Storia del bolscevismo

 

Dalla nascita del marxismo russo alla rivoluzione d’ottobre

 

di Alan Woods

 

 

Parte prima

La nascita del marxismo Russo

 

 

 

Indice Parte prima

 

Morte di un autocrate

L’“Andata al popolo”

“Terra e libertà”

La nascita del marxismo russo

L’Emancipazione del lavoro

Sviluppo diseguale e combinato

Il periodo dei piccoli circoli

Dalla propaganda all’agitazione

Il movimento operaio ebraico

La Lega di lotta di San Pietroburgo

Il “marxismo legale"

Lenin e il Gruppo per l’emancipazione del lavoro

La polemica con gli “economisti”

La Rabociaia Mysl

Il revisionismo di Bernstein

Il Primo congresso del Posdr

Il Raboceie Dielo

La nascita dell’Iskra

Che fare?

Un nuovo risveglio

Tensioni nella redazione

Gli economisti in ritirata

Il secondo congresso

Il vero significato della scissione del 1903

Confusione nella base

Rosa Luxemburg

La guerra col Giappone

La rottura di Trotskij con i menscevichi

 

 

 

 

 

Morte di un autocrate

 

Il primo marzo del 1881 la carrozza dello zar Alessandro II passava lungo il Canale Caterina di San Pietroburgo, quando un giovane improvvisamente scagliò quella che sembrava essere una palla di neve. L’esplosione che seguì fallì il bersaglio e lo zar discese, illeso, per parlare con alcuni cosacchi feriti. In quello stesso momento, un secondo terrorista, Grinevetsky, si precipitò in avanti e gridando “è troppo presto per ringraziare Dio” lanciò ai suoi piedi una seconda bomba. Un’ora e mezza più tardi, l’Imperatore di tutte le Russie era morto. Questo atto segnò il culmine di uno dei periodi più rimarchevoli nella storia rivoluzionaria, un periodo nel quale un pugno di giovani eroici e devoti aveva sfidato la potenza dello Stato zarista russo. Lo stesso successo dei terroristi, l’eliminazione della figura alla sommità dell’odiata autocrazia, avrebbe tuttavia portato simultaneamente un colpo mortale al cosiddetto Partito della Volontà del Popolo che aveva organizzato l’attentato.

Il fenomeno dei Narodniki russi (“populisti”, gli uomini del popolo) era una conseguenza dell’estrema arretratezza del capitalismo russo. La decadenza della società feudale procedeva più velocemente della formazione della borghesia. In queste condizioni, settori degli intellettuali, in particolare fra i giovani, rompevano con la nobiltà, la burocrazia e il clero e cominciavano a cercare una via d’uscita dal vicolo cieco nel quale si trovava la società.

Nella loro ricerca di un punto d’appoggio nella società, tuttavia, essi non potevano essere attratti da una borghesia grezza, arretrata e sottosviluppata, e al tempo stesso il proletariato viveva ancora la propria infanzia, disorganizzato, privo di istruzione e poco numeroso, specialmente in paragone con i milioni di contadini che costituivano la maggioranza schiacciante, muta e oppressa della società russa.

Era perciò comprensibile che l’intelligentsia rivoluzionaria dovesse vedere nel “popolo”, incarnato dai contadini, la principale forza potenzialmente rivoluzionaria nella società. Questo movimento aveva le proprie radici nel grande punto di svolta della storia russa, nel 1861. L’emancipazione dei contadini dalla servitù della gleba in quell’anno non era in nessun modo, come pure è stato frequentemente sostenuto, il risultato dell’illuminata benevolenza di Alessandro II. Nasceva invece dal timore di un’esplosione sociale dopo l’umiliante sconfitta della Russia nella disastrosa guerra di Crimea del 1853-56, la quale, come più tardi la guerra contro il Giappone, aveva crudelmente messo a nudo il regime zarista. Non era la prima volta, e non sarebbe stata l’ultima, che la sconfitta militare rivelava la bancarotta dell’autocrazia, fornendo così una spinta potente al cambiamento sociale. Ma l’Editto di emancipazione non risolse nessuno dei problemi e, nella realtà, peggiorò considerevolmente il destino della massa dei contadini. I latifondisti naturalmente riuscirono ad appropriarsi dei migliori appezzamenti di terreno, lasciando le aree più sterili ai contadini. Punti strategici quali sorgenti e mulini erano generalmente in mano ai latifondisti, i quali costringevano i contadini a pagare per accedervi. Peggio ancora, i contadini “liberati” erano legalmente incatenati alla comune di villaggio, o mir, che aveva la responsabilità collettiva della raccolta delle tasse. Nessun contadino poteva lasciare il mir senza permesso. La libertà di movimento era fortemente ostacolata dal sistema di passaporti interni. La comune di villaggio veniva in effetti trasformata nell’“anello più basso del sistema di polizia locale” (1)

