per l’unione fra le forze ancora ridotte del marxismo e il movimento, potente ma ancora informe, del proletariato russo.
Dal punto di vista marxista l’importanza di uno sciopero va molto al di là della lotta per le rivendicazioni immediate riguardanti il salario, l’orario e le condizioni di lavoro. La vera importanza degli scioperi, anche di quelli che terminano con una sconfitta, risiede nel fatto che i lavoratori apprendono. Nel corso di uno sciopero la massa dei lavoratori, le loro mogli, le loro famiglie, diventano inevitabilmente coscienti del loro ruolo in quanto classe. Cessano di pensare e agire come schiavi, e cominciano ad elevarsi alla statura di reali esseri umani, con una propria mente e una propria volontà. Attraverso la loro esperienza di vita e di lotta - particolarmente nei grandi avvenimenti - le masse cominciano a trasformarsi. A partire dagli strati più coscienti e attivi, i lavoratori divengono profondamente insoddisfatti della loro sorte e soffrono acutamente dei limiti che vengono loro imposti. Ancor più delle vittorie, le sconfitte impongono al militante operaio la necessità bruciante di una chiara comprensione della società, dei misteri dell’economia e della politica.
È la stessa crescita dell’industria capitalista a produrre un potente esercito di proletari. Ma anche il miglior esercito verrà sconfitto se manca di generali e capitani istruiti nell’arte della guerra. Le tempestose ondate di scioperi degli anni ’80 proclamarono al mondo che i battaglioni pesanti del proletariato russo erano pronti a combattere. Ma mostrarono anche la debolezza del movimento, la sua natura spontanea, disorganizzata e inconscia, la mancanza di orientamento e di direzione. L’esercito era lì. Era necessario preparare il futuro quartier generale. Questa fu la conclusione che sorse irresistibilmente nella coscienza dei migliori operai. E con l’approccio serio e privo di ripensamenti che sotto tutti i cieli caratterizza gli attivisti operai, si misero a studiare.
Il periodo dei piccoli circoli
Le fiere battaglie ideologiche del decennio precedente non erano state combattute invano. Un numero crescente di giovani in Russia guardava ora verso il marxismo come mezzo per cambiare la società. Per questi giovani la parola d’ordine non era più “andate al popolo”, ma “andate agli operai”! Date le condizioni, il lavoro doveva essere condotto su linee strettamente clandestine. Il metodo usuale dei circoli di propaganda clandestina era quello di formare una sorta di scuola in un quartiere operaio dove, dietro la facciata di corsi per adulti, venivano esposte le idee fondamentali del socialismo a piccoli gruppi di operai. Fu un periodo dai tanti protagonisti, la maggior parte dei quali risultano sconosciuti al lettore moderno. I piccoli gruppi che spuntavano in una città dopo l’altra dovettero sembrare alle autorità zariste il risultato di un’epidemia inspiegabile e virulenta.
Nonostante tutti i loro sforzi, i narodniki erano stati completamente incapaci di collegarsi al “popolo”, né avrebbero potuto riuscirci, dato che le loro teorie, i loro metodi e il loro programma erano scorretti. Eppure questo problema apparentemente così ostico fu risolto con grande facilità dai marxisti. Rapidamente vennero stabiliti dei solidi collegamenti fra questi e gli operai. In tutti i principali centri industriali sorsero circoli di studi, scuole elementari e “scuole domenicali”, che furono il vivaio di un’intera nuova generazione di operai rivoluzionari marxisti, la spina dorsale del futuro partito dell’Ottobre. Cominciò così il periodo della propaganda, o kruzovscina (dalla parola russa che indica un circolo di studi). Qui, dopo una spossante giornata di lavoro in condizioni orribili, molti operai dalle mani indurite dal lavoro, combattendo la fatica fisica e mentale, passavano lunghe ore lottando con i difficili capitoli del Capitale di Marx, quello stesso libro che i censori zaristi consideravano troppo arido e astruso per rappresentare un pericolo. Tale era il desiderio di imparare dei lavoratori, che molte volte un volume del Capitale veniva fatto a pezzi per distribuirlo, capitolo per capitolo, al maggior numero possibile di persone.
Attraverso le pagine degli archivi di polizia appaiono con monotona regolarità i volti e i numeri dei rivoluzionari arrestati: altrettanti bacilli isolati e rimossi dal corpo sano della politica. La maggior parte di questi sono da tempo passati nell’oscurità. Eppure fu proprio sulle ossa e sui nervi di questi martiri che venne costruito il movimento operaio russo. Forse il racconto più vivido di come funzionavano questi primi circoli di propaganda marxista è quello contenuto nel libro della Krupskaja su Lenin. I contatti venivano presi attraverso un circolo operaio di studi, nel quale l’insegnamento delle “tre erre” veniva abilmente combinato con le idee fondamentali del socialismo. Tale era per esempio la Scuola Serale Domenicale per adulti di Smolensk, nella roccaforte operaia di Schlisselburg, nella quale insegnava Nadezda Krupskaja. I giovani insegnanti erano popolari fra gli operai, con i quali avevano stabilito un legame molto stretto. “Gli operai che appartenevano all'organizzazione”, scrisse la Krupskaja, “andavano alla scuola per conoscere le persone e individuare quelli che potevano essere coinvolti nel circolo e nell’organizzazione”. (44)
Altrove ella ricorda: “Era una sorta di cospirazione silenziosa. Nei fatti nella scuola riuscivamo a parlare di tutto, anche se era raro il caso di una classe nella quale non ci fosse anche una spia; bastava evitare di usare le parole terribili come ‘zar’, ‘sciopero’, ecc. per poter toccare tutti i problemi fondamentali. Ma ufficialmente non si poteva discutere di nulla: in un’occasione venne chiuso il cosiddetto gruppo di recupero perché un ispettore che vi aveva fatto una visita inaspettata aveva scoperto che vi si insegnava la tavola pitagorica laddove, secondo il programma, era permesso insegnare solo le quattro operazioni.” (45)
Nello stesso periodo in cui Plekhanov e i suoi collaboratori formavano all’estero l’Emancipazione del lavoro, nasceva a San Pietroburgo il primo circolo genuinamente socialdemocratico (cioè marxista), fondato da un giovane studente bulgaro, Dimiter Blagoev (1856-1924), futuro dirigente del partito comunista bulgaro. Nel 1884 il gruppo prese il nome di “Partito dei socialdemocratici russi” e cominciò persino a pubblicare un giornale, Rabocij (l’operaio). Il gruppo non durò a lungo prima di essere distrutto dagli arresti, ma il processo era ormai troppo avanzato per poter essere fermato dall’azione poliziesca. L’anno seguente un altro gruppo socialdemocratico venne formato nella capitale, questa volta con legami più stretti con la classe operaia. Il gruppo di P. V. Tocissky comprendeva apprendisti e operai di mestiere e si denominò “Fratellanza degli artigiani di San Pietroburgo”.
Più lontano, nell’area del Volga nella Russia centrale, a Kazan, Nikolai Fedoseiev (1871-98) organizzò un gruppo di studenti del quali faceva parte anche un giovane di nome Vladimir Uljanov, in seguitò conosciuto col nome di Lenin. I primi semi erano stati gettati, e cominciavano ad affluire le prime reclute, anche se in gruppi ristretti, a Kazan, Niznij Novgorod, Samara, Saratov, Rostov sul Don e altre città della regione. Questo gruppo si disintegrò quando Fedoseiev venne arrestato, nell’estate del 1889. Molti anni più tardi, nel dicembre 1922, Lenin scrisse una breve nota su Fedoseiev per la Commissione di storia del partito nella quale rese un caloroso omaggio a “questo rivoluzionario eccezionalmente dotato ed eccezionalmente devoto alla causa”. (46)
Lavorando in condizioni di enorme svantaggio, sottoposti a difficoltà intollerabili e sempre a loro rischio personale, i propagandisti marxisti perseguivano ostinatamente il loro compito. Molti di loro non vissero abbastanza per vedere i risultati del loro lavoro. Non combatterono le grandi battaglie finali, né videro vacillare e cadere le odiate strutture della vecchia società. Il loro compito fu il più duro di tutti. L’arduo compito di cominciare; di costruire il movimento dal nulla; di conquistare pazientemente singoli individui; di spiegare, discutere, convincere; di dedicarsi ai mille compiti routinari, terra-terra, di costruzione di un’organizzazione, quei compiti che passano inosservati agli occhi degli storici, ma che stanno alla base di una grande impresa storica. Nonostante tutte le difficoltà, il lavoro lento e paziente dei marxisti cominciava ora a dare dei frutti. In tutta la Russia spuntavano gruppi marxisti, che imitando il gruppo Emancipazione del lavoro si davano il nome di Leghe di lotta per l’emancipazione della classe operaia. Allo stesso tempo, il movimento operaio assumeva un carattere di massa. Fu a questo punto che, come un fulmine a ciel sereno, accadde qualcosa che trasformò l’intero scenario
Nel 1891 e 1892 una terribile carestia spazzò il paese, provocando denutrizione di massa nei villaggi e una crescita verticale dei prezzi dei generi alimentari. Carestia, colera e tifo colpirono 40 milioni di anime, interi villaggi perirono, particolarmente nella regione del Volga. I contadini affamati si riversarono nelle città, disposti ad accettare un lavoro a qualsiasi condizione. Questo, combinato con un’ascesa economica che paradossalmente coincise con la carestia, produsse un’ondata di scioperi, in particolare nella Russia centrale e occidentale, centro dell’industria tessile. Gli scioperi vennero accompagnati da scontri con la polizia e i cosacchi, in particolare lo sciopero degli operai tessili polacchi di Lodz nel 1892.
La carestia mise a nudo la bancarotta dell’autocrazia e la corruzione e l’inefficienza della burocrazia. La sorte di milioni di affamati ebbe un effetto profondo sulla gioventù. Messi a tacere dal regime reazionario di Alessandro III, gli zemstvo vennero riportati in vita dalla carestia. In tutta la Russia i benestanti liberali lanciavano campagne di solidarietà con le vittime della carestia. I liberali degli zemstvo, molti dei quali erano rimasugli ormai invecchiati del movimento dell’“andata al popolo” degli anni ’70, si misero la coscienza a posto organizzando delle mense per i poveri. Costoro fecero ogni sforzo per dare alla lotta contro la carestia una coloritura innocua e apolitica, in linea con la loro politica generale dei “piccoli passi”. Ma il fermento politico e sociale provocato dalla carestia e la risposta caotica dell’amministrazione zarista misero in fermento l’intelligentsia e portarono numerose nuove reclute ai marxisti, impegnati in una lotta furibonda con i rappresentanti della tendenza populista. L’asprezza della lotta si riflette in un episodio, ricordato dalla Krupskaja, di uno dei primi interventi di Lenin, poco dopo il suo arrivo a San Pietroburgo:
“La conferenza era mascherata come un rinfresco… Emerse la questione di quale strada dovessimo imboccare. Mancava un accordo generale. Qualcuno parlò della grande importanza del lavoro nel Comitato di alfabetizzazione. Vladimir Ilic rise, e la sua risata suonava piuttosto aspra (non lo sentii mai più ridere in quel modo). ‘Bene, disse, se qualcuno vuole salvare il paese lavorando nel Comitato di alfabetizzazione, che vada avanti’.” (47
Plekhanov osservava attentamente la situazione da lontano e capì immediatamente che si stava producendo un cambiamento fondamentale che richiedeva una svolta nei metodi impiegati fino ad allora dai marxisti. La carestia aveva messo a nudo in misura mai raggiunta prima la bancarotta dell’autocrazia. L’idea di un’assemblea rappresentativa, uno Zemsky Sobor, cominciava a guadagnare terreno fra l’intelligentsia liberale. Plekhanov colse a due mani l’opportunità. Nel suo opuscolo La rovina di tutte le Russie, pubblicato sul Sotsialdemokrat numero 4, spiegò come le cause della carestia non fossero naturali, bensì sociali. Prendendo le mosse dalla situazione caotica creata dalla corruzione e dall’inefficienza delle autorità zariste, egli mostrò la necessità di condurre un’ampia propaganda e agitazione, legando le richieste concrete delle masse all’idea centrale del rovesciamento dell’autocrazia.
Naturalmente nelle mani dei liberali la parola d’ordine dello Zemsky Sobor assumeva un carattere completamente riformista, e quindi utopico. Ma Plekhanov, mostrando un acuto istinto rivoluzionario, avanzò questa rivendicazione come parola d’ordine militante, di lotta, come un mezzo per mobilitare le masse e attrarre i settori migliori dell'intelligentsia democratica all’idea di una lotta aperta contro lo zarismo. “Tutti i russi onesti”, scrisse, “che non appartengono al mondo degli arricchiti, dei kulaki, e dei burocrati russi, devono cominciare insieme a fare agitazione per lo Zemsky Sobor”. (48)
L'articolo di Plekhanov rappresentò il primo tentativo di affrontare la questione di come unire il movimento operaio a quello delle altre classi oppresse contro il comune nemico costituito dallo zarismo. Date le condizioni di schiavitù imposte dallo zarismo, erano inevitabili blocchi temporanei ed episodici con gli elementi più radicali della piccola borghesia, e persino con la borghesia liberale. Tali accordi, tuttavia, non presupponevano in alcun modo l’esistenza di un accordo programmatico. Al contrario, la precondizione dalla quale partire era precisamente che ogni partito marciasse sotto la propria bandiera: “Marciare separati, colpire uniti.” Pur difendendo i liberali e i democratici piccolo-borghesi contro le persecuzioni dello zarismo e arrivando occasionalmente anche ad accordi su questioni pratiche quali il trasporto di letteratura illegale, la difesa di compagni arrestati, ecc. , i marxisti sottoponevano allo stesso tempo questi elementi a una critica incessante per le loro esitazioni e la loro confusione. Questa politica era volta a utilizzare tutte le opportunità per far avanzare il movimento rafforzando al tempo stesso la posizione del marxismo e della posizione di indipendenza di classe del proletariato, allo stesso modo in cui uno scalatore sfrutta abilmente ogni crepa e ogni fessura per issarsi in cima alla montagna.
Plekhanov premeva particolarmente sull’argomento che “la completa rovina economica del nostro paese può essere evitata solo attraverso la sua completa emancipazione politica”. I tremendi problemi vissuti dalle masse ponevano direttamente la questione della lotta rivoluzionaria contro lo zarismo, nella quale la classe operaia doveva gocare il ruolo decisivo. A quell’epoca nessuno parlava ancora della possibilità di una rivoluzione socialista in Russia, ma indubbiamente l’utilizzo accorto di rivendicazioni democratico-rivoluzionarie quali la convocazione di uno Zemsky Sobor giocò ebbe una parte importante nel raccogliere le forze rivoluzionarie attorno al programma marxista. Questa politica non aveva nulla in comune con quella successiva dei menscevichi e degli stalinisti, i quali dietro alla facciata dell’“unione di tutte le forze progressive” cercarono di subordinare il movimento della classe operaia alla cosiddetta borghesia progressista. Plekhanov e specialmente Lenin riversarono il loro disprezzo sull’idea di un “fronte popolare” che un settore dei populisti già allora tentava di smerciare. Prima di diventare a sua volta un menscevico, quando ancora difendeva le idee del marxismo rivoluzionario, Plekhanov rispose a coloro che lo accusavano di spaventare i liberali: “In ogni caso, consideriamo che il tipo più dannoso di ’spavento’ sia quello che vuole spaventare i socialisti con lo spettro dello spavento dei liberali.” (49)
Dalla propaganda all’agitazione
La nuova enfasi posta sull’agitazione rivoluzionaria di massa colse molti di sorpresa. Futuri economisti come Boris Kricevskij non persero tempo a criticare l’Emancipazione del lavoro per il suo “costituzionalismo”, senza comprendere la necessità di avanzare, accanto alle rivendicazioni di classe più elementari del proletariato, anche parole d’ordine democratiche. Allo stesso tempo molti della vecchia leva, anche in Russia, erano riluttanti a prendere atto della nuova situazione. Le vecchie abitudini dei piccoli circoli di propaganda erano dure a morire. In molti casi la transizione all’agitazione di massa venne compiuta solo dopo discussioni e divisioni dolorose. Nel suo articolo Sui compiti dei socialdemocratici russi durante la carestia (1892) Plekhanov diede la classica definizione marxista della differenza fra propaganda e agitazione: “Una setta può essere soddisfatta dalla propaganda nel senso più stretto del termine: un partito politico non potrà mai esserlo… Un propagandista dà molte idee a una o poche persone… Tuttavia la storia è fatta dalle masse… Grazie all’agitazione, il legame fra gli ‘eroi’ e la folla, fra le ‘masse’ e i loro ‘dirigenti’ viene forgiato e temprato”.
Plekhanov sottolineò la necessità urgente che i marxisti penetrassero strati ampi delle masse con slogan agitativi, a cominciare dalle rivendicazioni più immediate quali la giornata di otto ore: “In questo modo tutti gli operai - anche i più arretrati - si convinceranno con chiarezza che l’applicazione perlomeno di alcune misure socialiste è positiva per la classe operaia… Riforme economiche quali l’accorciamento della giornata lavorativa sono positive, non fosse altro che per il beneficio diretto che portano ai lavoratori.” (50)
Questi argomenti rispondono alla menzogna degli avversari riformisti del marxismo, secondo i quali quest’ultimo “non è interessato alle riforme”. Al contrario, in tutta la loro storia i marxisti sono stati in prima linea nella lotta per migliorare le condizioni dei lavoratori, lottando per salari e condizioni di lavoro migliori, per la riduzione dell’orario di lavoro e per i diritti democratici. La differenza tra il marxismo e il riformismo non sta nell’“accettare” o meno le riforme (basta porre la questione per vederne la patente assurdità). Da un lato abbiamo però il fatto che le riforme significative possono essere conquistate solo mobilitando la forza della classe lavoratrice nella lotta contro i capitalisti e il loro Stato; dall’altro lato, l’unico modo per consolidare le conquiste dei lavoratori e garantire il soddisfacimento di tutti i loro bisogni è rompere il giogo del capitale e portare avanti la trasformazione socialista della società. Questa, tuttavia, sarebbe impensabile senza la lotta quotidiana per ottenere miglioramenti sotto il capitalismo, lotta che ha il ruolo di organizzare, formare e addestrare la classe lavoratrice, preparando il terreno per la resa dei conti finale con i suoi avversari.
Le condizioni per la transizione a un’agitazione di massa vennero create dallo stesso sviluppo del capitalismo russo. Lungo la decade degli anni ’90 il grafico del movimento di scioperi continuò la sua ascesa, e San Pietroburgo era il cuore del movimento. Qui si trovavano i battaglioni pesanti della classe lavoratrice russa - i metalmeccanici, l’80 per cento dei quali erano concentrati in grandi fabbriche come gli impianti della Putilov. San Pietroburgo era il luogo dove la classe operaia cresceva più velocemente. Tra il 1881 e il 1900 gli operai della capitale crebbero dell’82 per cento, mentre nello stesso periodo a Mosca crebbero del 51 per cento. Una parte relativamente ampia dei proletari pietroburghesi erano alfabetizzati: il 74 per cento, contro il 60 per cento del resto della Russia.
Si trattava di una popolazione giovane. Nel 1900 più dei due terzi dei proletari di San Pietroburgo, e oltre l’80 per cento degli operai, erano nati fuori dalla città. Da ogni parte dell’impero giungevano contadini affamati e senza un soldo, alla disperata ricerca di un lavoro. I più fortunati entravano nelle grandi fabbriche tessili e metallurgiche. A San Pietroburgo il settore decisivo era l’industria metalmeccanica, mentre a Mosca predominava quella tessile. Oltre la metà degli operai pietroburghesi era impiegata in grandi fabbriche con 500 dipendenti e oltre, e quasi i due quinti lavorava in stabilimenti giganteschi di oltre 1.000 operai. I più sfortunati diventavano mendicanti, venditori ambulanti o prostitute.
La giornata lavorativa variava dalle 10 alle 14 ore e le condizioni di sicurezza erano orripilanti. Gli operai spesso erano costretti a vivere in baracche sovraffollate accanto alle fabbriche; le cattive condizioni degli alloggi erano peggiorate dall’inquinamento dell’aria e dell’acqua e dalle fognature insufficienti, che crearono a San Pietroburgo la reputazione di capitale più malsana d’Europa. Le condizioni delle operaie tessili erano particolarmente barbare, con lunghe giornate lavorative passate compiendo un lavoro monotono in mezzo a un rumore assordante in ambienti malsani, caldi e umidi. I risultati, nelle parole di un ispettore governativo, “…possono essere confermati dal semplice aspetto esteriore [delle operaie] - emaciate, smunte, esaurite, col torace incavato: danno l’impressione di persone malate, appena uscite dall’ospedale.” (51)
Circa metà degli operai tessili erano donne. Questo settore particolarmente sfruttato della classe, composto principalmente da nuovi arrivati dai villaggi e da manodopera dequalificata, si dimostrò particolarmente instabile. Il potenziale rivoluzionario degli operai tessili era già stato messo in luce negli scioperi del 1878-79, quando vennero fatti i primi, confusi tentativi di collegare gli scioperi al movimento rivoluzionario. Quegli scioperi avevano spaventato le autorità, spingendole a fare concessioni. La prima legge sulle fabbriche, emanata il 1 giugno 1882, proibiva l’impiego dei bambini al di sotto dei 12 anni, e limitava a otto ore la giornata lavorativa per i ragazzi fra i 12 e i 15 anni. Una legge ulteriore del 1885 proibì il lavoro notturno in certi settori industriali, e così via.
I lavoratori tuttavia erano destinati a non godere dei frutti delle loro vittorie. Gli scioperi erano stati un riflesso del boom economico che aveva accompagnato la guerra russo-turca, ma durante la successiva recessione i capitalisti si presero la loro rivincita. Durante gli anni ’80 una severa depressione causò licenziamenti di massa, particolarmente nell’industria metalmeccanica. Migliaia di lavoratori con le loro famiglie vennero ridotti alla miseria. Quelli che rimasero in fabbrica dovettero chinare la testa e stringere i denti mentre i padroni abbassavano implacabilmente i salari. Al principio degli anni ’90 l’economia cominciò di nuovo a risollevarsi. Il cambiamento divenne particolarmente sensibile dal 1893 in avanti. Grandi opere ferroviarie stimolarono ulteriormente l’industria metallurgica a San Pietroburgo e nella Russia meridionale. L’estrazione di carbone e di petrolio era in pieno boom. E ancora una volta cominciò a soffiare la brezza rigenerante della lotta di classe. L’idea dell’agitazione catturò immediatamente l’attenzione dei giovani militanti in Russia, molti dei quali erano sempre più impazienti verso i limiti del lavoro dei circoli di propaganda. La strada venne aperta dai socialdemocratici delle zone occidentali della Lituania e della Polonia, dove lo sciopero di Lodz e la manifestazione per il primo maggio 1892 mostravano una situazione esplosiva.
La Russia zarista era, per usare una celebre espressione di Lenin, un vero “carcere dei popoli”. Nel periodo di reazione scatenata che seguì l’assassinio di Alessandro II l’oppressione nazionale era stata intensificata. Sotto l’arcigna sorveglianza di Pobedonostsev, i due cani da guardia dell’autocrazia - la polizia e la chiesa ortodossa - reprimevano qualsiasi cosa odorasse di dissenso, dai pensatori indipendenti come Tolstoy ai cattolici polacchi, ai luterani dei paesi baltici, agli ebrei e ai musulmani. I matrimoni consacrati dalla chiesa cattolica non erano riconosciuti dalle autorità. Sotto Nicola II le proprietà dei cristiani armeni furono confiscate dallo Stato. I luoghi di culto dei calmucchi e dei buriati vennero chiusi. La russificazione forzata veniva accompagnata da quella che nei fatti era una conversione obbligatoria alla fede ortodossa.
Lo sviluppo industriale era stato più precoce nella fascia occidentale dell’impero russo, cioè nel Regno di Polonia e Lituania. Più industrializzate rispetto all’oriente, più acculturate e con una forte influenza tedesca, queste aree vennero rapidamente penetrate dalla socialdemocrazia. Tuttavia il movimento operaio si trovava di fronte qui ad una enorme complicazione causata dalla questione nazionale. Gli operai e i contadini polacchi e baltici, oppressi dalla Russia zarista, subivano una doppia oppressione. Lo smembramento della Polonia, spartita fra Russia e Austria-Ungheria, lasciò un’amara eredità di oppressione nazionale che avrebbe avuto serie conseguenze per il futuro sviluppo del movimento operaio. I ricordi della sconfitta del 1863 e della terrificante repressione che le era seguita mantenevano vivo fra i polacchi l’odio per la Russia.
Le autorità russe, particolarmente sensibili a qualsiasi segno di rivolta nelle province polacche, repressero senza pietà i primi gruppi socialdemocratici polacchi con arresti, torture e lunghe condanne ai lavori forzati. Ma il movimento era invincibile come un’idra, e laddove una testa veniva tagliata, ne sorgevano due nuove. Il Baltico divenne ben presto un punto focale per l’agitazione e la propaganda marxista, fungendo da accesso per la letteratura illegale e per la corrispondenza fra gli emigrati del gruppo Emancipazione del lavoro e i marxisti clandestini all’interno. Bernard Pares descrive così la situazione in Polonia: “L’Università di Varsavia era stata completamente russificata, e i polacchi dovevano studiare la loro letteratura in russo; nel 1885 il russo venne introdotto come lingua di insegnamento nelle scuole elementari; i ferrovieri polacchi venivano mandati a lavorare in altre parti dell’impero; nel 1885 venne proibito ai polacchi di comprare terre in Lituania e in Volinia, dove essi costituivano la maggior parte della nobiltà terriera.” (52)
Paradossalmente lo zarismo incoraggiava lo sviluppo industriale della Polonia per farne una “vetrina” dell’impero e in un vano tentativo di trattenere il movimento nazionalista. Ma lo stesso sviluppo industriale minava il regime e alimentava la febbre del malcontento nelle città delle province occidentali. Le condizioni di lavoro e i salari erano orribili, ma profitti del 40-50 per cento erano cosa normale, né mancavano profitti del 100 per cento. Il supersfruttamento dei lavoratori creava condizioni favorevoli alla propaganda socialista. In questo panorama lunare di cupa reazione venne fondato un Partito noto come il Proletariat - “lo speranzoso precursore del moderno movimento socialista in Polonia”(53) - dallo studente Ludwig Warijnski. Il gruppo di studenti socialisti di Warijnski formò circoli operai e sindacati embrionali. Nel 1882 i diversi gruppi si coalizzarono per formare il Proletariat, che guidò una serie di scioperi culminati in uno sciopero di massa a Varsavia, violentemente represso dalle truppe. Molti dei dirigenti del Proletariat vennero condannati a lunghi anni di carcere. Quattro vennero impiccati. Lo stesso Warijnski non fu altrettanto fortunato. Condannato a 16 anni di lavori forzati nella tristemente nota fortezza di Schlusselburg, vicino a San Pietroburgo, vi trovò una morte lenta.
Dopo gli arresti il Proletariat si disgregò. All’epoca in cui la giovane Rosa Luxemburg si univa al movimento non ne rimanevano che i resti. Leo Jogisches, figlio di una ricca famiglia ebraica, utilizzò la sua considerevole ricchezza personale per finanziare la fondazione di un nuovo gruppo socialista a Vilna, nel 1885. I socialdemocratici di Vilna giocarono in seguito un ruolo pionieristico sviluppando una tecnica di agitazione di massa fra gli operai che successivamente venne ripresa dai marxisti di tutta la Russia. Le giovani forze del proletariato polacco ricevettero una forte spinta dalle energie da poco risvegliate della classe operaia ebraica. La maggior parte degli ebrei polacchi viveva nelle province occidentali, che nel 1881 erano state indicate come le sole dove era loro permesso vivere. Nel 1886 gli ebrei vennero eliminati in massa da tutte le cariche amministrative, ed esclusi dalla maggior parte delle professioni. Solo il 10 per cento degli ebrei aveva diritto ad andare all’università (il 5 per cento a Mosca e San Pietroburgo). Dal 1887 la stessa regola venne applicata alle scuole secondarie. Nel 1888 tutti gli ebrei iscritti alle scuole dello Stato vennero registrati come ortodossi. I bambini venivano battezzati contro il volere dei genitori. D’altra parte, a quegli ebrei che si convertivano veniva accordato il divorzio senza ulteriori domande. Vennero imposte tasse speciali alle sinagoghe e sulla carne kosher. Per dividere e disorientare i lavoratori, le autorità organizzavano pogrom sanguinosi contro gli ebrei; le loro case venivano saccheggiate e uomini, donne e bambini venivano uccisi e mutilati dalle bande di sottoproletari in connivenza con la polizia.
La considerevole popolazione ebraica di queste aree, con i suoi numerosi artigiani e piccoli commercianti, viveva permanentemente sull’orlo dell’abisso. Gli strati più oppressi della società, gli operai e gli artigiani ebrei, erano naturalmente un terreno fertile per la diffusione delle idee rivoluzionarie. Non a caso i rivoluzionari ebrei fornirono al movimento marxista un numero di dirigenti del tutto sproporzionato rispetto al loro peso specifico nella società. Una città cosmopolita come Vilna, con la sua grande concentrazione di operai e artigiani ebrei, fu una delle prime roccaforti della socialdemocrazia nell’impero russo.
Dal 1881 fino alla rivoluzione d’Ottobre, questi atti di ferocia razzista furono una minaccia permanente sul capo degli ebrei. I progromisti sollevavano i contadini arretrati russi e polacchi contro gli ebrei usando il pregiudizio religioso (il periodo più comune per i pogrom era la pasqua) e l’odio contro il commerciante o l’usuraio ebreo. Ma la schiacciante maggioranza degli ebrei era costituita da operai e artigiani poveri. Nel 1888 una commissione governativa riportò che il 90 per cento degli ebrei erano “una massa che vive alla giornata nella povertà, in condizioni sanitarie e generali delle più opprimenti. Lo stesso proletariato diviene occasionalmente il bersaglio di tumultuose sollevazioni popolari [cioè pogrom]…”(54)
Il movimento operaio ebraico in Russia occidentale, Polonia e Lituania aveva una lunga storia. L’ondata di scioperi che aveva attraversato queste regioni a partire dal 1892 aveva prodotto un fermento in tutte le nazionalità oppresse, in particolare gli ebrei, che subivano la più estrema oppressione nazionale. La vita culturale cominciò a risvegliarsi in una sorta di rinascimento nazionale. Liberatasi dal peso morto di una cultura fossilizzata da duemila anni, l’intelligentsia ebraica cominciò ad aprirsi alle idee più radicali e rivoluzionarie. Abbandonando il vecchio isolazionismo ed esclusivismo, cominciarono a cercare avidamente contatti con le altre culture, in particolare quella russa. Già nel 1885 un settore di studenti poveri delle scuole rabbiniche avevano contribuito a formare l’organizzazione narodnik a Vilna. Ora gli operai ebrei si univano alla lotta, e studiavano ansiosamente il russo per poter leggere i libri nei quali trovare nuove idee per loro stessi.
Da tempo immemorabile, probabilmente da quando gli ebrei erano stati espulsi dalle corporazioni in Germania e in Polonia, gli operai ebrei si erano organizzati in società di mutuo soccorso, o kassy. La struttura di queste società ricordava quella delle corporazioni medievali, o dei primi sindacati di mestiere britannici, con i loro solenni rituali di iniziazione, le feste annuali e lo stretto segreto che proteggeva tutti i loro affari. Gli artigiani e gli operai organizzati nei kassy erano di vedute conservatrici, ostili alle idee socialiste e in generale collegati alla sinagoga. Tuttavia il doppio fardello che gli operai ebrei erano costretti a portare, oppressi sia come classe che come nazionalità, creava condizioni eccezionalmente favorevoli per la diffusione delle idee socialiste e rivoluzionarie. “Un movimento spontaneo” scrisse Akimov “spazzò come un forte vento i recessi più profondi della società ebraica, toccando strati che erano sempre apparsi immobili e incapaci di comprendere e di farsi guidare da una qualsiasi idea cosciente.” (55) Precisamente per questo gli operai e gli intellettuali socialisti ebrei giocarono nel movimento rivoluzionario russo un ruolo del tutto sproporzionato al loro numero.
In origine i fondi raccolti dai kassy venivano utilizzati non solo in caso di malattia, ma anche per comprare una copia comune della Torah! Tuttavia, nel nuovo clima di lotta di classe, gli operai cominciarono sempre più frequentemente a utilizzarli nelle lotte sindacali. Il primo sciopero degli operai ebrei di cui si abbia notizia ebbe luogo a Vilna nel 1882: uno sciopero di lavoratori tessili nel quale, significativamente, il ruolo maggiore lo ebbero le donne. Gli elementi più attivi erano gli artigiani e gli operai di mestiere: gioiellieri, calzettai, magnani, sarti, falegnami, tipografi, calzolai. Nel 1895 nella sola Vilna c’erano 17 organizzazioni di mestiere con 962 aderenti in totale. “All’interno dello stesso movimento operaio ebraico erano gli operai di mestiere che aprivano la strada, mentre l’operaio della fabbrica di fiammiferi o di sigarette rimaneva indietro”. Questa composizione di classe del movimento operaio ebraico, non diversa da quella delle organizzazioni sorelle nel resto della Russia, fu indubbiamente un fattore nel ruolo conservatore giocato dal Bund, l’organizzazione ebraica, nei primi anni del Partito operaio socialdemocratico russo (Posdr). I settori più avanzati della società ebraica erano ben lontani dall’essere affetti da quel nazionalismo ebraico in seguito propugnato dai sionisti. Al contrario, vedevano la salvezza del popolo ebraico nel rifiuto dell’antico tradizionalismo e nel suo inserirsi nella corrente principale della vita politica e culturale russa. “Eravamo assimilazionisti,” scriveva un attivista socialista dell’epoca, “che non sognavano neppure lontanamente un movimento di massa ebraico distinto. Consideravamo nostro compito preparare i quadri per il movimento rivoluzionario russo e acclimatarli alla cultura russa.”(56) I socialdemocratici ebrei si vestivano alla russa, leggevano libri russi e parlavano in russo il più possibile.
Un’intera generazione di giovani ebrei venne risvegliata alla vita politica e culturale nei circoli socialisti. Colpisce particolarmente il coraggio delle giovani ebree di origini operaie, determinate a partecipare al movimento a dispetto dell’implacabile ostilità dei loro genitori. “Le rivedo ancora oggi”, ricordava uno dei partecipanti, “intrecciatrici di vimini, operaie dello zucchero, del sapone - quelle tra le quali dirigevo un circolo… pallide, magre, con gli occhi arrossati, terribilmente stanche, esauste. Si riunivano a tarda sera. Restavamo seduti fino all’una di notte in una stanza senz’aria, illuminata solo da una piccola lampada a gas. Spesso i bambini dormivano nella stessa stanza mentre le donne di casa controllavano che non arrivasse la polizia. Le ragazze ascoltavano i discorsi dei dirigenti, facevano domande, completamente dimentiche dei pericoli, scordando il fatto che avrebbero dovuto camminare per tre quarti d’ora per tornare a casa, avvolte nei resti laceri di un gelido mantello, nel fango e nella neve alta; che avrebbero dovuto bussare alla porta di casa e sopportare un diluvio di insulti e maledizioni dai loro genitori; che avrebbe potuto non esserci nemmeno un pezzo di pane rimasto per loro e che avrebbero dovuto andare a dormire affamate… per poi svegliarsi poche ore dopo e correre al lavoro. Ascoltavano con attenzione rapita i discorsi sulla storia della cultura, sul plusvalore, sui salari, sulla vita in altri paesi… Che gioia riempiva i loro occhi quando il dirigente del circolo mostrava un nuovo numero dell’Yidisher Arbayter, dell’Arbayter Shtimme, o persino un opuscolo! Quante tragedie dovevano affrontare le giovani operaie quando a casa si veniva a sapere che frequentavano gli Akhudusnikers, i ‘fratelli e sorelle’, che leggevano libri proibiti - quanti insulti, colpi, lacrime! Ma tutto era inutile. ‘Le attira come una calamita’ si lamentavano le madri”.
Qui, in Lituania e in Bielorussia, gli operai ebrei e l’intelligentsia ebraica completamente russificata intraprendevano un tipo di agitazione su basi molto più ampie rispetto alla limitata attività di propaganda che era comune nella Russia propriamente detta, pubblicando volantini in Yiddish - la lingua della massa degli operai ebrei - che trattavano delle rivendicazioni immediate delle masse. Fu a quell’epoca che uno studente diciannovenne di nome Iulij Martov, espulso dall’università di San Pietroburgo per attività rivoluzionaria, giunse a Vilna, dove la socialdemocrazia era già in pieno sviluppo. Martov rammenta come la questione dell’agitazione venisse sollevata dagli operai stessi, costringendo i marxisti ad andare oltre i limiti del lavoro di circolo: “Nel mio lavoro”, scrisse “feci per due volte una relazione dettagliata sui fini e i metodi del socialismo, ma la vita reale continuava ad interferire… una volta erano gli stessi membri del circolo che sollevavano la questione di qualche avvenimento che era successo nella loro fabbrica… un’altra volta appariva qualcuno di un’altra azienda e dovevamo dedicare il nostro tempo a discutere le condizioni là”. (57)
Il successo del gruppo di Vilna lo condusse a pubblicare un opuscolo che all’epoca suscitò un certo fermento: Sull’agitazione, scritto da Arkadij Kremer e Martov, che divenne noto come il “programma di Vilna”. Nonostante tracce di spontaneismo, il documento, con la sua idea centrale che il compito di emancipare la classe operaia deve essere assolto dagli operai stessi, suscitò un grande interesse nel periodo 1893-97, quando c’erano ovunque discussioni furiose sulla svolta verso l’agitazione. Il documento rappresentava fondamentalmente una reazione sana contro la mentalità ristretta dei “piccoli circoli”, e indicava il desiderio di forgiare legami con le masse. L’opuscolo lanciò una sfida audace allo stato di cose esistente: “Il movimento socialdemocratico russo è sulla strada sbagliata”, proclamava. “Si è imprigionato da sé in circoli chiusi. Dovrebbe invece sentire il pulsare della folla, e guidarla. I socialdemocratici possono e devono guidare le masse operaie perché la lotta cieca del proletariato inevitabilmente conduce agli stessi fini e allo stesso ideale che i socialdemocratici rivoluzionari hanno scelto coscientemente.” (58)
La Lega di lotta di San Pietroburgo
Nell’autunno del 1893 i socialdemocratici pietroburghesi stavano appena riprendendosi dall’arresto del loro dirigente, Mikhail Ivanovc Brusnev. L’orientamento del gruppo fino a quel momento può essere capito dalle parole dello stesso Brusnev: “Il nostro ruolo fondamentale [era di] trasformare i partecipanti… ai circoli operai in socialdemocratici pienamente coscienti e formati, che potessero per molti aspetti sostituire i propagandisti intellettuali.” (59). Già nel 1894 il gruppo era in grado di mobilitare cento persone per i funerali del vecchio rivoluzionario N. V. Scelgunov. C’erano contatti nelle grandi fabbriche e nei principali quartieri operai. Il lavoro era stato iniziato da giovani studenti, ma gradualmente la composizione di classe del gruppo aveva subito un cambiamento. Gli studenti si erano posti in modo minuzioso il compito di creare quadri operai, “Bebel russi”, per usare la loro espressione. Dopo gli arresti che si portarono via Brusnev e molti altri nel 1892, il gruppo era stato riorganizzato da S. I. Radchenko. Esso includeva un gruppo di studenti dell’Istituto tecnico, alcuni dei quali avrebbero avuto una parte significativa nello sviluppo del partito, e tra questi c’era Nadja Krupskaja, la futura moglie di Lenin e sua compagna di tutta la vita.