Per peggiorare ulteriormente le cose, la riforma permetteva ai latifondisti di ritagliarsi una parte pari a un quinto, e in alcuni casi anche due quinti, della terra precedentemente coltivata dai contadini. Essi invariabilmente sceglievano le parti migliori e più redditizie – boschi, corsi d’acqua, sorgenti, pascoli, mulini, ecc. – che permettevano loro di prendere alla gola i contadini “emancipati”. Anno dopo anno, un numero crescente di famiglie contadine affondava senza speranza nei debiti e nella povertà come risultato di questa truffa.

L’emancipazione dei contadini fu un tentativo di portare avanti riforme dall’alto per prevenire una rivoluzione dal basso. Come tutte le riforme importanti, era un sottoprodotto della rivoluzione. Le campagne russe erano state scosse dalle rivolte contadine. Nell’ultimo decennio del regno di Nicola I c’erano stati 400 tumulti contadini, e altrettanti nei successivi sei anni (1855-60). Nello spazio di vent’anni, fra il 1835 e il 1854, 230 proprietari terrieri e amministratori erano stati uccisi, e altri 53 lo furono nei tre anni precedenti al 1861. L’annuncio dell’emancipazione venne accolto da un’ulteriore ondata di disordini e sollevazioni, brutalmente represse. Le speranze riposte da un’intera generazione di pensatori progressisti nell’idea di una riforma vennero crudelmente tradite dai risultati dell’emancipazione, che si rivelò una gigantesca frode. I contadini, che credevano che ora la terra appartenesse loro di diritto, vennero imbrogliati in tutti i modi. Essi dovettero accettare solo quei lotti di terra stabiliti dalla legge (in accordo con il latifondista) e dovettero pagare una tassa di riscatto per 49 anni con il 6 per cento d’interesse. Come risultato, i latifondisti mantennero la proprietà di circa 71.500.000 desiatine di terra, mentre i contadini, che rappresentavano la maggioranza schiacciante della società, ne ebbero solo 33.700.000

Negli anni successivi al 1861 i contadini, assediati dalla legislazione repressiva contro la povertà e rovinati dal peso dei debiti, intrapresero una serie di disperate rivolte locali.

Ma in tutta la sua storia la classe contadina è sempre stata incapace di giocare un ruolo indipendente nella società. Capace di dispiegare un grande sacrificio e coraggio rivoluzionario, i suoi sforzi di scuotersi di dosso il dominio dell’oppressore hanno avuto successo solo dove la direzione del movimento rivoluzionario è stata assunta da una classe cittadina, più omogenea, forte e cosciente.

In assenza di questo fattore, le jacqueries*, dal medioevo in avanti, hanno invariabilmente patito le più crudeli sconfitte come risultato della dispersione della classe contadina, della sua mancanza di coesione sociale e di coscienza di classe.

In Russia, dove le forme di produzione capitalistiche erano ancora in fase embrionale, non esisteva nelle città una classe che potesse assumersi tale ruolo. Tuttavia una classe, o più precisamente una casta, quella dei raznochintsy (coloro che erano privi di rango), o “proletariato intellettuale”, composta largamente di studenti e intellettuali declassati, si dimostrò eccezionalmente sensibile all’umore sotterraneo di malcontento che covava nei recessi profondi della società russa. Anni dopo il terrorista Myshkin dichiarò al proprio processo che “il movimento dell’intelligentsia non fu creato artificialmente, ma era l’eco della rivolta popolare”. (2)

Come sempre, la capacità dell’intelligentsia di giocare un ruolo sociale indipendente non era maggiore di quello dei contadini. Tuttavia essa può agire come un barometro molto preciso degli umori e delle tensioni che si sviluppano nella società.

Nel 1861, lo stesso anno dell’Emancipazione, il grande scrittore democratico russo Alexander Herzen scriveva dall’esilio di Londra sulle pagine del suo giornale Kolokol (la Campana), incitando la gioventù della Russia ad “andare al popolo”. L’arresto di noti pubblicisti come Chernyshevsky (i cui scritti erano stati influenzati da Marx ed ebbero a loro volta un grande impatto su Lenin e la sua generazione) e Dimitri Pisarev, dimostrò l’impossibilità di una pacifica riforma liberale. Con la fine della decade del 1860 erano state poste le basi per un movimento rivoluzionario di massa della gioventù populista.

Le orribili condizioni delle masse nella Russia post-riforma mossero alla rabbia e all’indignazione i migliori settori dell’intelligentsia . L’arresto degli esponenti più radicali dell’ala democratica, Pisarev e Chernyshevsky, non fece che approfondire l’alienazione degli intellettuali e spingerli ulteriormente a sinistra. Mentre la vecchia generazione di liberali si adattava alla reazione nelle università emergeva una nuova leva di giovani radicali, immortalata nel romanzo di Turgenyev Padri e figli nella figura di Bazarov. Il segno distintivo di questa nuova generazione era l’impazienza verso le oscillazioni dei liberali, che trattavano con disprezzo. I giovani credevano con fervore nelle idee di un rivolgimento rivoluzionario generale e di una ricostruzione radicale di tutta la società, da cima a fondo.

A dodici mesi dall’Emancipazione, lo “zar riformatore” si era indirizzato verso la reazione. Ci fu una repressione contro gli intellettuali. Le università vennero messe sotto la vigilanza opprimente del reazionario ministro dell’istruzione, il conte Dimitri Tolstoy, che impose un sistema educativo espressamente volto a schiacciare gli spiriti indipendenti e a soffocare l’immaginazione e la creatività. Le scuole vennero costrette a insegnare 47 ore di latino e 36 ore di greco alla settimana, con una forte enfasi sulla grammatica. La storia e le scienze naturali vennero escluse dai piani di studio come materie potenzialmente sovversive, e il sistema di controllo poliziesco degli spiriti venne rinforzato sotto l’occhio sospettoso dell’ispettore scolastico. I giorni inebrianti della “riforma” lasciarono il passo ad anni cupi di sorveglianza poliziesca e grigio conformismo.

La reazione si intensificò dopo la fallita insurrezione polacca del 1863. La rivoluzione venne annegata nel sangue. Migliaia di polacchi vennero uccisi in battaglia, centinaia vennero impiccati nella repressione successiva. Il brutale conte Muravyov impiccò personalmente 128 polacchi e ne deportò 9.723, uomini e donne. Il totale degli esiliati in Russia ammontò al doppio di quella cifra. Piotr Kropotkin, il futuro teorico anarchico, fu testimone delle sofferenze di polacchi esiliati in Siberia, dove era di stanza come giovane capitano della Guardia imperiale: “Vidi alcuni di loro sulla Lena, nudi in una baracca attorno a un immenso calderone pieno di salamoia, mentre mescolavano la mistura densa e bollente con lunghe pale, a una temperatura infernale, mentre la porta della baracca veniva lasciata spalancata per creare una forte corrente d’aria gelida. Dopo due anni di questo lavoro, questi martiri erano certi di morire di consunzione.” (3)

Ma sotto la crosta ghiacciata della reazione, i semi di una nuova rinascita rivoluzionaria stavano rapidamente germogliando. Il caso del principe Kropotkin è un esempio lampante di come “il vento scuote per prime le cime degli alberi”. Nato in una famiglia aristocratica, questo ex membro del corpo dei Paggi imperiali fu, come molti suoi contemporanei, colpito dalle terribili sofferenze delle masse e spinto a trarne conclusioni rivoluzionarie. Scienziato acuto e appassionato, Kropotkin descrive vividamente nelle sue memorie l’evoluzione politica di un’intera generazione: “Ma che diritto avevo di godere di questi piaceri elevati”, si chiedeva, “quando tutto attorno non vi era che miseria e lotta per un pezzo di pane ammuffito; quando tutto quello che avessi speso per permettermi di vivere in quel mondo di alte emozioni doveva di necessità essere perso dalle stesse bocche di coloro che crescevano il grano, e che non avevano cibo a sufficienza per i loro figli?”

La fredda crudeltà verso i polacchi mostrava l’altra faccia dello “zar riformatore”, un uomo che, nelle parole di Kropotkin, “firmava allegramente i decreti più reazionari per poi mostrarsene avvilito” (4)

Il sistema corrotto e degenerato del dominio autocratico, la manomorta della burocrazia, il soffio onnipresente del misticismo religioso e dell’oscurantismo spingevano alla rivolta tutte le forze vive della società. “È amaro”, scrisse il poeta Nekrasov, “il pane fatto dagli schiavi”. La rivolta contro la schiavitù spronò gli studenti rivoluzionari a cercare una via d’uscita. Facendo eco a Herzen, la loro parola d’ordine divenne: “V Narod!” (verso il popolo!). Le parole di Herzen lasciarono su questa gioventù coraggiosa e devota un’impressione indelebile: “Andate al popolo… quello è il vostro posto… Dimostrate… che da voi non nasceranno nuovi burocrati, ma soldati del popolo russo.” (5)