Il metodo fondamentale del gruppo era di organizzare circoli di studio formati da operai delle principali fabbriche. Attraverso contatti individuali, altri venivano attratti nel modo descritto in precedenza dalla Krupskaja. I contatti originari si formavano teoricamente e diventavano a loro volta organizzatori di altri circoli. In questo modo venne formata una rete sempre più ampia di circoli operai di studio. Lenin, che era arrivato a San Pietroburgo nell’autunno del 1893, partecipò come relatore a questi circoli sotto il nome di Nikolaj Petrovic. Il lavoro di Lenin nel circolo viene descritto dalla Krupskaja:
“Vladimir Ilic si interessava ai dettagli più minuti che aiutavano a comprendere le condizioni e la vita degli operai. Affrontando separatamente ogni aspetto tentava di figurarsi la vita degli operai nel suo complesso - cercava di capire quali aspetti potessero essere presi per meglio avvicinare i lavoratori con la propaganda rivoluzionaria. La maggior parte degli intellettuali di quei tempi capiva male gli operai. La norma era che un intellettuale venisse al circolo e leggesse agli operai una sorta di lezione. Per lungo tempo una traduzione manoscritta del libro di Engels L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato passò da un circolo all’altro. Vladimir Ilyich leggeva con gli operai dei pezzi del Capitale di Marx, e lo spiegava. La seconda parte dell’incontro veniva dedicata alle domande degli operai sul loro lavoro e sulle condizioni in fabbrica. Lenin mostrava loro come la loro vita fosse legata all’intera struttura della società, e come l’ordine esistente avrebbe potuto essere trasformato. La combinazione di teoria e pratica era la caratteristica peculiare del lavoro di Vladimir Ilyich nei circoli. Poco a poco altri membri del nostro circolo cominciarono a utilizzare lo stesso approccio.” (60)
I circoli svolgevano un lavoro pregevole nell’assemblare i primi quadri prendendoli individualmente. Avevano, tuttavia, anche certe abitudini mentali conservatrici che in seguito si sarebbero dimostrate di ostacolo nello sviluppo del movimento. Il giovane Martov confessò la sua mortificazione quando un vecchio operaio marxista, un membro del gruppo di Brusnev, anziché invitarlo ad unirsi all’organizzazione, gli presentò una pila di libri sulla storia antica e l’origine delle specie: “Cresciuto nel periodo precedente, dominato da una completa stagnazione sociale,” scrive Martov, “S. apparentemente non poteva figurarsi altro modo di formare un rivoluzionario che non fosse quello di fargli elaborare lungo un periodo di anni una visione teorica del mondo completa, a coronamento della quale vi sarebbe stata l’ammissione al lavoro pratico. Per noi, che avevamo già letto di discorsi della socialdemocrazia tedesca per il Primo maggio del 1891 e che eravamo stati scossi dalla bancarotta del regime di fronte alla carestia, era psicologicamente inconcepibile condannarci a un così lungo periodo di attesa.” (61)
La “svolta di Vilna” ebbe un grande impatto sul movimento in Russia e venne accanitamente discussa nei circoli. Nell’autunno del 1894 Martov portò a San Pietroburgo una copia dell’opuscolo. Nelle sue Memorie di Lenin la Krupskaja ricorda come “quando l’anno successivo apparve l’opuscolo di Vilna Sull’agitazione il terreno era già stato ampiamente preparato per cominciare un’agitazione attraverso i volantini. Era solo necessario cominciare a lavorare. Il metodo di condurre un’agitazione basandoci sui bisogni quotidiani dei lavoratori mise radici profonde nel nostro lavoro di partito. Giunsi a comprendere pienamente quanto fosse fruttuoso solo alcuni anni più tardi, quando, vivendo da emigrata in Francia, osservai come durante il durissimo sciopero delle poste di Parigi il Partito socialista francese se ne stesse completamente da parte e non intervenisse nella lotta. Dicevano che era un compito del sindacato. Pensavano che il compito del partito fosse esclusivamente la lotta politica, non avevano la più vaga nozione della necessità di collegare le lotte economiche e sindacali.” (62)
Nel 1895 il gruppo di Lenin aveva 10-16 membri, i quali nell’insieme organizzavano il lavoro di 20-30 gruppi di studio, i quali a loro volta avevano fino a 100-150 contatti. Il gruppo era collegato ai circoli operai attraverso responsabili per le diverse zone. Entro la fine dell’anno esso era attivo praticamente in tutti i quartieri operai. In novembre venne compiuto un passo decisivo, quando un gruppo socialdemocratico di recente formazione, del quale faceva parte anche Martov, si fuse con i “veterani” per formare la Lega di lotta di San Pietroburgo per l’emancipazione del lavoro, un nome scelto in solidarietà con il gruppo di Plekhanov, pare su suggerimento di Martov. Venne stabilita una divisione del lavoro nelle attività del gruppo: finanze, stampa dei volantini, contatti con intellettuali di orientamento rivoluzionario, ecc. Il gruppo era anche in contatto con le tipografie clandestine gestite da un gruppo di narodniki pietroburghesi e così via. I dirigenti erano Lenin e Martov.
“Bene fratello, non so cosa gli abbia preso, a mandarci tutto d’un colpo tutti questi muzhik politici! Prima ci mandavano gente della classi alte e studenti, veri gentiluomini. Ma ora entrano tipi come te, un semplice muzhik, un operaio!” (64)
Con queste parole un secondino della prigione di Taganskaja salutò l’arrivo di M. N. Ljadov, uno dei dirigenti della Lega operaia di Mosca nel 1895. A suo modo il vecchio gendarme aveva afferrato il profondo cambiamento avvenuto nel movimento rivoluzionario russo negli anni ’90.
La crescita della Lega di Pietroburgo rifletteva un cambiamento nella situazione obiettiva. L’ascesa del movimento di scioperi aprì possibilità di ampiezza senza precedenti per l’agitazione attraverso volantini popolari. Questi ottenevano un successo immediato e portarono le piccole forze del marxismo in contatto con strati sempre più ampi di operai. I giovani militanti, la maggior parte dei quali nuove reclute con una comprensione modesta della teoria marxista, si lanciarono entusiasticamente nel lavoro di agitazione davanti alle fabbriche, in gran parte su temi di “pane e salame”. Questa agitazione ebbe risultati spettacolari e incontrò un successo immediato anche fra gli strati più ignoranti, oppressi e arretrati della classe operaia.
Nel corso di un solo sciopero, secondo Fiodor Dan, la Lega pubblicò più di 30 volantini (65). L’agitazione veniva condotta come un dialogo con i lavoratori. La Lega ascoltava attentamente le lamentele dei lavoratori, prendeva nota delle loro rivendicazioni e raccoglieva rapporti dalle lotte nelle diverse fabbriche, per poi riportare a sua volta tutte queste informazioni agli operai sotto forma di agitazione, unita a direttive organizzative, smascherando le manovre dei padroni e delle autorità e facendo appello alla solidarietà. In questo modo il movimento di scioperi degli anni ’90 divenne una gigantesca scuola preparatoria nella quale si formò un’intera generazione di operai e di marxisti. In assenza di un movimento operaio legale e organizzato i piccoli volantini avevano un effetto sensazionale. La comparsa di un volantino causava mille sussurri pieni di attesa nei reparti della fabbrica. Gli operai si riunivano in piccoli gruppi ovunque potessero sfuggire allo sguardo dei capi (essendo il luogo preferito il “circolo”, cioè i gabinetti della fabbrica), e i volantini venivano letti ad alta voce in mezzo a cori di “giusto!” e “ben detto!”. Takhtarev ricorda come la reazione tipica fosse: “Al direttore! Mandatelo al direttore!”, e in brevissimo tempo “le voci sui volantini circolavano in tutte le fabbriche di San Pietroburgo. Ben presto gli intellettuali non ebbero più bisogno di cercare gli operai, i quali interrogavano avidamente gli ‘studenti’ chiedendo dei volantini”. (66)
Il successo del nuovo metodo si riflette anche nell’autobiografia di Trotskij: “Così la propaganda rivoluzionaria si dimostrò incomparabilmente più facile di quanto avessimo immaginato. Eravamo stupiti ed entusiasmati dei risultati eccezionali del nostro lavoro. Da quanto ci avevano detto, sapevamo che di solito pochi operai potevano essere conquistati singolarmente alla causa. Un rivoluzionario che avesse convinto due o tre operai, considerava di aver avuto un successo non trascurabile. Da noi, invece, il numero degli operai che appartenevano ai circoli o che volevano entrarvi era praticamente illimitato. Mancavano solo i dirigenti. Mancava pure la letteratura. Gli insegnanti si strappavano di mano un unico consunto esemplare del Manifesto comunista di Marx ed Engels, esemplare trascritto a mano a Odessa e che aveva non poche lacune e alterazioni.
Rapidamente cominciammo noi stessi a produrre letteratura. Fu il vero e proprio inizio della mia attività di scrittore, che coincise con l’inizio della mia attività rivoluzionaria. Scrivevo proclami e articoli; quindi li ricopiavo in stampatello per il poligrafo. In quel periodo nessuno aveva ancora sentito parlare della macchina da scrivere. Tracciavo le lettere con la massima cura. Mi facevo un punto d’onore di riuscire a far sì che anche un operaio quasi analfabeta potessedecifrare senza fatica un proclama trascritto con il nostro poligrafo. Ogni pagina esigeva almeno due ore di lavoro. A volte ero impegnato per una settimana intera, con la schiena curva, non mi rialzavo che per andare alle riunioni o alle attività del circolo. Ma quale soddisfazione quando venivamo a sapere dalle fabbriche e dalle officine che i misteriosi fogli dai caratteri viola erano stati letti con avidità, fatti circolare e discussi animatamente dagli operai. Costoro si immaginavano l’autore dei proclami come un personaggio potente e misterioso che penetrava in tutte le fabbriche, sapeva quanto accadeva nelle officine ed era in grado di commentare gli avvenimenti con nuovi foglietti nello spazio di ventiquattro ore.” (67)
La reazione degli operai comuni di fronte ai volantini viene riportata da Takhtarev, il quale scrisse nel 1897, quando i ricordi dei commenti erano ancora vivi nella memoria:
“‘Pensate in quali tempi viviamo! …Prima lavoravamo, e lavoravamo, e non vedevamo mai la luce del sole. Potevi vederlo con i tuoi occhi come ci truffavano, ma cosa potevamo farci? …Ma ora abbiamo i nostri ragazzi che vedono tutto, ovunque, e lo scrivono. Ditelo al Sojuz (la Lega), ascoltami, dobbiamo fargli sapere di questo. ’
“‘Chi passa i volantini?’
“‘Studenti, immagino. Che Dio conservi buona salute a quelli che stampano i volantini.’ Al che l’operaio si faceva devotamente il segno della croce.” (68)
Partecipando energicamente all’agitazione, le piccole forze del marxismo riuscirono a giocare una parte di molto al di sopra delle loro forze. I piccoli volantini poligrafati ottenevano una pronta risposta. Spesso la sola apparizione dei volantini era sufficiente a gettare un’intera fabbrica in uno stato di discussione e fermento, esercitando un’influenza di primo piano sul corso di una vertenza. Fu precisamente il successo dell’agitazione ad attirare l’attenzione della polizia. Le autorità, ben coscienti dello stato d’animo esplosivo degli operai di Pietroburgo, svilupparono un salutare rispetto verso i volantini e i loro effetti. Quando nel febbraio e nell’aprile del 1896 apparve un volantino che esprimeva le rivendicazioni degli operai dei cantieri navali di Pietroburgo, il Ministro dell’interno, temendo uno sciopero, ordinò in’inchiesta al termine della quale consigliò al comandante del porto di accettare le richieste degli operai.
La transizione dalla propaganda in piccoli gruppi all’agitazione di massa non venne tuttavia compiuta in modo indolore, senza attriti e tensioni interne. Per molti la clandestinità era diventata un modo di vita, con una certa routine alla quale ci si abituava. Un periodo prolungato di esistenza in piccoli circoli clandestini alimentava una certa ristrettezza. Paradossalmente, nonostante tutti i pericoli e le difficoltà, aveva un certo aspetto “confortevole”. Le condizioni della vita di circolo non richiedevano molta attività orientata all’esterno. Ci si muoveva esclusivamente fra compagni, o fra operai avanzati, in circoli nei quali ciascuno conosceva praticamente tutti gli altri. Al contrario, l’agitazione fra le masse pareva un salto nel buio. La routine ne veniva distrutta, le idee e i metodi radicalmente alterati. Non c’è da stupirsi se la proposta incontrò l’ostilità e la sfiducia di una parte dei “vecchi”. Krasin e S. I. Radchenko avvertirono delle oscure conseguenze della nuova tattica: avrebbe indebolito il lavoro clandestino, causato arresti di massa, messo in pericolo i compagni e disorganizzato il lavoro.
La questione della “svolta” venne innanzitutto sviscerata nei circoli ristretti dei veterani, e successivamente presentata per la discussione in riunioni di operai più ampie, nelle quali vennero letti e discussi estratti dell’opuscolo di Kremer Sull’agitazione. V. I. Babusckin, operaio-propagandista di San Pietroburgo, ricorda la sua reazione alle nuove proposte: “Mi ribellai assolutamente contro l’agitazione, anche se ne vedevo gli indubbi frutti nell’esplosione generale di entusiasmo fra le masse operaie; quello che più temevo era un’altra ondata di arresti [come quella che nel dicembre del 1895 aveva portato via alcuni dei “vecchi”, incluso Lenin] e pensavo che in quel caso tutto sarebbe crollato. Tuttavia si dimostrò che mi sbagliavo.”
Martov ricorda come lo stesso Babusckin protestasse rabbiosamente con lui per i nuovi metodi: “Qui si comincia a gettare volantini da tutte le parti e in due mesi si distrugge quello che ci sono voluti anni per creare… I giovani che attireremo in base a questa attività agitativa tenderanno ad avere una visione superficiale.” (69) Gli sviluppi successivi mostrarono come i timori di Babusckin non fossero del tutto privi di fondamento. Alcuni di coloro che sposarono con entusiasimo “l’agitazione” e ridicolizzavano la “ristrettezza dei circoli” e il lavoro teorico erano non solo superficiali, ma opportunisti belli e buoni. Tuttavia, nonostante un elemento di esagerazione giovanile, la reazione contro la “mentalità di circolo” fu un correttivo necessario contro una tendenza conservatrice che se non fosse stata ostacolata avrebbe finito col trasformare il movimento di massa in una setta. Molti anni dopo, Trotskij scrisse quanto segue, facendo un chiaro riferimento a quel periodo: “Ogni partito della classe operaia, ogni frazione, durante le sue fasi iniziali, passa attraverso un periodo di pura propaganda, cioè di formazione dei suoi quadri. Il periodo di esistenza sotto la forma di circolo marxista invariabilmente fa sorgere il costume di un approccio astratto ai problemi del movimento operaio. Chi non è in grado di superare per tempo i limiti di questa esistenza limitata si trasforma in un settario conservatore.” (70)
Un esempio di come il lavoro venisse frenato da atteggiamenti conservatori fu la discussione che ebbe luogo fra i marxisti di Mosca su come intervenire nella giornata del Primo maggio del 1895. Mitskevic ricorda la reazione orripilata quando propose di organizzare una riunione clandestina nei boschi: “Quando posi la questione ai miei compagni, essi decisero di celebrare senza dare nell’occhio senza clamori. Erano ansiosi di non rovinare il lavoro e temevano arresti. I compagni dicevano: ‘È troppo presto per parlare, le nostre forze sono ancora troppo piccole per l’azione aperta: l’idea di una grande celebrazione è un’idea per l’intelligentsia’.” (71) Ma la vita stessa stava preparando una grossa sorpresa, una svolta improvvisa nella situazione, che capovolse tutti i vecchi schemi.
Il 23 maggio del 1896 uno sciopero degli assistenti filatori alle Filature Russe nel distretto di Narva a San Pietroburgo diede il segnale per l’esplosione di una forte ondata di scioperi. Gli operai tessili improvvisarono dei picchetti volanti che rapidamente estesero lo sciopero. La fulminea rapidità con la quale lo sciopero di estese indicava l’ambiente esplosivo che si era accumulato nel decennio precedente. Una grande ondata di scioperi serrò la capitale e per la prima volta i marxisti pietroburghesi si trovarono alla testa di un movimento di massa della classe operaia.
Le nuove condizioni create dallo sciopero fornirono alle piccole forze del marxismo opportunità enormi di diffondere la loro influenza. Nel primo periodo, tuttavia, molte di queste possibilità non vennero sfruttate a causa della resistenza verso i nuovi metodi opposta dagli strati più conservatori dei militanti. Così durante l’importante sciopero di duemila tessitori a Ivanovo Voznesensk, nell’ottobre del 1895, i dirigenti della locale Lega operaia inizialmente si opposero alla proposta di inviare agitatori per contattare gli scioperanti e di andare alle altre fabbriche per cercare sostegno allo sciopero. Infine si giunse a una soluzione di compromesso secondo la quale la Lega non si prendeva responsabilità per lo sciopero, ma i singoli militanti potevano parteciparvi a proprio rischio! Conflitti simili a questo ebbero luogo praticamente in ogni circolo socialdemocratico, ma gradualmente i nuovi metodi vennero accettati, con risultati spettacolari.
I marxisti non si limitavano a condurre un’agitazione su questioni economiche, ma tentavano anche di presentare agli operai delle idee politiche. Dopo gli arresti del dicembre 1895 il gruppo di Pietroburgo pubblicò il volantino “Che cos’è un socialista e un criminale politico?” Nel primo periodo dell’agitazione, pur prendendo le mosse dalle lamentele più immediate dei lavoratori, veniva fatto ogni sforzo per ampliare gli orizzonti degli operai alle questioni politiche più ampie, legando la lotta per le rivendicazioni immediate all’obiettivo centrale del rovesciamento dell’autocrazia. Grazie a una partecipazione audace nell’agitazione, l’influenza del marxismo crebbe a grandi balzi fra strati sempre più larghi della classe operaia. Nonostante la scarsità delle loro forze e la situazione obiettiva tremendamente difficile, i marxisti avevano infine rotto le barriere che li separavano dalle masse. La strada era ora aperta per la creazione di un partito forte e unito del proletariato russo.
Alessandro III morì il primo novembre del 1894 e gli successe il figlio, Nicola II. Cogliendo l’occasione sfavillante del matrimonio del nuovo sovrano, i liberali degli Zemstvo raccolsero tutto il loro coraggio e presentarono una petizione, sotto forma di un indirizzo di saluto e congratulazioni: “Nutriamo la speranza”, scrivevano, “che la voce dei bisogni del popolo sarà sempre udita dall’alto del trono”. La tagliente risposta di Nicola rappresenta un vero classico della demolizione politica: “Sono lieto di vedere i rappresentanti di tutte le classi riuniti per esprimere i loro sentimenti di lealtà. Credo nella sincerità di questi sentimenti, che sono propri di ogni russo. Ma mi è noto che di recente, in alcune assemblee degli Zemstvo, si sono udite voci di persone che sono state trascinate da sogni insensati di partecipazione dei rappresentanti degli Zemstvo agli affari dell’amministrazione interna. Sappiano tutti che, mentre dedicherò tutte le mie energie al bene del popolo, io manterrò il principio dell’autocrazia altrettanto fermamente e inflessibilmente del mio indimenticabile padre.”
I nobili degli Zemstvo dovettero rimanere a ranghi completi ad ascoltare mentre sulla loro testa veniva rovesciata questa doccia gelata. Il messaggio non venne neppure pronunciato dallo zar, il quale inviò un tirapiedi a leggerlo al suo posto. “Uscì un piccolo funzionario”, ricorda un testimone, “con in mano un pezzo di carta e cominciò a borbottare qualcosa, guardando di tanto in tanto sul foglio; poi, improvvisamente, gridò: ‘sogni insensati’ e capimmo che per qualche motivo ci stava sgridando. Ma perché gridare?” (72) Si disse che, in una scena degna di essere ritratta da un grande artista, la giovane imperatrice fosse rimasta rigida e impettita, senza degnare di un cenno i delegati man mano che le strisciavano dinnanzi. Rodicev, autore della “petizione di Tver”, non fu neppure ammesso al ricevimento e in seguito venne ripagato con la proibizione di vivere a San Pietroburgo. Questo piccolo aneddoto dimostra più di una montagna di parole la profonda impotenza e codardia dei liberali degli Zemstvo russi alle soglie del XX secolo.
Erano anni nei quali gli intellettuali borghesi si rinchiudevano in se stessi, giocando con lo spiritualismo, il misticismo, la pornografia e l’“arte per l’arte”. L’arte e la letteratura videro l’ascesa del simbolismo, con le sue risonanze mistiche, e del “decadentismo”. Tutto questo rifletteva non solo un malessere fin de siècle degli intellettuali, ma un generale senso di impotenza e di mancanza di vie d’uscita che seguiva il crollo della Narodnaja Volja. Come Marx osservò una volta, la storia si ripeteva - la prima volta in tragedia, la seconda in farsa: in una patetica caricatura del populismo, i giovani liberali indossarono panni contadini e divennero “tolstoiani”, prendendo parte a opere filantropiche per alleviare la carestia, a campagne di alfabetizzazione, e simili.
L’influenza crescente del marxismo fra gli intellettuali produsse un fenomeno peculiare. I successi notevoli dell’ideologia marxista nella sua lotta contro il populismo cominciarono ad attrarre l’attenzione di uno strato di intellettuali borghesi, i quali vennero affascinati dal marxismo come teoria socioeconomica, senza realmente afferrare il suo contenuto rivoluzionario di classe. La giovane borghesia si sforzava di trovare una propria voce, di affermare i propri interessi e di trovare una giustificazione teorica dell’inevitabile affermazione del capitalismo in Russia. Alcune delle idee avanzate dal marxismo nella lotta contro il populismo vennero avidamente afferrate da una sezione dei portavoce intellettuali della borghesia. Per un breve periodo il “marxismo”, in forma diluita e accademica, fu abbastanza in voga fra i professori liberali “di sinistra”.
Nel primo periodo, quando le forze del marxismo erano ridotte e prive di influenza e la rivoluzione socialista era musica di un futuro apparentemente distante, questi intellettuali benestanti sembrarono realmente rappresentare una tendenza distinta all’interno del marxismo russo. Date le difficoltà estreme del movimento rivoluzionario illegale, i loro servigi vennero prontamente accettati. Essi offrivano denaro, collaboravano alla pubblicazione di letteratura marxista e, in assenza di una vera e propria stampa marxista, facilitavano la pubblicazione di opinioni marxiste, sia pure in forma diluita, sulle pagine della stampa legale a diffusione nazionale. Questa situazione offriva alcune possibilità ai marxisti, ai quali veniva permesso di scrivere sulle pagine di giornali borghesi legali quali il Novoie Slovo, il Nacialo (da non confondersi con il Nacialo pubblicato da Trotskij nel 1905) e il Samarskij Vestnik, sempre a patto, naturalmente, che non andassero “troppo in là”. Sorse in questo modo la strana e ibrida mostruosità del “marxismo legale”, i cui principali rappresentanti furono P. B. Struve, M. I. Tugan-Baranovskij, S. N. Bulgakov e N. A. Berdjaev.
A causa della censura, tutte le prime pubblicazioni del marxismo in Russia dovevano apparire sotto la forma di libri, il che rendeva la faccenda molto costosa. Struve affrontò di propria tasca le spese per pubblicare il suo libro. Tale era tuttavia la sete di idee marxiste, anche in forma purgata, che andò esaurito in due settimane. Potresov, che aveva ereditato un patrimonio, usò il suo denaro per finanziare la pubblicazione della Concezione monistica della storia di Plekhanov. Date le immense difficoltà della clandestinità, era chiaramente necessario sfruttare ogni spiraglio legale per diffondere le idee del marxismo. Quello che non si poteva dire apertamente nelle pubblicazioni legali, poteva sempre essere integrato dalla stampa clandestina di partito. Così per molti anni i marxisti russi non poterono chiamarsi “socialdemocratici”, ma dovettero invece utilizzare frasi come “democratici conseguenti”. Come sottolineò Trotskij molti anni più tardi, tutto questo comportava un prezzo da pagare. Un buon numero di quanti si avvicinarono al partito dimostrarono di essere precisamente dei “democratici conseguenti” - e alcuni di loro non erano poi così conseguenti - ma in nessun modo dei marxisti! Per sviluppare una corrente marxista genuina è necessario soprattutto dire le cose come stanno. Solo lo sviluppo di un vero giornale marxista illegale poteva giungere allo scopo di rimediare i danni causati dai marxisti legali e dalle loro ombre, gli economisti. Fu questa la grande conquista dell’Iskra (la scintilla) di Lenin.
Nonostante tutti i problemi e il costo che comportò, la collaborazione con i marxisti legali fu una fase utile, e in ogni caso inevitabile, nello sviluppo del movimento nella sua prima fase. La grande maggioranza di coloro che civettarono con il marxismo nei loro anni giovanili in seguito ruppe con il marxismo e passò dalla parte della reazione, ma a quell’epoca ebbero un ruolo positivo. Alcuni di loro, perlomeno, parevano aver subito una vera conversione, ma la maggioranza guarì ben presto dal proprio “morbillo socialista”. Era fin troppo facile per costoro giustificare le mancanze nel proprio modo di esprimersi con le esigenze del lavoro legale, la necessità di evitare l’individuazione e l’arresto, e così via. Fintanto che i compiti principali del movimento erano di carattere fondamentalmente teorico e fino a quando la polemica si dirigeva principalmente contro gli avversari populisti della borghesia, questa collaborazione, nei fatti, procedette in modo più o meno soddisfacente. Fu un marxista legale - Struve - a scrivere il manifesto per il primo congresso del Posdr.
La loro era una visione del marxismo anemica e svirilizzata, un marxismo “decaffeinato”, privo di vita, di lotta e di vitalità rivoluzionaria. Non a caso i marxisti legali respingevano la dialettica a beneficio della filosofia neokantiana. Nonostante la sua apparente unicità e il ruolo in qualche modo speciale che giocò nei primi giorni del movimento in Russia, lo stesso tipo di “marxismo” astratto, non dialettico ed essenzialmente non rivoluzionario riappare con regolarità in tutti i paesi ad ogni nuova tappa dello sviluppo del movimento, nell’atmosfera rarefatta delle università. I marxisti legali erano nei fatti un esempio precoce di quelli che in seguito divennero noti come “compagni di strada”. Nonostante il loro flirt intellettuale con il marxismo, nel loro modo di vita e nella loro psicologia restavano saldamente ancorati a una classe aliena. Molti anni più tardi Struve avrebbe riassunto così la mentalità dei marxisti legali: “Il socialismo, a dire il vero, non ha mai suscitato in me la minima emozione, né tanto meno attrazione… Il socialismo mi interessava principalmente come una forza ideologica, la quale… poteva essere diretta sia verso la conquista delle libertà civili e politiche che contro di esse.” (73)
A prima vista le idee del marxismo legale potrebbero
apparire quindi qualcosa che ha un interesse puramente storico. Tuttavia con un
esame più attento è possibile discernere già i lineamenti di conflitti
successivi e di portata ben maggiore. L’idea fondamentale alla base degli
argomenti di Struve e compagni era la seguente: le condizioni materiali per il
socialismo sono assenti in Russia, un paese arretrato e semifeudale; la lotta contro
lo zarismo è una lotta per la democrazia borghese, non per il socialismo. Il
partito operaio deve quindi mettere da parte tutte le illusioni irrealistiche e
affidarsi realisticamente ai buoni uffici della borghesia progressista liberale
per giungere a un nuovo ordine. Era essenzialmente la stessa teoria del
menscevismo e dello stalinismo. In forma embrionale le due concezioni
fondamentalmente opposte della rivoluzione - riforma o rivoluzione,
collaborazione di classe o politica proletaria indipendente - avevano già fatto
la loro comparsa nelle polemiche di Lenin e Plekhanov contro i marxisti legali
e contro la tendenza economista nella seconda metà degli anni ’90. A quel tempo
nessuno che si considerasse marxista metteva in dubbio il fatto che la Russia
fosse sulla soglia di una rivoluzione democratico-borghese. Questa idea
discendeva da tutta la situazione obiettiva, socioeconomica e storica. La lotta
principale era contro l’autocrazia, contro la barbarie feudale e contro
l’eredità della “cultura burocratica e servile”, come in seguito la descrisse
Lenin. L’asse centrale della polemica dei marxisti contro i populisti era
precisamente l’inevitabilità in Russia di una fase di sviluppo capitalista e
l’impossibilità di una strada speciale e indipendente verso il “socialismo
contadino”.
Per i marxisti legali l’idea di una rivoluzione socialista veniva ridotta a una nebulosa prospettiva teorica, relegata in un futuro distante e incerto. Era una prospettiva del tutto rassicurante, che in sostanza non li impegnava a nulla. Ai loro occhi l’aspetto rivoluzionario del marxismo appariva del tutto astratto, mentre gli argomenti economici sull’inevitabile vittoria del capitalismo in Russia sembravano eminentemente pratici. Quanto questo schema senza vita fosse distante dal vero marxismo rivoluzionario lo si può vedere dalla meravigliosa penetrazione e profondità degli scritti di Engels nel periodo della sua vecchiaia, in particolare dalla sua corrispondenza con Vera Zasulic e altri marxisti russi. Pur sottolineando l’impossibilità di costruire il socialismo in un paese contadino arretrato come la Russia, il vecchio Engels sottolineava fortemente la necessità di un rovesciamento rivoluzionario-democratico dell’autocrazia, che avrebbe aperto la strada alla rivoluzione socialista in Europa occidentale. Nel poscritto a I rapporti sociali in Russia, scritto nel 1894, Engels pone così la questione: “La rivoluzione russa darà anche un nuovo impulso al movimento operaio in Occidente, creando nuove e migliori condizioni per la sua lotta e avvicinando così la vittoria del moderno proletariato industriale, una vittoria senza la quale la Russia di oggi non può raggiungere la trasformazione socialista della società, né sulla base della comunità [di villaggio], né sulla base del capitalismo.” (74)
Con una brillante applicazione della dialettica, Engels mostra come la vittoria del socialismo in Occidente avrebbe a sua volta interagito sulla Russia, mettendola in grado di passare direttamente da condizioni semifeudali al comunismo. Qui la dialettica rivoluzionaria si contrappone alla logica formale dell’“evoluzione”. La causa diventa effetto, e l’effetto causa. La rivoluzione russa, anche su basi democratico-borghesi avrebbe spinto verso una rivoluzione proletaria europea, la quale a sua volta avrebbe interagito sulla Russia producendo una trasformazione radicale. La vittoria della rivoluzione socialista in Occidente permette agli operai e ai contadini russi di portare a termine la rivoluzione proletaria in Russia e di cominciare la trasformazione socialista della società. In queste circostanze non sarebbe teoricamente escluso che la vecchia idea dei narodniki di passare dalla comunità di villaggio al comunismo possa essere realizzabile.
Tale formulazione audace non entrò mai nella testa di Struve o di Tugan-Baranovskij, con le loro formule astratte che rappresentavano una caricatura del marxismo meccanica e senza vita. Nelle sue memorie la Krupskaja ricorda che Struve “era egli stesso a quell’epoca un socialdemocratico per modo di dire”; ma aggiunge che “era del tutto incapace di fare alcun lavoro nell’organizzazione, tanto meno un lavoro clandestino, ma lo lusingava, senza dubbio, esser consultato per avere consiglio”. (75) Queste poche righe trasmettono fedelmente l’essenza di questo lato di intellettuali borghesi e della classe media, i quali “accompagnavano” il partito, si consideravano parte di esso ma non ne fecero mai realmente parte, e mantenevano sempre un piede nell’altro campo. Attraverso questo strato si esercitavano, inconsciamente o semicoscientemente, le pressioni di classi aliene, che avrebbero avuto serie conseguenze sulle forze giovani e immature del marxismo.
Come risultato del movimento generale dell’intelligentsia, sotto la pressione della classe operaia nel periodo tempestoso degli anni ’90, Struve si orientò per un certo periodo a sinistra, verso il marxismo. Anche la implacabile critica ideologica di Lenin e Plekhanov fece la sua parte. Ci sono pochi dubbi sul fatto che la fulminante critica della borghesia russa contenuta nel Manifesto del primo congresso, scritto da Struve, riecheggiasse le aspre controversie con Lenin di un paio d’anni prima:
“E di cosa non ha bisogno la classe operaia russa? Essa è completamente priva di tutto ciò di cui i suoi compagni all’estero possono fare uso liberamente e pacificamente: partecipazione alla gestione dello Stato, libertà di parola scritta e orale, libertà di associazione e di assemblea, in una parola tutte quelle armi e quegli strumenti attraverso i quali il proletariato dell’Europa occidentale e dell’America migliora la propria posizione, mentre continua la lotta per la sua definitiva emancipazione, contro la proprietà privata e il capitalismo, per il socialismo. Ma il proletariato russo può conquistare la libertà politica di cui necessità solo con le proprie forze.
“Tanto più in Europa ci si sposta verso est, tanto più la borghesia diventa debole, codarda e vile sul terreno politico, e tanto più grandi diventano i compiti politici e culturali che ricadono sulla classe operaia. La classe operaia russa può e deve caricare sulle proprie forti spalle la causa della lotta per conquistare la libertà politica. Questo è un passo indispensabile, pur se solo iniziale, verso la realizzazione della grande missione storica del proletariato, verso la creazione di un nuovo ordine sociale nel quale non vi sarà posto per lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.” (76)
Come molti intellettuali compagni di strada del marxismo, Struve non venne mai a capo della dialettica. Questa debolezza teorica fondamentale, unita alla tipica attrazione piccolo borghese verso il lusso, alla passione per la vita comoda e all’organica incapacità di sacrificio personale, aiuta a spiegare i suoi successivi sviluppi. Struve ruppe in seguito con il marxismo. Nel 1905 si unì al partito borghese dei cadetti e finì i suoi giorni come emigrato bianco. Berdyayev finì come apologeta del misticismo religioso. Gli altri subirono trasformazioni analoghe. Il manifesto scritto da Struve nel 1898 viene così a costituire un epitaffio ironicamente adeguato sia per Struve che in generale per il fenomeno del marxismo legale.
Lenin e il Gruppo per l’emancipazione
del lavoro
Nell’inverno del 1894-95 una riunione di rappresentanti di gruppi socialdemocratici di diverse parti della Russia tenuta a San Pietroburgo approvò una risoluzione a favore della produzione di una letteratura più popolare per gli operai, da pubblicarsi all’estero. Lenin ed E. I. Sponti, dell’Unione operaia di Mosca, vennero incaricati di trattare la questione con il Gruppo per l’emancipazione del lavoro di Plekhanov. Nella primavera del 1895, prima Sponti e poi Lenin si recarono in Svizzera per prendere contatto con il Gruppo. La corrispondenza di Plekhanov e Axelrod ci riporta l’impatto che ebbe questa irruzione nell’ambiente degli emigrati:
“L’arrivo di E. I. Sponti e poi, in misura molto maggiore, di V. I. Lenin (Uljanov), fu un grande avvenimento nella vita del Gruppo per l’emancipazione del lavoro; essi erano praticamente i primi socialdemocratici che giungevano all’estero con una richiesta da parte di coloro che portavano avanti il lavoro attivo dei circoli socialdemocratici, di aprire traattative di tipo professionale con il Gruppo.” (77) Fino a quel momento, i membri esiliati dell’Emancipazione del lavoro erano stati ridotti al ruolo di osservatori dai margini e commentatori delle grandi lotte che avvenivano in Russia. L’esperienza dei passati fallimenti nei rapporti con persone giunte dall’interno li aveva anche resi diffidenti. Ma i nuovi venuti li convinsero ben presto che esistevano ormai basi reali per diffondere le idee marxiste in Russia. Le forze della giovane generazione strinsero la mano ai veterani esiliati. I due emissari ritornarono in Russia con un impegno da parte del Gruppo a cominciare la pubblicazione di un giornale marxista, Rabotnik (l’operaio), mentre un giornale più popolare sarebbe stato pubblicato all’interno con il titolo Raboceie Dielo (la causa operaia). Il futuro del marxismo russo sembrava assicurato.
Poco dopo il ritorno di Lenin in Russia, tuttavia, sopraggiunse il disastro. Nella notte del 19 dicembre, mentre si preparava per la stampa il primo numero del Raboceie Dielo, la polizia effettuò una retata che catturò gran parte dei dirigenti. Una volta arrestato, Lenin negò tranquillamente di essere un socialdemocratico, e quando gli venne chiesto come mai avesse addosso della letteratura illegale, scrollò le spalle e disse che doveva averla presa in casa di qualcuno di cui aveva dimenticato il nome. In un coraggioso tentativo di ingannare la polizia e portarla a pensare di aver arrestato le persone sbagliate, i dirigenti rimasti liberi, guidati da Martov, pubblicarono un proclama ciclostilato rivolto agli operai: “La Lega di Lotta… continuerà il suo lavoro. La polizia ha fallito. Il movimento operaio non verrà distrutto dagli arresti e dagli esili: gli scioperi e le lotte non termineranno fino alla completa liberazione della classe operaia dal giogo capitalista.” (78) Lo stratagemma non riuscì e il 5 gennaio 1896 Martov e gli altri vennero arrestati.
Durante la detenzione Lenin progettò un’opera teorica importante, Lo sviluppo del capitalismo in Russia, e riuscì persino a mantenere una corrispondenza con l’organizzazione utilizzando abilmente un metodo primitivo ma efficace. I messaggi venivano scritti con del latte fra le righe di un libro, e apparivano in un color marrone chiaro se venivano esposti alla luce di una candela. Si costruiva un “calamaio” con del pane e se le guardie si avvicinavano, lo ingoiava. “Oggi”, scriveva, “ho mangiato sei calamai”. Il proclama Al governo dello zar, scritto in questo modo, venne ciclostilato e distribuito in centinaia di copie. La polizia cercò freneticamente l’autore, senza neppure sognarsi che fosse già ospite di Sua Maestà. Nonostante tutto, Lenin conservò il senso dell’umorismo, e scrisse alla madre: “Sono in una posizione di gran lunga migliore della maggior parte dei cittadini russi: non mi troveranno mai.” (79) Alcuni dei prigionieri se la passavano peggio. Uno dei dirigenti della Lega di Pietroburgo, Vaneiev, arrestato assieme a Lenin, si ammalò di tubercolosi - che ancora oggi è il flagello delle carceri russe - e non si riprese più. Un altro impazzì.
L’arresto dei “veterani” ebbe un effetto molto serio sullo sviluppo immediato dell’organizzazione. Tolti dalla scena i quadri più esperti e politicamente sviluppati, la direzione cadde in mano a elementi giovani, alcuni dei quali erano del tutto inesperti e privi di formazione. L’età media dei “vecchi” era in realtà attorno ai 24-25 anni. Il nome di partito di Lenin era starik (il vecchio): aveva 26 anni! I giovani che si trovarono a occupare posizioni dirigenti avevano vent’anni o meno. Erano entusiasti e devoti, ma politicamente incolti. La differenza si fece ben presto sentire. I successi significativi del lavoro di agitazione esercitarono una potente influenza sulle menti dei giovani e degli intellettuali che si allontanavano dalle idee screditate del populismo e del terrorismo individuale. Nuove reclute entravano nel movimento. Ma il livello teorico generale ne risultò abbassato. La battaglia contro la vecchia mentalità ristretta dei circoli di propaganda era stata vinta, ma nella loro ansia di estendere l’influenza di massa della socialdemocrazia attraverso il veicolo dell’agitazione economica, una parte degli studenti più impressionabili era incline a presentare la questione in modo unilaterale. Nel 1895-96 apparve all’Istituto tecnologico di Pietroburgo un gruppo guidato da uno studente di medicina energico e dotato, K. M. Takhtarev, che cominciò a sostenere che i socialdemocratici non dovevano considerarsi come “dirigenti” dei lavoratori, ma limitarsi a “servirli” aiutando a organizzare gli scioperi.
Tale era la crescita dell’influenza del marxismo, che i dirigenti arrestati vennero rapidamente rimpiazzati. Ma la qualità della direzione aveva subito un colpo severo. La tendenza guidata dallo studente Takhtarev conquistò rapidamente la supremazia nei confronti dei “vecchi”, che vennero ovunque messi da parte. I successi pratici dell’agitazione sedussero questi “attivisti” che cercavano una strada semplice per risolvere il problema complesso di costruire un partito rivoluzionario. Da principio, quasi impercettibilmente, cominciarono ad adattarsi ai pregiudizi dei lavoratori più arretrati, sostenendo che le idee politiche erano troppo difficili per le masse, e che in ogni caso la politica non riguardava gli operai, interessati a migliorare le loro condizioni economiche.
La polemica con gli “economisti”
Come spesso accade, una divergenza politica seria si espresse in primo luogo attraverso una questione accidentale e apparentemente secondaria. Prima di essere inviati nell’esilio siberiano, nel febbraio 1897, venne concesso a Lenin e diversi altri dirigenti di trascorrere tre giorni a Pietroburgo per sistemare i propri affari. Essi utilizzarono questo tempo per tenere una discussione con i dirigenti della Lega. Ci fu una riunione accalorata tra i vecchi e i nuovi dirigenti, i quali si disponevano a mettere in piedi gruppi separati per gli operai e per gli intellettuali. Emerse un aspro dissenso sulla questione di una “cassa operaia” organizzata su basi non politiche. Pur non negando la possibilità di lavorare in questo terreno, Lenin, appoggiato da Martov e altri, poneva l’accento principale sulla necessità di costruire la Lega di lotta come organizzazione rivoluzionaria. I nuovi dirigenti stavano in effetti proponendo di diluire il programma della Lega con l’obiettivo, almeno così presumevano, di renderlo più attraente per i lavoratori. Tale annacquamento dell’organizzazione in una fase precoce del suo sviluppo sarebbe stato fatale. Lenin argomentò fermamente a favore dello sviluppo di quadri operai ai quali dare posizioni chiave, ma senza ridurre l’organizzazione al livello degli operai più arretrati. “Se ci sono singoli operai coscienti degni di fiducia,” sostenne, “fateli entrare nel gruppo centrale [della Lega], e questo è tutto.” (80)
Dietro all’atteggiamento dei “giovani” c’era il desiderio opportunistico di trovare scorciatoie verso le masse, in desiderio impaziente di raccogliere dove non avevano seminato, unito a un disprezzo a malapena dissimulato verso la teoria. Questi, a grandi linee, furono gli aspetti comuni a tutte le differenti varietà di “economismo”, un fenomeno che più che costituire una teoria o una posizione politica elaborata rappresentava un sentimento indefinito, particolarmente di certi strati di studenti che erano entrati nella socialdemocrazia negli anni ’90 ed erano privi della stessa solida formazione teorica che aveva caratterizzato la generazione precedente di marxisti russi. Per la prima generazione dei marxisti russi, l’agitazione economica era solo una parte di un lavoro che univa sempre l’agitazione alla propaganda e cercava di allargarsi alle questioni più ampie. La Lega era riuscita a conquistare militanti del vecchio movimento narodnik con argomentazioni politiche. Dall’altra parte, il compito fondamentale nei confronti del movimento di scioperi era quello di partire dal livello di coscienza esistente per elevare la comprensione degli operai e portarli a comprendere, in base alla loro esperienza di lotta, la necessità di un completo rovesciamento sociale. I volantini agitativi locali avevano un raggio troppo limitato per assolvere a questo compito. Era necessario un giornale marxista che riflettesse non solo la vita e la lotta del proletariato, ma presentasse una generalizzazione di quella esperienza, in altre parole un organo rivoluzionario che servisse a unire il movimento di scioperi al movimento rivoluzionario contro l’autocrazia.
Precisamente a questo progetto lavoravano Lenin e Martov quando vennero arrestati. Ma i nuovi dirigenti della Lega di lotta di San Pietroburgo avevano altre idee. Si tenga a mente che si trattava di un’organizzazione di quadri, ancora agli inizi, che tentava di gettare le proprie basi di principio sia politiche che organizzative, lavorando per di più in pericolose condizioni di clandestinità, e che da poco era stata duramente colpita da un’ondata di arresti. Per Lenin le forme organizzative non erano assiomi matematici, né frasi fatte, ma erano parti di un processo vivente, che cambiavano e si adattavano alle circostanze. La sua posizione su questo non era determinata da principi astratti, ma dalle necessità del momento.
Il fenomeno che abbiamo descritto non era limitato alla sola Russia. Coincideva con la campagna condotta in Germania da Eduard Bernstein per la revisione del marxismo. Ovunque veniva innalzata la parola d’ordine della “libertà di critica” come maschera sotto la quale contrabbandare idee aliene e revisioniste nel partito. Le stesse controversie cominciarono a emergere nell’emigrazione, nell’Unione dei socialdemocratici russi all’estero, un’organizzazione formata nel 1894 e composta principalmente da studenti che da poco si erano uniti al movimento marxista. L’Unione era organizzativamente indipendente dall’Emancipazione del lavoro, e aveva un controllo di fatto dei contatti con la Russia. Era responsabile della raccolta di fondi, della tipografia, di organizzare il trasporto della letteratura clandestina e di mantenere i contatti con l’interno. Tuttavia, per conservare il suo controllo nel campo ideologico, il Gruppo per l’emancipazione del lavoro aveva insistito sul diritto a controllare la redazione delle pubblicazioni dell’Unione, inclusa la rivista Rabotnik.
Con la maggioranza dei dirigenti esiliati in Siberia, rimase solo il Gruppo per l’emancipazione del lavoro a condurre la lotta contro la nuova tendenza. Verso la fine del 1897 lo studente S. N. Prokopovic, che fino ad allora aveva collaborato con l’Emancipazione del lavoro, cominciò a sollevare divergenze simili. Dovette trattarsi di un colpo doloroso per il Gruppo, in un momento nel quale finalmente pareva che la collaborazione con i giovani in Russia procedesse su basi solide. Ansioso di evitare una rottura, Plekhanov assunse in principio un tono insolitamente conciliatorio. In una lettera ad Axelrod datata 1 gennaio 1898, scrisse: “…dobbiamo pubblicare il suo lavoro sull’agitazione: a mio parere non è male, e dobbiamo incoraggiare i ‘giovani talenti’, altrimenti sapete che si lamenteranno che li schiacciamo.” (81)
Gran parte degli attriti iniziali tra i due gruppi sorsero indubbiamente dal risentimento dei giovani per il protagonismo politico di Plekhanov. Si sentivano sminuiti e schiacciati dai vecchi, e il rigoroso controllo ideologico esercitato su di essi suscitava il loro risentimento. Gli studenti ben presto attaccarono quello che era, per generale riconoscimento, il lato debole delle attività del Gruppo per l’emancipazione del lavoro: l’organizzazione. Cominciarono a trovare da ridire sulle questioni organizzative e a chiedere di controllare la contabilità, che certo era in uno stato caotico. Avendo segnato un punto a loro favore, i giovani passarono ad altre questioni. Il piccolo circolo attorno a Plekhanov si trovò assediato da tutti i lati. A corto di fondi, e pesantemente dipendente dai “giovani” dell’Unione dei socialdemocratici russi all’estero per quello che riguardava i contatti con la Russia, il gruppo era in serie difficoltà. Gli effetti della tensione sul morale e sui nervi dei suoi membri cominciarono a mostrarsi, portando a relazioni sempre più tese tra Plekhanov e Axelrod. Nell’aprile del 1898 c’erano chiari segni di demoralizzazione, con Axelrod che si domandava se il gruppo avesse ragione di esistere, e Vera Zasulic che, adducendo motivi di salute, parlava di abbandonare l’attività.
Nella sua biografia di Plekhanov, S. H. Baron riassume l’atteggiamento degli studenti verso il Gruppo per l’emancipazione del lavoro: “Il dedicarsi della figura principale del gruppo, Plekhanov, ad astratti lavori teorici e filosofici non era una patente dimostrazione del suo distacco dalla realtà russa? …Con l’argomento che avevano perso il contatto con la situazione in Russia ed erano malinformati riguardo alle sue necessità, i veterani marxisti vennero dichiarati incapaci di guidare il movimento. Anche se il Gruppo avesse avuto una visione più realistica delle necessità del momento, la sua lentezza e inefficienza lo rendevano incapace di ricoprire il ruolo dirigente che rivendicava. Fino a quando le redini restavano nelle mani del Gruppo era impossibile assolvere a compiti essenziali. Coloro che avevano fondato il movimento, dandogli grande impulso iniziale, si erano trasformati in un ostacolo. E tuttavia si rifiutavano di cedere il passo a chi era più qualificato e che aveva sia una chiara coscienza delle necessità, sia le energie necessarie per farvi fronte. Un’altra accusa simile che veniva loro rivolta riguardava l’atteggiamento estremamente critico del Gruppo e la sua intolleranza verso le opinioni divergenti, che impediva lo sviluppo delle nuove menti letterarie così urgentemente necessarie al movimento… Organizzando l’opposizione contro i veterani, attaccando le loro prerogative e mostrando scarso rispetto per la loro autorità, i critici scatenarono una sorta di guerriglia contro il Gruppo. Quello a cui chiaramente miravano era ridurre il potere dei veterani e forse pensavano persino di soppiantarli completamente e prendere essi stessi la direzione del movimento.”
In una certa misura le tensioni tra il Gruppo per l’emancipazione del lavoro e la nuova generazione di giovani provenienti dalla Russia erano comprensibili. Avendo condotto una lotta ostinata per la teoria marxista, Plekhanov era riluttante a dare una possibilità di partecipare al lavoro letterario e teorico ai nuovi arrivati. La successiva evoluzione politica di questi ultimi mostrò che Plekhanov aveva buoni motivi per nutrire apprensione. D’altra parte, Plekhanov non era l’individuo con cui la collaborazione fosse più semplice. Il suo distacco aristocratico e la sua mancanza di sensibilità erano brucianti ed erano causa di risentimenti, in particolare fra i collaboratori più giovani, che sistematicamente subivano i suoi rabbuffi. Non per nulla il giovane Trotskij, il quale a sua volta successivamente entrò in contrasto con il vecchio, lo descrisse come maitre de tous types de froideur (maestro in ogni genere di freddezza). Nonostante tutto ciò, tuttavia, quello che c’era dietro questa campagna era l’egocentrismo degli intellettuali, aggravato dalle consuete frustrazioni, esagerazioni e conflitti personali della vita degli esiliati. Dall’altra parte, il disprezzo per la teoria e gli appelli demagogici alla “politica pratica” e all’“attività” derivavano dall’arroganza degli intellettuali, ai quali servivano come foglia di fico per coprire la loro profonda ignoranza. Baron riassume così l’atteggiamento di Plekhanov verso questa gente: “La loro preoccupazione per le questioni di amministrazione pratica li caratterizza come meri burocrati, uomini privi di passione rivoluzionaria e di spirito troppo ristretto per essere in grado di rispondere alle grandiose prospettive del movimento.” (82)
Come sempre, Vera Zasulic tentò di mediare tra Plekhanov e i “giovani”. Ma alla fine del 1897 le cose presero una piega più seria. Fino ad allora i conflitti tra l’Unione e l’Emancipazione del lavoro erano rimasti prevalentemente confinati sul terreno organizzativo piuttosto che politico. Ma rivista Rabociaia Mysl (il pensiero operaio), da poco apparsa, portò ad un cambiamento radicale nella situazione.
Sarebbe scorretto sostenere che in quella fase la deviazione “economista” esistesse già come corrente completamente formata. Ma la discussione rivelò inclinazioni allarmanti e una incipiente tendenza opportunista che diede motivo di preoccupazione ai “veterani”. Le loro peggiori paure vennero confermate con l’apparizione della Rabociaia Mysl, il cui primo numero uscì a San Pietroburgo nell’ottobre del 1897. Questa esprimeva le idee della nuova tendenza nel modo più aperto e crudo. Il primo numero aveva posto con chiarezza l’atteggiamento della rivista:
“Fintanto che il movimento non era altro che un mezzo per calmare gli intellettuali presi dal rimorso (!), esso era alieno agli operai stessi… la base economica del movimento era oscurata dal costante tentativo di ricordare l’ideale politico… L’operaio medio restava al di fuori del movimento… La lotta per gli interessi economici era la più ostinata delle lotte, la più potente in termini di numero di persone alle quali era comprensibile, e in termini di eroismo con il quale la persona comune difendeva il proprio diritto all’esistenza. Tale è la legge di natura. La politica segue sempre docilmente l’economia, e come risultato generale di ciò, le conquiste politiche vengono ottenute di passata, strada facendo. La lotta per lo status economico (?), la lotta contro il capitale nel campo degli interessi vitali quotidiani, e gli scioperi come mezzo di questa lotta - tale è il motto del movimento operaio.” (83)
L’idea fondamentale espressa in queste righe è che gli operai non possono comprendere la “politica” e non ne hanno bisogno. La logica di tutto ciò è che il partito rivoluzionario è irrilevante. Dietro la difesa demagogica dell’indipendenza degli operai dagli intellettuali c’era in realtà l’indipendenza degli operai dal marxismo. Il pericolo implicito in questa idea era chiaro. Se si fosse accettata la posizione degli economisti, il partito si sarebbe dissolto nella massa dei lavoratori spoliticizzati. Già nella riunione fra i nuovi dirigenti della Lega di Pietroburgo e Lenin e Martov, quando questi ultimi erano stati rilasciati temporaneamente in libertà vigilata nel febbraio 1897, Takhtarev aveva proposto che i delegati del sindacato (gruppo operaio centrale) fossero automaticamente ammessi nella Lega. Lenin aveva difeso l’idea di reclutare gli operai al partito, ma si era opposto a ogni sfumatura della distinzione fra il partito, che rappresenta il settore più avanzato dei lavoratori, e le organizzazioni di classe più ampie, in particolare in un momento in cui il partito lottava per l’esistenza in condizioni difficili e pericolose di illegalità.
Naturalmente la tendenza economista in generale e la Rabociaia Mysl in particolare godono di un eccellente trattamento presso gli odierni critici borghesi del bolscevismo, i quali sono ben disposti ad abbandonarsi alle distorsioni più sfacciate per sostenere qualsiasi tendenza contro Lenin. Il succo della distorsione è pressappoco il seguente: gli economisti erano democratici e favorevoli ad “aprire” il partito agli operai, mentre Lenin era un elitario cospiratore, determinato a mantenere la direzione nelle mani di una piccola cricca di intellettuali, dominata da lui stesso. Un caso classico è il libro di A. K. Wildman The Making of a Workers’ Revolution, che è un mal dissimulato tentativo di utilizzare la controversia con gli economisti come un’arma per colpire Lenin. Purtroppo “i fatti sono ostinati”. Dopo aver cercato freneticamente, Wildman infine ha scoperto che c’era in realtà un operaio, solo uno, nella redazione della Rabociaia Mysl. Ma i “fari” della Rabociaia Mysl erano tutti intellettuali del gruppo di Takhtarev. La maggior parte di essi divennero liberali e aspri avversari del socialismo, il che spiega il trattamento amichevole nei libri degli storici borghesi. E poi, tutt’a un tratto, ecco che a pagina 130 del suo libro Wildman è costretto ad ammettere che “nonostante il loro controllo della direzione, gli aderenti alla Rabociaia Mysl non riuscirono a portare i rappresentanti operai nel Sojuz Bor’by (Lega di lotta), in flagrante contraddizione con i loro presupposti teorici”.
Neppure il loro tentativo di ingraziarsi il favore delle “masse” usando un tono condiscendente incontrò grande successo. Un vero giornale operaio rivoluzionario non deve limitarsi a riflettere l’attuale posizione e la coscienza attuale delle masse, ma deve sforzarsi, a partire da questo, di elevarlo al livello dei compiti posti dalla storia. Accanto agli articoli agitativi dedicati alle questioni e ai problemi quotidiani dei lavoratori, deve includere articoli più generali (propaganda) e anche una certa parte di teoria. Anche un ardente ammiratore della Rabociaia Mysl' come Wildman deve ammettere che “dopo alcune colonne, la ripetizione interminabile delle ‘truffe’ e degli ‘imbrogli’ dei padroni e delle molestie dei capireparto, intercalata con minacciose espressione di indignazione, diventava noiosa.” (84) Un operaio può comprare un giornale del genere una o due volte, ma quando realizza che è una semplice ripetizione di quanto già sa, che non si fa nessun tentativo di elevare il suo livello di comprensione o di insegnargli qualcosa di nuovo, invariabilmente se ne stufa e smette di leggerlo.
I teorici intellettuali della Rabociaia Mysl che a parole mettevano gli operai su un piedistallo, in pratica mostravano il loro disprezzo verso i lavoratori parlando loro con condiscendenza dalle pagine del loro giornale, il quale era poco più che un bollettino di scioperi. Con il loro desiderio di essere “popolari” e di produrre un “giornale di massa”, gli economisti non facevano altro che porsi alla coda della classe operaia. Questo emerse durante uno sciopero nella grossa fabbrica Maxwell e Paul nel dicembre 1898. Gli scioperanti, di fronte alla tattica brutale della polizia, avevano deciso di difendersi. Le lettere degli operai che caddero in mano ai socialdemocratici mostravano come i lavoratori fossero più avanzati e rivoluzionari di quanto gli economisti fossero disposti ad ammettere. Un’operaia del distretto di Vyborg scriveva: “Non potete immaginare che dispiacere sia per me e per tutti noi. Eravamo decisi ad andare fino al Nevskij Prospekt [la principale arteria borghese nel centro di Pietroburgo] o in città. È veramente nauseante morire come cani in questo buco dove nessuno può neppure vederti… E voglio dirvi ancora un’altra cosa: anche se hanno preso tanti di noi - forse non siamo rimasti che la metà - terremo duro lo stesso.” Un altro operaio sottolineò: “È un peccato che non avessimo uno striscione. La prossima volta dovremo avere sia uno striscione che le pistole.” (85) I socialdemocratici locali furono galvanizzati da questi sviluppi e mandarono un articolo entusiasta alla redazione della Rabociaia Mysl all’estero. I redattori emigrati aggiunsero una dichiarazione che criticava gli operai per essersi esposti alla repressione. Quando il gruppo di San Pietroburgo ricevette quell’edizione ne fu talmente esasperato da rifiutarsi per mesi di distribuire il giornale.
Nel famoso opuscolo di Kremer Sull’agitazione il rapporto fra agitazione economica e lotta politica era espresso chiaramente laddove dichiarava che “per quanto sia vasto il movimento operaio, il suo successo non sarà assicurato fino a quando la classe operaia non si ponga fermamente sul terreno della lotta politica”, e che “la conquista del potere politico è la prova fondamentale per il proletariato militante… Il compito dei socialdemocratici così consiste nell’agitazione costante fra gli operai di fabbrica sulla base delle piccole esigenze e rivendicazioni esistenti. La lotta provocata da questa agitazione insegnerà ai lavoratori a difendere i propri interessi, accrescerà il loro coraggio, darà loro la coscienza delle loro stesse forze e della necessità dell’unità, e in ultima analisi li metterà di fronte ai problemi più seri che richiedono soluzione. Preparata in questo modo per una lotta più seria, la classe operaia passerà a risolvere le sue questioni più urgenti.”
Tuttavia gli economisti interpretarono questo in modo completamente unilaterale. L’agitazione economica e un piatto “attivismo” vennero elevati al grado di panacea. La teoria rivoluzionaria veniva in effetti relegata in un ruolo secondario. In questo modo un’idea corretta venne trasformata nel suo opposto, facendo sviluppare la teoria antimarxista delle “fasi”, che avrebbe avuto in seguito effetti tanto disastrosi per opera dei menscevichi e degli stalinisti. “Le rivendicazioni politiche”, scrisse l’economista Kricevskij, “che per loro natura sono comuni a tutta la Russia, devono inizialmente corrispondere all’esperienza derivata dalla lotta economica da parte di un dato strato di operai. Solo sulla base di questa esperienza è possibile e necessario passare all’agitazione politica.” (86)
Queste righe esprimono con grande chiarezza la natura opportunista dell’economismo, il quale nasceva dal desiderio di trovare una scorciatoia verso le masse annacquando il programma del marxismo e abbandonando le rivendicazioni “difficili” pretendendo che le masse non fossero pronte per esse. Sul fondo, questo fenomeno era analogo alla politica dei “piccoli fatti” difesa dai populisti liberali. Si adattava perfettamente all’opportunismo codardo dei marxisti legali, i quali in rappresentavano realtà l’ala sinistra del liberalismo borghese. Nelle idee dell’economismo era implicita la paura di affrontare le autorità zariste, che si esprimeva nell’evitare le rivendicazioni politiche e nel tentare di presentare l’attività dei socialdemocratici come una “questione privata” fra gli operai e gli industriali sul terreno sindacale, lasciando ad altri la questione dello Stato. In realtà il significato di tutti gli argomenti degli economisti era che i socialdemocratici avrebbero dovuto passivamente adattarsi ai ristretti limiti di legalità o semilegalità offerti dallo Stato zarista.
Limitandosi ad avanzare rivendicazioni economiche, gli economisti speravano di evitare l’ira delle autorià zariste. In questo senso l’economismo era l’immagine speculare della posizione adottata dal marxismo legale, assommando all’abbandono della lotta rivoluzionaria consegnando la direzione del movimento ai liberali. Tale schema, tuttavia, contrastava duramente con la realtà. Anche se gli economisti erano disposti ad adottare una politica di non intervento nella lotta democratica rivoluzionaria contro lo zarismo, lo Stato zarista non era in alcun modo disposto a mettersi da parte nella lotta tra operai e capitalisti. Uno sciopero dopo l’altro veniva represso dalla polizia e dai cosacchi. Le ondate successive di arresti si portavano via i settori più attivi e coscienti del movimento operaio.
Secondo il rapporto della delegazione bolscevica al congresso di Amsterdam (1904) della Seconda Internazionale, la vita media di un gruppo socialdemocratico in Russia era a quell’epoca non più di tre o quattro mesi. L’onda costante degli arresti si portava via i militanti più esperti e teoricamente preparati, i quali venivano sostituiti da giovani poco formati. Questo è un fatto importante per capire l’ascesa dell’economismo nella seconda metà degli anni ’90. Un partito con un ricambio così alto, obbligato a rimpolpare la sua direzione con un costante afflusso di giovani inesperti e politicamente incolti, soffre inevitabilmente di una certa diluizione ideologica e di un generale abbassamento del suo livello politico. Quando la maggioranza di questi giovani siano studenti e intellettuali, il rischio di degenerazione politica e l’influsso di idee aliene vengono moltiplicati per mille. Per un partito rivoluzionario perdere i propri quadri significa perdere la spina dorsale. Perdendo il suo polo nord teorico viene inevitabilmente trascinato fuori strada. Anziché intervenire nel movimento della classe per fornirgli una direzione politica cosciente, un partito in queste condizioni può solo accodarsi al movimento stesso. I marxisti russi avevano un’espressione che esprimeva plasticamente questa tendenza: chvostizm (codismo). Laddove il marxismo rivoluzionario rappresenta la parte più cosciente e pensante della classe operaia, l’economismo e tutte le altre scuole del riformismo costituiscono una parte diversa e opposta della sua anatomia. L’economismo non fu mai una tendenza ideologica omogenea.
Nonostante tutti i problemi e i passi indietro, il nuovo movimento cresceva rapidamente. Sorsero gruppi socialdemocratici a Tver, Archangelsk, Odessa, Tiflis, Batum, Baku, Varsavia, Minsk, Riga e in molti altri centri importanti. Per la prima volta si poteva parlare di una vera organizzazione panrussa. Le condizioni nelle quali questi gruppi erano costretti a funzionare, tuttavia, non erano tali da favorire la chiarezza ideologica e la coesione organizzativa. I contatti erano difficili, irregolari e venivano continuamente interrotti. Frequentemente gli arresti portavano alla distruzione di alcuni gruppi, mentre ne emergevano di nuovi. In tali circostanze il compito di stabilire una direzione solida e autorevole all’interno della Russia si dimostrava pressoché impossibile. I gruppi socialdemocratici locali tendevano ad una visione piuttosto limitata. L’assenza di legami stabili con un centro nazionale, i problemi creati dalla condizione di illegalità e l’immaturità e l’inesperienza della maggioranza dei membri significavano che la maggior parte del lavoro aveva un carattere localistico e alquanto dilettantesco. La sottovalutazione della teoria da parte degli economisti e la loro insistenza ristretta sui compiti pratici del lavoro di massa e dell’agitazione non erano che l’altra faccia della medaglia. Forse la deviazione economista di una parte della gioventù russa avrebbe potuto essere ridotta a un episodio di malattia infantile, se non fosse stato per la sua coincidenza con un fenomeno internazionale di gran lunga più serio.
Nel 1898, in occasione del cinquantesimo anniversario del Manifesto del partito comunista, Plekhanov fu orripilato nel leggere sulla Neue Zeit un articolo di Bernstein, dirigente socialdemocratico tedesco di primo piano, che metteva in discussione le idee fondamentali del marxismo. “Ma come! Questa è una negazione completa sia della tattica rivoluzionaria che del comunismo” scrisse Plekhanov. “Quegli articoli quasi mi fecero ammalare.” Erano solo i colpi iniziali di una campagna prolungata che Bernstein condusse sulla stampa del partito tedesco in favore della “revisione” del marxismo. Bernstein sosteneva che il marxismo fosse superato. Le teorie sedicenti “moderne” degli attuali dirigenti laburisti non sono altro che plagi maldestri di concetti espressi con abilità molto maggiore da Bernstein un secolo fa.
Tra le altre cose Bernstein sosteneva che la concentrazione del capitale industriale procedeva a un ritmo molto più lento di quanto Marx non avesse previsto; il gran numero di piccole imprese mostrava la vitalità dell’impresa privata (“piccolo è bello”, come si dice oggi!); invece di una polarizzazione fra lavoratori e capitalisti, la presenza di numerosi strati intermedi significava che la società era molto più complessa (“i nuovi ceti medi”); in luogo dell’“anarchia della produzione”, il capitalismo poteva essere controllato, fino al punto che le crisi erano meno frequenti e meno severe (keynesismo e “capitalismo regolato”); e la classe operaia, oltre ad essere una minoranza della società, era solo interessata al miglioramento immediato delle proprie condizioni di esistenza (“mobilità verticale”).
Naturalmente queste idee non cadevano dal cielo. Esse riflettevano la pressione di un periodo prolungato di ascesa economica del capitalismo che durò per quasi due decenni, giungendo a termine con la Prima guerra mondiale. Questo periodo di relativa pace sociale e anche di un certo miglioramento nel livello di vita, perlomeno degli strati superiori del proletariato in Germania, Gran Bretagna, Francia e Belgio, alimentò l’illusione che il capitalismo fosse avviato a risolvere le sue contraddizioni fondamentali. La rapida crescita dell’influenza e della forza dei partiti operai e dei sindacati generò anche una nuova casta di funzionari sindacali, parlamentari, consiglieri comunali e burocrati di partito, che per concezioni e condizioni di vita si allontanarono progressivamente da coloro che si presumeva rappresentassero. Questo strato, ragionevolmente benestante e cullato dall’apparente successo del capitalismo, fornì una base sociale al revisionismo, una reazione piccolo borghese contro le tensioni e i conflitti della lotta di classe, una brama di agi materiali e un desiderio di una transizione pacifica e armoniosa verso il socialismo, in un futuro distante e indefinito.
La reazione di Axelrod verso gli articoli di Plekhanov sulla Neue Zeit (Tempi nuovi) fu inizialmente più tollerante di quella di Plekhanov, che ne fu oltraggiato. In realtà la controversia scosse sia Axelrod che la Zasulic fino alla demoralizzazione. L’impressionabile Vera Zasulic, in particolare, era tormentata dai dubbi. Solo Plekhanov rimase incrollabile, chiamando a raccolta i suoi compagni e gettandosi nella mischia. I suoi articoli contro Bernstein e Konrad Schmidt (sulla filosofia, In difesa del materialismo dialettico) mostrano il meglio di Plekhanov: un combattente instancabile in difesa delle idee fondamentali del marxismo. I rappresentanti più in vista della sinistra dell’Spd, Rosa Luxemburg e Parvus, lanciarono un aspro contrattacco. Ma quello che più di ogni altra cosa scosse Plekhanov fu la reazione di Kautsky.
Considerato generalmente come il guardiano per eccellenza dell’ortodossia marxista, Kautsky era anche un amico personale di Plekhanov. Ma ora non solo egli permetteva l’utilizzo della Neue Zeit - rivista della quale era direttore - per la sua diatriba antimarxista, ma inzialmente si era anche astenuto dal criticare Bernstein sulla stampa. Alla luce della storia successiva, il silenzio di Kautsky era significativo. Con tutte le sue tesi scolastiche sulla rivoluzione e la lotta di classe, il marxismo di Kautsky aveva un carattere astratto, scolastico. Laddove Plekhanov considerava Bernstein come un nemico da attaccare, smascherare e, se necessario, cacciare, Kautsky lo vedeva ancora come un compagno caduto in errore, le cui eccentricità nel campo teorico non avrebbero dovuto guastare delle relazioni gradevolmente amichevoli. L’atteggiamento di Kautsky viene rivelato apertamente da una lettera che scrisse ad Axelrod il 9 marzo 1898, nella quale si congratulava con lui per i suoi articoli contro Bernstein nei termini seguenti: “Sono molto interessato alla vostra opinione su Eddie. Per la verità, temo che lo stiamo perdendo… tuttavia non l’ho ancora dato per perso e spero che quando entrerà in contatto personale - sia pure solo per iscritto - con noi, allora qualcosa del vecchio combattente tornerà nel nostro Amleto (sic) e rivolgerà di nuovo le sue critiche contro il nemico e non contro di noi.” (87)
Quando infine, pungolato e spinto da Plekhanov, si risolse a dargli una risposta pubblica, Kautsky fu ben attento a investirlo con un tono il più possibile conciliante, quasi scusandosi per averlo contraddetto: “Bernstein ci ha obbligato a riconsiderare le cose, e dobbiamo ringraziarlo per questo.” Plekhanov, furente, scrisse una lettera aperta a Kautsky con il titolo Perché dovremmo ringraziarlo? nella quale poneva bruscamente la questione: “Chi seppellirà chi? Sarà Bernstein a seppellire la socialdemocrazia, o la socialdemocrazia, Bernstein?” (88)
Se i membri del Gruppo per l’emancipazione del lavoro reagirono duramente al tentativo di Bernstein di annacquare l’insegnamento rivoluzionario di Marx, egli aveva tuttavia i suoi ammiratori fra i russi. Fino a quel momento la deviazione economista mancava di un contenuto teorico coerente. Ora, cominciando dagli emigrati, gli economisti si aggrapparono con entusiasmo alle idee di Bernstein come giustificazione delle proprie tendenze opportuniste. Anche se la Rabociaia Mysl cercava di evitare la politica come la peste, essa aveva una linea politica ben definita: una linea riformista e antirivoluzionaria: “Lo sviluppo della legislazione di fabbrica,” dichiarava, “delle mutue operaie e la partecipazione degli operai ai profitti, lo sviluppo dei sindacati trasformeranno gradualmente la società capitalista in una società socialista… Non l’aggravamento della povertà del proletariato, non l’aggravarsi del conflitto tra capitale e lavoro, non l’aggravarsi delle contraddizioni interne della produzione capitalista, ma piuttosto la crescita e lo sviluppo della forza e dell’influenza del proletariato porteranno al socialismo.” (89)
Gli ideologi della Rabociaia Mysl erano studenti e intellettuali attraverso i quali la pressione della borghesia liberale si esercitava sul movimento operaio. La loro aperta ammirazione per Bernstein non era casuale. Essi rappresentavano una variante specificamente russa del fenomeno internazionale del revisionismo, il quale a sua volta era l’espressione degli interessi dei “progressisti” delle classi medie in occidente che si erano avvicinati al movimento operaio una volta chiaro che quest’ultimo si era definitivamente stabilito come un forte agente sociale e pertanto anche come una potenziale fonte di impieghi, prestigio e reddito. Nei fatti fin dai primissimi giorni della socialdemocrazia tedesca Engels aveva messo in guardia contro l’influenza perniciosa degli universitari “socialisti della cattedra”, personaggi come Dühring, i quali graziosamente si degnavano di offrire i loro servigi al movimento operaio al fine di spingerlo sulla strada della collaborazione di classe.
Il paragone, tuttavia, è valido solo entro certi limiti. Il contesto sociale nel quale sorse l’economismo era molto differente da quello in cui nacque e prosperò il revisionismo tedesco. Proprio come la borghesia russa presentava uno sviluppo debole e anemico in paragone al potente capitalismo tedesco, francese e britannico, così i bernsteiniani russi erano i parenti poveri dell’opportunismo internazionale. Non avevano idee proprie, al di fuori delle mode effimere, degli stati d’animo e dei pregiudizi degli intellettuali. Quel poco di bagaglio ideologico che possedevano era tratto dai tedeschi e dagli inglesi. Il riformismo ha una base materiale. Il capitalismo in Gran Bretagna, Germania e Francia giocava ancora un ruolo progressivo nello sviluppo delle forze produttive. Il periodo di crescita economica che precedette la Prima guerra mondiale, il miglioramento nelle condizioni di un settore delle masse e il conseguente ammorbidimento dei rapporti fra le classi costituivano le premesse sociali ed economici per l’ascesa del revisionismo di Bernstein. Ma i semi che in occidente prosperavano sul terreno del progresso economico si dimostrarono pressoché sterili sul terreno duro e roccioso della Russia. Qui non c’era un’ampia aristocrazia operaia, ma una massa di proletari pauperizzati che lavoravano come schiavi nella grande industria. Solo in un’area le idee dell’economismo trovarono la materia prima necessaria ad ottenere un eco nella classe operaia.
Con i dirigenti più esperti ormai quasi tutti in carcere, il livello medio dei militanti era sceso ad un punto molto basso. Le idee dell’economismo si diffusero nei comitati locali. Le conseguenze pratiche si videro già con il Primo maggio 1899, quando il giovane gruppo pietroburghese pubblicò un volantino rivendicando la giornata lavorativa di dieci ore, in contrasto con lo slogan internazionalmente accettato della giornata di otto ore; un’azione che venne denunciata nel primo numero della Zarja come “un tradimento della socialdemocrazia internazionale” (90)
Per porre su basi salde il movimento in Russia era necessario mettere fine a questo stato di cose. Il bisogno pressante di un partito unito con una direzione stabile e, soprattutto, di un giornale marxista diffuso in tutta la Russia, era sentito da ognuno. Solo con il lancio dell’Iskra di Lenin l’unificazione del partito operaio socialdemocratico russo divenne un progetto praticabile. Ma prima di allora ci fu un tentativo di lanciare il partito attraverso un congresso di fondazione.
Alle dieci di mattina dell’1 marzo 1898 (17 marzo del vecchio calendario) un gruppo di nove persone si riuniva in casa del ferroviere Rumjantsev nella città occidentale di Minsk. Scopo della riunione era, apparentemente, l’onomastico della moglie di Rumjantsev. Nella stanza accanto la stufa era accesa, non per il freddo ma per bruciare le carte compromettenti in caso di un’incursione della polizia. Data la prossimità di una caserma della polizia a cavallo, e dato che le nove persone coinvolte erano dirigenti dei gruppi socialdemocratici di Mosca, Kiev, San Pietroburgo e Iekaterinoslav, del gruppo della Rabociaia Gazeta (Giornale operaio) e dell’organizzazione socialdemocratica ebraica, il Bund, tali precauzioni erano chiaramente necessarie. Fu dunque in queste condizioni che si riunì il primo e ultimo congresso del Partito operaio socialdemocratico russo mai tenuto sul suolo russo sotto lo zarismo. Da diversi anni era evidente la necessità di tenere un congresso per formalizzare l’esistenza del partito, eleggere una direzione e unificare i gruppi locali. Dalla sua cella, Lenin era in precedenza riuscito a far uscire una bozza di programma per il partito, faticosamente scritta con il latte fra le righe di un libro.
Alcuni progressi erano già stati compiuti. I gruppi clandestini avevano accettato di ribattezzarsi Leghe di lotta per l’emancipazione della classe operaia e anche di produrre un giornale illegale con il nome di Raboceie Dielo (la causa operaia). Un comitato clandestino era stato formato a Kiev allo scopo di stampare il giornale, il primo numero del quale apparve nell’agosto 1897 (anche se per ragioni di clandestinità venne datato novembre). L’organizzazione di Kiev era anche stata incaricata dell’organizzazione del congresso, poiché era sfuggita a gran parte degli arresti. Tuttavia la convocazione di un congresso all’interno della Russia in queste condizioni era piena di difficoltà. Certi gruppi - come il giovane gruppo pietroburghese, i gruppi di Odessa e Nikolaev e l’Unione dei socialdemocratici all’estero - non vennero invitati per motivi di sicurezza. Dall’altra parte il gruppo di Kharkov aveva declinato l’invito sostenendo che la formazione del partito era prematura.
Non fu un caso se il congresso si tenne a Minsk. Le regioni polacche e occidentali, come abbiamo visto, erano focolai di agitazione rivoluzionaria antizarista, nei quali i due aspetti dell’oppressione nazionale e sociale si combinavano nel creare un’atmosfera esplosiva. Il movimento di scioperi degli anni ’90 aveva agito da punto di riferimento per la rabbia, l’odio e lo scontento delle nazionalità oppresse, particolarmente degli ebrei. Il movimento degli operai e degli artigiani ebrei portò alla formazione dell’Unione operaia generale ebraica di Lituania, Polonia e Russia già nel 1897, un anno prima del primo congresso dello stesso partito russo. Come osserva Zinoviev, per i primi due o tre anni dopo la sua formazione il Bund fu “l’organizzazione più forte e numerosa del nostro partito”. (91) All’epoca del primo congresso il Bund aveva risorse e un numero di militanti di gran lunga magggiori dei gruppi socialdemocratici nel resto della Russia, con 14 organizzazioni locali (o “comitati”, come venivano chiamati) a Varsavia, Lodz, Belostok, Minsk, Gomel, Grodno, Vilna, Dvinsk, Kovno, Vitebsk, Mogilev, Berdicev, Zitomir e Riga. Comitati minori esistevano anche in molte altre zone, incluse Kiev, Odessa e Brest-Litovsk.
L’organizzazione del Bund, tuttavia, rimase sempre più vicina a quella di un movimento sindacale che di un partito rivoluzionario. Persino Akimov dovette ammettere che il livello politico della sua direzione era basso: “Considero questa come una debolezza indiscutibile del Bund: il proletariato ebreo manca di teorici.” (92) In realtà, come abbiamo già visto, il nucleo centrale dei suoi membri non erano proletari ma artigiani e operai di mestiere. L’organismo dirigente consisteva in un Comitato centrale (Cc) di tre componenti, eletto nel congresso ogni due anni. A livello locale il Bund organizzava sezioni sindacali (spesso tradotto erroneamente come Camere del lavoro), comitati di propaganda, comitati di intellettuali, gruppi di discussione, comitati di agitazione, ciascuno dei quali sembra funzionasse in modo più o meno separato. Le sezioni sindacali riunivano 5-10 membri del Bund in una determinata categoria. Questi gruppi venivano nominati dal Cc e sembra si riunissero regolarmente per discutere di argomenti sindacali. Solo dopo l’agosto del 1902, sotto la pressione dell’Iskra, il Bund costruì dei comitati rivoluzionari che raggruppavano i lavoratori più avanzati in modo distinto e separato dai diversi gruppi sindacali. L’intera struttura del Bund era organizzata su basi del tutto non marxiste, con gli operai chiusi nelle sezioni sindacali e separati da compartimenti stagni dagli intellettuali, i quali lavoravano autonomamente nei propri comitati.
Nonostante le carenze del Bund, gli operai e gli artigiani ebrei socialisti giocarono un ruolo importante nella fase iniziale del movimento. Il fatto che il primo congresso si riunisse a Minsk era un riconoscimento di questo ruolo. Solo il Bund aveva le risorse per organizzare un congresso del genere proprio sotto il naso della polizia zarista e il fatto che il congresso completasse con successo i suoi lavori in sei sessioni che durarono tre giorni costituisce un tributo alle loro capacità organizzative.
Poiché non vennero tenuti verbali, praticamente tutto quello che si sa dei lavori è contenuto nelle risoluzioni adottate. Sotto la pressione del Bund si convenne che “L’Unione generale operaia di Russia e Polonia entra nel partito come organizzazione autonoma, indipendente solo per quelle questioni che riguardino specialmente il proletariato ebreo”. (93)
Questa concessione ai pregiudizi nazionali del Bund avrebbe dato luogo successivamente a una polemica di primo piano, quando la questione nazionale occupò un posto centrale nelle deliberazioni dei marxisti russi. Pur opponendosi implacabilmente all’oppressione delle minoranze nazionali in tutte le sue manifestazioni, e pur difendendo i diritti delle nazionalità oppresse incluso il diritto all’autodeterminazione, Lenin insistette sulla necessità di mantenere l’unità delle organizzazioni operaie e lottò contro ogni tendenza a dividerle su linee nazionali.
Come abbiamo visto, il movimento socialdemocratico fece progressi spettacolari tra gli operai e artigiani ebrei nelle regioni ai confini occidentali dell’impero russo. La direzione della nuova organizzazione degli operai ebrei, il Bund, tuttavia si identificava strettamente con il punto di vista degli economisti. La mancanza di un forte centro dirigente ebbe l’effetto di aggravare le tendenze al particolarismo locale, il quale ebbe effetti particolarmente dannosi sui rapporti fra i socialisti non russi e i loro omologhi russi. Il gruppo dirigente del Bund cominciò a sviluppare un punto di vista nazionalista ristretto che, se non fosse stato contrastato, avrebbe potuto avere conseguenze estremamente pericolose per gli stessi operai ebrei in quanto minoranza oppressa. Osip Pianitskij ricordò come nel 1902 “gli operai ebrei si erano organizzati per primi e il lavoro fra loro era più facile che non fra i lituani, i polacchi e i russi. Il centro dirigente degli operai ebrei non conduceva e non voleva condurre alcun lavoro fra i non ebrei.”