 

L’“Andata al popolo”

 

Questo movimento dei giovani prevalentemente delle classi alte era confuso e ingenuo, ma anche coraggioso e profondamente altruista e disinteressato, e lasciò un’eredità inestimabile per il futuro. Nonostante criticasse il carattere utopistico del loro programma, Lenin dedicò sempre un caldo tributo al valore rivoluzionario dei primi narodniki. Egli comprendeva che il movimento marxista russo era stato costruito sulle ossa di quei martiri, che a cuor leggero, in nome della lotta per un mondo migliore, avevano gettato le loro ricchezze e i loro agi materiali per affrontare la morte, il carcere e l’esilio. Da un movimento ancora nella fase infantile era solo prevedibile una confusione teorica. L’assenza di una forte classe operaia, la mancanza di una chiara tradizione o modello che potesse gettare luce sul loro cammino, la notte della censura, che impediva loro di accedere a gran parte degli scritti di Marx, tutto questo privò i giovani rivoluzionari russi della possibilità di comprendere la vera natura dei processi in opera nella società.

Alla maggior parte di loro Marx appariva come un “semplice economista” mentre la dottrina di Bakunin della “distruzione implacabile” e i suoi appelli all’azione diretta, sembravano più in sintonia con lo spirito di una generazione stanca di parole e impaziente di ottenere risultati. Pavel Axelrod ricorda nelle sue memorie come le teorie di Bakunin catturarono le menti della gioventù radicalizzata con la loro impressionante semplicità. (6) Il “popolo”, secondo Bakunin, era per istinto rivoluzionario e socialista già dai tempi del medioevo, come dimostravano le sollevazioni contadine, la rivolta di Pugachov, e persino i briganti, i quali venivano considerati come un valido esempio da seguire! Tutto quello era necessario, egli asseriva, per innescare una rivolta universale era che gli studenti si recassero nei villaggi e levassero lo stendardo della rivoluzione. Le rivolte locali avrebbero presto provocato un’esplosione generale, portando al crollo l’intero ordine esistente.

In un passaggio significativo, Trotskij ricattura vividamente lo spirito di questi giovani pionieri: “Giovani, in maggioranza studenti di ambo i sessi, circa un migliaio in totale, portarono la propaganda socialista ai quattro punti cardinali del paese, soprattutto nella regione del basso Volga, alla ricerca dell’eredità di Razin e Pugaciov. Notevole per l’ampiezza e per il giovanile idealismo, il movimento, vera culla della rivoluzione russa, si distinse, come è tipico di ogni infanzia, per l’ingenuità dei suoi procedimenti. I propagandisti non disponevano né di un’organizzazione dirigente né di un programma chiaro, né di un’esperienza cospirativa. E, del resto, a che sarebbero serviti? Il giovane, che aveva rotto con la famiglia e con la scuola, senza professione, senza relazioni od obblighi personali, impavido dinanzi alle potenze celesti e terrestri, immaginava di essere la cristallizzazione vivente dell’insurrezione popolare. Costituzione? Parlamentarismo? Libertà politica? Non si sarebbe lasciato adescare dall’Occidente. Mirava a una rivoluzione integrale, senza restrizioni né tappe intermedie.” (7)

Nell’estate del 1874 centinaia di giovani di origine sociale media o elevata si recarono dei villaggi, ardendo all’idea di incitare i contadini alla rivolta. Pavel Axelrod, uno dei futuri fondatori del marxismo russo, ricorda la rottura radicale che questi giovani rivoluzionari avevano operato con la loro classe: “Chiunque volesse lavorare per il popolo doveva abbandonare l’università, rinunciare alla propria condizione privilegiata, alla propria famiglia, e persino volgere le spalle alla scienza e all’arte. Dovevano tagliare tutti i fili che li legavano alle classi sociali elevate, bruciarsi i ponti alle spalle. In una parola, dovevano dimenticarsi volontariamente qualsiasi possibile via di ritirata. Il propagandista doveva, per così dire, effettuare una completa trasformazione della propria essenza interiore, in modo da potersi sentire un tutt’uno con gli strati più bassi del popolo, non solo ideologicamente, ma anche nel comportamento quotidiano.” (8)

Questi giovani coraggiosi non avevano un programma definito, se non quello di trovare una strada verso “il popolo”. Vestiti con vecchi abiti da lavoro comprati dai rigattieri nei mercati, stringendo i loro passaporti falsi, si recarono nei villaggi sperando di imparare un mestiere che permettesse loro di vivere e lavorare senza essere identificati. L’indossare abiti contadini non era il gesto teatrale che potrebbe apparire a prima vista. Kropotkin spiega che “il distacco tra il contadino e la persona istruita in Russia è grande e il contatto fra loro è così raro che non solo in un villaggio l’apparizione di un uomo che indossi abiti cittadini desta l’attenzione generale, ma persino nelle città, se una persona i cui abiti e la cui parlata rivelano non essere un operaio viene vista intrattenersi con degli operai, desta immediatamente i sospetti della polizia.” (9)

Questo ammirevole spirito rivoluzionario si basava purtroppo su teorie fondamentalmente sbagliate. L’idea mistica di una “peculiare via russa verso il socialismo”, che potesse in qualche modo condurre direttamente dalla barbarie feudale a una società senza classi, saltando la fase del capitalismo, fu la sorgente di una serie infinita di errori e tragedie. Una teoria sbagliata porta inevitabilmente a un disastro nella pratica. I narodniki erano motivati dal volontarismo rivoluzionario, cioè dall’idea che il successo della rivoluzione può essere garantito dalla volontà ferrea e dalla determinazione di un piccolo gruppo di persone convinte. Naturalmente il fattore soggettivo è decisivo nella storia umana. Karl Marx spiegò come gli uomini e le donne facciano la propria storia, ma aggiunse che non la creano al di fuori del contesto di relazioni economiche e sociali stabilite indipendentemente dalla loro volontà.

I tentativi dei teorici populisti di stabilire un “cammino storico speciale” per la Russia, differente da quello dell’Europa occidentale, inevitabilmente li portarono sulla strada dell’idealismo filosofico e di una visione mistica dei contadini.

La confusione teorica di Bakunin – un riflesso dei rapporti sociali sottosviluppati e primitivi che esistevano in Russia – trovò prontamente uditorio fra i narodniki, che cercavano una giustificazione ideologica delle loro vaghe aspirazioni rivoluzionarie.

Capovolgendo la realtà, Bakunin dipingeva il mir – la cellula fondamentale del regime zarista nel villaggio – come il nemico dello Stato. Tutto quello che era necessario era che i rivoluzionari andassero nei villaggi e sollevassero contro lo Stato i contadini russi, “istintivamente rivoluzionari”, e il problema sarebbe stato risolto senza dovere ricorrere alla “politica”, o a una qualsiasi forma particolare di organizzazione di partito. Il compito non era di lottare per rivendicazioni democratiche (poiché anche la democrazia rappresentava una forma di Stato, e quindi un’altra espressione della tirannia), ma abbattere lo Stato “in generale” e rimpiazzarlo con una federazione volontaria di comunità locali, basate sul mir una volta che fosse epurato dei suoi aspetti reazionari.

Gli elementi contraddittori di questa teoria divennero rapidamente evidenti quando i giovani populisti tentarono di metterla in pratica. Le esortazioni rivoluzionarie degli studenti si scontrarono con i sospetti, quando non l’aperta ostilità, dei contadini, che di frequente consegnarono alle autorità i nuovi venuti.

Zhelyabov, uno dei futuri dirigenti del partito della Narodnaja Volja (la Volontà del popolo), descrive graficamente gli sforzi disperati dei giovani populisti nel conquistare i contadini “come un pesce che sbatte la testa contro il ghiaccio.” (10) Nonostante le terribili condizioni di oppressione e sfruttamento i contadini russi, che credevano che “il corpo appartiene allo zar, l’anima a Dio e la schiena al signore”, si dimostrarono impenetrabili alle idee rivoluzionarie dei narodniki. La delusione e la sorpresa echeggiano nelle parole di uno dei protagonisti: “Eravamo noi stessi troppo ciecamente convinti dell’imminenza della rivoluzione, per vedere come i contadini non avevano tutto quello spirito rivoluzionario che avremmo voluto. Essi si aspettavano che l’imperatore avrebbe dato un ordine e la terra sarebbe stata divisa… molti di loro immaginavano che egli avrebbe fatto questo passo già da molto tempo, se non gli fosse stato impedito dai grandi latifondisti e dai funzionari, cioè i due nemici per eccellenza sia dell’imperatore che dei contadini.”

L’ingenuo tentativo di passare per contadini spesso ebbe il suo risvolto tragicomico, come ricorda Debegori-Mokrievich: “I contadini non ci permettevano di passare la notte nelle loro casupole: ovviamente non gradivano l’aspetto dei nostri vestiti sporchi e sbrindellati. Questa era l’ultima cosa che ci saremmo aspettati quando per la prima volta ci vestimmo da manovali.” (11)

Dormendo all’aperto, affamati, infreddolito e stanchi, con i piedi sanguinanti per le lunghe marce con scarpe da pochi soldi, il morale dei narodniki si infranse contro il muro compatto dell’indifferenza contadina. Gradualmente, ma inesorabilmente, quelli che non erano stati arrestati rifluirono nelle città, delusi ed esausti. Il movimento dell’“andata al popolo” venne prontamente stroncato da un’ondata di arresti, oltre 700 solamente nel 1874. Fu una sconfitta pagata a caro prezzo, ma gli eroici discorsi di sfida lanciati dal banco degli imputati dagli arrestati servirono ad accendere un nuovo movimento che cominciò quasi immediatamente.