Allo stesso tempo, l’esistenza di divisioni nazionali aveva portato a dividere persino le organizzazioni più basilari della classe operaia. Non esisteva un solo sindacato nella Russia occidentale che accettasse fra i suoi membri lavoratori di tutte le nazionalità. Gli stessi partiti, divisi su linee nazionali, mantenevano i propri sindacati: i socialdemocratici lituani, i socialdemocratici polacchi, il Pps e naturalmente il Bund, il quale giocò un ruolo estremamente negativo nel perpetuare divisioni che ostacolavano seriamente la causa operaia in generale, e degli operai ebrei in particolare. L’istinto degli operai ebrei era favorevole all’unità, ma i dirigenti insistevano nel tenerli separati. Pianitskij menziona una riunione di un comitato del Bund alla quale assistette, “dove si discusse il fatto che a causa della loro mancanza di coscienza, gli operai russi intralciavano la lotta economica degli operai ebrei, poiché quando questi ultimi scioperavano i russi prendevano il loro posto. La loro decisione su questa questione fu di una saggezza salomonica: si dovevano indurre alcuni operai russi a fare agitazione fra i loro compagni.” (94)
Le tradizioni dei mestieri, con la loro ristrettezza di vedute e il carattere prevalentemente artigiano di gran parte dell’industria di questa regione diedero la base sociale sulla quale crebbe l’organizzazione socialdemocratica ebraica, il Bund. I gioiellieri, calzolai, sarti, incisori, tipografi e conciatori di Vilna si dimostrarono più sensibili alle idee dell’economismo che non gli operai tessili e metallurgici di San Pietroburgo. Tuttavia anche qui la vera ragione del fenomeno risiedeva nella confusione ideologica della direzione. Un economista convinto come Vladimir Akimov, nel suo libro sui primi anni della socialdemocrazia russa è obbligato ad ammettere che gli operai socialdemocratici di Vilna si lamentavano che il partito “non era abbastanza politico”: “Furono gli operai stessi a domandare l’introduzione di un elemento ‘politico’ nell’agitazione socialdemocratica. Essi erano determinati a esporre gli errori del sistema politico, a porre in luce la mancanza di diritti per il popolo, a formulare gli interessi degli operai in quanto cittadini. Ma l’organizzazione rivoluzionaria, che sperava di guidare (!) il movimento operaio verso le idee socialdemocratiche, temeva di non essere capita dalle masse operaie (!), temeva che avrebbe perso la sua influenza se avesse sollevato ora le proprie rivendicazioni di diritti ‘politici’ come rivendicazioni del proletariato. La classe operaia era già sufficientemente formata politicamente per valutare, per riconoscere i propri stessi interessi? I dirigenti non ne erano certi ed esitavano ad agire.” (95)
Queste poche righe trasmettono nel modo migliore l’atteggiamento dispregiativo degli economisti verso i lavoratori in nome dei quali pretendevano di parlare. L’idea sottostante è una completa mancanza di fiducia nella capacità dei lavoratori comuni di intendere la necessità della lotta politica. E tuttavia, la necessità del cambiamento politico e sociale si pone di fonte ai lavoratori in ogni fase della lotta. A partire dalla lotta economica contro il singolo imprenditore, i lavoratori inevitabilmente giungono a un dato momento alla conclusione della necessità di una completa trasformazione della società. E molto prima di questo, come dimostra l’intera storia del movimento operaio dai tempi del cartismo in avanti, il proletariato comprende la necessità di lottare per qualsiasi rivendicazione politica democratica parziale che possa rafforzarne la posizione, sviluppare le sue organizzazioni di classe e creare le condizioni più favorevoli per una lotta vittoriosa contro i propri oppressori.
Considerata la storia sanguinosa dello zarismo russo, mantenere una posizione di principio riguardo la questione nazionale poneva indubbiamente di fronte a difficoltà colossali. Una misura del grado di sfiducia e tensione fra le nazionalità lo si vide dal fatto che, dopo alcune esitazioni, i socialdemocratici lituani decisero di non partecipare al congresso di un partito “russo”, con grande delusione di Dzerzinskij, il quale successivamente scrisse: “Ero il più severo nemico del nazionalismo, e considerai un peccato gravissimo il fatto che nel 1898, mentre ero in prigione, i socialdemocratici lituani non fossero entrati nel Partito operaio socialdemocratico russo unificato.” (96).
Analogamente, il congresso fece alcune concessioni alle pressioni dei comitati locali, gelosi della loro autonomia locale: “I comitati locali”, dice la risoluzione, “porteranno avanti le decisioni del Cc nella maniera che più considerano adatta alle condizioni locali. In casi eccezionali, i comitati locali si riservano il diritto di rifiutare di applicare le decisioni del Cc informandolo delle ragioni del rifiuto. Su tutte le altre questioni, i comitati locali funzioneranno in maniera completamente indipendente, guidati unicamente dal programma del partito.” (97)
Venne eletto un comitato centrale di tre membri; si risolse di pubblicare un manifesto; l’Unione dei socialdemocratici russi all’estero venne riconosciuta come il rappresentante del partito all’estero; la Rabociaia Gazeta venne nominata organo ufficiale. Le speranze suscitate dal congresso, tuttavia, non erano destinate a compiersi. Uno dei partecipanti, Tuciapskij, ricorda nelle sue memorie: “Lasciammo il congresso con un sentimento di fiducia alacre nella nostra causa. Arrivato a Kiev feci un rapporto alla Lega e al Comitato operaio. Le risoluzioni del congresso vennero pienamente approvate. Sembrava che ora il lavoro sarebbe proseguito meglio e con successi ancora maggiori che in passato. Ma solo una settimana dopo il mio ritorno l’organizzazione di Kiev venne distrutta.” (98)
Prima che fosse passato un mese, cinque dei nove partecipanti erano stati arrestati, incluso un membro del Cc. L’unico risultato che il Cc ottenne fu la pubblicazione del Manifesto scritto da Struve, il quale pur avendo già cominciato a muoversi verso destra fece un lavoro sorprendentemente buono: l’ultimo servigio reso a una causa che ben presto avrebbe tradito. Il partito esisteva, perlomeno come potenziale, come bandiera, come Manifesto. Ma le condizioni in Russia rendevano impossibile una effettiva unificazione del partito su basi di principio. Tutto quello che il congresso poté fare fu indicare la strada. Dal 1898 fino al 1917 non si sarebbero più tenuti congressi del partito sul suolo russo. L’esperienza era servita a dimostrare l’impossibilità, in condizioni di illegalità, di costruire un centro politico efficiente all’interno della Russia. Il centro di gravità dell’organizzazione inevitabilmente passò all’estero, dove le forze del marxismo rivoluzionario, in condizioni di relativa sicurezza, potevano raggrupparsi e prepararsi per la fase successiva: la traduzione nella realtà di quanto era stato tentato a Minsk nel 1898.
In termini pratici, il congresso cambiò ben poco. Trotskij, che ne aveva sentito parlare mentre era nella prigione di Kherson, commentò che “pochi mesi dopo, nessuno parlava più del congresso”. (99) Dopo l’iniziale ondata di eccitazione, i comitati locali sprofondarono nuovamente nella routine del lavoro locale, producendo infiniti volantini e proclami in connessione con il movimento di scioperi che continuava a diffondersi. I gruppi all’interno della Russia continuavano a funzionare in assenza totale, o quasi, di contatti reciproci e senza alcun tipo di centro politico. Alla confusione politica prevalente si aggiungevano il caos organizzativo e i metodi dilettanteschi di lavoro.
Paradossalmente, la convocazione del Primo congresso coincise con il punto più basso nella storia del Gruppo per l’emancipazione del lavoro. I rapporti con i giovani emigrati erano giunti al punto di rottura. Un congresso dell’Unione dei socialdemocratici all’estero, convocato a Zurigo nel novembre del 1898, non fece che sottolineare l’isolamento del Gruppo per l’emancipazione del lavoro. Alla riunione i giovani utilizzarono la maggioranza di cui disponevano per prendere il controllo dell’Unione. Viste le differenze politiche ormai profonde all’interno dell’Unione, i veterani dell’Emancipazione del lavoro non ebbero altra scelta che dimettersi dalle proprie posizioni. I dirigenti dell’Unione - i cui elementi di punta erano Kricevskij, Ivascin e Teplov - pendevano verso le posizioni economiste, ma erano imbarazzati dal riformismo aperto e dal bernsteinismo della Rabociaia Mysl, che ne costituiva l’espressione più estrema rappresentata nell’Unione da S. N. Prokopovic e da sua moglie Y. D. Kuskova. Decisero pertanto di chiudere il Rabotnik e di lanciare un proprio giornale, il Raboceie Dielo, in linea con le decisioni del congresso di Minsk.
Laddove la Rabociaia Mysl rappresentava una difesa aperta e chiara delle teorie bernsteiniane e dell’economismo, il Raboceie Dielo rappresentava una tendenza che, come osservò Lenin, era “diffusa e indefinita, ma proprio per questo la più persistente, la più capace di ripresentarsi sotto forme diverse”. (100) Il giornale venne pubblicato come organo dell’Unione dei socialdemocratici russi all’estero dal 1899 al 1902, con la redazione centrale a Parigi e la tipografia a Ginevra. Fra i suoi redattori vi erano portavoce di primo piano dell’economismo come B. N. Kricevskij e A. S. Martynov. Martynov in seguito passò dall’economismo al menscevismo e poi allo stalinismo, senza dover per questo cambiare mai i propri principi fondamentali.
Fin dal principio i raboceiedeltsy cercarono di giocare a nascondino con le idee del marxismo, dichiarando che le loro differenze con l’Emancipazione del lavoro non erano politiche, ma tattiche e organizzative. Il legame tra il Raboceie Dielo e il bernsteinismo, tuttavia, emerge dagli articoli che apparvero sulla stampa socialista europea, scritti dai redattori del Raboceie Dielo, in difesa di Bernstein e Millerand, il socialista francese opportunista che all’inizio del secolo entrò in un governo borghese di coalizione. Ai sostenitori del Raboceie Dielo deve essere attribuito il dubbio onore di aver inventato la tristemente nota teoria delle “fasi”, della quale in seguito si appropriarono, in forma modificata, i menscevichi e successivamente gli stalinisti. Secondo questa teoria riformista e rozzamente meccanica, i lavoratori prima di essere pronti per la rivoluzione socialista devono attraversare una serie di tappe. Prima, l’agitazione puramente economica, poi l’agitazione politica legata direttamente all’agitazione economica, e successivamente l’agitazione puramente politica! Nei fatti, gli operai russi non attesero che gli economisti li informassero di essere pronti per l’agitazione politica, prima di intraprendere la lotta politica, come mostra la curva in ascesa degli scioperi e delle manifestazioni politiche nei primi anni del secolo.
Questo fu il momento più nero nella vita del Gruppo per l’emancipazione del lavoro. L’isolamento e le tensioni della lotta di frazione portarono alla superficie tutti gli attriti accumulati all’interno del gruppo. Particolarmente serio fu lo scontro tra Axelrod e Plekhanov, che giunsero ai ferri corti. Axelrod aveva i suoi motivi per lamentarsi. Per anni aveva dovuto farsi carico del lavoro nell’Unione, prendendosi il peso maggiore degli attacchi dei giovani, mentre Plekhanov era assorbito dal lavoro letterario e nell’ultima fase trascurava persino quello. Per lungo tempo Plekhanov aveva ignorato le preghiere di Axelrod di intervenire contro la nuova tendenza; anzi, aveva cercato di collaborare con il nuovo giornale, che cominciava a guadagnare seguito. I motivi di questo atteggiamento erano probabilmente diversi: in parte egli era assorbito dalla lotta contro Bernstein, e lesinava il suo tempo e i suoi sforzi per occuparsi di quelli che sembravano futili litigi. In parte egli sottostimava il pericolo, attribuendolo a una fase transitoria e a capricci giovanili. Probabilmente l’elemento principale era il timore di una scissione con i giovani che avrebbe tagliato i legami con la Russia e avrebbe lasciato esposto il gruppo all’accusa di minare il lavoro dei compagni all’interno. L’apparente mancanza di punti d’appoggio in Russia era un serio problema per Plekhanov e i suoi colleghi.
Ma all’inizio del 1899 Plekhanov non poté più tirarsi indietro. L’ultima goccia fu quando Bernstein si vantò che la maggior parte dei socialdemocratici russi erano più vicini alle sue idee che non a quelle di Plekhanov. I marxisti legali Struve, Bulgakov e Berdyayev a loro volta si allinearono pubblicamente alla tendenza revisionista. Più allarmante di tutto il fatto che dal dicembre 1898 i giovani economisti dominavano i socialdemocratici di San Pietroburgo. Realizzando che la tendenza in precedenza amorfa dell’economismo rappresentava ora una variante specifica russa del revisionismo bernsteiniano, Plekhanov si mise a lavorare a un contrattacco su tutta la linea, il famoso Vademecum per gli editori del Raboceie Dielo, che apparve nel 1900. A questo seguì un ulteriore articolo, Ancora una volta, socialismo e lotta politica, pubblicato nella nuova rivista teorica Zarja, nel quale criticò il tentativo del Raboceie Dielo di sfumare le differenze tra l’avanguardia rivoluzionaria cosciente e la massa della classe operaia:
“L’insieme della classe operaia è una cosa”, scrisse, “e il partito socialdemocratico è un’altra, poiché questo costituisce solo un distaccamento tratto dalla classe operaia, e all’inizio un distaccamento molto piccolo… Penso che la lotta politica debba essere immediatamente intrapresa dal nostro partito, che rappresenta l’avanguardia del proletariato, il suo strato più coerente e rivoluzionario.” (101) Plekhanov ora si scagliò nella lotta, senza preoccuparsi che questa potesse causare una scissione. La sua fiducia ritrovata ricevette un forte impulso da avvenimenti che si sviluppavano a migliaia di chilometri di distanza, in Siberia.
Dalle profondità del deserto siberiano, Lenin e gli altri socialdemocratici al confino seguivano allarmati lo sviluppo degli avvenimenti. Paradossalmente, era relativamente facile per loro mantenere perlomeno un certo livello di attività politica. Non era ancora sorta l’era dei campi di concentramento di Hitler e Stalin. Il trattamento dei confinati politici variava da una durezza estrema fino a condizioni relativamente liberali. In generale le autorità zariste si limitavano a fare affidamento sulle grandi distanze che separavano i centri urbani dalle colonie isolate sulle rive del fiume Jenisei, considerandole una difesa sufficiente contro la diffusione di idee rivoluzionarie. Solitamente i prigionieri politici non erano segregati, non ce n’era bisogno. Essi venivano tenuti sotto sorveglianza dai funzionari locali il cui zelo nel perseguimento del proprio dovere balzava spesso agli occhi per la sua assenza. Come risultato, i rivoluzionari confinati potevano seguire gli avvenimenti con relativa facilità, ricevevano libri e riviste, mantenevano corrispondenza e tenevano persino riunioni illegali. Lenin, mentre lavorava al suo monumentale Sviluppo del capitalismo in Russia, seguiva attentamente la polemica di Plekhanov contro Bernstein. Le notizie della crisi nell’Unione e delle dimissioni di Plekhanov furono un colpo doloroso. La vittoria della tendenza economista causò costernazione fra i confinati. Lenin cominciò a scrivere una serie di polemiche come I nostri compiti immediati, Una tendenza retrograda nella socialdemocrazia russa, e A proposito della “Profession de Foi”(102), nei quali le idee dell’economismo sono sottoposte a una critica spietata.
Un avvenimento che fece infuriare i confinati fu l’apparire del notorio Credo scritto dalla Kuskova all’inizio del 1899. La stessa autrice del documento protestò dichiarando che esso non era pensato per la pubblicazione. Sia come sia, non c’è dubbio che il Credo abbia il merito di esprimere in modo particolarmente chiaro le idee fondamentali dell’economismo. Lenin scrise una bozza della famosa Protesta dei socialdemocratici russi (103) come risposta e convocò una riunione di 17 confinati che si incontrarono nel villaggio siberiano di Yermankovskoe alla fine dell’estate del 1899. La riunione adottò all’unanimità il testo di Lenin, che venne inviato all’estero dove Plekhanov lo pubblicò.
Vale la pena di citare le parole del Credo: “Il cambiamento [nel partito] non sarà solo in direzione di un perseguimento più energico della lotta economica e del consolidamento delle organizzazioni economiche, ma anche e principalmente verso un cambiamento nell’atteggiamento del partito verso gli altri partiti di opposizione. Il marxismo intollerante, il marxismo negativo, il marxismo primitivo (la cui concezione della divisione di classe della società è troppo schematica) lascerà la strada al marxismo democratico, e la posizione sociale del partito nella società moderna deve subire un profondo cambiamento. Il partito riconoscerà la società: i suoi compiti ristretti, corporativi e nella maggioranza dei casi, settari, saranno trasformati in compiti sociali, e i suoi sforzi di conquistare il potere saranno trasformati in una spinta al cambiamento, una spinta alla riforma della società attuale su linee democratiche adattate all’attuale stato di cose, con l’obiettivo di proteggere i diritti (tutti i diritti) delle classi lavoratrici nel modo più pieno ed efficace…
“Il parlare di un partito politico operaio indipendente non è che il risultato di obiettivi alieni sul nostro suolo… Per i marxisti russi c’è solo una strada: partecipare, cioè assistere, alla lotta economica del proletariato, e partecipare all’attività di opposizione liberale.” (104)
La logica del Credo non poteva essere più chiara: la classe operaia non deve lottare per creare il proprio partito rivoluzionario, ma deve limitarsi al lavoro sindacale “pratico” e lasciare il compito politico di riformare il sistema attuale ai liberali borghesi.
Gli scritti polemici di Lenin contro gli economisti, a cominciare dalla Protesta, sono una classica riaffermazione delle idee fondamentali di Marx ed Engels sulla questione del proletariato e del suo partito. Il proletariato comincia solo gradualmente a realizzare il proprio potenziale storico, a diventare una forza reale, in contrapposizione alla sua esistenza come semplice potenziale non sviluppato, nella misura in cui si organizza come classe, indipendente da tutte le altre.
La storia del movimento operaio comincia con i sindacati, le organizzazioni di base della classe che sono “un fenomeno non solo naturale, ma anche essenziale sotto il capitalismo… un mezzo estremamente importante per organizzare la classe operaia nella sua lotta quotidiana contro il capitale e per l’abolizione del lavoro salariato”. Ma una volta formati, i sindacati non possono confinare la loro sfera di attività alle rivendicazioni economiche, tendono inevitabilmente a passare sul terreno politico. Quello che qui è in gioco non è più la lotta sporadica di singoli gruppi di operai contro il loro datore di lavoro, ma la lotta del proletariato nel suo insieme contro la borghesia come classe e contro il suo Stato. Il proletariato entra necessariamente in contatto con le altre classi, con i contadini e il ceto medio, e deve stabilire rapporti di collaborazione con altri gruppi, ma deve farlo a partire dai propri interessi indipendenti in quanto classe. Il suo ruolo è di porsi alla testa di tutti gli altri strati oppressi e sfruttati per intraprendere una trasformazione fondamentale della società. “Solo un partito indipendente della classe operaia”, scrisse Lenin, “può fare da baluardo nella lotta contro l’autocrazia, e solo in alleanza con tale partito, solo sostenendolo, gli altri combattenti per la libertà politica possono avere un ruolo effettivo.” (105)
Così, già agli inizi più precoci del movimento in Russia, veniva tracciata con chiarezza una linea divisoria tra due tendenze. La prima, una tendenza marxista rivoluzionaria, che si basava sulla classe operaia e legava la prospettiva del rovesciamento rivoluzionario dello zarismo alla lotta per l’egemonia della classe operaia nel campo della democrazia rivoluzionaria, opponendosi implacabilmente a tutti i tentativi di subordinarla ai liberali e alla borghesia “progressista”. La seconda, una corrente riformista, che pur rendendo verbalmente omaggio al marxismo nella pratica predicava una politica di collaborazione di classe e di sottomissione ai liberali. Questa, in essenza, era la base del disaccordo fra i marxisti e gli economisti. In diversa guisa, la stessa lotta occorse molte volte nella storia del movimento rivoluzionario russo, e con altri nomi - anche se fondamentalmente con gli stessi argomenti - continua ai nostri giorni.
Quello che in realtà è necessario è la formazione di quadri, formati nella teoria e nella pratica del marxismo e integrati nel movimento operaio a partire dai suoi settori più attivi e coscienti. La composizione di classe del partito deve essere chiaramente proletaria. Gli studenti e gli intellettuali possono giocare un ruolo importante nel fertilizzare il movimento con le loro idee e nell’assisterne lo sviluppo, ad una condizione: che abbiano rotto decisamente con la loro classe e si pongano, non solo a parole, ma nella pratica quotidiana, dal punto di vista del proletariato. Il problema degli economisti era che quello che guardavano non era il volto del proletariato, ma le sue parti posteriori.
Non è certo sorprendente che il movimento in Russia cominciasse dall’intelligentsia. Questa è pressoché una legge, tanto più valida in Russia, considerata l’intera storia e le condizioni del movimento rivoluzionario russo degli anni ’70 e ’80 dell’Ottocento. Ma nelle nuove condizioni l’intera situazione cominciava a cambiare. Un’intera generazione di operai rivoluzionari si faceva avanti, i primi diplomati all’università dei circoli marxisti degli anni ’90. Per la prima volta, in diverse regioni i lavoratori cominciarono a prendere in mano la gestione dei comitati. Questo non fu, come alcuni continuano falsamente a sostenere, il risultato delle teorie democratiche degli intellettuali economisti, i quali come abbiamo visto, nonostante il loro operaismo si dimostrarono estremamente riluttanti a fare spazio per gli operai nei gruppi dirigenti, come Lenin chiedeva. Fu quasi interamente il risultato delle continue ondate di arresti, che si portavano via i dirigenti più esperti.
La necessità di evitare l’individuazione e l’arresto, cioè il requisito più elementare per l’esistenza sotto un regime poliziesco, e non una qualsiasi teoria preconcetta dell’organizzazione: questa fu la ragione per la quale la tendenza dominante nella socialdemocrazia a quel tempo era basata su una concezione altamente centralistica dell’organizzazione. La parola del centro era legge, e non si poteva porre la questione di un normale funzionamento democratico. Un piccolo organismo dirigente centrale, non eletto, veniva rinnovato per cooptazione. Subordinate ad esso erano una serie di commissioni per la propaganda, il finanziamento, l’agitazione, la stampa, e così via. Date le condizioni, questo modo di operare era assolutamente necessario. E Neanche questo impediva l’infiltrazione nell’organizzazione da parte di agenti provocatori, che spesso riuscivano ad ottenere posizioni chiave nel partito. Tuttavia, il principio del centralismo era spesso portato troppo oltre dall’intelligentsia che dominava i comitati. Lenin fin dall’inizio insisteva sulla necessità di formare quadri operai e di inserirli negli organismi dirigenti. Spesso, tuttavia, il suo lavoro si scontrava con la ristrettezza e l’insensibilità dei gruppi dirigenti, che curavano gelosamente le proprie prerogative e interpretavano il centralismo in modo unilaterale, sempre pronti a trovare mille motivi che impedivano la cooptazione di nuovi lavoratori nei comitati.
La situazione venne completamente capovolta dall’ondata di arresti nella seconda metà degli anni ’90. Da un giorno all’altro uno strato di operai che non aveva mai avuto esperienze di direzione fu costretto a prendere le redini. L’operaio Prokofiev descrive la sua reazione all’arresto improvviso dei dirigenti dell’organizzazione moscovita nel 1893: “Ero depresso, nauseato e riluttante. Improvvisamente ero rimasto senza dirigenti. Questo era un colpo irreparabile. Quando lo dissi ai miei compagni, sospirammo e ci sedemmo in circolo come a un funerale,” ma alla fine conclusero che “non c’era altro da fare che tenere duro e continuare il lavoro per conto nostro. Così ci avviammo e cominciammo a lavorare da soli.” Operai come Babusckin, a San Pietroburgo, conquistarono il proprio ruolo in questo periodo. Esiliato a Iekaterinoslav, nel sud, che allora era un turbolento centro di rivolta, Babusckin si dimostrò capace di gestire un’organizzazione senza ricevere assistenza.
La disorganizzazione generale, unita all’influenza perniciosa delle idee economiste, significò che in diverse aree l’organizzazione venisse divisa in gruppi separati per operai e intellettuali. Questo metodo sbagliato esisteva a Iekaterinoslav, dove creò inevitabilmente le condizioni per la crescita della sfiducia e dell’antagonismo reciproco. “Ricordo, scrive Babusckin, “che spesso gli intelligentsy criticavano il linguaggio poco letterario dei volantini [degli operai], e alla fine accadde che uno venisse tagliato e alterato dal comitato “cittadino”. Questo provocò uno scontro diretto che minacciava di portare a una rottura completa fra gli operai e l’intelligentsia.” (106) In generale lo sviluppo della Lega operaia di Mosca non differiva fondamentalmente da quello della Lega di lotta di San Pietroburgo, che dava l’esempio per il resto del paese e che continuiamo a prendere come principale punto di riferimento. I moscoviti avevano sofferto una serie di arresti, specialmente dopo il 1896, quando Zubatov venne messo a capo del dipartimento di polizia di Mosca e lavorò sugli elementi più deboli e inaffidabili per ottenere informazioni sulla Lega e infiltrarvi degli agenti provocatori.
Dopo ogni ondata di arresti, l’organizzazione si rinnovava, con operai che apprendevano nella pratica ad avere fiducia nelle proprie capacità e risorse. Alcuni anni dopo, Lenin ricordava energicamente agli “uomini dei comitati” che non avevano fiducia nella capacità dei lavoratori di gestire il partito come in quel periodo, operai come Babusckin avevano fatto precisamente questo. A dispetto di ciò, il partito entrò nel XX secolo in condizioni estremamente precarie. Nel 1900 la tendenza economista sembrava aver trionfato su tutta la linea. Nell’area occidentale, gli economisti avevano in mano tutto il potere. Il comitato di Kiev nei fatti sosteneva la linea “economista” estrema del Credo. Tuttavia c’erano segnali che indicavano come nella base cominciasse a delinearsi una reazione contro questa situazione. Sotto l’influenza dell’instancabile Babusckin l’organizzazione di Iekaterinoslav, che a cavallo del secolo aveva circa 24 circoli con oltre 200 operai organizzati, prese posizione contro l’economismo.
Nel gennaio del 1900, su pressione dell’organizzazione di Iekaterinoslav, venne lanciato il giornale Iuznij Rabocij (l’operaio del sud), che uscì complessivamente con 13 numeri fino all’aprile del 1903, quando cessò le pubblicazioni. Lo Iuznij Rabocij si opponeva all’economismo, ma mancava di una base teorica sufficientemente salda, e tendeva a oscillare. Prodotto tipico dello spirito localistico e dilettantesco dei circoli di quel tempo, la sua redazione era composta da rappresentanti dei comitati locali, con ogni sfumatura di opinioni, un fatto che si rifletteva nell’atteggiamento oscillante e ambiguo del giornale nella lotta tra l’Iskra e l’economismo, anche se alla fine si fuse con l’Iskra.
Una tendenza simile era rappresentata dal piccolo gruppo attorno al Bor’ba (La Lotta), un giornale lanciato da David Rjazanov. Lenin, che riconosceva il talento letterario di Rjazanov ed era ansioso di conquistare appoggio per l’Iskra e la Zarja, si fece in quattro nel tentativo di conquistarlo a un lavoro comune, anche se nella pratica il gruppo del Bor’ba rappresentava ben poco e consisteva di un gruppo di intellettuali residenti a Parigi. All’interno della Russia solo il comitato di Odessa si identificava con loro. Si trattava del tipico esempio di setta intellettuale, la cui attività era esclusivamente letteraria e le cui idee erano un miscuglio di pezzi e pezzetti presi a prestito da altre tendenze, ma le cui pretese di stare al di sopra di tutte le frazioni ponevano in realtà su un piano infinitamente più basso di ciascuna di esse. Gruppo simili emergono costantemente nella storia del movimento rivoluzionario e giocano invariabilmente un ruolo pernicioso, nella misura in cui abbiano un ruolo qualsiasi.
Il tentativo del Bor’ba di fare la parte dell’“onesto mediatore” fra l’Iskra e il Raboceie Dielo ben presto lo mise in collisione con la corrente marxista coerente. Rjazanov tentò di fare pressione sull’Iskra, rifiutandosi di collaborare fino a che questa non avesse abbassato i toni della critica verso il Raboceie Dielo. Quando questo ricatto non ebbe effetto, egli sciolse il “gruppo di promozione dell’Iskra” di Parigi e cominciò a lamentarsi che l’Iskra aveva “violato la neutralità organizzativa”. (107) Lenin infine lasciò perdere, considerandola fatica sprecata. Il gruppo Bor’ba, nonostante le sue grandi pretese, non giocò successivamente alcun ruolo. Al Secondo congresso non venne ammesso e ben presto il gruppo chiuse. Rjazanov riapparve successivamente come insegnante della scuola di Capri tenuta dalla corrente estremista del Vperyod (“Avanti”, da non confondersi con il giornale omonimo fondato da Lenin nel 1904) nel 1909.
Nonostante tutte le sue carenze, Rjazanov era indubbiamente un intellettuale dotato. Dopo la rivoluzione divenne direttore dell’Istituto Marx-Engels fino a quando, come tanti altri, venne epurato da Stalin.
L’entrata nella lotta dei dirigenti confinati all’interno della Russia fece pendere la bilancia decisamente in favore di Plekhanov. Ancora in Siberia, Lenin formò la “troika”, una tripla alleanza con Martov e Potresov che, su sua insistenza, mosse i primi passi per collegarsi con l’Emancipazione del lavoro. La sua idea fondamentale era di ricostruire il partito attorno a un vero giornale marxista. Era chiaro che una simile impresa poteva riuscire solo se si fossero uniti a Plekhanov nell’esilio europeo. Dopo aver scontato la sua condanna al confino, all’inizio del 1900 Lenin si recò illegalmente a San Pietroburgo per incontrarvi Vera Zasulic, che vi era stata inviata per stabilire contatti con l’interno. I mesi successivi vennero occupati dai preparativi per la pubblicazione del nuovo giornale, l’Iskra, che comportavano una serie di visite a gruppi socialdemocratici in diverse parti della Russia europea, nel corso delle quali Lenin e i suoi sostenitori furono piacevolmente sorpresi dall’accoglienza favorevole che una parte significativa della base dava alle loro idee. Per l’estate del 1900 tutto era pronto per stabilire un contatto diretto con il gruppo di Plekhanov.
Pieno di speranze, Lenin partì in luglio alla volta della Svizzera. Dopo l’esperienza amara della scissione nell’Unione, Plekhanov aveva i nervi spezzati, era cupo, pieno di risentimento ed estremamente sospettoso verso i nuovi venuti. Le discussioni tra Plekhanov, Axelrod e la Zasulic da una parte, e Lenin e Potresov dall’altra si svilupparono in un’atmosfera estremamente tesa. Lenin e Potresov furono colpiti dai modi ruvidi e intolleranti di Plekhanov. In più occasioni le trattative parvero vicine a una rottura. In Come la “scintilla” fu quasi spenta, un articolo scritto poco dopo il suo ritorno con il ricordo degli avvenimenti recenti ancora vivido nella memoria, Lenin espresse l’impressione dolorosa creata in lui dal comportamento di Plekhanov: “La mia ‘infatuazione’ per Plekhanov scomparve come per magia, e mi sentii offeso e amareggiato in misura incredibile. Mai, mai nella mia vita avevo guardato nessun altro uomo con un rispetto e una venerazione così sinceri, mai mi ero posto tanto ‘umilmente’ di fronte a lui, e mai ero stato così brutalmente ‘preso a calci’.”
Il comportamento di Plekhanov può essere compreso. Egli aveva avuto una serie di cattive esperienze con gente più giovane proveniente dall’interno, e il colpo ricevuto dai giovani nell’Unione estera doleva ancora. C’era anche una differenza di opinioni su come procedere. Nella loro ansia di recuperare il massimo delle forze del movimento in Russia, Lenin e gli altri avevano fatto una serie di concessioni a Struve, includendo nella bozza originale la dichiarazione che l’Iskra sarebbe stata aperta a diverse tendenze politiche. Questo errore venne impugnato da Plekhanov che sfogò la sua rabbia accumulata sugli sbalorditi nuovi arrivati. Questo incidente getta una luce eloquente sullo stato di cose all’interno del gruppo Emancipazione del lavoro. Il lungo periodo di isolamento dal movimento operaio in Russia faceva ora pagare il suo pedaggio.
Molti anni più tardi, nel 1922, quando la rivoluzione d’Ottobre era già vecchia di cinque anni e Plekhanov era morto da quattro, Trotskij ne espresse con le seguenti parole tanto i lati forti quanto le debolezze: “Plekhanov parlava come un osservatore, come un critico, come un pubblicista, ma non come un dirigente. Tutto il suo destino gli negò l’opportunità di rivolgersi direttamente alle masse, di chiamarle all’azione e di guidarle. Le sue debolezze sorgevano dalla stessa fonte della sua forza, così come i suoi meriti principali: era un precursore, il primo crociato del marxismo sul suolo russo… non era il dirigente del proletariato attivo, ma solo il suo araldo teorico. Egli difese nella polemica i metodi del marxismo, ma non ebbe mai l’opportunità di applicarli nella pratica. Benché avesse vissuto per decenni in Svizzera, egli rimase sempre un esiliato russo. Il socialismo svizzero opportunista, municipale e cantonale, lo interessava a malapena. Non esisteva un partito russo. Il suo posto, per Plekhanov, venne preso dall’Emancipazione del lavoro, vale a dire un circolo chiuso di simpatizzanti (Plekhanov, Axelrod, Zasulic e Deutsch, che scontava una condanna ai lavori forzati). Quanto più Plekhanov si sforzava di rafforzare le radici teoriche e filosofiche della sua posizione, tanto più gli venivano a mancare le radici politiche. Come osservatore del movimento operaio europeo, egli trascurava completamente le manifestazioni più colossali di ristrettezza di vedute, di codardia e di compromesso da parte dei partiti socialisti; e tuttavia era sempre in guardia contro le eresie teoriche nella letteratura socialista. Questa violazione dell’unità di teoria e pratica, che sgorgava dall’intero destino di Plekhanov, gli si dimostrò fatale. Egli si dimostrò impreparato per i grandi avvenimenti politici, a dispetto della sua grande preparazione teorica.” (109)
L’incontro con Lenin e Potresov non fece che rivelare fino a che punto i membri dell’Emancipazione del lavoro si trovassero in ritardo rispetto alle necessità del movimento in quella fase. I metodi informali, la rilassatezza organizzativa, il mescolare questioni personali con questioni politiche, tutto ciò che contraddistingue la vita di un piccolo circolo di propaganda diventava un ostacolo intollerabile una volta che si poneva all’ordine del giorno l’organizzazione di un partito di massa e un serio intervento nel movimento di massa. Fu principalmente grazie alla grande pazienza di Lenin - e anche al fatto che le conseguenze di una scissione erano chiare a tutti - che venne evitata una rottura. Tuttavia, anche se vennero rapidamente restaurati rapporti di lavoro ragionevolmente buoni, le cause profonde del conflitto rimanevano irrisolte ed erano destinate a riemergere con forza raddoppiata in futuro. Il compromesso che venne infine raggiunto fra le due parti portò alla costituzione per l’Iskra di un comitato di redazione di sei membri, composto dalla troika - Lenin, Martov e Potresov - e dal gruppo Emancipazione del lavoro - Plekhanov, Axelrod e Zasulic - in cui Plekhanov aveva due voti. Il controllo della rivista teorica, Zarja (L’alba) era nei fatti in mano a Plekhanov. Ma i rapporti tra i vecchi membri dell’Emancipazione del lavoro e i nuovi redattori erano stati seriamente danneggiati. “Esternamente”, scrisse Lenin, “era come se nulla fosse accaduto: l’apparato continuava a lavorare come aveva lavorato fino ad allora, ma dentro si era rotta una corda, e invece di splendide relazioni personali, prevalevano rapporti aridi, puramente professionali, nei quali costantemente di faceva conto sul principio: si vis pacem, para bellum [se vuoi la pace, prepara la guerra].”(110)
La Dichiarazione della redazione dell’Iskra (111) venne pubblicata in settembre. Essa suona come una dichiarazione di guerra a tutte le altre tendenze nel movimento operaio russo. A differenza della bozza originale redatta dalla troika, essa denuncia, nominandoli apertamente, non solo Bernstein e la Rabociaia Mysl, ma anche il Raboceie Dielo e Struve (Plekhanov fu particolarmente insistente su questo punto). La bozza iniziale di Lenin era scritta con una vena generale più conciliatoria. La versione corretta aveva un tono più implacabile:
“Prima di unirci, e per poterci unire, dobbiamo innanzitutto tracciare linee di demarcazione chiare e definite. Altrimenti, la nostra unità sarà puramente fittizia, nasconderà la confusione oggi prevalente e ostacolerà la sua eliminazione radicale. È comprensibile, pertanto, che noi non si intenda fare delle nostre pubblicazioni un semplice magazzino di opinioni diverse. Al contrario, le condurremo nello spirito di una tendenza strettamente definita. Questa tendenza può essere definita con la parola marxismo, e c’è a malapena bisogno di aggiungere che noi lottiamo per lo sviluppo coerente delle idee di Marx ed Engels e rigettiamo enfaticamente le ‘correzioni’ vaghe, equivoche e opportuniste che Eduard Bernstein, P. Struve e molti altri hanno reso di moda.” (112)
La denuncia esplicita del marxismo legale, menzionando il suo esponente più eminente, fu un punto di svolta. Eppure Struve non effettuò immediatamente una rottura aperta con il marxismo e contribuì persino con uno o due articoli ai primi numeri del giornale. Il primo incontro di Struve con Lenin in esilio, tuttavia, verso la fine del 1900, portò a uno scontro aperto. Le richieste arroganti di Struve di avere una maggiore influenza sulla linea editoriale chiusero la partita. Il rapporto tra i marxisti e i liberali di sinistra, come spiegò Lenin successivamente, fu il primo esempio di accordi episodici tra i marxisti russi e le altre tendenze politiche. Pur senza fare concessioni di principio, e mantenendo una critica implacabile delle deviazioni politiche dei marxisti legali, Lenin era disposto a giungere ad accordi pratici con loro al fine di far progredire il lavoro in Russia, facendola in barba alla censura per raggiungere un pubblico più vasto di quanto non fosse possibile nei limiti ristretti del lavoro illegale. Ma c’era una contraddizione latente fin dall’inizio. Le due tendenze erano fondamentalmente incompatibili e in ultima istanza la contraddizione avrebbe dovuto essere superata con il trionfo dell’una sull’altra.
Ci fu una fase nella quale quasi sembrava che i sostenitori dell’economismo e del revisionismo avessero vinto. Il movimento operaio russo si sarebbe così trovato legato mani e piedi al carro del liberalismo. E l’agente attraverso la quale questa subordinazione sarebbe stata resa effettiva altro non sarebbe stato che il marxismo legale. Il lancio dell’Iskra, con la sua posizione intransigente nei confronti dell’economismo e del revisionismo, con la sua implacabile difesa dell’indipendenza di classe e con la sua critica del liberalismo, trasformò completamente la situazione. Ora erano Struve e i suoi alleati a trovarsi sulla difensiva. Tuttavia Struve tentò ancora di usare il suo nome e la sua influenza per dominare il nuovo giornale e spingerlo a un compromesso marcio con le vecchie idee screditate. Le lamentele di Struve che Lenin lo stesse “usando” difficilmente potevano ottenere dei risultati, considerato che nel periodo precedente Struve stesso aveva usato cinicamente la propria considerevole influenza sulle forze deboli e immature del marxismo russo per annacquare e distorcere le sue idee fondamentali e trasformarlo in una semplice appendice del liberalismo.
Contrariamente all’impressione creata dagli storici borghesi, non c’era nulla di ignobile o di sleale nell’atteggiamento di Lenin verso avversari politici come Struve. Quando si giungeva a questo tipo di accordi politici, entrambe le parti vi entravano liberamente e a occhi aperti. Come abbiamo visto, Lenin fu criticato severamente da Plekhanov, il quale considerava che egli avesse fatto troppe concessioni a Struve. Questo era interamente nel carattere di Lenin. Sempre implacabile sulle questioni politiche di principio, egli era estremamente flessibile sulle questioni organizzative e nel trattare con altre persone. Lenin sapeva valutare le persone dotate di talento. Quali che fossero le loro mancanze, tentava con pazienza ammirevole di usare le loro capacità per costruire il movimento. C’era però anche l’altro lato della medaglia: una volta che Lenin giungeva alla conclusione che qualcuno fosse un nemico inconciliabile delle idee marxiste, non esitava a trarre tutte le conclusioni necessarie e a condurre una lotta politica implacabile. In questo, l’approccio di Lenin contrastava fortemente con quello dei membri dell’Emancipazione del lavoro.
I membri del vecchio gruppo, specialmente la Zasulic e Axelrod, non si decidevano a bruciare i ponti che ancora li collegavano allo strato di intellettuali semiliberali compagni di strada come Struve, anche quando, dopo il 1902, il loro passaggio nel campo del liberalismo borghese divenne chiaro a tutti. Eppure era stato Plekhanov a domandare che Lenin inserisse un attacco pubblico a Struve nella dichiarazione della redazione! Anche questo incidente mostra la completa differenza di stile e di personalità fra i due. La Zasulic la espresse una volta plasticamente nei termini seguenti: “Georgij (Plekhanov) è un levriero: scuote l’avversario prendendolo per la collottola e alla fine lo lascia andare; voi (Lenin) siete un bulldog: non lo lasciate andare via.” (113). Già nel 1895, Axelrod aveva rimproverato Lenin per i suoi attacchi veementi a Struve nel suo libro Il contenuto economico del populismo e la sua critica nel libro del signor Struve: (114) “Voi avete una tendenza”, si lamentava Axelrod, “che è esattamente contraria a quella dell’articolo che stavo scrivendo per la miscellanea [l’articolo, tipicamente, non venne finito e non apparì mai]. Voi identificate il nostro atteggiamento verso i liberali con quello dei socialisti verso i liberali dell’occidente. E io stavo giusto preparando per la miscellanea un articolo intitolato Le necessità della vita russa, nel quale mostravo come in questo momento storico, l’interesse immediato del proletariato in Russia coincide con l’interesse principale degli altri elementi progressivi del pubblico…”
“Uljanov replicò sorridendo: ‘Sapete, Plekhanov ha detto esattamente la stessa cosa sul mio articolo. Ha dato un’espressione pittoresca al suo pensiero: ‘Voi voltate le spalle ai liberali’, ha detto, ‘e noi gli rivolgiamo la faccia…’”. (115)
L’opposizione implacabile di Lenin verso i liberali fu un costante pomo della discordia con i vecchi redattori. La Zasulic ne era particolarmente offesa:
“La Zasulic cominciò a lamentarsi, con il tono di voce particolare, timidamente insistente che assumeva sempre in simili occasioni, che attaccavamo troppo i liberali. Era il suo punto dolente.
‘Guardate come si preoccupano’, diceva senza guardare Lenin, anche se era proprio a lui che in realtà di rivolgeva. ‘Struve richiede che i liberali russi non rinuncino al socialismo, perché altrimenti rischiano la stessa sorte dei liberali tedeschi; dice che dovrebbero seguire l’esempio dei radicalsocialisti francesi. ’
‘A maggior ragione dobbiamo colpirli’, rispondeva Lenin con un sorriso allegro, come se stesse prendendo in giro Vera Ivanovna.
‘Questa e bella!’ esclamava lei disperata. ‘Ci vengono incontro e noi li colpiamo’.” (116)
L’Iskra ebbe tanto successo perché rispondeva a numerose necessità. Come giornale operaio era un modello. Qui, espressa in un linguaggio semplice ma senza traccia di condiscendenza, comprensibile da qualsiasi operaio intelligente, c’era la risposta teorica alle idee degli economisti e dei loro alleati. Dopo gli anni della confusione ideologica, la reazione degli operai socialisti in Russia di fronte al nuovo giornale deve essere stata quale quella di Aristotele, quando paragonava il filosofo Anassagora a “un uomo sobrio in mezzo agli ubriachi”. La testata del giornale mostrava una citazione dalla risposta dei decabristi, i quali avevano scritto al poeta Pushkin dall’esilio siberiano: “Dalla Scintilla sorgerà la Fiamma!” Quasi un secolo dopo essere state scritte, queste righe erano destinate ad avverarsi.
Accanto alla denuncia sistematica dei crimini dello zarismo si trovavano nel giornale spiegazioni dettagliate della politica estera, che mettevano a nudo le complessità e le manovre della diplomazia borghese. La vita del movimento operaio internazionale veniva seguita da vicino. Ma soprattutto l’Iskra era un giornale che rifletteva accuratamente la vita, le lotte e le aspirazioni della classe operaia. In ogni numero un ampio spazio veniva occupato da brevi rapporti dalle fabbriche e dai quartieri operai, faticosamente raccolti dagli agenti dell’Iskra in Russia e contrabbandati con mezzi clandestini. In questo modo, a volte con un ritardo di mesi, i lavoratori delle diverse parti della Russia, apprendevano delle lotte dei loro fratelli e sorelle in altre parti del paese e all’estero. Il numero di comitati locali del partito che aderivano al nuovo giornale crebbe rapidamente, aprendo ogni giorno nuove possibilità, ma anche imponendo un carico severo sull’apparato ancora inadeguato a disposizione del centro in esilio.
Nel numero 7 dell’Iskra (agosto 1901), la lettera di un tessitore esprimeva vividamente l’entusiasimo con il quale ogni numero veniva accolto dagli operai più avanzati in Russia:
“Ho mostrato l’Iskra a molti compagni di lavoro e la copia è stata ridotta a brandelli: quanto la teniamo cara, molto più della Mysl, anche se non c’è stampato niente di nostro. L’Iskra, scrive della nostra causa, della causa di tutta la Russia che non può essere valutata in copechi o misurata in ore: quando si legge il giornale, si capisce perché la polizia e i gendarmi hanno paura di noi operai e degli intellettuali che seguiamo. È un fatto che siamo una minaccia non solo per le tasche del padrone, ma per lo zar, per gli imprenditori e tutto il resto… Non ci vorrà molto per infiammare la gente. Serve solo una scintilla, e il fuoco divamperà. Come sono vere le parole ‘Dalla scintilla sorgerà la fiamma!’ In passato, ogni sciopero era un avvenimento importante, ma oggi tutti capiscono che gli scioperi da soli non bastano e che dobbiamo lottare per la libertà, conquistarla con la lotta. Oggi tutti, giovani e vecchi, vogliono leggere, ma la cosa triste è che non ci sono libri. La scorsa domenica ho radunato 11 persone e ho letto loro Da dove cominciare. Ne abbiamo discusso fino alla sera tardi. Come tutto è ben espresso, come va al centro delle questioni… E vogliamo scrivere una lettera alla vostra Iskra e chiedervi di insegnarci non solo da dove cominciare, ma come vivere e morire.” (117)
Plekhanov e Axelrod volevano che il giornale si pubblicasse in Svizzera, dove potevano tenerlo d’occhio. Lenin, Martov e Potresov erano decisi a pubblicarlo altrove, e si trasferirono a Monaco. In realtà i membri dell’Emancipazione del lavoro non afferravano pienamente il significato dell’Iskra come mezzo per organizzare il partito. La loro attenzione si centrava sulla Zarja, che si pubblicò legalmente a Stoccarda tra l’aprile del 1901 e l’agosto del 1902, dove uscirono complessivamente quattro numeri in tre edizioni. L’unico membro dell’Emancipazione del lavoro che ci teneva a partecipare all’Iskra era Vera Zasulic, che si recava a Monaco con un falso passaporto bulgaro. Il grosso del lavoro organizzativo del giornale ricadeva su Lenin. Sua moglie, Nadezda Krupskaja, ebbe un ruolo incalcolabile nel gestire l’ampia corrispondenza con la Russia che li raggiungeva indirettamente, attraverso l’indirizzo di compagni tedeschi che la inoltravano alla Krupskaja.
Il compito di organizzare la rete illegale di trasporto era pieno di difficoltà. Secondo Osip Pianitskij (nome di partito: Freitag), che successivamente fu responsabile di questo lavoro, il trasporto dell’Iskra da Berlino a Riga, Vilna e Pietroburgo durava diversi mesi. Né il lavoro mancava di errori di ogni genere. Nella sua autobiografia, Memorie di un bolscevico (Zapiski Bolscevika), Pianitskij riporta come venissero utilizzati i servigi di studenti russi per trasportare la letteratura illegale in valige a doppio fondo. Queste borse venivano confezionate in una piccola fabbrica di Berlino, e venne fatto un ampio ordinativo. Ben presto, però, le guardie di frontiera si accorsero del trucco e impararono a individuare le false valige, che guarda caso erano tutte dello stesso modello! Successivamente si cominciarono a usare valige normali, con 100-150 copie del giornale nascoste sotto un falso fondo di cartone rigido. Ma le richieste di ricevere l’Iskra continuavano a superare le possibilità di rifornimento. Era necessario trovare nuovi metodi. Due o trecento copie potevano essere trasportate cucite all’interno di un gilet o di un abito da donna. Anche così, questi metodi dovettero essere integrati con l’installazione di tipografie clandestine all’interno della Russia, che stampavano l’Iskra a partire dai fogli impaginati contrabbandati dall’estero. Tipografie del genere vennero alla fine installate a Mosca, Odessa e Baku. Gli infiniti dettagli che un tale lavoro comportava assorbivano una quantità colossale di tempo e di energie. Costavano anche grandi cifre, che venivano raccolte fra i simpatizzanti dagli agenti dell’Iskra a Berlino, Parigi, in Svizzera e Belgio, che andavano costantemente alla ricerca di fondi e di viaggiatori disposti a portare le pubblicazioni, di contatti, di indirizzi sicuri, e così via.
Quando venne lanciata l’Iskra, in Russia il partito come forza organizzata esisteva a malapena. Nel mezzo della confusione ideologica, le divisioni frazionistiche avevano dato luogo a una serie di scissioni e alla formazione di piccoli gruppi. Nella sola Pietroburgo all’inizio del secolo c’erano il “Gruppo di autoemancipazione della classe operaia”, il “Gruppo operaio per la lotta contro il Capitale”, “La Bandiera operaia”, “Il Socialista”, il “Socialdemocratico”, la “Biblioteca operaia”, “L’organizzazione operaia” e altri ancora, tutti con la pretesa di parlare a nome del Posdr. Molti di questi gruppi erano influenzati dalle idee dell’economismo. Un tratto comune era il desiderio di dare un’immagine “puramente proletaria”. Il primo dei gruppi citati avanzò l’idea che gli interessi degli intellettuali fossero in contrasto con quelli degli operai. Questo spiega perché la stessa Lega di lotta di San Pietroburgo, essendo caduta sotto il controllo della frazione degli economisti estremi della Rabociaia Mysl, si scisse in effetti in due gruppi, uno per gli operai e un altro per gli intellettuali! Naturalmente tutte queste pose rivelavano non una tendenza proletaria, ma precisamente l’opposto: lo snobismo degli intellettuali che immaginano che il modo per conquistare gli operai sia quello di solleticare i pregiudizi degli strati più arretrati della classe operaia. Come i vecchi narodniki avevano cercato, con risultati disastrosi, di “andare al popolo”, così il preteso rivoluzionario del ceto medio cercava di ingraziarsi i lavoratori “abbassandosi” di fronte a loro, mostrando in realtà una patetica incomprensione e contemporaneamente un disprezzo profondamente radicato verso i lavoratori.
Gli scritti di Lenin sull’organizzazione prodotti a quel tempo sono capolavori del loro genere. L’idea del giornale come organizzatore collettivo è spiegata brillantemente in lavori come Da dove cominciare, Lettera a un compagno e Che fare?(118) Nel primo di questi testi è già chiaro il nocciolo dell’idea di Lenin: “Il ruolo del giornale, tuttavia, non si limita solamente alla diffusione di idee, all’educazione politica, e alla raccolta di alleati politici. Un giornale non è solo un propagandista collettivo e un agitatore collettivo, è anche un organizzatore collettivo… Con l’aiuto del giornale, e attraverso di esso, prenderà forma con naturalezza un’organizzazione permanente che si impegnerà non solo nell’attività locale, ma nel lavoro generale, e insegnerà ai suoi membri a seguire attentamente le attività politiche, a valutare il loro significato e i loro effetti sui diversi strati della popolazione, e a sviluppare mezzi efficaci con i quali il partito rivoluzionario possa influenzare questi avvenimenti. Il solo compito tecnico di inviare regolarmente materiale al giornale e di promuoverne la distribuzione regolare necessiterà di una rete di agenti locali del partito unificato, che si manterranno costantemente in contatto fra loro, sapranno lo stato generale del lavoro, si abitueranno a svolgere regolarmente le loro funzioni dettagliate all’interno di un lavoro che copre tutta la Russia e metteranno alla prova le proprie forze nell’organizzazione di diverse attività rivoluzionarie.” (119)
Non esiste probabilmente nessun altra opera nella storia delle idee marxiste che sia stata così maltrattata come il Che fare? di Lenin. Scritto tra la fine del 1901 e l’inizio del 1902, questo lavoro era inteso come una resa dei conti definitiva con gli economisti, e aveva pertanto un taglio generale estremamente polemico. C’è indubbiamente un ricco filone di idee in questo lavoro, il quale è però seriamente indebolito da un malaugurato errore teorico. Nel polemizzare correttamente contro l’adorazione servile della “spontaneità” tipica degli economisti, Lenin si lascia cadere nell’errore opposto, esagerando un’idea corretta fino a trasformarla nel suo contrario. In particolare, egli afferma che la coscienza socialista “deve essergli portata [agli operai] dall’esterno. La storia di tutti i paesi dimostra che la classe operaia, basandosi esclusivamente sui propri sforzi, è capace di sviluppare unicamente una coscienza tradeunionistica, cioè la convinzione che è necessario organizzarsi in sindacati, combattere i datori di lavoro e sforzarsi di costringere il governo ad approvare la necessaria legislazione sul lavoro, ecc.”
Questa presentazione unilaterale ed erronea del rapporto fra la classe operaia e la coscienza socialista non era un’invenzione originale di Lenin, ma era tratta direttamente da Kautsky, che veniva considerato a quel tempo come il principale difensore del marxismo ortodosso contro Bernstein. Lenin infatti cita con approvazione le parole di Kautsky che “il veicolo della scienza non è il proletariato, ma gli intellettuali borghesi [il corsivo è di Kautsky]: è stato nella mente di singoli membri di questo strato che è nato il moderno socialismo, e sono stati essi a trasmetterlo ai proletari intellettualmente più sviluppati i quali, a loro volta, lo introducono nella lotta di classe proletaria laddove le condizioni lo permettono. La coscienza socialista è così qualcosa introdotto nella lotta di classe proletaria dall’esterno [von Aussen Hineingetragens] e non qualcosa che sorge spontaneamente da essa [urwüchsig].” (120)
In questo passo l’unilateralità della formulazione di Kautsky emerge in tutta la sua crudezza. È vero che la teoria marxista, l’espressione più alta della coscienza socialista, non è emersa dalla classe operaia, ma è il prodotto di quanto di meglio era stato raggiunto dal pensiero borghese, cioè dalla filosofia tedesca, dall’economia politica classica inglese e dal socialismo francese. Non è vero, tuttavia, che il proletariato, lasciato a se stesso, sia capace solo di elevarsi fino al livello della coscienza tradeunionistica, (cioè della lotta per miglioramenti economici all’interno dei confini del capitalismo). Oltre un decennio prima che il Manifesto comunista vedesse la luce, la classe operaia britannica per mezzo dei cartisti - che lo stesso Lenin descrisse come il primo partito operaio rivoluzionario di massa nel mondo - era già andata di gran lunga oltre i confini di una semplice coscienza sindacale, passando dall’idea di riforme parziali da ottenersi attraverso delle petizioni, all’idea dello sciopero generale (“the grand national holiday”) e persino dell’insurrezione armata (i “physical force men”, la sollevazione di Newport. Allo stesso modo i lavoratori e le lavoratrici di Parigi riuscirono nella pratica, senza la presenza di un partito coscientemente marxista alla loro testa, a prendere il potere, anche se solo per pochi mesi, nel 1871. Ricordiamo che Marx stesso imparò dall’esperienza della Comune di Parigi, dalla quale derivò la sua idea della democrazia operaia (“dittatura del proletariato”). Allo stesso modo, l’idea dei soviet (consigli) non fu l’invenzione di Lenin o di Trotskij, ma fu una creazione spontanea del proletariato russo durante la rivoluzione del 1905.
Questo significa che i marxisti negano l’importanza del fattore soggettivo, vale a dire del partito rivoluzionario e della sua direzione? Al contrario. L’intera storia della classe operaia mondiale mostra come il proletariato necessiti di un partito e di una direzione rivoluzionaria per prendere il potere. Ma il fattore soggettivo non può essere creato per “combustione spontanea”. Non può sorgere dagli avvenimenti, né essere improvvisato quando sorge la necessità. Deve essere preparato precedentemente con un lavoro paziente e scrupoloso, di anni e forse anche decenni. La costruzione del partito rivoluzionario e il movimento della classe non sono tuttavia la stessa cosa. I due processi possono essere rappresentati come due linee parallele, che per lungo tempo non si incontrano. La classe lavoratrice impara dalla propria esperienza, e trae conclusioni rivoluzionarie lentamente e con grande difficoltà. Engels spiegò come esistono periodi nella storia nei quali vent’anni valgono come un giorno. Sotto il peso morto dell’abitudine, della routine e della tradizione, le masse seguono le vecchie consuetudini, fino a quando non sono scosse con la forza da grandi avvenimenti. D’altra parte, aggiunge Engels, ci sono periodi nei quali la storia di vent’anni si concentra in 24 ore.
Più e più volte la classe operaia ha mostrato con l’azione di tendere al potere. Il proletariato spagnolo, come spiegò Trotskij, sarebbe stato capace di fare dieci rivoluzioni fra il 1931 e il 1937. Nell’estate del 1936 i lavoratori della Catalogna, ancora una volta senza una direzione marxista, schiacciarono l’esercito fascista e presero di fatto il potere in mano. Se non riuscirono a organizzare uno Stato operaio e a consolidare la loro presa sul potere, diffondendo la rivoluzione al resto della Spagna, non fu per loro colpa, ma per responsabilità dei dirigenti sindacali e anarchici della Cnt-Fai e del Poum. I dirigenti dei lavoratori, rifiutandosi di dare il colpo di grazia ai rimasugli dello Stato borghese e di organizzare un nuovo Stato operaio sulla base di soviet eletti democraticamente nelle fabbriche e nelle milizie, firmarono la condanna a morte della rivoluzione spagnola. In ogni caso, quanto avvenne in Catalogna e in altre parti della Spagna nel 1936 andava ben al di là della “coscienza tradeunionistica”. Lo stesso si può dire degli avvenimenti del ’68 in Francia e in tutte quelle situazioni nelle quali la classe operaia tenta di cominciare a prendere in mano il proprio destino.
Le idee non cadono dal cielo, ma si formano in base all’esperienza. Nel corso della propria esperienza, il proletariato inevitabilmente trae certe conclusioni generali riguardo al proprio ruolo nella società. In certe condizioni, nel tumulto di grandi avvenimenti, il processo di apprendimento può accelerare enormemente. Ma anche nei periodi di normale sviluppo capitalistico, la vecchia talpa della storia continua a scavare a fondo nella coscienza del proletariato. Nei momenti decisivi, gli avvenimenti possono esplodere sulla testa della classe operaia prima che quest’ultima abbia il tempo per trarre tutte le conclusioni necessarie. Il ruolo dell’avanguardia non è affatto quello di “insegnare ai gatti ad arrampicare”, ma di rendere cosciente la volontà inconscia della classe lavoratrice di trasformare la società. In questa idea non c’è traccia di misticismo. La vita insegna, come Lenin stesso amava ripetere. Dall’esperienza di tutta una vita di sfruttamento e oppressione, la classe lavoratrice, a cominciare dagli strati più attivi che la guidano, acquista una coscienza socialista. Questa è precisamente la base del processo storico che portò alla nascita dei sindacati e dei potenti partiti della Seconda e della Terza internazionale. Gli elementi di una coscienza socialista e l’idea di una radicale trasformazione dell’ordine sociale sono presenti negli statuti e nei programmi di innumerevoli sindacati, come muta testimonianza del desiderio latente di cambiamento. La lotta di classe crea inevitabilmente non solo una coscienza di classe, ma anche una coscienza socialista. È dovere dei marxisti far emergere quanto è già presente, dare una espressione cosciente a quello che esiste in forma inconscia o semicosciente.
Coloro che, quasi un secolo dopo, ripetono meccanicamente l’errore del Che fare? lo fanno senza rendersi conto che Lenin stesso ammise che questa formulazione scorretta non era altro che un’esagerazione polemica. Quando, al Secondo congresso del Posdr, ci fu chi tentò di usarla contro di lui, Lenin rispose: “Tutti noi sappiamo che gli ‘economisti’ erano andati a un estremo. Per raddrizzare le cose qualcuno doveva tirare nella direzione opposta, e questo è quello che ho fatto.” (121) Nella sua biografia di Stalin, Trotskij commenta queste parole: “L’autore del Che fare? stesso successivamente riconobbe la natura pregiudiziale, e quindi erronea, di questa teoria che aveva scagliato come arma occasionale nella battaglia contro l’“economismo” e la sua deferenza verso la natura elementare del movimento operaio.” (122)
Nonostante questo difetto, il Che fare? fu una grande pietra miliare nella storia del marxismo russo. In questa opera Lenin dimostrò definitivamente la necessità dell’organizzazione, la necessità di rivoluzionari professionali il cui obiettivo principale sia la costruzione del partito, e la necessità di un vero partito operaio di massa di tutta la Russia. Il proletariato, per poter prendere il potere, deve essere organizzato. Se questo obiettivo non viene raggiunto, come spiegò Trotskij, la forza potenziale della classe operaia verrà dispersa inutilmente, come vapore che si disperde nell’aria anziché concentrarsi in un cilindro a pistone.
L’idea essenziale che attraversa il Che fare? è la necessità di formare quadri operai, non semplici militanti sindacali con una coscienza di classe, ma lavoratori che padroneggino le idee del marxismo: “Senza una teoria rivoluzionaria non può esservi movimento rivoluzionario. Non si può insistere troppo su questa idea, in un momento nel quale la predicazione opportunista alla moda va mano nella mano con l’infatuazione per le forme più ristrette dell’attività politica.” Lenin qui non mirava affatto a sminuire la capacità di comprensione dei lavoratori, ma precisamente l’opposto. La sua preoccupazione principale era combattere il pregiudizio piccolo-borghese secondo il quale “gli operai non possono capire la teoria” e quindi la letteratura di partito deve limitarsi a parole d’ordine sindacali e rivendicazioni immediate. Al contrario, Lenin insisteva che “è necessario che gli operai non si rinchiudano nei limiti artificialmente ristretti della ‘letteratura per operai’, ma che possano apprendere in misura crescente a padroneggiare la letteratura in generale. Sarebbe ancora più corretto dire ‘non vengano rinchiusi’, anziché ‘non si rinchiudano’, perché gli operai stessi vogliono leggere e leggono tutto quello che viene scritto per gli intellettuali, e solo alcuni intellettuali (scadenti) credono che ‘agli operai’ sia sufficiente dire poche cose sulle condizioni di fabbrica e continuare a ripetere loro cose che sanno da lungo tempo”. (123)
Cominciando dai problemi immediati della classe operaia, lottando per ogni genere di rivendicazioni parziali, è necessario andare oltre il particolare e stabilire il nesso con il generale, dalla lotta di gruppi di lavoratori contro un singolo padrone alla lotta della classe lavoratrice nel suo insieme contro la borghesia e il suo Stato. Con un ragionamento brillante Lenin stabilì la relazione dialettica fra agitazione, propaganda e teoria e spiegò in che modo le piccole forze del marxismo, conquistando gli strati più avanzati della classe, possano successivamente conquistare la massa del proletariato e, attraverso questo, tutti gli altri strati oppressi della società: i contadini, le nazionalità oppresse, le donne. Gli economisti ebbero un successo iniziale perché si limitavano ad adattarsi ai pregiudizi degli strati operai più arretrati. Ma, come sostenne Lenin, i lavoratori non sono bambini da nutrire con una pappa così diluita. Non vogliono che gli si spieghi quello che già sanno. I lavoratori hanno una sete di conoscenza che è dovere dei marxisti soddisfare. Prendendo come punto di partenza i problemi immediati dei lavoratori, è necessario elevare il livello di coscienza fino a una piena comprensione del loro ruolo nella società, indicando la via d’uscita dai loro problemi.
Il passaggio del secolo vide un periodo di rapida crescita industriale in Russia che rafforzò ulteriormente la classe operaia, la quale contava ora attorno ai tre milioni di componenti. Tra il 1894 e il 1902 il numero di operai impiegati in fabbriche da 100 a 150 dipendenti crebbe del 52,8 per cento. Ma quelli nelle grandi fabbriche da 500 a 1.000 dipendenti crebbero del 72 per cento. L’aumento principale, tuttavia, si ebbe nelle fabbriche più grandi, oltre i 1.000 operai, che crebbero non meno del 141 per cento. All’inizio del secolo 1.155.000 lavoratori erano impiegati da 458 imprese. La composizione di classe del movimento rivoluzionario rifletteva questo cambiamento profondo nei rapporti sociali. Nel 1884-90 solo il 15 per cento degli arrestati per reati politici erano operai. Nel 1901-03 il 46 per cento, quasi la metà, erano operai. Le statistiche degli scioperi illustrano il rapido processo di politicizzazione della classe operaia:
1901 1902 1903
Scioperi politici: 22,1 20,4 53,2
Scioperi economici: 77,9 79,6 46,8
dati in percentuale
(Fonte: Istoriya KPSS, vol. 1, pag. 357)
Il lancio dell’Iskra coincise con l’inizio di una nuova ascesa rivoluzionaria. Le manifestazioni di massa degli operai di Kharkov il primo maggio 1900 diedero l’avvio a un periodo di tempestose dimostrazioni di strada. “La socialdemocrazia”, scrisse il generale della gendarmeria Spiridovic, “comprese il tremendo significato agitativo dello scendere nelle strade. Da allora in avanti presero essi stessi l’iniziativa delle manifestazioni, attirando a sé un numero ancora maggiore di operai. Non di rado le manifestazioni di strada nascevano dagli scioperi.” (124)
L’ambiente combattivo che dilagava nelle fabbriche rifletteva l’aumentata tensione sociale causata dalla crisi industriale del 1900-1903, quando circa 3.000 fabbriche chiusero causando 100. 000 licenziamenti. I salari vennero tagliati nel tentativo dei padroni di superare la crisi riprendendosi le concessioni conquistate negli scioperi degli anni ’90. Come risultato, il movimento divenne rapidamente più radicale e più politicizzato. Nel maggio del 1901 uno sciopero difensivo nella grossa fabbrica di armamenti Obukhov, a San Pietroburgo, portò a scontri sanguinosi con le truppe, quando gli operai si difesero usando pietre e rottami di ferro. La coraggiosa battaglia degli operai divenne nota come la “difesa della Obukhov”, e causò rappresaglie selvagge, 800 arresti e numerose condanne ai lavori forzati. Si trattava di un chiaro avvertimento che il movimento aveva raggiunto una nuova fase in cui i lavoratori erano disposti a passare all’offensiva e ad affrontare la forza dello Stato. Così, attraverso la propria esperienza di lotta, gli operai erano andati con l’azione ben oltre i sofismi della “teoria delle fasi” degli economisti.
Nel 1902 esplose a Rostov sul Don uno sciopero pressoché generale, con raduni di massa di decine di migliaia di operai e ferrovieri. Vennero inviati i cosacchi e la polizia e ci furono vittime fra gli operai. I loro funerali vennero trasformati in manifestazioni politiche. Il movimento di scioperi andò in crescendo nel 1903, quando un’ondata di scioperi politici spazzò il meridione del paese, toccando Tiflis, Baku, Odessa, Kiev e Iekaterinoslav. Il movimento della classe operaia diede un forte impulso alle lotte contadine. Nelle province di Poltava e Kharkov divamparono le lotte contadine. Diecimila soldati vennero inviati per sopprimere le rivolte, ma il movimento si estese rapidamente nelle regioni delle Terre Nere, del Volga e in Georgia. Le ville dei latifondisti andavano a fuoco mentre i contadini si sollevavano a combattere i loro persecutori: “L’aria è piena di segnali minacciosi”, scriveva un latifondista di Voronez nel 1901, “ogni giorno vediamo il bagliore degli incendi all’orizzonte, una nebbia sanguinosa striscia sulla terra.” (125)
L’ambiente rivoluzionario si trasmise rapidamente agli studenti. In queste circostanze, anche rivendicazioni apparentemente limitate quali l’autonomia delle università assumevano un carattere rivoluzionario-democratico. Per spezzare il morale degli studenti le autorità zariste ricorsero alle misure più pesanti, come l’invio nell’esercito degli studenti dissenzienti. Nelle manifestazioni di massa gli arrestati furono decine di migliaia, ma questo non faceva che gettare benzina sul fuoco. Anche se la gran maggioranza degli studenti proveniva dalle classi superiori, e per vedute politiche era vicina ai liberali, sempre più cominciarono a guardare alla classe operaia come a un alleato nella lotta contro il dispotismo. Molti finirono con l’unirsi alla socialdemocrazia. Nell’inverno 1901-02, circa 30mila studenti presero parte a uno sciopero generale contro il governo. Nel suo secondo numero, l’Iskra fece appello agli operai ad “andare in aiuto degli studenti”.
A differenza degli economisti, che con le loro vedute ristrette guardavano con sospetto il movimento studentesco o qualsiasi altra cosa andasse oltre i limiti delle rivendicazioni sindacali, Lenin comprendeva il potenziale rivoluzionario del movimento degli studenti, nonostante la sua composizione in larghissima parte non proletaria. “Lenin e i suoi seguaci”, scrive Zinoviev, “nel lottare per l’egemonia del proletariato presero la posizione che se la classe operaia era il fattore guida, e se essa era la forza fondamentale e basilare della rivoluzione, doveva farsi affiancare come forze ausiliarie da tutti coloro che fossero inclini, in qualsiasi misura, a lottare contro l’autocrazia.” (126)
Il movimento rivoluzionario delle masse risvegliò l’intelligentsia dalla palude dello scoraggiamento. La fondazione del partito socialrivoluzionario (SR) nel 1902 segnò il riemergere della piccola borghesia rivoluzionaria sotto la bandiera del populismo e del terrorismo. Il ministro dell’istruzione, Bogoplepov, subì un attentato per mano dello studente Karpovic. Poi fu Lagovskij a sparare al temutissimo Pobedonostsev. Le tendenze terroristiche fra gli studenti erano esse stesse il barometro di una crisi rivoluzionaria che si andava preparando. Pur simpatizzando con gli studenti, i marxisti russi non risparmiarono le loro critiche verso il vicolo cieco costituito dal terrorismo individuale: un ministro reazionario veniva sostituito da un altro, lo Stato rimaneva intatto e in realtà ne usciva rafforzato, mentre il movimento subiva una repressione accresciuta.
L’agitazione delle masse diede coraggio ai liberali, che cominciarono a fare uso dei poteri limitati di autogoverno consentiti dagli Zemstvo. All’inizio del secolo molti Zemstvo erano dominati dai liberali, che tentarono di utilizzarli come piattaforme per fare pressione sul governo con le loro rivendicazioni. Sentendo il terreno tremare sotto i piedi, i rappresentanti politici della borghesia russa cominciarono con esitazione a organizzarsi. La pubblicazione all’estero di un giornale liberale illegale nel 1902, l’Osvobozdenie (Liberazione) fu il primo, timido passo verso la formazione del futuro partito liberale. Questo avvenimento segnò la rottura finale con il marxismo da parte della tendenza dei “marxisti legali” di Struve, che divenne il direttore dell’Osvobozdenie. Con tutta la sua fraseologia “democratica”, la borghesia liberale cercava un accordo con il regime autocratico per l’introduzione di una costituzione limitata. Il problema era che il regime era più incline ad appoggiarsi sulla frusta dei cosacchi che sui liberali, la cui capacità di controllare le masse era notevole per la sua assenza. Tuttavia un settore del governo, rappresentato dal ministro delle finanze Witte, tentò di appoggiarsi sugli Zemstvo. All’inizio del 1901, Witte scrisse un memorandum confidenziale intitolato L’Autocrazia e gli Zemstvo, che venne pubblicato illegalmente all’estero con una prefazione dello stesso Struve.
Nella sua prefazione, Struve rese chiara la sua completa rottura col marxismo, assumendo invece il ruolo di consigliere non richiesto e non pagato del governo. Struve scrisse: “Non c’è dubbio che vi sono uomini nei gradi più alti della burocrazia, che non simpatizzano (!) con la politica reazionaria… Forse esso [il governo] si renderà conto, prima che sia troppo tardi, del pericolo fatale di proteggere il regime autocratico ad ogni costo. Forse anche prima che debba fronteggiare una rivoluzione, comincerà a sentire la stanchezza per la sua lotta contro lo sviluppo storicamente e naturalmente necessario (!) della libertà, e comincerà a oscillare nella sua ‘politica inconciliabile’”, e via di seguito.
Nel suo articolo I persecutori degli Zemstvo e gli Annibali del liberalismo, Lenin replicò duramente a Struve: “In politica non esiste spazio per la sottomissione, e la venerabile politica del divide et impera, che sacrifica l’inessenziale per preservare l’essenziale, che con una mano concede e con l’altra riprende, può essere confusa con la sottomissione solo in base a una sconfinata ingenuità (tanto se si tratta di sancta simplicitas che di una più scaltra).” (127) L’intero contenuto dell’articolo di Lenin era un atto d’accusa devastante contro il liberalismo. Fin dall’alba del movimento operaio russo, l’atteggiamento verso i partiti liberali era stata sempre la pietra di paragone per distinguere l’approccio rivoluzionario. Su questo problema, Lenin dispiegò sempre l’intransigenza più implacabile. Significativamente, questa bordata contro Struve e i liberali causò dei disaccordi nella redazione dell’Iskra. Plekhanov e Axelrod vennero presi alla sprovvista dall’asprezza della polemica.
Plekhanov scrisse a quest’ultimo, esprimendo i suoi timori: “L’opinione dell’autore sull’introduzione al memorandum è del tutto corretta, e non c’è nulla da mitigare in essa, anche se Vera Zasulic lo avrebbe gradito molto. Ma il suo tono verso il liberalismo e i liberali in Russia è troppo malevolo. C’è molto di giusto in quanto dice dei nostri liberali, ma non è positivo maltrattarli a questo modo. Una cosa ancora. È importante che lei legga attentamente il passaggio che tratta dell’importanza del lavoro negli Zemstvo. Lei è il nostro tattico più perspicace, e lascio a lei giudicare se l’autore è nel giusto. Ho idea che qui ci sia qualcosa di sbagliato.” (128)
A malincuore, Lenin inserì un paragrafo conciliatorio alla fine dell’articolo. Tuttavia, la linea generale dell’articolo è chiara: la borghesia liberale ha ampiamente dimostrato la propria codardia e impotenza, e mancando essa stessa della forza necessaria ha dovuto ridursi a supplicare concessioni dall’autocrazia, utilizzando senza scrupoli la minaccia di una rivoluzione dal basso; inevitabilmente saranno pronti a svendere in cambio di un compromesso marcio con il governo, che li alletterà con false promesse, “per poi prenderli per la collottola e colpirli con la frusta della reazione. E quando questo accadrà, signori, non ci dimenticheremo di dirvi: ben vi sta!”
Col senno di poi, lo scontro sull’articolo di Lenin non fu casuale. Nonostante le critiche di Plekhanov contro Struve, c’era una tendenza nel gruppo Emancipazione del lavoro, la quale non vedeva la necessità di una rottura radicale con quello strato degli intellettuali borghesi della tendenza del marxismo legale, che stavano ora chiaramente spostandosi a destra e avevano un piede ben saldo nel campo del liberalismo. Scherzando solo a metà, Lenin e la Krupskaja avevano affibbiato alla Zasulic e a Potresov il soprannome di “Struvefreundliche Partei”, la tendenza degli “amichevoli verso Struve”.
Le vecchie abitudini sono dure a morire. A parte Plekhanov, che con tutti i suoi limiti era un gigante, gli altri membri del vecchio gruppo trovavano sempre più difficile adattarsi alla nuova situazione. In genere solo dirigenti di tipo molto speciale sono capaci di condurre la necessaria transizione da un’epoca storica, con le sue necessità particolari, a un’altra completamente diversa. Non è un caso se ogni periodo di transizione tende a essere accompagnato da crisi e scissioni nelle quali un determinato strato, incapace di adattarsi al mutare delle condizioni, rimane ai margini del cammino. La creazione di un partito operaio di massa è incompatibile con i metodi dilettanteschi e informali che caratterizzano il periodo iniziale di attività propagandistica. La necessità di un approccio più professionale era uno dei temi centrali negli scritti di Lenin di quell’epoca. “Organizzare il lavoro su basi professionali senza introdurre alcun elemento personale, e assicurarsi così che il capriccio o i legami personali provenienti dal passato non influenzassero le decisioni”, scriveva la Krupskaja, “era ormai diventata un’evidente necessità”. (129)
Le tendenze al localismo e al dilettantismo che prevalevano in molti comitati erano un freno al lavoro in una fase nella quale si aprivano grandi possibilità. Non c’era spazio per tendenze che cercassero il compromesso e perpetuassero un tale caos. Il messaggio dell’Iskra, basato sulla necessità di lottare per la teoria marxista, per un partito unificato, per un approccio professionale al lavoro, colpiva una corda sensibile fra gli operai, anche se alla fine del 1901 c’erano solo nove agenti dell’Iskra in tutta la Russia, e la tendenza era ancora in minoranza. In principio molti membri dei comitati locali erano scettici o addirittura ostili. Così al secondo congresso uno dei delegati rilevò “Mi ricordo l’articolo Da cosa cominciare? nel numero 3 o 4 dell’Iskra. Molti dei compagni attivi in Russia lo trovarono un articolo privo di tatto; altri pensavano che quel piano fosse una fantasticheria, e la maggioranza lo attribuiva esclusivamente all’ambizione personale. Ricordo allora l’amarezza mostrata verso l’Iskra da un maggioranza dei comitati; ricordo una serie di scissioni…” (130)
La tendenza dell’Iskra venne costruita gradualmente attraverso un lavoro paziente attorno al giornale stesso. Iniziata come mensile, l’Iskra in seguito appariva ogni due settimane. Lentamente ma sicuramente, venne costruita una rete di corrispondenti operai nelle fabbriche e nei quartieri operai, per la distribuzione del giornale, la raccolta sistematica di fondi, i collegamenti con le diverse organizzazioni e la creazione di una periferia di simpatizzanti. Chiave in questo lavoro fu la crescita regolare nel numero degli agenti dell’Iskra, uomini e donne che si dedicavano interamente al lavoro rivoluzionario. Nelle condizioni difficili e pericolose della clandestinità, essi si assunsero il compito di costruire la tendenza in Russia, mantenendo un contatto stabile col centro all’estero, organizzando il trasporto della letteratura illegale, creando tipografie clandestine, ecc. Commentando quel periodo, nel quale giocò un ruolo attivo nel campo dell’Iskra, Trotskij fornisce un quadro vivace del lavoro e dello stile di vita di questi agenti:
“Il compito immediato dell’Iskra era di selezionare tra gli operai che svolgevano il lavoro locale le persone di maggior fibra e utilizzarle nella creazione di un apparato centrale capace di guidare la lotta rivoluzionaria nell’intero paese. Il numero di aderenti all’Iskra era considerevole e cresceva costantemente. Ma il numero di veri e propri iskristi, di fiduciari del centro estero, era necessariamente limitato; non oltrepassò mai le venti o trenta persone. Particolarmente caratteristico dell’iskrista era la rottura del legame con la propria città, provincia o regione, a vantaggio della costruzione del partito. Nel vocabolario dell’Iskra, ‘localismo’ era sinonimo di arretratezza, ristrettezza di vedute, quasi di regressione. ‘Saldati da un gruppo cospirativo compatto di rivoluzionari professionali’, scrisse il generale della gendarmeria Spiridovic, ‘viaggiavano da una località all’altra, ovunque vi fossero comitati del partito, stabilivano contatti con i loro membri, consegnavano letteratura illegale, li aiutavano a creare tipografie e raccoglievano le informazioni necessarie all’Iskra. Penetravano nei comitati locali, portavano la loro propaganda contro l’economismo, eliminavano i loro avversari ideologici e in questo modo sottoponevano i comitati alla loro influenza.’ Il poliziotto in pensione ci dà qui una caratterizzazione sufficientemente corretta degli iskristi. Essi erano membri di un ordine errante, al di sopra delle organizzazioni locali che consideravano come un’arena nella quale esercitare la loro influenza.” (131)
I primi tre centri per la distribuzione dell’Iskra furono quello meridionale (Poltava), quello settentrionale (Pskov) e quello orientale (Samara). A questi si aggiunse in seguito quello centrale (Mosca). La tendenza veniva costruita attorno al giornale, secondo la teoria di Lenin del “giornale come organizzatore”, formando una rete di corrispondenti operai nelle fabbriche, che si occupavano della distribuzione, della redazione di articoli, di raccogliere fondi, di collegarsi a diverse organizzazioni e di coltivare una periferia di contatti. Il giornale era il punto focale nel lavoro della tendenza. Il periodo di disorganizzazione e caos si era riflesso nella proliferazione di volantini e giornali locali. L’Iskra era una potente forza unificante, che univa i comitati locali di tutta la Russia e forniva loro un legame stabile con il centro dirigente all’estero. Il lavoro cominciò con la conquista sistematica dei comitati locali alle posizioni della tendenza dell’Iskra. Era un lavoro pieno di difficoltà. Non solo gli agenti dell’Iskra dovevano eludere la sorveglianza continua della polizia, ma a volte dovevano battagliare duramente solo per ottenere di essere ammessi nei comitati.