I narodniki giuravano sul “popolo” ad ogni passo. Tuttavia, rimasero completamente isolati da quelle masse contadine che idolatravano. In realtà, l’intero movimento si concentrava nell’intelligentsia: “La venerazione dei narodnoki o populisti per la massa contadina e il suo regime comunitario”, scrisse Trotskij, “divenne il rovescio della smisurata pretesa, da parte del ‘proletariato intellettuale’, di esercitare la funzione di leva principale, se non unica, del progresso. Tutta la storia dell’intelligentsia russa si svolge tra questi due poli: umiliazione volontaria e superbia, che segnano l’ombra breve e l’ombra lunga della sua debolezza sociale.” (12)

Ma questa debolezza sociale degli intellettuali non faceva che riflettere lo stato di sottosviluppo dei rapporti di classe nella società russa. Il rapido sviluppo dell’industria e la creazione di una forte classe operaia urbana che si aprì con l’afflusso massiccio di capitale straniero a partire dagli anni ’90, tutto questo era ancora musica di un futuro apparentemente remoto. Costretta a basarsi sulle proprie risorse, l’intelligentsia rivoluzionaria cercò la salvezza nella teoria di una “via russa particolare al socialismo”, basata sugli elementi di proprietà comune che esistevano nel mir.

Le teorie della guerriglia e del terrorismo individuale che sono recentemente diventate di moda in certi circoli ripetono in forma caricaturale le idee antiquate dei populisti e dei terroristi russi. Come questi ultimi, cercano di trovare una base nei contadini del Terzo mondo, nel sottoproletariato: in realtà in qualsiasi classe escluso il proletariato. Queste idee, tuttavia, non hanno nulla in comune con il marxismo. Marx ed Engels spiegarono che la classe operaia è l’unica classe in grado di condurre a termine la rivoluzione socialista e instaurare uno Stato operaio sano che possa portare a una società senza classi. E non per caso: s*olo la classe operaia, in virtù del suo ruolo nella società e nella produzione, in particolare nella produzione su larga scala, possiede una coscienza di classe istintivamente socialista. Non per caso, i classici metodi di lotta del proletariato sono basati su azioni collettive di massa: scioperi, manifestazioni, picchetti, lo sciopero generale.

Per contrasto, il primo principio di ogni altra classe sociale è l’individualismo del proprietario e dello sfruttatore, sia esso piccolo o grande, del lavoro salariato. Lasciando da parte la borghesia, per la quale l’ostilità verso il socialismo è la prima condizione di esistenza, troviamo poi le classi medie, inclusi i contadini. Questi ultimi sono la classe meno capace di acquisire una coscienza socialista. Nei suoi strati superiori (il contadino ricco, l’avvocato, il dottore, il parlamentare) si avvicina alla borghesia. Ma anche i contadini poveri senza terra, in Russia, nonostante formalmente fossero dei proletari rurali, avevano una coscienza molto distante dai loro fratelli delle città. Il primo desiderio del contadino senza terra era quello di possederne un pezzo, cioè di trasformarsi in un piccolo proprietario. Il terrorismo individuale, la “guerriglia”, nelle sue molteplici forme, sono i metodi di lotta della piccola borghesia, in particolare dei contadini, ma anche degli studenti, degli intellettuali, del sottoproletariato. È vero che sotto certe condizioni – particolarmente nell’epoca attuale – la massa dei contadini poveri può essere conquistata all’idea della proprietà collettiva, come si vide in Spagna nel 1936. Ma la condizione previa per tale sviluppo è l’esistenza di un movimento rivoluzionario della classe lavoratrice nelle città. In Russia la classe operaia giunse al potere mobilitando i contadini poveri non sulla base di slogan socialisti, ma con la parola d’ordine “la terra a chi la lavora”. Questo semplice fatto mostra di per se stesso quanto i contadini russi fossero lontani da una coscienza socialista persino nel 1917.