Gli storici borghesi moderni accusano falsamente l’Iskra di avere condotto delle manovre per conquistare il controllo. Furono invece gli economisti, completamente incapaci di difendere le proprie idee contro la critica marxista, a ricorrere a metodi burocratici per zittire i loro avversari. Il dirigente economista del comitato di San Pietroburgo, Tokarev, fu così zelante nell’espellere chiunque simpatizzasse per l’Iskra da guadagnarsi il soprannome di Vyscibalo (il buttafuori). L’ascesa del movimento rivoluzionario creava un terreno fertile per la diffusione delle idee dell’Iskra; in molte zone la lotta per l’influenza nei comitati portò a delle scissioni. Invariabilmente, tuttavia, i comitati anti-Iskra tendevano a indebolirsi e a sparire, mentre il numero di comitati attivi dell’Iskra continuava a crescere. Il successo dell’Iskra non sfuggì alla polizia. Tra la fine del 1901 e l’inizio del 1902, un gran numero di agenti dell’Iskra venne arrestato. Ma queste battute d’arresto non fermarono la crescita della tendenza.
La principale base d’appoggio che rimaneva agli economisti del Raboceie Dielo era l’“Unione dei socialdemocratici all’estero”. Un tentativo di giungere all’unità su basi di principio, dopo una conferenza di unificazione all’inizio del 1901, fallì e i sostenitori dell’Iskra si ritirarono infine dall’Unione in settembre, formando il mese successivo la “Lega dei socialdemocratici rivoluzionari all’estero”. Gli economisti dell’Unione dei socialdemocratici all’estero, vedendo che la situazione in Russia stava sfuggendo loro di mano, decisero di colpire per primi convocando frettolosamente un congresso del partito, nel quale speravano di trovarsi in vantaggio.
I sostenitori del Raboceie Dielo si legarono al Bund che oltre al suo appoggio generale per l’economismo aveva un proprio interesse ulteriore. Esso rivendicava infatti non solo l’autonomia all’interno del partito, ma il diritto esclusivo di parlare a nome del Partito operaio socialdemocratico russo - formato con il primo congresso, ma organizzato realmente nel 1903 - sulle questioni ebraiche. Questo portò a uno scontro frontale con l’Iskra che, come dice la Krupskaja, considerava che “questa tattica fosse suicida per il proletariato ebraico. I lavoratori ebrei non avrebbero mai potuto vincere da soli. Solo fondendo le loro forze con il proletariato di tutta la Russia sarebbero diventati forti.” (132)
Per impedire che l’Iskra convocasse in congresso nel quale sapevano che sarebbero stati in minoranza, gli economisti e il Bund si risolsero a una manovra. Alla fine del marzo 1902 convocarono il cosiddetto congresso di Bielostok. L’idea era di escludere l’Iskra, ma la natura chiaramente non rappresentativa dell’assemblea (in effetti era persino meno rappresentativa del primo congresso) significava che la finzione non poteva essere mantenuta. Inoltre l’Iskra venne a sapere della riunione e inviò un rappresentante, Fiodor Dan, il quale si presentò pur senza essere invitato e riuscì a costringere i presenti a definire l’incontro non come un congresso, ma come una conferenza, e a eleggere un comitato organizzatore per il congresso. Poco dopo, la maggioranza dei delegati della conferenza venne arrestata, e fra essi due membri del Comitato organizzatore (Co). Dopodiche l’intero lavoro della convocazione del congresso ricadde sull’Iskra. In una nuova conferenza tenuta a Pskov nel novembre del 1902 venne formato un nuovo Co, questa volta con una maggioranza di sostenitori dell’Iskra. La preparazione del secondo congresso entrava ora nel vivo.
L’Iskra aveva di fronte un compito formidabile. Il trasporto del giornale era già di per se un incubo. Viaggiava verso la Russia in valige a doppio fondo, rilegature di libri, con marinai, studenti, passando per Marsiglia, Stoccolma, la Romania, la Persia, persino l’Egitto. Molte copie si perdevano per via. La Krupskaja stimava che non oltre un decimo giungesse a destinazione. La corrispondenza con l’interno era aleatoria. Spesso gli agenti dell’Iskra non mantenevano il contatto regolare con il centro di Londra, il che a volte faceva impazzire Lenin. Persino quando le lettere arrivavano i problemi non erano terminati. Spesso gli indirizzi non erano leggibili, oppure non erano aggiornati. I messaggi cifrati non potevano essere letti perché il latte o il succo di limone con i quali venivano scritti erano svaniti. E il lavoro veniva spesso ricacciato indietro dagli arresti. Nonostante tutti i problemi, l’Iskra avanzava sistematicamente. La pubblicazione di un giornale quindicinale regolare fu la chiave del successo. A differenza dei giornali locali dilettanteschi dei suoi rivali, l’Iskra era scritta e prodotta professionalmente. La professionalità era il marchio di tutto il lavoro dell’Iskra. Non a caso Lenin aveva tanto insistito su questo punto nel Che fare?.
Il successo dell’Iskra in Russia aumentò enormemente l’autorità della redazione di Londra, che agiva come il centro dal quale veniva non solo la guida teorica, ma anche le direttive pratiche. Al di fuori della vista dei militanti, tuttavia, c’erano tensioni serie e crescenti tra le figure dirigenti dell’Iskra. Col procedere dei preparativi del congresso queste contraddizioni assumevano un carattere sempre più intollerabile. Il grosso del lavoro ricadeva sulle spalle di Lenin e di sua moglie Nadyezhda Konstantinovna Krupskaja. Lenin era di fatto il direttore mentre l’instancabile Krupskaja faceva miracoli sul terreno organizzativo, mantenendo una vasta corrispondenza con l’interno della Russia. Questo era un elemento importante nel successo dell’Iskra. C’erano altre persone devote come Blumenfeld, il tipografo dell’Iskra: “Era un eccellente compositore e un buon compagno,” scrisse la Krupskaja. “Era entusiasta del suo lavoro… un compagno del quale ci si poteva fidare ciecamente. Qualsiasi lavoro intraprendesse, lo portava a termine.”
Martov giocava un ruolo importante sul fronte letterario. Plekhanov era un gigante della teoria. Ma nella pratica gli altri membri del vecchio gruppo di Plekhanov avevano una parte ridotta, se non nulla. Abituati da decenni di vita trascorsi in piccoli circoli di emigrati caratterizzati dall’estrema informalità, dove le questioni personali incombevano e a volte oscuravano la politica, i vecchi si trovavano sempre più in difficoltà a far fronte alla nuova situazione. Il gruppo Emancipazione del lavoro teneva in gran conto le capacità organizzative di Deutsch, ma quando egli giunse infine a Londra fu ben presto chiaro che i lunghi anni di esilio avevano lasciato il segno. Dopo un breve periodo a Londra, Deutsch ci ripensò e tornò nei più conviviali ambienti degli emigrati parigini, lasciando sulle spalle di Lenin il lavoro di preparazione del congresso. La Krupskaja ricorda la situazione dei mesi di attività febbrile che precedettero il secondo congresso: “In realtà l’intero lavoro del Comitato di organizzazione e la preparazione del congresso ricadevano su Vladimir Ilic. Potresov era malato; i suoi polmoni non potevano reggere le nebbie di Londra ed era in cura da qualche parte. Martov si era stancato di Londra e della sua vita appartata ed era andato a Parigi, dove si era arenato.” (133)
La redazione di sei membri (Lenin, Plekhanov, Axelrod, Zasulic, Martov e Potresov) spesso era teatro di aspri conflitti. Nel periodo che condusse al congresso ci fu una battaglia continua tra Lenin e Plekhanov sulle rispettive bozze di programma. In un’atmosfera di tensione acuta, spesso il tono della discussione si scaldava. Quando nel gennaio del 1902 Plekhanov presentò la sua bozza di programma, Lenin e Martov sollevarono alcune critiche che Plekhanov, come suo solito, prese come insulti personali. Quando venne proposto che la bozza venisse votata punto per punto, la sua risposta fu l’abbandono della riunione. Successivamente Lenin produsse una bozza alternativa, che venne discussa in un’atmosfera di tensione. Ci furono scene tempestose, minacce e ultimatum. La descrizione della Krupskaja fornice un quadro vivido del funzionamento interno della redazione dell’Iskra in questa fase:
“Il programma del partito venne preparato per il congresso. Plekhanov e Axelrod attaccarono parti del programma redatto da Lenin. Vera Zasulic non era d’accordo con Lenin su tutti i punti, ma neppure era interamente d’accordo con Plekhanov. Anche Axelrod su alcuni punti era d’accordo con Lenin. Fu una riunione dolorosa. Vera Zasulic voleva contrapporsi a Plekhanov, ma egli appariva così intimidatorio mentre la squadrava con le braccia conserte, che perse il controllo di sé. La discussione era giunta al punto delle votazioni. Prima che si votasse, Axelrod, che su quel punto specifico era d’accordo con Lenin, disse che aveva mal di testa e che voleva uscire a passeggiare. Vladimir Ilic era terribilmente sconvolto. Era impossibile lavorare così. La discussione era completamente priva di metodo.” (134)
Il disaccordo iniziale concerneva la formula di Plekhanov secondo la quale in Russia il capitalismo “stava diventando la forma dominante di produzione”. Lenin le oppose la frase “è già diventato dominante”. A prima vista era solo una questione di accenti. Tuttavia nella bozza di Lenin c’era una sfumatura che enfatizzava la maturità delle condizioni obbiettive per il ruolo dominante del proletariato in Russia. “E se il capitalismo non è ancora la forma dominante”, obiettò Lenin, “non dovremmo forse rimandare il movimento socialdemocratico?”
L’insistenza di Lenin su questo punto, e la riluttanza di Plekhanov a fare concessioni, illustrano in modo significativo la differente formazione psicologica e politica dei due uomini: Lenin, il rivoluzionario realista, impaziente verso le formule astratte, sempre pronto a trarre audaci conclusioni pratiche e in cerca di applicazioni concrete, rivoluzionarie, della teoria; e Plekhanov, il cui intelletto immensamente dotato e sottile non era completato da un istinto rivoluzionario e veniva spiazzato dalle vive richieste del momento. Le formulazioni di Plekhanov avevano giocato un ruolo progressivo come dichiarazioni di principio generali nella lotta contro il populismo, ma erano fuori luogo nella nuova fase della lotta di classe in Russia. Lenin si lamentava che la bozza di Plekhanov non era una guida per l’azione rivoluzionaria, ma un manuale per studenti, “e studenti del primo anno, ai quali si parla del capitalismo in generale e non ancora del capitalismo russo”. (135)
L’essenza del disaccordo, tuttavia non ruotava tanto attorno ai fondamenti, quanto a un approccio differente al lavoro e a una diversa concezione del ruolo del programma. C’era qualcosa di astratto nella bozza di Plekhanov, che Lenin trovava troppo accademica e non abbastanza concreta. Era la voce del propagandista esiliato, non il grido di battaglia di un nuovo partito rivoluzionario di massa. Da parte di Plekhanov c’era indubbiamente un elemento di rancore negli attacchi a Lenin che contenevano, come lamentava Martov, frasi che egli abitualmente riservava agli avversari politici. La bozza di Lenin era ricoperta da Plekhanov con doppie sottolineature, punti esclamativi, commenti sarcastici sullo stile, e così via.
I rapporti tra Lenin e Plekhanov erano vicini al punto di rottura. Essendosi sottoposto pazientemente al comportamento oltraggioso di Plekhanov per salvare l’unità, Lenin aveva i nervi tesi all’estremo: “Certo,” commentò amaramente, “io non sono che un ‘cavallo’, uno dei cavalli del cocchiere Plekhanov, ma il fatto è che anche il cavallo più paziente finirà col disarcionare un cavaliere troppo esigente”. (136) A un dato momento Lenin considerò la possibilità di “uscire all’esterno” rendendo pubbliche fra i militanti le divergenze con Plekhanov, ma alla fine si ritrasse, realizzando il danno che una simile scissione avrebbe creato alle soglie del congresso. Tuttavia l’esperienza amara di questi litigi interminabili gradualmente convinse Lenin dell’impossibilità di continuare sulle vecchie basi. “Temo molto”, scrisse ad Axelrod alla fine di marzo, “che in assenza di una nuova composizione degli aventi diritto al voto, in assenza di una forma di accordo su come votare esattamente, e su chi vota, e su quale significato dare alle nostre votazioni, il nostro congresso di Zurigo una volta di più non risolverà nulla.” (137)
La combinazione dell’eccessivo lavoro, delle preoccupazioni per le continue difficoltà nelle comunicazioni con la Russia e la tensione del conflitto nella redazione minò la salute di Lenin, che sviluppò una malattia detta “fuoco di Sant’Antonio”, con infiammazioni alle terminazioni nervose della schiena e del petto. Lenin e la Krupskaja non avevano una ghinea per consultare un medico inglese, ed egli dovette sottoporsi a una dolorosa cura a domicilio. Al suo arrivo a Ginevra Lenin crollò completamente e dovette trascorrere due settimane a letto proprio alla vigilia del congresso. Solo la pressione di Axelrod e della Zasulic indusse Plekhanov a fare marcia indietro e a scusarsi. Si giunse infine a un compromesso, ma l’incidente aveva contribuito a portare ai limiti la situazione intollerabile della redazione. La Zasulic e Martov generalmente agivano da conciliatori tra Lenin e Plekhanov. Martov, un personaggio di grandi doti, veniva come Lenin dall’interno. Ma il suo temperamento e il suo stile di vita lo avvicinavano più alla Zasulic e agli altri.
La Zasulic, Martov e Alexeiev condividevano una vita piuttosto bohemien, in una sorta di comune che l’incontentabile Plekhanov aveva battezzato “il covo”. La Krupskaja e altri hanno lasciato una quadro vivace di Vera Zasulic chiusa nella sua stanza, che si dannava l’anima su un articolo fumando una sigaretta dietro l’altra e nutrendosi di infinite tazze di caffè nero e forte. “Consideravo Martov come un affascinante bohemien, con qualcosa dell’eterno studente,” scrisse Lunaciarskij, “frequentatore assiduo di caffè, indifferenti agli agi, sempre coinvolto in qualche disputa e leggermente eccentrico.” (138) Lenin ebbe sempre un’alta considerazione delle qualità intellettuali di Martov. In realtà Martov rappresentò una delle figure più tragiche nella storia del movimento rivoluzionario russo. Come scrisse Trotskij: “Scrittore di talento, politico pieno di risorse, dotato di una mente acuta e formato alla scuola del marxismo, Martov entrerà tuttavia nella storia della rivoluzione operaia come un gigantesco segno meno. Il suo pensiero mancava di coraggio, la sua incisività mancava di volontà. La tenacia non bastava a sostituirli. Ne fu distrutto… Indubbiamente in Martov albergava un istinto rivoluzionario. La sua prima reazione ai grandi avvenimenti rivelava sempre un’aspirazione rivoluzionaria. Ma dopo ognuno di questi sforzi il suo pensiero, non sostenuto dalla molla della forza di volontà, si disintegrava e rifluiva. Questo si sarebbe visto con le prime ondate della rivoluzione…” (139)
La sensazione da parte dei vecchi membri di scivolare indietro alimentò un malcelato risentimento verso Lenin. Axelrod si lamentava che l’Iskra fosse basata a Londra e non in Svizzera, e così via. Il lavoro della redazione era ostacolato dal fatto che spesso i sei membri si dividevano in due parti uguali. Lenin cercava disperatamente in Russia un giovane compagno capace da poter cooptare nella redazione per rompere lo stallo e afferrò prontamente l’occasione della comparsa di Trotskij, recentemente evaso dalla Siberia, per portare avanti il cambiamento. Trotskij, che allora aveva solo 22 anni, si era già fatto un nome come scrittore marxista, da cui il suo nome di battaglia Pero (la Penna). Nelle prime edizioni delle sue memorie su Lenin la Krupskaja dà una descrizione onesta dell’atteggiamento entusiasta di Lenin verso Trotskij, la “giovane aquila”. Poiché queste righe vennero tagliate dalle edizioni successive, le citiamo qui per intero.
“Le calorose raccomandazioni ricevute, unite alle prime conversazioni, resero Vladimir Ilic particolarmente attento verso il nuovo arrivato. Parlava lungamente con lui andandovi a passeggio.
Vladimir Ilic lo interrogò sulla sua visita allo Iuznij Rabocij [“L’operaio del sud”, che aveva adottato una posizione oscillante tra l’Iskra e i suoi avversari]. Era compiaciuto dal modo netto con cui Trotskij formulava la propria posizione. Gli piaceva il modo in cui Trotskij era capace di afferrare immediatamente la sostanza delle differenze e di percepire, al di là delle ripetute dichiarazioni benintenzionate, il loro desiderio di conservare l’autonomia del loro piccolo gruppo, nascosta sotto l’immagine di un giornale popolare.
Al tempo stesso dalla Russia veniva richiesto con insistenza crescente che Trotskij venisse reinviato all’interno. Vladimir Ilic voleva che rimanesse all’estero per aiutare il lavoro dell’Iskra.
Plekhanov guardò immediatamente a Trotskij con sospetto: lo vedeva come un sostenitore del gruppo dei giovani nella redazione dell’Iskra (Lenin, Martov e Potresov) e come un allievo di Lenin. Quando Vladimir Ilic mandò a Plekhanov un articolo di Trotskij, questi replicò: ‘Non mi piace la penna della tua Penna’. ‘Lo stile è solo qualcosa che si acquisisce’, replicò Vladimir Ilic, ‘ma l’uomo è capace di imparare e sarà molto utile’.” (140)
Nel marzo del 1903 Lenin richiese formalmente l’inclusione di Trotskij nella redazione come settimo membro. In una lettera a Plekhanov scrisse: “Sottopongo a tutti i membri della redazione la proposta di cooptare ‘Pero’ come membro a pieno titolo (credo che per la cooptazione sia necessaria non una maggioranza, ma una decisione unanime).
Abbiamo molto bisogno di un settimo membro sia perché semplificherebbe le votazioni (essendo sei un numero pari) che per rafforzare la redazione.
‘Pero’ ha scritto ormai da diversi mesi su tutti i numeri. In generale lavora con la massima energia per l’Iskra tiene conferenze (con grande successo), ecc. Per la sezione del materiale di attualità sarebbe non solo utile ma piuttosto indispensabile. È indubbiamente un uomo di capacità superiori alla media, convinto, energico e promettente. E potrebbe esserci utile anche nella sfera delle traduzioni e della letteratura popolare.
Dobbiamo inserire forze giovani: questo li incoraggerà e li stimolerà a considerarsi come scrittori di professione. E che ne abbiamo troppo pochi è chiaro, come dimostrano 1) La difficoltà di trovare curatori delle traduzioni; 2) La scarsità di articoli che coprano la situazione interna, e 3) la scarsità di letteratura popolare. In questa sfera della letteratura popolare, ‘Pero’ vorrebbe mettersi alla prova.
Possibili obiezioni: 1) La giovane età; 2) potrebbe (forse) tornare presto in Russia; 3) una penna (senza virgolette) con tracce di stile da romanzo d’appendice, troppo pretenziosa, ecc.
Risposte: 1) ‘Si propone ‘Pero’ non per un posto indipendente, ma nella redazione. Al suo interno, farà esperienza. Ha indubbiamente il ‘fiuto’ dell’uomo di partito, di un uomo della nostra tendenza; conoscenza ed esperienza si possono acquisire. Che lavori duramente è del pari indiscutibile. È necessario cooptarlo per coinvolgerlo definitivamente e incoraggiarlo…” (141)
Tuttavia Plekhanov, indovinando che Trotskij avrebbe appoggiato Lenin mettendolo in minoranza, pose il suo veto.
“Poco dopo”, aggiunge la Krupskaja, “Trotskij andò a Parigi dove cominciò a progredire con notevole successo.” (142)
Queste righe scritte dalla compagna di Lenin di tutta la vita sono tanto più notevoli in quanto vennero scritte nel 1930, quando Trotskij era stato espulso dal partito, viveva in esilio in Turchia ed era sottoposto a un bando generale in Unione sovietica. Solo il fatto di essere la vedova di Lenin risparmiò la Krupskaja dall’ira di Stalin, almeno per il momento. Successivamente fu costretta da una pressione intollerabile a chinare la testa e ad accettare passivamente la distorsione della verità storica, anche se si rifiutò ostinatamente fino alla fine di unirsi al coro di beatificazione di Stalin, che, nelle pagine della sua biografia, ha un ruolo minimo che riflette quella che fu la vera situazione.
L’esperienza degli ultimi tre anni aveva dimostrato come fosse necessario porre il partito su nuove basi. Bisognava rompere decisamente col passato, porre fine alla mentalità da piccoli circoli, al dilettantismo, al lassismo organizzativo, e gettare le basi per un partito operaio forte, unificato e di massa. Considerato il danno creato dal localismo e la necessità di adattarsi alle difficili condizioni della clandestinità, Lenin insistette vigorosamente sulla necessità del centralismo.
Il congresso successivo doveva eleggere una direzione in un contesto nel quale tutti i dirigenti politici principali erano in esilio. Chiaramente l’interno doveva essere rappresentato negli organismi dirigenti, ma Lenin si opponeva all’idea che la redazione dell’Iskra - che era interamente responsabile della ricostruzione del partito - cedesse la direzione. Trotskij, che come abbiamo visto era evaso solo recentemente dalla Siberia, fu sorpreso dalla formulazione di Lenin: “Ero giunto all’estero con la convinzione che la redazione dovesse essere subordinata al Comitato centrale. Questo era l’atteggiamento prevalente fra la maggioranza dei sostenitori dell’Iskra.
‘Non si può fare’ obiettava Lenin. ‘Il rapporto di forze è diverso. Come possono loro dirigere noi stando in Russia? No, non si può fare. Noi siamo il centro stabile, siamo più forti sul terreno delle idee, e dobbiamo esercitare da qui la direzione’.” (143)
Nessuno sospettava che nel tanto atteso secondo congresso il campo dell’Iskra si sarebbe scisso precisamente sulla questione degli organismi dirigenti.
L’inverno 1902-03 vide “una disperata lotta di frazione” (144), ma gradualmente la superiorità politica e organizzativa dell’Iskra ebbe la meglio. Un comitato dopo l’altro si dichiarava a favore del congresso. Solo alcuni espressero delle riserve. Lo Iuznij Rabocij criticò l’Iskra per il trattamento aspro che riservava ai liberali. Presi dalla disperazione, i seguaci del Raboceie Dielo tentarono di scindere una serie di comitati locali aizzando gli operai contro gli “intellettuali”. Sfortunatamente in alcune zone errori e mancanze di tatto da parte dei sostenitori dell’Iskra fecero il gioco dei suoi oppositori. A San Pietroburgo permisero ai rabochedeltsy di rovesciare la decisione di sostenere il congresso. Tuttavia, questo si dimostrò essere solo un sussulto: quando il congresso venne riunito solo un comitato, quello di Voronez, decise di tenersi fuori.
Il congresso si riunì infine il 17 luglio 1903 a Bruxelles, dove vennero tenute le prime 13 sessioni. Le attenzioni della polizia costrinsero il congresso a trasferirsi a Londra dove si riconvocò mascherato da circolo di pescatori, trasferendosi in diverse sedi di associazioni operaie per evitare di essere individuato. Al primo congresso, il movimento all’interno della Russia rappresentava solo cinque comitati locali. La riunione attuale poteva dichiarare di rappresentare diverse migliaia di membri, con un’influenza su centinaia di migliaia di operai. La maggioranza dei delegati erano giovani, perlopiù sotto i trent’anni. Lenin, che ne aveva 33, era già un veterano. Il rapido sviluppo degli avvenimenti rivoluzionari in Russia era una vera e propria serra per lo sviluppo di giovani quadri del marxismo. Solo i vecchi membri del gruppo Emancipazione del lavoro di Plekhanov restavano come rappresentanti di una generazione rivoluzionaria più anziana, appartenenti a un’epoca diversa, quasi a un altro mondo.
La condizione per l’accettazione dei delegati era un minimo di 12 mesi di esistenza come organizzazione attiva. Diversi comitati locali (Voronez, Samara, Poltava, Kishinev) non vennero invitati perché non soddisfavano questa condizione. C’erano 43 delegati con 51 mandati. Anche per il fatto che in molte zone c’era più di un comitato, a ogni delegazione vennero dati due mandati, che vi fosse o meno più di un delegato presente. Il comitato centrale del Bund ebbe tre voti (uno per l’organizzazione del Bund all’estero) e le due organizzazioni di Pietroburgo un voto ciascuna. Inoltre c’erano 14 presenti con voto consultivo, inclusi due rappresentanti della socialdemocrazia polacca e lituana, che arrivarono durante la decima sessione.
Molto tempo venne impiegato nel definire la questione del ruolo del Bund nel partito. Era un dibattito cruciale nel chiarificare la posizione marxista sulla questione nazionale. Si può misurarne il significato storico se si considera che senza una chiara posizione sulla questione nazionale, la rivoluzione russa non avrebbe mai potuto avere successo. Nella Storia della rivoluzione russa Trotskij riassume la posizione bolscevica sulla questione nazionale: “Lenin comprese ben presto l’inevitabilità di questo sviluppo dei movimenti nazionali centrifughi in Russia, e per molti anni lottò ostinatamente - in particolare contro Rosa Luxemburg - per il famoso paragrafo del vecchio programma del partito che formulava il diritto all’autodecisione, vale a dire alla completa separazione degli Stati. Con ciò il partito bolscevico non si impegnava in nessun modo a propagandare il separatismo. Semplicemente si assumeva l’obbligo di lottare contro ogni forma di oppressione nazionale, compreso il mantenimento forzato di questa o quella nazionalità all’interno dei confini generali dello Stato. Solo in questo modo il proletariato russo gradualmente poteva conquistarsi la fiducia delle nazionalità oppresse.
Ma questo era solo un lato della medaglia. La politica del bolscevismo nella sfera nazionale comprendeva anche un altro lato, apparentemente contraddittorio col primo, ma in realtà complementare ad esso. All’interno del partito e delle organizzazioni operaie in generale, il bolscevismo insisteva su un rigido centralismo, combattendo implacabilmente qualsiasi traccia di nazionalismo che potesse mettere i lavoratori gli uni contro gli altri o disunirli. Mentre rifiutava o Stato borghese il diritto di imporre la cittadinanza obbligatoria, o persino una lingua ufficiale, alle minoranze nazionali, il bolscevismo allo stesso tempo considerava un proprio sacro dovere quello di unire il più strettamente possibile, coi mezzi di una disciplina volontaria di classe, gli operai di diverse nazionalità. Veniva così rifiutato da cima a fondo il principio del federalismo nazionale nella costruzione del partito. Una organizzazione rivoluzionaria non è il prototipo dello Stato futuro, ma solo lo strumento per la sua creazione. Uno strumento deve essere adatto a dare forma al prodotto, non deve includere il prodotto stesso. Così, un’organizzazione centralizzata può garantire il successo di una lotta rivoluzionaria - persino quando il compito è distruggere l’oppressione centralizzata delle nazionalità.” (145)
Il Bund aveva avuto un ruolo importante nelle prime fasi del movimento, il che gli valse un prestigio considerevole e gli permise di esercitare un’influenza decisiva sul primo congresso, quando entrò nel Posdr come struttura autonoma. La debolezza della socialdemocrazia russa significò che nella pratica il Bund condusse un’esistenza indipendente fino al secondo congresso, sviluppando forti tendenze nazionaliste. Al secondo congresso i bundisti intervennero in effetti come un partito indipendente, disposto a entrare nel Posdr solamente sulla base di una federazione a maglie larghe, il che avrebbe significato la formalizzazione dell’esistenza di una organizzazione separata degli operai ebrei. Lieber, portavoce del Bund, giustificò questo sulla base della condizione particolare degli operai ebrei, che soffrivano non solo l’oppressione di classe, ma anche quella nazionale, che gli operai russi non sarebbero stati altrettanto motivati a combattere. Rispondendo a Lieber, Martov disse: “Alla base di questa bozza c’è il presupposto che il proletariato ebraico necessiti di una organizzazione politica indipendente per rappresentare i propri interessi nazionali fra i socialdemocratici di Russia. Indipendentemente dalla questione di organizzare il partito sulla base del principio di federazione piuttosto che di autonomia, non possiamo permettere ad alcun settore del partito di rappresentare gli interessi di gruppo, di mestiere o nazionali di alcun settore del proletariato. Le differenze nazionali giocano un ruolo subordinato in relazione ai comuni interessi di classe. Che razza di organizzazione avremmo se, per esempio, in una stessa fabbrica operai di diverse nazionalità pensassero in primo luogo alla rappresentanza dei loro interessi nazionali?” (146)
Naturalmente sarebbe possibile su basi puramente pratiche dare un certo grado di autonomia a gruppi nazionali all’interno del partito. Questa, tuttavia, sarebbe si carattere puramente tecnico, ad esempio per far fronte al bisogno alla necessità di pubblicare materiale nelle diverse lingue dei gruppi coinvolti. Non ci sarebbero state obiezioni al fatto che il Bund godesse della necessaria autonomia per produrre letteratura di partito in yiddish e per condurre l’agitazione tra gli operai e gli artigiani ebrei con materiale specifico, ecc. Quello che il Bund rivendicava, tuttavia era il diritto esclusivo di parlare in nome del proletariato ebraico e di avere in effetti un monopolio degli affari ebraici all’interno del partito. Quando le pretese del Bund vennero decisamente respinte, i suoi delegati abbandonarono il congresso. Essi vennero rapidamente seguiti da altri rappresentanti della destra, gli economisti Martynov e Akimov, che rappresentavano l’Unione dei socialdemocratici russi all’estero, i quali uscirono quando il congresso riconobbe la rivale Lega dei socialdemocratici rivoluzionari come unico rappresentante del partito all’estero. Queste uscite cambiarono in modo decisivo i rapporti di forza nel congresso.
Negli anni, gli avvenimenti di quel congresso sono stati ricoperti da una pesante coltre di miti, invenzioni e pure e semplici falsificazioni. Si pretende che qui il bolscevismo emergesse, armato e corazzato di tutto punto come la dea Pallade Atena dalla testa di Zeus. Tuttavia un esame ravvicinato mostra come la scissione tra “bolscevichi” (“maggioritari”) e “menscevichi” (“minoritari”), più precisamente tra “duri” e “morbidi”, nel 1903 non fosse affatto definitiva, ma solo un’anticipazione delle future differenze.
In teoria, con 33 voti il gruppo dell’Iskra aveva una larga maggioranza. Gli avversari aperti dell’Iskra ne avevano otto, tre economisti e cinque bundisti. I voti restanti erano di elementi indecisi, oscillanti, che successivamente Lenin caratterizzò come il “centro”, o la “palude”. Al principio pareva che le cose procedessero facilmente per gli iskristi. Nel campo dell’Iskra c’era completa unanimità su tutte le questioni politiche. Improvvisamente le cose cominciarono a cambiare. Durante la 22esima sessione, quando il congresso era già in corso da due settimane, cominciarono a emergere differenze tra Lenin e Martov. La cristallizzazione di due tendenze nel campo dell’Iskra era del tutto inattesa. C’erano state tensioni, naturalmente, ma nulla che sembrasse giustificare una scissione. Su diverse questioni secondarie (ruolo del comitato di organizzazione, il gruppo Bor’ba, lo Iuznij Rabocij) (147) divenne chiaro che alcuni dei sostenitori dell’Iskra avevano votato con la destra e con la “palude”. Ma questi sembravano essere dei semplici episodi. Su tutte le questioni importanti, il campo dell’Iskra era rimasto unito. Ma improvvisamente, l’unità venne rotta da un conflitto aperto tra Lenin e Martov su una questione organizzativa.
Il primo articolo dello statuto trattava la questione: “Chi è un membro del partito?” La bozza di Lenin rispondeva come segue: “È membro del partito chi ne accetta il programma e appoggia il partito sia finanziariamente che con la partecipazione personale a una delle sue organizzazioni.” Martov si oppose a questo paragrafo e propose come alternativa di considerare membro chiunque accettasse il programma e appoggiasse finanziariamente il partito e “dia al partito la sua collaborazione personale sotto la direzione di una delle organizzazioni del partito”. A prima vista c’era solo una sottile differenza tra le due formulazioni. In realtà il vero significato della divisione divenne chiaro solo successivamente. “Le differenze erano ancora intangibili”, ricordò Trotskij, “ognuno brancolava e elaborava la propria posizione su elementi impalpabili.” (148) Ma dietro la proposta di Martov c’era una certa “mollezza”, un atteggiamento conciliatorio il cui risultato era quello di sfumare la differenza tra militanti del partito e simpatizzanti, tra attivisti rivoluzionari e compagni di strada. In una fase nella quale tutte le energie dell’Iskra avrebbero dovuto concentrarsi nel combattere la vecchia mentalità di circolo e l’informalità anarchica, la posizione di Martov rappresentava un grosso passo indietro. Non stupisce che causasse un’aspra lotta nel campo dell’Iskra sia dentro che fuori le riunioni congressuali. Nei mesi e anni successivi al congresso, su questo episodio è stata costruita un’intera mitologia. Si pretende che Lenin difendesse un centralismo dittatoriale laddove l’obiettivo di Martov sarebbe stato un partito ampio, democratico, che permettesse agli operai di parteciparvi. Entrambe queste idee sono completamente false.
Per cominciare, tutti i sostenitori dell’Iskra concordavano sulla necessità di un partito forte e centralizzato. Questo era uno degli argomenti principali contro il federalismo nazionale del Bund, contro il quale Martov e Trotskij ebbero la parte principale. Immediatamente prima della discussione sull’articolo uno, i verbali riportano la seguente frase di Martov: “Vorrei ricordare al compagno Lieber che il nostro principio organizzativo non è un’ampia autonomia, ma una severa centralizzazione.” Tra parentesi, lo stesso Bund era un’organizzazione strettamente centralizzata. La sua pretesa opposizione al centralismo si applicava solo al partito nel suo complesso, e non rifletteva altro che una difesa poco scrupolosa dei propri interessi specifici. Per quanto riguarda l’argomento demagogico secondo il quale la formula di Martov era intesa ad “aprire il partito agli operai”, anche questa è una falsa rappresentazione. Proprio all’inizio del dibattito, Axelrod si lasciò sfuggire l’esempio seguente, che rivelava le vere motivazioni della proposta:
“Prendiamo per esempio un professore che si considera socialdemocratico e si dichiara come tale. Se adottassimo la formula di Lenin dovremmo gettare a mare una parte di coloro che, anche se non possono essere direttamente ammessi in un’organizzazione, sono tuttavia membri… Dobbiamo stare attenti a non lasciare fuori dalle fila del partito persone che coscientemente, anche se magari non molto attivamente, si considerano associate al partito.” (149)
La classe operaia e le sue organizzazioni non esistono nel vuoto, ma sono circondate da altre classi e gruppi sociali. La pressione di classi aliene, dell’opinione pubblica borghese, e specialmente la pressione degli tratti intermedi, della classe media, degli intellettuali che attorniano le organizzazioni operaie, e sempre presente. La richiesta di questi strati che i lavoratori adattino i propri programmi, metodi e strutture organizzative ai pregiudizi e agli interessi della piccola borghesia costituisce una pressione continua. Un lungo periodo di coesistenza molto ravvicinata con quegli strati di ceti medi radicalizzati impersonati dai “marxisti legali” aveva lasciato il suo segno sulla coscienza dei membri più vecchi dell’Emancipazione del lavoro. Questi si muovevano in strati sociali lontani dalla classe operaia, stringevano amicizie personali con i professori universitari radicalizzati e semimarxisti, avvocati e dottori che li aiutavano con offerte finanziarie e parole di incoraggiamento, ma non erano disposti a sporcarsi le mani nel lavoro pratico rivoluzionario. “Appoggio i vostri scopi, ma dichiararmi apertamente socialista sarebbe inopportuno e rischioso. Considera il mio lavoro, la mia posizione, le mie prospettive di carriera,” e così via. Inconsciamente, o magari semicoscientemente, Axelrod, la Zasulic e Martov agivano come portavoce di questo strato sociale, come cinghia di trasmissione delle pressioni di classi aliene sul partito operaio.
La scissione pose Plekhanov in una posizione difficile, nella quale i suoi amici e colleghi di una vita si schieravano contro di lui. Per la prima volta nella sua vita, Vera Zasulic resistette apertamente al suo mentore. Dovette essere uno shock, ma Plekhanov nel congresso ebbe il merito di resistere a questa pressione. Tutto il suo istinto rivoluzionario gli diceva che Lenin era nel giusto. Nel corso del dibattito demolì senza pietà gli argomenti di Axelrod e Martov: “Secondo la bozza di Lenin, solo chi faccia parte di un’organizzazione specifica può essere considerato membro del partito. Coloro che si oppongono dicono che questo causerà difficoltà non necessarie. Ma in cosa consistono queste difficoltà? Ci parlano di persone che non vogliono, o non possono far parte di una delle nostre strutture. Ma per quale motivo non possono? Avendo io stesso preso parte alle organizzazioni rivoluzionarie russe, dichiaro che non ammetto l’esistenza di condizioni obiettive che costituiscano un ostacolo insuperabile per chiunque voglia farne parte. E quei signori che non vogliono, di loro non abbiamo bisogno.
Si è detto di alcuni professori che simpatizzano con le nostre idee e che potrebbero trovare umiliante unirsi a un’organizzazione locale. A questo riguardo, ricordo Engels quando diceva che quando il tuo destino diventa trattare con i professori, devi prepararti al peggio (risate).
L’esempio è, in realtà, pessimo. Se qualche professore di egittologia considera che, poiché conosce a memoria tutti i nomi dei faraoni, e conosce tutte le preghiere che gli egizi dedicavano al dio toro Apis, allora è al di sotto della sua dignità unirsi alla nostra organizzazione, non abbiamo bisogno di questo professore.
Parlare di controllo da parte del partito su persone che sono al di fuori dell’organizzazione significa giocare con le parole. Nella pratica questo controllo è impossibile.”