Mancando di valide basi teoriche, e muovendo da una concezione confusa ed amorfa dei rapporti di classe (“il popolo”), i populisti consideravano la posizione marxista sul ruolo dirigente del proletariato nient’altro che come un sofisma. Cosa c’entrava la classe operaia? Chiaramente Marx ed Engels non avevano compreso la situazione peculiare della Russia! Nella misura in cui i narodniki prendevano in considerazione il ruolo degli operai delle città, li consideravano come un’aberrazione, “contadini in fabbrica”, capaci di giocare solo un ruolo ausiliario verso i contadini, cioè precisamente l’opposto dei reali rapporti di forza fra le classi rivoluzionarie, come dimostrarono gli eventi successivi.

A coronare il tutto ci fu l’ulteriore paradosso che, a dispetto di tutti i pregiudizi dei teorici populisti, l’unico settore nel quale gli appelli rivoluzionari destarono un’eco fu tra i disprezzati “contadini di città”, come chiamavano gli operai di fabbrica. Come le guerriglie moderne, i sostenitori della Zemlja i Volja adottarono la politica di sradicare gli operai rivoluzionari dalle fabbriche per mandarli nelle campagne. Plekhanov, prima di diventare marxista, partecipò a questo tipo attività e poté vederne le conseguenze: “L’operaio di fabbrica che ha lavorato in città per diversi anni”, scrisse, “difficilmente si sente a suo agio nelle campagne, e vi torna con riluttanza… Le istituzioni e le abitudini rurali diventano insopportabili per un individuo la cui personalità abbia cominciato un poco ad evolversi…

“Si trattava di gente esperta, sinceramente devota alla causa e imbevuta di idee populiste. Ma i loro tentativi di stabilirsi nelle campagne non portarono a nulla. Dopo aver vagato fra i villaggi con l’intenzione di cercare un posto adatto per stabilirvisi (e alcuni di loro venivano presi per stranieri), rinunciarono all’intera faccenda con una scrollata di spalle e tornarono a Saratov, dove stabilirono contatti fra gli operai del luogo. Per quanto fossimo stupefatti di questa alienazione del “popolo” dai suoi figli cittadini, il fatto era evidente, e dovemmo abbandonare l’idea di coinvolgere gli operai in un lavoro puramente contadino.” (13)

Secondo la teoria populista, l’operaio cittadino era più lontano del contadino dal socialismo. Così, un organizzatore narodnik responsabile del lavoro fra gli operai di Odessa si lamentava di come “gli uomini delle officine, rovinati dalla vita cittadina e incapaci di riconoscere i loro legami con i contadini, erano meno aperti alla propaganda socialista.” (14) Nonostante ciò, i narodniki condussero un lavoro fra gli operai e ottennero risultati importanti. L’iniziatore di questo lavoro pionieristico fu Nikolaj Vasilevic Ciaikovskij. Il suo gruppo formò circoli di propaganda nei quartieri operai di San Pietroburgo, nei quali Kropotkin era uno dei propagandisti. La realtà costringeva settori dei narodniki ad affrontare per la prima volta la “questione operaia” che, espulsa dalla porta dalle teorie bakuniniste, rientrava ostinatamente dalla finestra. Anche in questo periodo estremamente embrionale, la classe operaia russa, nonostante la sua estrema debolezza numerica, cominciava ad lasciare il proprio segno sul movimento rivoluzionario.

L’atteggiamento dei lavoratori verso i “signorini” era istruttivo. L’operaio di Pietroburgo I. A. Bachkin raccomandava ai suoi compagni: “Prendete i libri dagli studenti, ma quando cominciano a insegnarvi delle stupidaggini senza senso, riportateli coi piedi a terra.” Era forse a Bachkin che Plekhanov pensava quando scriveva la sua osservazione sulla riluttanza degli operai ad andare a lavorare nei villaggi. Bachkin venne arrestato nel 1874, e al suo rilascio nel 1876 disse a Plekhanov di essere pronto, “come prima, a lavorare per la propaganda rivoluzionaria, ma solo fra gli operai… ‘Non voglio andare in campagna a nessun costo’, sosteneva. ‘I contadini sono pecore, non capiranno mai la rivoluzione’.” (15)

Mentre gli intellettuali populisti si dibattevano nei problemi teorici della futura rivoluzione, i primi fermenti della coscienza di classe cominciavano a emergere nei centri urbani. L’emancipazione dei servi aveva rappresentato un atto di violenza collettiva contro i contadini nell’interesse dello sviluppo del capitalismo nell’agricoltura. I latifondisti stavano in realtà sgomberando il terreno per il capitalismo, come spiegò Lenin, accelerando il processo di differenziazione interna ai contadini attraverso la cristallizzazione di una classe di contadini ricchi (kulaki) al vertice e di una massa di contadini impoveriti all’estremo opposto. Per sfuggire all’opprimente miseria della vita nei villaggi, i contadini poveri migrarono massicciamente nelle città alla ricerca di lavoro. Nel periodo 1865-90 il numero di operai industriali crebbe del 65 per cento e quello dei minatori del 106 per cento. A. G. Rashin fornisce le seguenti cifre per il totale degli operai nella Russia europea (in migliaia): (16)