Dopo una discussione accesa, la variante di Martov venne approvata con 28 voti contro 23, ma solo perché gli elementi oscillanti dell’Iskra sommarono i loro voti agli economisti dell’Unione, al Bund e al “centro”, rappresentato dalla tendenza attorno alla rivista Iuznij Rabocij. La scissione tuttavia non aveva ancora acquisito un carattere ben definito. Nel corso del dibattito, Lenin mostrò di essere tuttora ansioso di giungere a un accordo: “Primo, per quanto riguarda la gentile proposta di Axelrod (non sto parlando ironicamente) di ‘fare un affare’, risponderei volentieri a questo appello dato che non considero affatto la nostra differenza così vitale da costituire una questione di vita o di morte per il partito. Non moriremo certamente a causa di un punto mal posto nello statuto!’” (150)
Da un punto di vista marxista, le questioni organizzative non possono mai essere decisive. Non esistono leggi eterne e immutabili che governino il modo di organizzarsi di un partito rivoluzionario. Gli statuti e le strutture organizzative devono cambiare col mutare delle circostanze e in accordo con lo sviluppo del partito. Lo stesso Lenin che nel 1903 sosteneva accanitamente il restringimento dell’accesso al partito, in circostanze storiche differenti, nel 1912, quando il partito si stava trasformando in una forza di massa che rappresentava la maggioranza decisiva degli operai politicamente attivi in Russia, sostenne in effetti che il partito dovesse aprirsi a qualsiasi operaio che si considerasse un bolscevico - una formula che apparentemente riecheggiava la famosa frase di Martov che “ogni scioperante deve potersi dichiarare membro del partito”. Questo significa che nel 1903 Lenin aveva torto e Martov ragione? Trarre questa conclusione significherebbe non comprendere nel modo più assoluto il rapporto dialettico tra il modo di operare del partito rivoluzionario e la fase concreta attraversata a un dato momento sia dal partito che dal movimento operaio. Una casa deve essere costruita su fondamenta solide. Nel 1903 il partito stava appena cominciando a muovere i primi passi esitanti verso la conquista di un’influenza fra le masse. Era necessario insistere fortemente sulle basi politiche e sui principi organizzativi, soprattutto sulla necessità di quadri operai con una chiara comprensione delle idee e dei metodi del marxismo. Questo era tanto più necessario considerato il periodo caotico appena trascorso. Spalancare le porte in quella fase concreta sarebbe stato disastroso, anche se in un momento diverso sarebbe stata precisamente la scelta corretta.
Il vero significato della scissione del
1903
Per quanto le conseguenze della scissione del 1903 siano state significative per gli sviluppi futuri, le differenze emerse al congresso non erano ancora pienamente sviluppate. L’affermazione secondo la quale al secondo congresso bolscevismo e menscevismo esistevano già come tendenze politiche è del tutto priva di fondamenta. Su tutte le questioni politiche fondamentali vi era stata pressoché l’unanimità all’interno della tendenza dell’Iskra. Ci sono tuttavia forti e consolidati interessi nel leggere in quella divisione più di quanto in effetti non vi fosse contenuto, e non per caso: sia gli storici stalinisti che quelli borghesi hanno un forte interesse nell’identificare il leninismo con lo stalinismo, e gli stalinisti vogliono dimostrare che dal 1903 in poi Trotskij era stato un menscevico.
L’ideologia politica rappresentata dal menscevismo prese forma solo nel periodo successivo al congresso. Le linee di demarcazione erano ancora confuse. Plekhanov, il futuro socialpatriota, inizialmente si schierò con Lenin. Trotskij, futuro dirigente della rivoluzione d’Ottobre e fondatore dell’Armata rossa, si trovò temporaneamente nel campo della minoranza. Contrariamente alla calunnia stalinista secondo la quale dal 1903 in avanti Trotskij fu un menscevico, egli ruppe col gruppo di Martov nel settembre del 1904 e da quel momento rimase formalmente al di fuori di entrambe le frazioni fino al 1917. Politicamente, Trotskij fu sempre più vicino ai bolscevichi, ma sul piano organizzativo aveva l’illusione che si potessero riunire le due ali del partito. La storia mostrò infine come questo fosse impossibile. Ma Trotskij non fu solo in questo errore, come vedremo in seguito.
Nonostante questi fatti evidenti, per decenni gli stalinisti hanno insistito nel citare le reazioni a caldo del ventitreenne Trotskij al secondo congresso come prova del suo preteso menscevismo. Leggiamo così dichiarazioni come la seguente: “Gli interventi al congresso di Lenin (?) e di altri bolscevichi mostrano come sulla questione fondamentale del programma del partito (!) e dello statuto, Trotskij fosse un tutt’uno con gli altri menscevichi e combattesse aspramente contro la linea rivoluzionaria dei bolscevichi (!).” (151) Questa calunnia aperta ha origine nella campagna contro il trotskismo lanciata nel 1923-24, quando Lenin giaceva nel suo letto, paralizzato e impotente. Zinoviev, che aveva formato un blocco segreto con Kamenev e Stalin, si prese la briga di scrivere una pretesa “storia del bolscevismo” il cui scopo principale era di screditare Trotskij attraverso un racconto tendenzioso e falso della storia del partito. A proposito del 1903 Zinoviev fa riferimento al “compagno Trotskij, che all’epoca era un menscevico”. (152)
Da parte loro, storici borghesi come Leonard Shapiro tentano di fare la caricatura degli argomenti di Lenin in favore del centralismo per dipingere un dittatore spietato che si mette la democrazia sotto i piedi. In realtà la scissione del 1903 aveva avuto un carattere largamente casuale. Nessuno aveva previsto tale scissione. Gli stessi partecipanti furono colpiti e storditi dall’inattesa svolta negli eventi. Il fatto che Lenin non la considerasse una divisione definitiva è dimostrato dai suoi incessanti tentativi di raggiungere l’unità con la minoranza nei mesi successivi al congresso. La Krupskaja ricorda come in un’occasione, quando ella menzionò la possibilità di una scissione permanente, Lenin ribatté: “Sarebbe una follia indicibile.” (153)
Ciò che stava alla base della scissione del 1903 era la difficoltà a uscire dalla fase iniziale della vita dei piccoli circoli. Tutte le fasi di transizione da una fase della vita del partito a quella successiva comportano inevitabilmente una certa dose di attriti interni. Abbiamo già commentato le tensioni che comportò il precedente passaggio dalla propaganda all’agitazione. Ora si ripresentava lo stesso problema, ma con risultati molto più seri. Il principale obiettivo della tendenza marxista rappresentata dall’Iskra era quello di portare il partito fuori dal periodo embrionale della vita di circoli del “lavoro artigianale” (kustarnichestvo) e di gettare delle fondamenta solide per un partito operaio marxista forte e unito in Russia. Già prima del congresso, tuttavia, Martov aveva cominciato a esprimere oscillazioni e dubbi se fosse desiderabile convocare il congresso stesso. Non sarebbe stato meglio riunire un congresso della tendenza dell’Iskra? Le esitazioni riflettevano il conservatorismo e la paura dei veterani di rivolgersi in una nuova direzione.
Le abitudini consolidate di un piccolo gruppo in esilio si ribellavano istintivamente ad una demolizione tanto violenta dei vecchi costumi. L’idea di elezioni formali, di sottomissione della minoranza al volere della maggioranza, di lavoro disciplinato, anche se in teoria venivano accettate, nella pratica si dimostrarono dure a digerirsi. I membri del vecchio gruppo di Plekhanov, abituati alla vita di un piccolo gruppo informale di amici, avevano per molto tempo goduto di una immensa autorità politica in quanto veterani e membri della prestigiosa redazione dell’Iskra, il che non corrispondeva del tutto al ruolo che si trovavano a giocare. Axelrod e la Zasulic provavano una paura involontaria di perdere la loro autorità personale e di vedere le proprie individualità dissolte nel nuovo ambiente, dominato dalla nuova generazione di giovani quadri che improvvisamente emergevano dall’interno della Russia. I verbali del congresso mostrano come il ruolo dei vecchi fosse insignificante, con la naturale eccezione di Plekhanov. Dovevano sentirsi completamente persi.
L’elemento del prestigio personale può avere una parte molto distruttiva in qualsiasi organizzazione, non solo politica. Le piccole lotte per le posizioni, le rivalità personali e le ambizioni possono causare problemi in una squadra di calcio, in un tempio buddista, in un circolo di uncinetto, dove non sono implicati problemi ideologici o di principio. In certe condizioni possono causare scissioni e scontri avvelenati nelle organizzazioni rivoluzionarie, comprese quelle anarchiche, che perlomeno in teoria non accettano il centralismo - anche se nella pratica questi gruppi sono spesso dominati da cricche e individui dittatoriali. Il problema è particolarmente acuto nelle piccole organizzazioni isolate dalle masse, particolarmente laddove predominano gli elementi piccolo borghesi. I veterani dell’Emancipazione del lavoro non avevano mai pensato seriamente che il congresso avrebbe mutato il loro status all’interno del movimento. Certamente le cose sarebbero continuate grosso modo come prima. Era impensabile che avrebbero potuto occupare altro posto che le posizioni preminenti che avevano sempre avuto. Quando Lenin propose l’elezione di una redazione di tre membri, provocò un pandemonio che lo colse completamente di sorpresa, e tanto più in quanto questa proposta era già stata accettata dai redattori prima del congresso. Ma l’accordo era molto superficiale. La proposta ferì profondamente i vecchi redattori che venivano tagliati fuori. Nei corridoi del congresso questi si aggiravano lamentandosi della supposta insensibilità e mancanza di tatto di Lenin.
Nell’interesse dell’unità del partito, tanto l’Iskra che l’Emancipazione del lavoro si erano formalmente dissolte al congresso. Ma quando si pose la questione della chiusura dell’Iuznij Rabocij, i suoi aderenti condussero una lotta disperata affinché questo rimanesse aperto come giornale “popolare”, un concetto che venne fermamente respinto dalla maggioranza. La proposta su cui si era accordata la redazione dell’Iskra prima del congresso era di un Comitato centrale di tre membri (provenienti dall’interno), una redazione di tre e un Consiglio del partito composto da entrambi gli organismi più un altro componente (Plekhanov). Tuttavia, le tensioni emersero immediatamente sulla composizione del Cc. I duri dell’Iskra erano per un Cc interamente composto da sostenitori dell’Iskra. I morbidi, guidati da Martov, volevano dare rappresentanza al centro (Iuznij Rabocij) e presentarono la propria lista di candidati. Questo indicava come la corrente dei morbidi tentasse di arrivare a un compromesso con la tendenza centrista, oscillante attorno all’Iuznij Rabocij. Il loro tentativo di rimandare la decisione su questo argomento suscitò un trambusto fra i partecipanti. Ma lo scontro sullo Iuznij Rabocij non era nulla in confronto alle scene tumultuose che accompagnarono la sessione successiva.
La proposta di Lenin di una redazione a tre non era riflesso di un centralismo dittatoriale, ma esprimeva semplicemente la realtà. Non c’era alcun dubbio che la logica fosse interamente dalla parte di Lenin, come Plekhanov fu costretto ad ammettere. La vecchia redazione di sei non si era riunita al completo neppure una volta. Nei 45 numeri dell’Iskra pubblicati sotto la redazione a sei, c’erano 39 articoli scritti da Martov, 32 da Lenin, 24 da Plekhanov, otto di Potresov, sei della Zasulic e solo quattro di Axelrod. Questo in un arco di tempo di tre anni! Tutto il lavoro tecnico era svolto dal Lenin e Martov. “In realtà”, scrisse Lenin dopo il congresso, “aggiungerei che questo trio [Lenin, Martov e Plekhanov] lungo questi tre anni nel 99 per cento dei casi è stato l’organismo centrale decisivo, decisivo politicamente (non letterariamente).” (154) La nozione che un membro della redazione del giornale ufficiale del partito fosse qualcuno che non partecipava personalmente al lavoro e il cui unico contributo era unicamente di inviare occasionalmente un articolo per la pubblicazione non quadrava con la concezione di una organizzazione proletaria combattiva.
Inizialmente i giovani redattori, Martov e Potresov, erano anch’essi d’accordo con il cambiamento, ma sotto la pressione frenetica della Zasulic e di Axelrod cambiarono opinione. Trotskij propose la rielezione della vecchia redazione a sei. Ma il ritiro dei bundisti e dei sostenitori del Raboceie Dielo significava che ora i duri dell’Iskra erano in maggioranza. La proposta di Trotskij venne messa in minoranza e venne eletta una nuova redazione composta da Lenin, Plekhanov e Martov, il quale ultimo dichiarò di rifiutare di farne parte. La scissione tra i duri della maggioranza (bolscinstvo) e i morbidi della minoranza (menscinstvo) era ormai un fatto. Quando la scissione emerse pienamente, assunse un carattere violento. Nella sessione durante la quale si discusse la composizione della redazione l’atmosfera era tempestosa e a tratti “isterica”, come successivamente riportarono i bolscevichi al congresso di Amsterdam della Seconda internazionale (1904).
L’impressione suscitata da questi fatti fra i rivoluzionari più giovani e impressionabili è trasmessa nelle memorie di Trotskij sull’episodio: “Nel 1903 tutta la questione si riduceva al desiderio di Lenin di togliere Axelrod e la Zasulic dalla redazione. Il mio atteggiamento verso di loro era pieno di rispetto, e c’era anche un elemento di attaccamento personale. Anche Lenin aveva una grande considerazione per quanto avevano fatto in passato. Ma credeva che stessero diventando un ostacolo per il futuro. Questo lo condusse alla conclusione che dovessero essere rimossi dalla loro posizione nella direzione. Non potevo essere d’accordo. Tutto il mio essere sembrava protestare contro questo spietato mettere da parte i vecchi che infine erano giunti alle soglie di un partito organizzato. Fu la mia indignazione di fronte a questo atteggiamento che realmente mi condusse a separarmi da Lenin al secondo congresso. Il suo comportamento mi pareva imperdonabile, tanto orribile quanto oltraggioso. E tuttavia, dal punto di vista dell’organizzazione era necessario e corretto. La rottura con i vecchi che erano rimasti alla fase preparatoria era in ogni caso inevitabile. Lenin lo capiva meglio di chiunque altro. Fece un tentativo di tenere Plekhanov separandolo dalla Zasulic e da Axelrod, ma anche questo si dimostrò del tutto vano, come ben presto mostrarono gli avvenimenti.” (155)
Nei mesi successivi al congresso i sostenitori della minoranza sollevarono alte grida contro Lenin e i suoi presunti “metodi dittatoriali” e “centralismo spietato”. Queste esplosioni, che non trovavano il minimo fondamento nei fatti, servivano come cortina fumogena per coprire il comportamento anarchico del gruppo di Martov che, nonostante gli impegni assunti al congresso, si rifiutò di sottomettersi alle decisioni della maggioranza e condusse una campagna sleale contro la direzione democraticamente eletta dal congresso. Rompendo le norme più elementari di condotta che si applicano in qualsiasi partito, richiedevano che a decidere fosse la minoranza, e cercarono di sabotare il lavoro del partito, rifiutando di collaborare con gli organi eletti. Un partito rivoluzionario non è un circolo di discussioni, ma un’organizzazione di combattimento. Tuttavia, l’idea del partito bolscevico come una struttura monolitica, nella quale i dirigenti ordinavano e i militanti obbedivano, è una falsificazione in cattiva fede. Al contrario, il partito bolscevico fu il più democratico nella storia. Anche nei periodi più difficili del lavoro clandestino, nel cuore della rivoluzione e nei giorni più pericolosi della guerra civile, il regime interno, e particolarmente la sua espressione più alta, il congresso, era arena di discussioni aperte e oneste, dove idee diverse si scontravano. Ogni cosa tuttavia ha i suoi limiti. In fin dei conti un partito che cerchi non solo di parlare, ma anche di agire, deve giungere a delle decisioni e metterle in pratica.
L’atteggiamento verso l’organizzazione di partito e la disciplina è fondamentalmente una questione di classe. Il lavoratore apprende la disciplina nell’esperienza quotidiana della vita di fabbrica. L’esperienza degli scioperi impone una lezione molto dura: la necessità imperativa di un’azione unita e disciplinata come precondizione per ottenere un successo. Dall’altra parte, il concetto di organizzazione e disciplina è più difficile da afferrare per l’intellettuale, che tende a vedere il partito precisamente come un gigantesco gruppo di discussione, nel quale esporre le proprie vedute su qualsiasi problema specifico. L’individualismo anarchico della minoranza al fondo rifletteva il punto di vista piccolo borghese, con la sua incapacità organica di disciplinarsi e la sua tendenza a mescolare questioni personali e principi politici. Per quanto eruditi, per quanto istruiti, gli intellettuali che non si siano posti personalmente dal punto di vista della classe operaia vanno in stallo precisamente quando cominciano i veri compiti del movimento, vale a dire, nel campo dell’azione. “I filosofi hanno solamente interpretato il mondo,” come spiegava Marx, “il punto tuttavia è di cambiarlo.”
La caricatura di un Lenin “dittatore spietato” e cinico manovriero, che schiaccia i suoi compagni di ieri per concentrare il potere nelle proprie mani, non corrisponde ai fatti. Nelle sue Memorie su Lenin la Krupskaja dà un quadro vivido di Lenin che si tormenta per la rottura con Martov:
“C’erano momenti nei quali vedeva chiaramente come la rotture fosse inevitabile. Una volta cominciò a scrivere una lettera a Clair (Krzizanovskij) spiegandogli che non poteva neppure immaginarsi la situazione, che si doveva prendere atto che i vecchi rapporti erano radicalmente cambiati, che la vecchia amicizia con Martov era finita; le vecchie amicizie si dovevano dimenticare, e cominciava la lotta. Vladimir Ilyich non terminò la lettera, né la spedì. Per lui era molto duro rompere con Martov. Il loro lavoro comune a San Pietroburgo e nella vecchia Iskra li aveva legati strettamente… successivamente Vladimir Ilyich lottò fieramente contro i menscevichi, ma ogni qual volta che Martov mostrava una tendenza a correggersi, il suo antico atteggiamento ritornava in vita. Fu questo il caso, per esempio, nel 1910 a Parigi, quando Vladimir Ilyich e Martov lavorarono assieme nella redazione del Sotsial Demokrat. Tornando a casa dall’ufficio, Vladimir Ilyich mi diceva spesso con tono compiaciuto che Martov stava assumendo una posizione corretta e che si stava persino opponendo a Dan. Successivamente, in Russia, Vladimir Ilyich fu molto compiaciuto dalla posizione di Martov nelle giornate di Luglio [1917], non perché i bolscevichi ne traessero alcun vantaggio, ma perché Martov si stava comportando come un rivoluzionario. Vladimir Ilyich era già seriamente malato quando una volta mi disse tristemente: ‘dicono che anche Martov sta morendo’.”
Questo è un tratto tipico del carattere di Lenin, sul quale troppo spesso si sorvola. Completamente privo di sentimentalismo, Lenin non si permetteva mai di mescolare le proprie inclinazioni personali con questioni politiche di principio. Ma Lenin sapeva come riconoscere il talento altrui e non si rassegnava facilmente a dare qualcuno per perso. L’astiosità personale era completamente sconosciuta a quest’uomo, che per tutta la vita mostrò la più grande lealtà verso gli altri compagni. Nei mesi successivi al congresso Lenin stesso fece ripetuti tentativi di ristabilire l’unità giungendo fino a offrire una serie di concessioni che in effetti rappresentavano l’abbandono delle posizioni conquistate dalla maggioranza al congresso. La Krupskaja ricorda come “dopo il congresso, Vladimir Ilyich non obiettò quando Glebov suggerì di cooptare la vecchia redazione - meglio una vita dura alla vecchia maniera che avere una scissione. Ma i menscevichi rifiutarono. A Ginevra, Vladimir Ilyich tentò di riconciliarsi con Martov e scrisse a Potresov assicurandogli che non c’era nulla su cui litigare. Scrisse anche alla Kalmykova (“la zietta”) sulla scissione e le disse come stavano le cose. Non poteva credere che non ci fosse via d’uscita.” (156)
Il congresso non era ancora finito quando Lenin approcciò Martov tentando di arrivare a un accordo. Martov scrisse ad Axelrod in una lettera datata 31 agosto: “Ho visto Lenin una volta [dopo il congresso]. Mi ha chiesto i miei suggerimenti sulla collaborazione. Io ho detto che avrei risposto formalmente quando avessimo considerato assieme questa proposta ufficiale, ma nel frattempo ho rifiutato. Ha parlato molto del fatto che rifiutando di collaborare stavamo ‘punendo il partito’, che nessuno si aspettava che avremmo boicottato il giornale. Ha persino dichiarato pubblicamente che era pronto a dimettersi se questa fosse stata la decisione della vecchia redazione, e che intendeva lavorare due volte più duramente come collaboratore.” (127)
Se fosse dipeso da Lenin, la scissione si sarebbe potuta risolvere rapidamente. Ma la reazione quasi isterica della minoranza rese impossibile l’accordo. Sconfitti al congresso, lanciarono una serie di violenti attacchi contro Lenin e la maggioranza. Martov pubblicò un opuscolo accusando Lenin di causare uno “Stato d’assedio” nel partito. Si generò un’atmosfera incandescente, del tutto sproporzionata alle questioni che apparentemente erano in gioco. Osip Pianitskij, responsabile a Berlino della distribuzione dell’Iskra, ricorda la costernazione nella base di fronte ai resoconti del congresso:
“Ascoltammo i rapporti sul congresso di entrambe le parti, e immediatamente cominciò l’agitazione in favore dell’una o dell’altra tendenza. Mi sentivo lacerato. Da una parte ero addolorato per l’offesa causata alla Zasulic, a Potresov e ad Axelrod rimuovendoli dalla redazione dell’Iskra… Dall’altra parte, ero completamente a favore della struttura organizzativa del partito proposta da Lenin. La mia logica era con la maggioranza, ma i miei sentimenti, per così dire, erano con la minoranza.” (158)
Pianitskij non era l’unico ad avere questo atteggiamento verso la scissione: “La notizia della scissione ci colpì come un fulmine a ciel sereno. Sapevamo che il congresso avrebbe visto le ultime mosse nella lotta con la Causa operaia [gli economisti], ma che lo scisma prendesse una direzione che avrebbe posto Lenin e Martov in campi opposti e che Plekhanov si sarebbe “scisso” a metà strada tra i due - niente di tutto questo riusciva a entrarci in testa. L’articolo uno dello statuto… era davvero qualcosa che giustificava una scissione? Un rimescolamento degli incarichi nella redazione - cosa succede con questa gente all’estero, sono tutti impazziti?” (159)
La citazione è di Lunaciarskij, che sarebbe diventato uno dei principali luogotenenti di Lenin negli anni immediatamente successivi, e costituisce un riflesso fedele della reazione della maggioranza dei militanti del partito di fronte alla scissione del secondo congresso. Il clima prevalente era contro la scissione, il cui reale significato non era chiaro neppure ai principali protagonisti.
La confusione della base era comprensibile. In quella fase non c’erano differenze politiche evidenti tra maggioranza e minoranza. Per quanto fosse deplorevole il comportamento dei sostenitori di Martov, i cui attacchi astiosi e il boicottaggio del lavoro del partito riflettevano l’orgoglio ferito degli intellettuali individualisti, non disposti a sottomettere le loro inclinazioni personali al volere della maggioranza, le vere differenze tra bolscevismo e menscevismo erano in questa fase ben lungi dall’essere chiaramente definite. È vero che i germi di queste differenze erano già presenti nel 1903, ma per il momento non avevano ancora acquisito un contenuto politico definito. Era piuttosto una differenza di atteggiamento, e così si rifletteva nella caratterizzazione di Lenin delle due tendenze come “duri” e “morbidi”. Tuttavia, lo scontro tra queste due tendenze indubbiamente preannunciava la futura scissione tra bolscevismo e menscevismo, che ebbe luogo definitivamente nel 1912; dopo quasi un decennio di tentativi incessanti da parte di Lenin di unire il partito su basi di principio. Lenin stesso spiegò il motivo della scissione nel seguente passo:
“Esaminando il comportamento dei martovisti dopo il congresso, il loro rifiuto di collaborare all’organo centrale (nonostante fossero stati invitati ufficialmente a farlo dalla redazione), il loro rifiuto di lavorare nel comitato centrale, e la loro propaganda per il boicottaggio, tutto quello che posso dire è che questo è un tentativo insensato, indegno di membri del partito, di disgregare il partito - e per quale motivo? Solo perché sono insoddisfatti della composizione degli organismi centrali; perché parlando obbiettivamente, è stato solo su questo che le nostre strade si sono divise, mentre i loro verdetti soggettivi (insulti, affronti, denigrazione, esclusioni, ecc. ) non sono che il frutto della vanità offesa e di una immaginazione morbosa.” (160)
Rifiutando tutti i tentativi di riconciliazione, i martovisti continuarono a fare pressione con la loro campagna agitativa. Essi erano particolarmente forti all’estero, disponevano di denaro e tenevano stretti contatti con i dirigenti della socialdemocrazia europea. Nel settembre del 1903 il gruppo di Martov fece il primo passo verso la scissione creando un “ufficio della minoranza” con l’obiettivo di conquistare con ogni mezzo disponibile gli organismi dirigenti del partito. Cominciarono a pubblicare la propria letteratura di frazione per distribuirla in Russia. Nonostante tutto ciò, Lenin continuava a riporre le sue speranze nella riconciliazione. Il 4 ottobre 1903 si tenne una riunione tra Lenin, Plekhanov e Lengnik per la maggioranza, e Martov, Axelrod, Zasulic e Potresov per la minoranza. Ma maggioranza era disponibile a fare concessioni, ma quando la minoranza reagì chiedendo il completo rovesciamento delle decisioni del congresso, divenne chiaro che un accordo era impossibile. Accettare questa richiesta avrebbe significato rimettere indietro l’orologio e tornare alla situazione che prevaleva prima del secondo congresso.
La lotta di frazione ha una sua propria logica. Ripudiando il secondo congresso e difendendo l’informità organizzativa sotto la pretesa di una presunta “lotta contro il centralismo”, la posizione della minoranza sulle questioni organizzative gradualmente diventava indistinguibile dalle opinioni degli economisti, con i quali solo il giorno prima erano stati ai ferri corti. Il “blocco” accidentale dei morbidi con la destra degli economisti durante il congresso, che già Lenin aveva indicato, gradualmente si trasformava in una fusione. L’economista estremo Akimov con un’ironia maliziosa notava l’avvicinamento della minoranza alle vecchie posizioni opportuniste dell’economismo: “Lo spostamento dei ‘morbidi’ dell’Iskra verso i cosiddetti economisti su questioni organizzative e tattiche è riconosciuto da tutti, eccetto gli stessi ‘morbidi’. Tuttavia anch’essi sono pronti ad ammettere che ‘possiamo imparare molto dagli economisti’. Persino al congresso i delegati dell’Unione [cioè gli economisti] hanno sostenuto i menscevichi e votato per la formulazione di Martov. Oggi tutti i membri dell’ex Unione [si riferisce all’Unione dei socialdemocratici russi all’estero, controllata dagli economisti] considerano la tattica dei ‘morbidi’ come più corretta e come una concessione al loro punto di vista. Quanto si è sciolta, l’Organizzazione operaia di Pietroburgo [economista] si è dichiarata tutt’uno con i menscevichi.” (161)
Le differenze giunsero al dunque nel secondo congresso della Lega dei socialdemocratici rivoluzionari russi all’estero, tenuto a Ginevra nell’ottobre del 1903. Dopo il congresso del Posdr, la minoranza aveva cercato di trovare un punto d’appoggio per le proprie posizioni. La Lega dei socialdemocratici rivoluzionari russi all’estero esisteva quasi solo sulla carta, aveva pubblicato un paio di opuscoli a proprio nome, ma la sua attività era quasi nulla, uno stato di cose naturale poiché il centro di gravità era ora in Russia. Immediatamente dopo la scissione, i martovisti decisero di convocare una conferenza della Lega a Ginevra. Questo venne fatto in modo frazionistico: noti sostenitori della maggioranza non furono informati mentre si fecero venire sostenitori della minoranza fin dalla Gran Bretagna. Lenin fece un resoconto del congresso in termini misurati, ma gli venne risposto con un attacco sferzante da parte di Martov, che avvelenò l’atmosfera fin dall’apertura.
Al secondo congresso del partito si era convenuto che la Lega sarebbe stata l’organizzazione estera del partito, con lo stesso status di un comitato locale del partito interno alla Russia. Questo significava chiaramente che sarebbe stata sotto il controllo del Cc. Ma la minoranza, che controllava la Lega, non accettò la decisione e approvò nuove regole che rendevano la Lega indipendente dal Cc allo scopo di farne una base per il lavoro di frazione contro la maggioranza. Lengnik propose che la questione venisse rinviata al Cc, e quando questa proposta venne respinta i rappresentanti della maggioranza, indignati, abbandonarono il congresso.
Pianitskij, che all’epoca era un giovane membro dell’apparato tecnico dell’Iskra, descrisse la sua confusione di fronte all’atmosfera aspramente frazionistica alla conferenza, dove le forze della minoranza e della maggioranza erano divise equamente: “Il congresso si aprì. I menscevichi erano seduti da una parte, e i bolscevichi dall’altra. Io ero l’unico a non essermi ancora definitivamente schierato. Mi sedetti con i bolscevichi e votai con loro. I bolscevichi erano guidati da Plekhanov. Credo che fosse lo stesso giorno che i bolscevichi, con Plekhanov alla testa, abbandonarono il congresso. Io tuttavia rimasi. Per me era chiaro che l’uscita dei bolscevichi, della maggioranza, dall’organizzazione centrale e dal consiglio del partito avrebbe costretto la minoranza o a piegarsi alle decisioni del secondo congresso, o a rompere con esso. Ma cosa potevo fare? Nulla. Entrambe le parti potevano vantare grandi dirigenti, militanti responsabili che certamente avrebbero dovuto sapere il da farsi. Partecipando alle sessioni del congresso della Lega, dopo l’uscita dei bolscevichi, decisi alla fine di aderire a questi ultimi e lasciai anch’io il congresso.” (162)
In una riunione improvvisata in fretta e furia in un caffé poco lontano, Plekhanov denunciò con indignazione il comportamento della minoranza e propose un piano d’azione per la lotta contro di essa. Tuttavia in privato Plekhanov era pieno di dubbi. Inizialmente fermo nella difesa della posizione dei Lenin, che sapeva essere corretta, i suoi nervi cominciarono tuttavia a vacillare via via che diventava chiaro come si stesse aprendo un abisso invalicabile tra la maggioranza e i suoi vecchi amici e colleghi. Aveva fatto al cosa giusta schierandosi con Lenin? Valeva la pena fare a pezzi il partito per alcuni punti regolamentari? Egli e Lenin avevano fatto ogni possibile concessione alla minoranza, ma questa chiedeva una resa totale. E allora? Cosa ci sarebbe stato di così terribile nel cooptare tutti i vecchi redattori per salvare la pace? Dopo tutto, con tutti i suoi difetti, il vecchio sistema era meglio di questo.
Anche Lenin era favorevole a fare concessioni, e aveva anche preso in considerazione la cooptazione dei vecchi redattori. Ma l’esperienza mostrava come ogni concessione non faceva che aumentare l’intransigenza della minoranza. Con riluttanza, Lenin raccolse il guanto di sfida lanciato dall’altra parte, poiché ulteriori passi indietro avrebbero danneggiato la causa del partito. La rottura con Martov era stata estremamente dolorosa e persino traumatica per Lenin, che confessò alla Krupskaja che questa era la decisione più difficile nella sua vita. Ma per Lenin gli interessi del partito, della classe operaia e del socialismo erano più importanti di qualsiasi considerazione personale.
Plekhanov era tutt’altro genere di persona. Vittima della “palude della vita degli emigrati, che ti trascina sul fondo”, (163) egli si dimostrò incapace di percorrere la transizione a un nuovo periodo storico, un periodo di rivoluzione che poneva nuove esigenze al partito e alla sua direzione. Il fatto davvero stupefacente non fu tanto la sua capitolazione, ma al contrario che inizialmente si fosse schierato con Lenin. Va tutto a suo credito il fatto di aver perlomeno tentato di compiere questa transizione, e non in una sola occasione. Più tardi, nel 1909, egli si orientò ancora una volta a sinistra ed entrò in un blocco con i bolscevichi. Questo fu tuttavia l’ultimo tentativo prima della definitiva svolta a destra, che lo portò tragicamente a finire nel campo della reazione patriottica durante gli ultimi anni della sua vita. Trotskij osservò una volta che per essere un rivoluzionario non è sufficiente possedere una comprensione teorica. Bisogna avere anche la necessaria forza di volontà, senza la quale il rivoluzionario è come “un orologio con la molla rotta”. Questa frase descrive con precisione il lato debole di Plekhanov, che nonostante il suo enorme contributo infine lo indebolì e lo distrusse.
La sera del 18 ottobre vide la rottura con Plekhanov. In una riunione della maggioranza, solo pochi giorno dopo aver proposto una lotta a tutto campo contro i martovisti, Plekhanov fece una svolta a 180 gradi e sostenne l’idea di una pace a ogni costo: “Non posso sparare contro i miei compagni. Meglio un colpo in testa che una scissione”, esclamò. “Ci sono momenti nei quali persino l’autocrazia deve cedere.” (164) Presentò le sue richieste sotto forma di ultimatum: o venivano accettate, oppure si sarebbe dimesso dalla redazione. La defezione di Plekhanov fu un duro colpo per la maggioranza. Nonostante i forti dubbi, ma ancora con la speranza di facilitare l’unità, Lenin si dimise poco dopo dalla redazione. Tuttavia, lungi dall’unire il partito, la mossa di Plekhanov ebbe l’effetto opposto. I martovisti semplicemente la utilizzarono per avanzare nuove rivendicazioni: la cooptazione di sostenitori della minoranza nel Comitato centrale e nel Consiglio del partito e il riconoscimento delle decisioni prese nel secondo congresso della Lega dei socialdemocratici all’estero. Avendo capitolato una prima volta, Plekhanov ora cedette a tutte queste richieste, che nei fatti rovesciavano tutte le decisioni del congresso del partito.
La posizione della maggioranza sembrava molto cupa. La minoranza ora controllava l’organo centrale, l’Iskra, la Lega all’estero e il Consiglio del partito. Solo il Comitato centrale restava teoricamente con la maggioranza, ma questa si trovava priva di una voce per esprimersi. Gradualmente l’Iskra cessò di pubblicare articoli e lettere dei sostenitori della maggioranza. Al tempo stesso i menscevichi sfruttarono appieno i loro contatti e amicizie personali con i dirigenti dell’Internazionale socialista. Sulla stampa socialista internazionale i bolscevichi se la passavano male.
Nelle sue memorie, Ljadov ricorda una conversazione che ebbe con Kautsky, nella quale questi espresse la propria esasperazione: “Cosa volete? Noi non conosciamo il vostro Lenin. Per noi è uno sconosciuto. Plekhanov e Axelrod li conosciamo bene. Siamo abituati a sapere lo stato di cose in Russia solo attraverso le loro spiegazioni. Non c’è bisogno di dire che non possiamo credere alla vostra asserzione che improvvisamente Plekhanov e Axelrod siano diventati opportunisti. È assurdo!”
Quando Ljadov avvicinò il direttore del giornale socialdemocratico tedesco Vorwärts chiedendo di pubblicare una corrispondenza sulla situazione del partito russo, gli venne risposto che il Vorwärts “non poteva sprecare molto spazio per il movimento all’estero, specialmente per quello russo, che è ancora così giovane e può dare così poco al movimento tedesco”. Si possono già discernere i tratti degli sviluppi successivi nel tono altezzoso e condiscendente di questo apparatcik, tinto di ristrettezza nazionalistica. Questi “pratici” del partito tedesco non avevano alcun interesse verso la teoria. Pur facendo omaggio verbale al marxismo, erano immersi nella routine quotidiana del partito e del lavoro sindacale. Cosa mai poteva imparare il partito tedesco, con i suoi potenti sindacati e il suo gruppo parlamentare, dalle dispute interne di un piccolo partito straniero? Per un settore significativo dei dirigenti tedeschi l’internazionalismo era già allora un libro chiuso da sette sigilli.
Particolarmente dannoso per la causa dei bolscevichi fu l’atteggiamento della sinistra del partito tedesco. Fino al 1914, Lenin si considerò un sostenitore di Karl Kautsky, dirigente della sinistra ortodossa del partito socialdemocratico tedesco. E tuttavia Kautsky rifiutò a Lenin lo spazio sulla sua rivista Die Neue Zeit per spiegare la posizione dei bolscevichi. In una lettera, Kautsky scrisse: “Fino a che rimane anche solo l’ombra di una speranza che i socialdemocratici russi possano superare da soli i propri disaccordi, non posso essere favorevole a che i compagni tedeschi vengano a sapere di queste differenze. Se lo sapranno da altre fonti, allora naturalmente dovremo prendere una posizione definita.” (165) Sotto la pressione dei menscevichi, Kautsky si dichiarò contrario a Lenin, ma lo fece con cautela. Fintanto che la scissione in Russia non disturbava la vita interna del partito tedesco non era necessario tenerla in gran conto, nella speranza che le cose si sistemassero da sole. Dopotutto, se il partito tedesco poteva accogliere chiunque, da Bernstein alla destra fino a Rosa Luxemburg e Parvus alla sinistra, i compagni russi avrebbero dovuto riuscire ad andare avanti senza scindersi su questioni insignificanti.
Fu così che nei partiti socialisti dell’Europa occidentale vennero conosciuti solo gli argomenti dei menscevichi. Fuorviata dai resoconti falsi e tendenziosi dei menscevichi riguardo alle divergenze, Rosa Luxemburg aveva scritto un articolo pubblicato da Kautsky sulla Neue Zeit sotto il titolo neutro Questioni organizzative della socialdemocrazia russa. Questo articolo è stato ripubblicato in inglese sotto il titolo ingannevole Leninismo o marxismo? che non era mai stato usato fino a che Rosa Luxemburg era in vita. In questo articolo Rosa Luxemburg ripete la stupidaggine dei menscevichi sul preteso “ultracentralismo” di Lenin e suoi “metodi dittatoriali”. Era precisamente la risposta di Lenin a questo articolo che Kautsky si era rifiutato di pubblicare. In questa risposta, Lenin dimostra la falsità, uno dopo l’altro, di tutti i miti creati dai menscevichi riguardo le sue idee organizzative, miti che da allora in poi sono stati sempre assiduamente coltivati dai nemici del bolscevismo. A tutti questi argomenti Lenin rispondeva in anticipo:
“La compagna Luxemburg dice, per esempio, che il mio libro [Un passo avanti e due indietro] è un’espressione chiara e dettagliata del punto di vista di un ‘centralismo intransigente’. La compagna Luxemburg così suppone che io difenda un sistema organizzativo contro un altro. Ma in realtà non è così. Dalla prima all’ultima pagina del mio libro, difendo i principi elementari di qualsiasi sistema di organizzazione di partito che si possa concepire. Il mio libro non si occupa delle differenze tra un sistema di organizzazione e un altro, ma di come qualsiasi sistema possa essere mantenuto, criticato e rettificato in maniera coerente con l’idea di partito.” (166)
La posizione di Rosa Luxemburg non era casuale. Per molti anni ella aveva condotto una lotta ostinata contro le tendenze riformiste e burocratiche nel partito socialdemocratico tedesco e guardava allarmata il consolidamento di un grosso esercito di funzionari di partito e sindacali che andavano a formare un blocco solidamente conservatore. La Luxemburg conosceva questo fenomeno meglio di chiunque altro, compreso Lenin che pure aveva avuto esperienze dirette nel partito tedesco, e aveva capito che questo enorme apparato burocratico avrebbe potuto trasformarsi, in un momento decisivo della lotta di classe, in un gigantesco freno sulle masse. Questo fù dimostrato nell’agosto 1914, quando si confermarono tutti peggiori timori della Luxemburg.
È sufficiente scorrere l’opuscolo della Luxemburg per mostrare come ciò contro cui realmente polemizzava non erano le idee di Lenin (che conosceva solo nella forma caricaturale presentata dai menscevichi), ma quel tipo di degenerazione burocratico-riformista che le era fin troppo familiare nel suo stesso partito, la Spd tedesca. Si veda fino a che punto sono valide le parole di questa grande rivoluzionaria, se applicate alla situazione odierna del Partito laburista britannico o ai suoi equivalenti europei! “Con la crescita del movimento operaio”, scriveva, “il parlamentarismo è diventato un trampolino per carrieristi politici. Ecco perché tante ambizioni deluse della borghesia si affollano attorno alla bandiera della socialdemocrazia. Un’altra fonte dell’opportunismo contemporaneo sono i notevoli mezzi materiali e l’influenza delle grandi organizzazioni socialdemocratiche.
Il partito agisce come un bastione che protegge il movimento di classe dalla deviazione verso il parlamentarismo borghese. Per poter trionfare, queste tendenze devono distruggere il bastione. Devono sciogliere l’elemento proletario attivo, dotato di coscienza di classe, nella massa amorfa di un ‘elettorato’.” (167)
La lotta per la trasformazione socialista della società non esclude naturalmente la partecipazione alle elezioni o al parlamento. Al contrario, la classe operaia in tutti i paesi è stata in prima linea nella lotta per i diritti democratici e userà ogni diritto legale e costituzionale per migliorare la propria condizione e porsi in una posizione dirigente per cambiare la società. La costruzione di forti organizzazioni sindacali è anch’essa una parte vitale nella preparazione della classe operaia per assolvere i suoi compiti storici. Ma questo processo ha due facce. La classe operaia e le sue organizzazioni non esistono nel vuoto. Sotto la pressione di classi aliene, le organizzazioni create dai lavoratori con lo scopo di trasformare la società si sono deformate e sono degenerate. La pressione dell’opinione pubblica borghese si trasmette ai loro strati dirigenti.
La classe dominante ha sviluppato mille e un modo di corrompere e assorbire il più combattivo e onesto dei militanti operai o delegato sindacale, se questi è privo di una solida base fornita dalla teoria marxista. La separazione di uno strato di funzionari sindacali a tempo pieno, che gradualmente si allontanano dalle condizioni di fabbrica con ogni genere di piccoli privilegi e agevolazioni, tende a creare una mentalità distinta e aliena, particolarmente quando i lavoratori non sono coinvolti in lotte di massa, le quali creano un controllo sulla direzione. In un lungo periodo di decenni di relativa prosperità, piena occupazione e pace sociale, la tendenza dominante nella base non è di partecipare attivamente alle proprie organizzazioni, ma di dare fiducia ai dirigenti e ai funzionari affinché facciano il loro lavoro. Questa fu la situazione in Germania per quasi due decenni prima della catastrofe della Prima guerra mondiale, nel corso dei quali una burocrazia conservatrice, marxista a parole, ma riformista nella pratica, consolidò gradualmente la sua presa sul movimento operaio - un processo che si ripeté in Francia e in tutti gli altri paesi dell’Europa occidentale. Se questo era vero per i sindacati, era cento volte più vero per il gruppo parlamentare nel Reichstag. Dominati da intellettuali e professionisti, con un livello di vita differente da quello dei milioni di lavoratori che rappresentavano, i dirigenti socialdemocratici in parlamento si spostarono a destra, liberandosi dal controllo della classe operaia e trasformandosi infine in una casta privilegiata e conservatrice.
Come reazione a ciò, Rosa Luxemburg poneva grande enfasi sul movimento spontaneo della classe operaia, elevando quasi a principio l’idea dello sciopero generale rivoluzionario. Questa reazione esagerata indubbiamente la portò a compiere una serie di errori. Si può dire che in tutti i suoi disaccordi con Lenin, compreso questo, Rosa Luxemburg sbagliasse. Tuttavia è altrettanto innegabile che ciascuno di questi errori può essere fatto risalire a un vero istinto rivoluzionario, a una fiducia illimitata nella capacità creativa della classe operaia e a un’ostilità implacabile verso quei carrieristi e burocrati che, nelle parole di Trotskij, rappresentano “la forza più conservatrice di tutta la società”. I dubbi di Rosa Luxemburg sul preteso “centralismo spietato” di Lenin erano condivisi, per le stesse ragioni, da un altri elementi della sinistra tedesca come per esempio Alexander L. Helfand, generalmente conosciuto col nome di Parvus, i cui lavori vennero grandemente ammirati da Lenin e, all’epoca, anche da Trotskij, il quale dopo aver rotto con i menscevichi per un periodo lavorò a stretto contatto con lui.
Anni dopo, Trotskij ammise che sulle questioni organizzative Lenin aveva avuto ragione e lui torto. Il suo libretto I nostri compiti politici, pubblicato nel fuoco della polemica frazionista, contiene molte critiche verso Lenin che l’autore avrebbe successivamente descritto come “immature ed errate”. (168) Vi sono tuttavia persino in quest’opera elementi che contengono più di un granello di verità riguardo a certi aspetti del bolscevismo, e in particolare la psicologia e la condotta dei membri dei comitati, di quello strato di “pratici” e “organizzatori” con i quali Lenin stesso sarebbe entrato aspramente in conflitto solo pochi mesi dopo l’apparizione del controverso opuscolo di Trotskij.
Lenin aveva tentato di evitare la lotta, rifiutando di rispondere ai continui attacchi che gli venivano rivolti. Ma l’esito dell’azione di Plekhanov lo convinse che non c’era altra possibilità. Questo apparve fin troppo chiaro con la pubblicazione di un articolo firmato da Plekhanov nel numero 52 dell’Iskra, intitolato Da cosa non cominciare, un vergognoso tentativo di dare una copertura teorica alla capitolazione dell’autore. Sotto i nuovi redattori, l’Iskra venne trasformata in un organo di frazione della minoranza. La maggioranza controllava ancora il Cc, ma avendo cooptato i vecchi redattori, la minoranza aveva ora il controllo del Consiglio del partito, la massima autorità. Con la fine dell’anno, Lenin si era ormai arreso alla conclusione che l’unico modo di risolvere la crisi fosse di convocare un nuovo congresso del partito.
Com’era da aspettarsi, i sostenitori della minoranza che ora controllavano il Consiglio del partito, respinsero la proposta di Lenin. Tuttavia quando Lenin portò la sua richiesta al Cc, teoricamente controllato dalla maggioranza, urtò contro una resistenza inattesa da parte dei suoi stessi sostenitori. Nelle Opere di Lenin troviamo una serie di lettere nelle quali si sforza di convincere i membri del Cc della correttezza di questa proposta. Ma i bolscevichi nel Cc si ritraevano da quella che consideravano una rottura finale con i menscevichi. Lenin osservò amaramente: “Credo che realmente nel Cc abbiamo dei burocrati e dei formalisti invece che dei rivoluzionari. I martovisti gli sputano in faccia, e loro si ripuliscono e mi fanno la lezione: ‘è inutile lottare’!” (169)
La decisione di Lenin di rompere con i menscevichi non giungeva in quel momento. per un semplice caso Fino ad allora la discussione si era incentrata sulle questioni organizzative, ma ora le cose cominciavano a prendere un carattere affatto diverso, riflettendo una svolta brusca e repentina nella situazione politica. Le manifestazioni studentesche, seguite dagli scioperi e manifestazioni politiche degli operai nel 1902 erano i sintomi di una situazione prerivoluzionaria in rapido sviluppo. Uno sciopero generale politico nel luglio e agosto del 1903 fu seguito da una breve tregua, solo per poi essere seguito da una nuova ondata di scioperi nell’estate del 1904. Gli scioperi eruppero a Pietroburgo, Ivanovo-Voznesensk, Niznij Novgorod e nel Caucaso, dove in dicembre un grande sciopero scosse il centro petrolifero di Baku. Sotto la pressione della classe operaia, la borghesia liberale cominciò a premere con le sue rivendicazioni costituzionali. Sentendosi mancare il terreno sotto i piedi, il regime venne preso dal panico. Plehve, ministro dell’interno, scrisse cinicamente al generale Kuropatkin, ministro della difesa: “Per evitare la rivoluzione, quello di cui abbiamo bisogno è una piccola guerra vittoriosa”.
Nonostante il suo carattere arretrato, semifeudale, e la sua dipendenza dal capitale occidentale, all’inizio del secolo la Russia zarista era una delle principali nazioni imperialiste. Essa partecipò assieme alle altre potenze imperialiste, Gran Bretagna, Francia e Germania, alla spartizione del mondo in colonie e sfere d’influenza. La Polonia e i Paesi baltici, la Finlandia e il Caucaso, i territori dell’Estremo oriente e l’Asia centrale erano, in realtà, colonie dello zar. Ma le ambizioni territoriali dello zarismo erano insaziabili. L’avido sguardo di San Pietroburgo si fissava sulla Turchia, la Persia e soprattutto la Cina, dove la decadente dinastia Manciù era incapace di impedire la spartizione del corpo vivo del paese tra i briganti imperialisti, particolarmente dopo la sconfitta della cosiddetta rivolta dei Boxer nel 1900, quando la Russia occupò l’intera Manciuria. Questa espansione predatoria nell’Estremo oriente portò la Russia alla collisione contro la giovane potenza ascendente del Giappone. Gli imperialisti giapponesi interpretarono le azioni della Russia come un tentativo di bloccare loro la strada sul continente asiatico. Nell’estate del 1903 il partito della guerra ebbe la meglio a Tokyo. Nel cuore di una notte del febbraio 1904 i giapponesi piombarono sulla flotta Russa a Port Arthur, utilizzando la stessa identica tattica che avrebbero usato nel 1941 a Pearl Harbor. In questo modo i giapponesi si assicurarono il controllo dei mari ed ebbe inizio una lotta sanguinosa che condusse alla caduta di Port Arthur undici mesi dopo, con la perdita di 28.200 soldati russi, metà della guarnigione. Tre settimane dopo, cominciava la prima rivoluzione russa.
La nuova Iskra controllata dai menscevichi inizialmente aveva preso una posizione ambigua sulla guerra, limitandosi ad appellarsi alla pace. Lenin riversò il suo disprezzo su questa idea, spiegando che una vittoria dello zarismo nella guerra avrebbe per un periodo rafforzato il regime, laddove invece la sconfitta militare avrebbe significato inevitabilmente lo scoppio della rivoluzione. Egli sottomise la campagna militare russa a una critica bruciante, utilizzandola come un modo per esporre l’essenza corrotta e degenerata del sistema. L’internazionalismo rivoluzionario di Lenin non aveva nulla in comune con il pacifismo, ma derivava da un’analisi della guerra come continuazione della politica con altri mezzi:
“La causa della libertà russa e la lotta del proletariato russo (e mondiale) per il socialismo dipende in larga misura dalle sconfitte militari dell’autocrazia”, scrisse ne La Caduta di Port Arthur. “Questa causa è stata grandemente avanzata grazie alla disfatta militare che ha riempito di terrore i cuori di tutti i guardiani europei dell’ordine esistente. Il proletariato rivoluzionario deve portare avanti un’agitazione incessante contro la guerra, tenendo tuttavia sempre a mente che le guerre sono inevitabili fino a che esiste il dominio di classe . Le frasi trite alla Jaurés [Jean Jaurés, 1859-1914, leader di primo piano dell’ala riformista del Partito socialista francese] non sono di alcuna utilità alla classe oppressa che non è responsabile di una guerra borghese condotta tra nazioni borghesi, che sta facendo tutto il possibile per rovesciare ogni borghesia, che conosce l’enormità delle sofferenze del popolo anche in tempi di ‘pacifica’ oppressione capitalistica.” (170)
I calcoli dell’autocrazia si basavano sull’idea di tagliare la strada alla lotta di classe forgiando un blocco di unità nazionale. Al tempo stesso i liberali rivelarono la loro essenza reazionaria. La loro ostilità al regime autocratico, il quale negava loro una porzione della torta della ricchezza statale, si scontrava con le avide prospettive di ricchi profitti di guerra e di conquista di nuove colonie in oriente. L’ex marxista Struve esortava gli studenti affinché sostenessero le manifestazioni patriottiche. Tuttavia la guerra, dopo avere inizialmente indebolito il movimento rivoluzionario, ben presto gli impartì un impeto poderoso. Lo spettacolo del potente (così si supponeva) esercito russo che crollava come un castello di carte alla prima seria prova mise a nudo il marciume interno del regime zarista. Ai massimi livelli del regime, cominciarono ad aprirsi delle crepe.
Il malcontento della gioventù studentesca trovò espressione nella diffusione di stati d’animo terroristici. Il 15 luglio il repressivo ministro dell’interno Viktor Plehve venne fatto saltare in aria dal socialrivoluzionario Egor Setonov. Quarant’anni dopo il dirigente liberale P. N. Miljukov, espresse così l’ambiente nella società del tempo: “Ciascuno si rallegrava per il suo assassinio.” (171) Allarmato dalla marea crescente della rivoluzione, il regime decise di fare delle concessioni. Plehve venne rimpiazzato dal principe Svjatopolsk-Mirskij, il che corrispondeva a una scelta di fermare la rivoluzione tramite riforme liberali. Le umilianti sconfitte militari resero la guerra profondamente impopolare non solo fra le masse, ma anche presso la borghesia liberale, che destramente passò dal patriottismo al disfattismo. Terrorizzato dalla minaccia di una rivoluzione dal basso, il regime cominciò a fare concessioni ai liberali borghesi. Svjatopolsk-Mirskij cominciò a parlare chiassosamente di una “nuova era”.
In novembre, venne dato il permesso agli zemstvo di tenere un congresso a San Pietroburgo. La tendenza liberale dell’Osvobozdenie godeva ora di una considerevole influenza negli zemstvo ed era la forza principale che sosteneva la campagna di banchetti. L’Iskra menscevica propose di partecipare alla campagna degli zemstvo e di appoggiare i liberali nella misura in cui fossero stati disposti a lottare contro l’autocrazia: i socialdemocratici dovevano quindi abbassare le loro rivendicazioni in modo da non spaventare e allontanare il loro alleato politico e dovevano scendere a compromessi sul loro programma nell’interesse del raggiungimento dell’unità contro la reazione. I menscevichi avevano appena preso pubblicamente posizione a favore dei liberali, e già Lenin pubblicò un attacco corrosivo contro la campagna dei banchetti. Nel suo articolo La campagna degli zemstvo e il piano dell’Iskra, Lenin scorticò senza pietà gli avvocati del collaborazionismo di classe e difese la politica dell’indipendenza di classe rivoluzionaria:
“Spaventata dei volantini, spaventata di qualsiasi cosa vada oltre una costituzione censitaria”, tuonava, “la nobiltà liberale avrà sempre paura dello slogan della ‘repubblica democratica’ e dell’appello alla sollevazione popolare armata. Ma il proletariato cosciente respingerà con indignazione la sola idea che si possa rinunciare a questa parola d’ordine e a questo appello, o che in generale possiamo farci guidare nella nostra attività dalle paure e dal panico della borghesia.” (172)
La questione dell’atteggiamento verso i liberali divenne immediatamente la questione fondamentale rispetto alla quale si definivano tutte le tendenze della socialdemocrazia. Zinoviev dichiara correttamente che “la questione dell’atteggiamento della classe operaia verso la borghesia tornò a emergere con particolare acutezza - la stessa questione basilare con la quale ci siamo scontrati in ogni fase della storia del partito e alla quale in definitiva si riducevano tutti i nostri disaccordi con i menscevichi”. (173)
Nell’autunno la liberale Sojuz Osvobozhdenya (Lega della libertà) fece appello a organizzare una campagna di banchetti per fare pressione sul governo in favore delle riforme. Avvocati, dottori, professori e giornalisti organizzavano riunioni semilegali sotto forma di cene nelle quali si tenevano discorsi e brindisi in favore di moderate riforme costituzionali. La codardia della borghesia liberale tuttavia si dimostrava con il fatto che essi non sollevavano neppure la rivendicazione di una assemblea costituente basata sul suffragio universale, ma solo vaghe richieste di rappresentanza popolare su una base democratica ampia.
Sotto la pressione dei liberali borghesi, i dirigenti della minoranza stavano in realtà allontanandosi dalle posizioni del marxismo rivoluzionario. La loro caratterizzazione annebbiata, semipacifista, della guerra fu forse la prima espressione pubblica di questo fatto. Era chiaro che i menscevichi stavano passando dalle semplici differenze organizzative a quelle politiche. I menscevichi di destra come Fiodor Dan cominciavano a prendere il sopravvento nella minoranza. Per i menscevichi il ruolo del proletariato si esauriva nell’applaudire i liberali. In questo modo i menscevichi speravano di formare un “fronte ampio” per la democrazia, che includesse tutte le “forze progressiste”. L’intera psicologia dei menscevichi era impregnata di sfiducia nel potenziale rivoluzionario della classe operaia. Ai lavoratori intimavano di non chiedere troppo, né esprimere posizioni troppo estreme che potessero spaventare i liberali. L’Iskra pubblicava dichiarazioni come la seguente:
“Se guardiamo l’arena della lotta in Russia, cosa vediamo? Solo due forze: l’autocrazia zarista e la borghesia liberale, che è ora organizzata e possiede un forte peso specifico. La massa lavoratrice, tuttavia, è atomizzata e non può fare nulla. Come forza indipendente non esistiamo: e dunque il nostro compito consiste nell’appoggiare la seconda forza, la borghesia liberale, e nell’incoraggiarla, e in nessun caso nell’intimidirla presentando le nostre rivendicazioni proletarie indipendenti.” (174)
Nel novembre del 1904 l’Iskra menscevica propose di partecipare alla campagna di banchetti degli zemstvo. In realtà quello che proponevano era di sostenere la cosiddetta ala sinistra dei liberali dell’Osvobozdenie: “Quando parliamo degli zemstvo e le dume liberali stiamo parlando dei nemici del nostro nemico, anche se essi non vogliono o non possono andare così avanti con la loro lotta contro di esso quanto richiederebbero gli interessi del proletariato; tuttavia, parlando ufficialmente contro l’assolutismo e mettendolo davanti a rivendicazioni volte al suo annientamento [!] essi sono nei fatti i nostri alleati [certamente in senso molto relativo] anche se insufficientemente risoluti nelle loro aspirazioni…
Ma nei limiti della lotta contro l’assolutismo, specialmente nella fase attuale, il nostro atteggiamento verso la borghesia liberale si definisce con il compito di infonderle un poco più di fiducia di indurla a unirsi alle rivendicazioni che il proletariato, guidato dalla socialdemocrazia, avanzerà. Faremmo un errore fatale se ci ponessimo lo scopo di costringere gli zemstvo o altri organi dell’opposizione borghese attraverso misure energiche di intimidazione affinché sotto l’influenza del panico essi ci diano ora una promessa formale di presentare le nostre rivendicazioni al governo. Tale tattica comprometterebbe la socialdemocrazia perché trasformerebbe la nostra campagna politica in una leva per la reazione.” (175) Qual è il contenuto di questa citazione? Nella sua essenza, essa significa: a) appoggio per la borghesia liberale (“nella misura in cui”); b) la classe operaia deve fare il secondo violino dei liberali; c) non dobbiamo spaventare la borghesia (in altre parole, abbassare i toni e capitolare); d) tutto questo con la pretesa di non dare punto d’appoggio alla reazione, e in nome della “lotta contro la reazione”.
Lenin rispose immediatamente all’Iskra in un opuscolo del 20 novembre. Dato che il Vperyod non avrebbe cominciato a uscire che nel gennaio del 1905, egli non disponeva di un giornale. Denunciando la proposta dei menscevichi di un blocco con i liberali, Lenin propose di utilizzare la campagna degli zemstvo per organizzare manifestazioni operaie combattive sia contro lo zarismo che contro i liberali codardi e traditori. La vera differenza tra bolscevismo e menscevismo era la differenza tra l’indipendenza di classe e la collaborazione di classe, tra il marxismo e il revisionismo, tra il riformismo e la rivoluzione. Ma ci vollero diversi anni, e l’esperienza della guerra, della rivoluzione e della controrivoluzione perché la reale natura di queste differenze diventasse assolutamente chiara.
L’istinto di classe degli operai si ribellava all’idea di un’alleanza con la borghesia. Tra i menscevichi ci furono dibattiti infiammati. A Ginevra e in Russia, molti operai menscevichi istintivamente adottarono una linea in aperta contraddizione con quella dei redattori dell’Iskra e più vicina a quella dei bolscevichi. Naturalmente, nelle condizioni estremamente dure della dittatura zarista, non si potevano escludere accordi temporanei, episodici, anche con i liberali borghesi. Ma la prima condizione per tali accordi fu sempre, secondo Lenin, la completa indipendenza della classe operaia e del suo partito: nessun mescolamento di bandiere, nessun blocco politico, nessun compromesso sul programma e sui principi. Certo, gli operai non potevano permettersi di ignorare nessuna possibilità di far avanzare le loro rivendicazioni. Lenin proponeva che gli operai partecipassero a questi raduni legali e tentassero di trasformarli in manifestazioni militanti.
Somov, un sostenitore del Raboceie Dielo passato poi ai menscevichi, spiega come “tutti i discorsi preparati per i banchetti erano aspramente critici sia verso i principi e la tattica dei liberali che verso le flebili risoluzioni e progetti di petizioni”. Il seguente episodio, avvenuto a Iekaterinoslav, mostra come gli operai socialdemocratici avessero deciso di intervenire nei banchetti dei liberali: “Al momento opportuno, un gruppo di operai apparve di fronte al tavolo dei consiglieri comunali e uno del gruppo cominciò a parlare. Il sindaco tentò di fermarlo, ma come gli operai resistevano, perse la testa: il discorso si concluse nell’attenzione ammutolita del pubblico con queste parole: ‘noi e voi rappresentiamo classi sociali opposte, ma possiamo essere uniti dall’odio verso lo stesso nemico, l’ordine autocratico. Possiamo essere alleati nella nostra lotta politica. Per arrivare a questo, tuttavia, dovete abbandonare la vecchia strada della mitezza: dovete apertamente, audacemente, unirvi alla nostra rivendicazione: Abbasso l’autocrazia! Viva l’assemblea costituente eletta da tutto il popolo! Viva il suffragio universale, diretto e segreto!’
Sopo il discorso vennero sparsi nella sala i proclami del comitato del Posdr del Kuban. Il giorno successivo il comitato pubblicò un volantino (in migliaia di copie) che descriveva la riunione e riportava l’intero discorso dei socialdemocratici.” (176)
Altrove, interventi simili di questi ospiti inattesi portarono a scontri con la polizia e i cosacchi. L’intervento di questi “ragazzini matti” sconvolse i piani dei liberali, che tentavano di tenere fuori gli operai. In un’assemblea di 400 medici di San Pietroburgo venne rifiutato l’accesso a una cinquantina di operai, ma questi fecero tali pressioni sui delegati da rovesciare la decisione della presidenza. Gli interventi degli operai che rivendicavano il diritto di sciopero provocarono fra i dottori una tale polarizzazione che l’assemblea si interruppe nel caos. I casi di questo genere furono numerosi. Nell’articolo Buone manifestazioni dei proletari e poveri argomenti di certi intellettuali, che apparve nel primo numero del giornale bolscevico Vperyod, (177) Lenin lodò questa tattica come manifestazione dello spirito combattivo e dell’inventiva della classe operaia. Al contrario, i menscevichi erano pronti ad annacquare le proprie rivendicazioni per non intimidire i liberali, a sacrificare l’indipendenza del partito in nome dell’unità, in una parola a subordinare la classe operaia alla cosiddetta ala progressista dei capitalisti. Fu questa la politica successivamente raccolta da Stalin sotto l’insegna di “fronti popolari”. Lenin irrise l’idea stessa: “Si può in generale riconoscere come corretto in linea di principio il porre al partito operaio il compito di presentare ai liberali democratici o ai membri degli Zemstva le proprie rivendicazioni politiche ‘che essi devono appoggiare se vogliono avere il diritto di parlare in nome del popolo’? No, questo approccio è sbagliato in linea di principio e può solo oscurare la coscienza di classe del proletariato e portarlo alla più futile casistica.” (178)
Le vere basi della scissione fra bolscevichi e menscevichi emersero solo successivamente al secondo congresso, come attestano numerosi scrittori a partire da Lenin, il quale scrisse che “il bolscevismo come tendenza politica prese forma definita nella primavera-estate del 1905”. (179) Solo nel corso del 1904 le differenze politiche cominciarono ad emergere. Solomon Schwarz scrive: “Dietro le reciproche accuse si nascondevano profonde differenze politiche. Il fatto che di queste differenze non si fosse pienamente coscienti può aver conferito ulteriore passione alle dispute, che sia agli esterni che ai membri meno sofisticati dei due movimenti sembravano dei bisticci all’interno del partito. Le differenze politiche uscirono allo scoperto solo nel tardo 1904.” (180)
Fiodor Dan, uno dei principali dirigenti dei menscevichi, dichiara: “Oggi, con lo sguardo retrospettivo della storia, non è quasi necessario dimostrare che i disaccordi organizzativi che al secondo congresso divisero la gente dell’Iskra in bolscevichi e menscevichi non erano che la copertura di incipienti divergenze politiche e intellettuali, ben più profonde e soprattutto ben più persistenti che non i disaccordi tra economisti e Iskra che erano svaniti nel passato e che erano stati completamente liquidati dal congresso. Non era una divergenza organizzativa, ma politica, quella che scisse così rapidamente la socialdemocrazia russa in due frazioni, che in certi momenti di avvicinarono e in altri si scontrarono, ma che fondamentalmente rimasero due partiti indipendenti che continuavano a combattersi persino nei momenti nei quali erano nominalmente inserite in un partito unitario… Ma a quel tempo, all’inizio del secolo, il carattere politico della scissione era lontano dall’apparire immediatamente non solo per gli spettatori ai margini, ma anche per chi partecipava alla stessa lotta di frazione.” (181)
La rottura di Trotskij con i menscevichi
Nella sua ultima opera Stalin, Trotskij indicò come le vere differenze non avevano nulla a che vedere con il conflitto tra centralismo e democrazia, o anche fra “duri” e “morbidi”, ma andavano ben più a fondo. “È vero che la fermezza e la risolutezza predispongono una persona ad accettare il bolscevismo”, scrisse. “Tuttavia queste caratterizzazioni di per se stesse non sono decisive, c’erano molte persone di carattere fermo tra i menscevichi e i socialrivoluzionari. Dall’altra parte, tra i bolscevichi i deboli non erano così rari. Psicologia e carattere non esauriscono la natura del bolscevismo, che è prima di tutto una filosofia della storia e una concezione politica.” (182)
Nella sua autobiografia Trotskij ricorda come una sezione dei vecchi dirigenti inclinasse verso i liberali: “La stampa diventava più audace, gli atti di terrorismo più frequenti: i liberali cominciarono a risvegliarsi e lanciarono una campagna di banchetti politici. Le questioni fondamentali della rivoluzione emersero rapidamente in primo piano. Le astrazioni cominciavano ai miei occhi ad acquisire una vera sostanza sociale. I menscevichi, specialmente la Zasulic, riponevano grandi speranze nei liberali.” (183)
La caratterizzazione data da Trotskij dei liberali emergeva chiaramente in un articolo apparso sull’Iskra a metà marzo del 1904, dove egli li descriveva come “esitanti, vaghi, privi di decisione e inclini al tradimento”. Fu precisamente questo articolo che spinse Plekhanov a presentare un ultimatum ai redattori dell’Iskra chiedendo la rimozione di Trotskij dalla redazione. Da allora in poi il nome di Trotskij scomparve dall’Iskra e cessò qualsiasi sua collaborazione attiva con i menscevichi. Il “crimine” di Trotskij in quegli anni era quello di “conciliazionismo” o, per usare un’espressione sgarbata, di essere un “trafficante dell’unità”. Questo conciliazionismo, tuttavia, era un tentativo di riunire il partito, un’opinione condivisa da molti nel campo bolscevico e nel partito in generale. Non aveva nulla a che vedere con l’attitudine al compromesso con in nemici della classe operaia, cioè i liberali e la cosiddetta borghesia progressista, un’idea quest’ultima contro la quale Lenin combatté per tutta la sua vita.
Su questo punto non vi fu mai alcuna differenza tra Lenin e Trotskij, il quale scrisse che “io ero senza riserve dalla parte di Lenin in questa discussione che divenne sempre più cruciale quanto più si approfondiva. Nel 1904, durante la campagna liberale dei banchetti che ben presto giunse a un punto morto, posi la seguente domanda: ‘E ora?’ e risposi come segue: la via d’uscita può essere aperta solo attraverso uno sciopero generale, seguito da una sollevazione del proletariato che marcerà alla testa delle masse, contro il liberalismo. Questo aggravò i miei disaccordi con i menscevichi.” Fu l’appoggio dei menscevichi ai liberali e in particolare il loro sostegno alla campagna di banchetti degli Zemstvo che portò Trotskij alla rottura con loro nel settembre del 1904. Rispondendo alle menzogne degli stalinisti, che lo accusavano di essere stato un menscevico dal 1903 in avanti, Trotskij spiega: “Questo legame con la minoranza del secondo congresso fu breve. Prima che fossero passati molti mesi, all’interno della minoranza erano diventate evidenti due tendenze. Io proponevo di fare dei passi per arrivare al più presto all’unione con la maggioranza, perché consideravo la scissione un episodio significativo, ma niente di più. Per altri, la scissione al secondo congresso fu l’inizio di un’evoluzione verso l’opportunismo. Passai l’intero anno del 1904 discutendo con i gruppi dirigenti dei menscevichi sulle questioni politiche e organizzative. Le discussioni si concentravano su due questioni: l’atteggiamento verso i liberali e quello verso i bolscevichi. Io ero per una resistenza inflessibile a ogni tentativo dei liberali di appoggiarsi sulle masse e al tempo stesso, a causa di ciò, richiedevo con determinazione crescente l’unione delle due frazioni socialdemocratiche.” (184)
Nonostante il fatto che ora le differenze politiche tra bolscevismo e menscevismo stessero emergendo, molti dirigenti bolscevichi non comprendevano la posizione di Lenin e tendevano a sminuire le differenze. La linea dominante fra i bolscevichi all’interno della Russia era precisamente il conciliazionismo. La gran maggioranza degli attivisti del partito non afferrava le ragioni della scissione, e la respingeva. Persino i più stretti collaboratori di Lenin in realtà lavoravano contro di lui. Nel febbraio 1904, dopo lunghe esitazioni, il Cc all’interno della Russia respinse la richiesta di Lenin di un nuovo congresso con cinque voti contro uno. Questo significava una sconfessione pubblica di Lenin. Eppure coloro i quali avevano votato contro (Krzizanovskij, Krasin, Galperin, Gusarov e Noskov - la Zemljacka votò a favore) avevano collaborato strettamente con Lenin fin dalla nascita dell’Iskra se non addirittura da prima. Avevano avuto un ruolo di primo piano nell’organizzare la tendenza marxista rivoluzionaria in Russia. Come era possibile allora un simile comportamento?
Si trattava per molti aspetti dei classici bolscevichi: lavoratori instancabili e devoti, buoni organizzatori, disciplinati e disposti al sacrificio. Ma erano quelli che si potrebbero definire dei “pratici”, il cui lavoro consisteva in cento e un compito organizzativo dettagliato. Senza questo tipo di persone, nessun partito rivoluzionario può avere successo. Ma c’era anche un lato negativo nella mentalità degli “uomini dei comitati”, per usare un’espressione del tempo: una certa limitatezza al campo organizzativo, una ristrettezza di vedute e di orizzonti teorici. Questo tipo di persone tendeva inevitabilmente a guardare con una certa sufficienza ai punti più sottili della teoria e guardava controversie come quelle del secondo congresso come semplici litigi di emigrati, senza importanza pratica. Se la maggior parte di costoro inizialmente si era schierata con Lenin e Plekhanov, questo non era per una profonda comprensione ideologica, ma perché la posizione organizzativa della maggioranza appariva loro come più in accordo con lo “spirito di partito” che era la forza motrice delle loro vite.
Ma dopo la defezione di Plekhanov le cose cominciarono ad apparire più complicate. La vecchia maggioranza ora sembrava più una minoranza, almeno negli organismi dirigenti. Il completo isolamento di Lenin sembrava sottolinearne la debolezza. E agli occhi dei “pratici” gli argomenti di Plekhanov apparivano di maggior peso. Qual’era la causa di tutto questo chiasso? Lenin tentò di indicare i punti di principio che erano in causa nel suo libro Un passo avanti, due indietro. Ma non ebbe grande effetto su molti degli “uomini dei comitati”. Nel gennaio del 1904 Lenin aveva infine organizzato un ufficio dei comitati di maggioranza per condurre l’agitazione per un nuovo congresso. Due membri del Cc, Lengnik e Essen, furono inviati in Russia a questo scopo, ma vennero arrestati. Allo stesso tempo la maggioranza dei bolscevichi conciliatori nel Cc di fatto estromise la sola sostenitrice di Lenin, la Zemljacka. La direzione bolscevica si stava sfaldando. Demoralizzato, Gusarov abbandonò l’attività, e Krzizanovskij si dimise dal Cc. I restanti membri del Cc, Krasin, Noskov e Galperin - tutti bolscevichi conciliatori - procedettero a un colpo di stato senza principi.
Durante l’estate, quando Lenin era convalescente nelle Alpi svizzere, il triumvirato tenne una riunione segreta del Cc e approvò quella che divenne nota come la “dichiarazione di luglio”, che faceva appello alla riconciliazione tra bolscevichi e menscevichi e, di fatto, alla resa alle condizioni della minoranza. Essi accettarono la “indiscutibile legalità” della nuova redazione dell’Iskra e la “egualmente indiscutibile superiorità dell’organo centrale in tutto ciò che concerne la difesa e la chiarificazione dei principi fondamentali del programma e della tattica della socialdemocrazia internazionale”.
Queste azioni rappresentavano un’esplicito ripudio di Lenin, che privarono del diritto di rappresentare il Cc all’estero. Essi insistettero persino nel loro diritto di censurare gli scritti di Lenin (“la stampa dei suoi scritti… verrà portata avanti in ciascun caso con l’accordo dei membri del Cc”) (185) e proibirono l’agitazione in favore di un terzo congresso. Inoltre Noskov fu incaricato di riorganizzare il lavoro tecnico all’estero, il che significava eliminare sostenitori di Lenin come Bonc-Bruevic, che aveva partecipato alla pubblicazione all’estero del materiale bolscevico, e Ljadov che era tesoriere. In aggiunta a tutto questo, vennero cooptati nel Cc altri tre bolscevichi conciliatori e poi tre menscevichi. Quando Lenin infine scoprì quanto accadeva, scrisse una lettera rabbiosa al Cc negandone la legalità delle azioni. Una ulteriore lettera venne inviata ai membri dei comitati bolscevichi, mettendo a nudo le attività del Cc. Egli mandò anche una lettera all’Iskra chiedendo che la dichiarazione illegale non venisse pubblicata. Ma i redattori, ignorando la richiesta di Lenin, la pubblicarono nel numero 72 sotto il titolo Dichiarazione del Comitato centrale. A Lenin non restava che rompere ogni relazione con i conciliatori.
La situazione era ora davvero cupa. Tutto quello che era stato ottenuto nel secondo congresso era in rovina. Uno dopo l’altro gli organismi dirigenti erano stati catturati dalla minoranza. I martovisti sembravano trionfare su tutta la linea. Lenin appariva completamente isolato. In realtà, tuttavia, le vittorie mensceviche erano state ottenute con manovre al vertice. A livello di base le cose stavano altrimenti. Un numero crescente di comitati prendeva posizione a favore di un nuovo congresso come unico modo di risolvere la crisi. I comitati di partito a Pietroburgo, Mosca, Iekaterinoslav, Riga, l’Unione settentrionale, Voronez, Nizegorod, e forse più sorprendentemente Baku, Batum e l’Unione caucasica dichiararono il loro appoggio. Persino all’estero, gruppi socialdemocratici a Parigi, Genova e Berlino si dichiararono contro i menscevichi. Secondo una lettera scritta da Lyubimov a Noskov nell’autunno del 1904: “Sulla questione della dichiarazione [del Cc], c’è stata una tale baruffa che difficilmente ne puoi trarre un capo e una coda. Una sola cosa è chiara: tutti i comitati - eccetto Kharkov, la Crimea, Gornozavdsk e il Don - sono comitati della maggioranza… il Cc ha ricevuto un pieno voto di fiducia da un numero davvero insignificante di comitati.” (186)
Incoraggiato dalla risposta ottenuta in Russia, Lenin convocò in Svizzera nell’agosto del 1904 una conferenza di 22 bolscevichi che adottò il suo appello Al partito, che divenne il grido di battaglia per la convocazione di un nuovo congresso. Con la sua abituale onestà, Lenin descriveva la seria crisi per cui stava passando il partito, aggiungendo: “Tuttavia noi guardiamo alla malattia del partito come a una malattia della crescita. Consideriamo che la causa sottostante alla crisi sia la transizione della socialdemocrazia dalla forma di esistenza di circolo a quella di partito; l’essenza della sua lotta interna è il conflitto tra lo spirito di circolo e lo spirito di partito. E, di conseguenza, solo scrollandosi di dosso questa malattia il nostro partito può diventare realmente un partito.” Solo ora Lenin cominciò a indicare le forze di classe che stavano dietro la scissione: “Infine, i quadri dell’opposizione sono in generale tratti da quei settori del partito che consistono in primo luogo di intellettuali. L’intelligentsia è sempre più individualista del proletariato, a causa delle sue stesse condizioni di vita e di lavoro che non la educano direttamente attraverso il lavoro collettivo organizzato. Gli elementi intellettuali pertanto trovano più difficile adattarsi alla disciplina della vita di partito e coloro tra di essi i quali non ne sono all’altezza sono naturalmente portati a levare la bandiera della rivolta contro le necessarie limitazioni organizzative e a elevare il loro anarchismo istintivo a principio di lotta, ribattezzandolo erroneamente come desiderio di ‘autonomia’, richiesta di ‘tolleranza’, ecc.
La sezione estera del partito, dove i circoli hanno una vita relativamente lunga, dove di riuniscono teorici di varie tendenze e dove l’intelligentsia predomina decisamente, era destinata ad essere la più incline ad accettare le vedute della ‘minoranza’, la quale è risultata essere la reale maggioranza. Dall’altra parte la Russia, dove la voce del proletariato organizzato è più forte, dove anche gli intellettuali di partito, essendo più vicini e a contatto più stretto con esso, sono formati in uno spirito più proletario, e dove le esigenze immediate della lotta fanno sentire più forti le esigenze dell’unità organizzata, si è vigorosamente opposta allo spirito di circolo e alle tendenze anarchiche distruttive.” (187)
Giunti all’autunno, le prospettive per i bolscevichi apparivano più luminose. Gradualmente si riuniva un nuovo gruppo dirigente grazie ai nuovi arrivi dalla Russia, come Bogdanov, Lunaciarskij, Olminskij. Dopo aver passato un mese nelle Alpi, la salute di Lenin era molto migliorata. “Era come se si fosse immerso in un torrente di montagna togliendosi di dosso le ragnatele di un sordido intrigo,” scrisse la Krupskaja. (188) Dalla Russia, dove Al partito era stato distribuito clandestinamente ai comitati di partito, giungevano rapporti incoraggianti. Secondo la Krupskaja, a metà settembre 12 su 20 dei comitati che disponevano di un voto deliberativo avevano preso posizione in favore di un congresso, e il numero cresceva. Da quel momento in poi i bolscevichi furono una seria forza organizzata all’interno della Russia. Alla fine dell’anno venne formato nell’interno un centro organizzativo dei bolscevichi, sostenuto da 13 comitati di partito. Tuttavia, la situazione rimaneva estremamente fragile.
A differenza dei loro avversari, i bolscevichi erano disperatamente a corto di fondi. La questione di un giornale inizialmente non si pose neppure. Come sostituto temporaneo, Lenin e Bonc-Bruevic lanciarono una “Casa editrice per la letteratura socialdemocratica di partito” che dall’inizio di settembre cominciò a pubblicare singoli lavori di Lenin e dei suoi collaboratori. Era perlomeno un inizio, ma sul terreno delle pubblicazioni i menscevichi avevano tutti gli assi in mano. Non solo controllavano la prestigiosa Iskra, ma avevano anche un buon afflusso di denaro da ricchi simpatizzanti e non esitarono ad utilizzarlo in modo poco scrupoloso come arma nella lotta di frazione. La Krupskaja ricorda con una nota di amarezza come i menscevichi facessero pressione sui simpatizzanti per non far giungere assistenza alla maggioranza: “Ilic ed io avevamo parecchio da dire su quei ‘simpatizzanti’ che non appartenevano ad alcuna organizzazione e che immaginavano che le loro donazioni meschine potessero influenzare il corso degli avvenimenti nel nostro partito proletario!” (189) La questione dei fondi dall’estero fu indubbiamente un fattore nella capitolazione dei bolscevichi conciliatori del Cc di fronte al centro emigrato.
Nonostante la loro mancanza di risorse i bolscevichi decisero di lanciare un nuovo giornale intitolato Vperyod (Avanti). In una riunione tenuta a Ginevra il 3 dicembre venne eletta una redazione composta da Lenin, V. V. Vorovskij, M. S. Olminskij e A. V. Lunaciarskij, con la Krupskaja come segretaria. Come sempre il sacrificio personale fece fronte alla mancanza di fondi. Ognuno guardò intorno per trovare qualche soldo. Vorovskij consegnò alcuni pagamenti di diritti d’autore che aveva appena ricevuto. Olminskij si separò da un orologio d’oro. In un modo o nell’altro vennero racimolati mille franchi, a malapena sufficienti per un numero e mezzo. Ma nessuno si faceva frenare da questo. Il primo numero del primo giornale realmente bolscevico usciva puntualmente dalla tipografia il 22 dicembre del 1904. Solo quindici giorni dopo, gli emigrati russi udivano sbalorditi le rauche grida degli strilloni per le strade di Ginevra: “Rivoluzione in Russia! Rivoluzione in Russia!”