 

Anno Fabbriche e Miniere Totale

laboratori

 

1865 509 165 674

1890 840 340 1.180

 

Lo sviluppo dell’industria sperimentò una spinta particolarmente potente durante gli anni ’70. La popolazione di San Pietroburgo crebbe da 668.000 nel 1876 a 928.000 nel 1881. Strappati dalle loro origini contadine e gettati nel calderone ribollente della vita di fabbrica, la coscienza di questi operai subì una rapida trasformazione. I rapporti di polizia registravano lo scontento e l’audacia crescente della manodopera: “I metodi rozzi e volgari impiegati dai proprietari di fabbriche stanno diventando intollerabili per i lavoratori”, si lamenta uno di questi rapporti. “Ovviamente si sono resi conto che la fabbrica non è concepibile senza il loro lavoro.” Lo zar Alessandro lesse il rapporto e annotò ai margini: “Molto male.”

La crescita di questa agitazione fra gli operai permise la formazione dei primi gruppi operai organizzati. L’Unione operaia meridionale venne creata da E. Zaslavsky (1844-78). Figlio di una famiglia nobile, ma impoverita, partecipò all’“andata al popolo” nel 1872-73, si convinse dell’inutilità di quella tattica e cominciò un lavoro di propaganda fra gli operai di Odessa. L’Unione nacque da questi circoli operai, che tenevano riunioni settimanali e raccoglievano piccole quote di iscrizione. Il suo programma partiva dalla premessa che “i lavoratori possono ottenere il riconoscimento dei loro diritti solo per mezzo di una rivoluzione violenta che, facendo del lavoro il fondamento della ricchezza privata e pubblica, distrugga tutti i privilegi e le ineguaglianze.” (17) L’influenza dell’Unione crebbe rapidamente fino a quando non venne distrutta dagli arresti nel dicembre 1875. I dirigenti vennero condannati ai lavori forzati, e lo stesso Zaslavsky fu condannato a dieci anni. Con la salute minata dalle dure condizioni di detenzione, perse la ragione e morì in carcere di tubercolosi.

Uno sviluppo più significativo fu la nascita dell’Unione settentrionale degli operai russi, costruita illegalmente nel 1877 sotto la direzione di Khalturin e Obnorsky. Figlio di un sottufficiale in pensione, Viktor Obnorsky era stato prima maniscalco e in seguito meccanico. Venne coinvolto nell’attività dei circoli operai di studio durante il suo lavoro in diverse fabbriche di Pietroburgo; per evitare l’arresto dovette fuggire a Odessa, dove entrò in contatto con l’Unione di Zaslavsky. Divenne marinaio e viaggiò all’estero, dove venne influenzato dalle idee della socialdemocrazia tedesca. Al suo ritorno a Pietroburgo incontrò P. L. Lavrov e P. Axelrod, che erano allora figure guida del movimento populista. Stepan Khalturin fu una figura importante nel movimento rivoluzionario dei tardi anni ’70. Come Obnorsky, fu maniscalco e poi meccanico, e cominciò la propria attività nel gruppo di Ciaikovskij, dove lavorò come propagandista. In una serie di profili di militanti operai russi, Plekhanov lasciò un ritratto durevole di questo rivoluzionario proletario:

“Quando le sue attività erano ancora dal lato della legge, Khalturin si incontrava volentieri con gli studenti e cercava di fare la loro conoscenza, di ottenere da loro ogni sorta di informazioni e di libri in prestito. Spesso rimaneva con loro fino a mezzanotte, ma raramente dava la sua opinione. L’eccitazione del suo ospite cresceva, deliziato dal fatto di avere l’opportunità di illuminare un operaio ignorante, e parlava a lungo, teorizzando nella maniera più “popolare” possibile. Stepan guardava l’oratore, fissandolo attentamente. Di tanto in tanto i suoi occhi intelligenti riflettevano un’amabile ironia. C’era sempre un elemento di ironia nei suoi rapporti con gli studenti… Con gli operai si comportava molto diversamente… li considerava più solidi e, per così dire, più naturalmente rivoluzionari e si prendeva cura di loro come una balia amorevole. Era il loro maestro, cercava per loro libri da leggere e lavorava per loro, metteva pace quando litigavano e rimproverava il colpevole. I suoi compagni lo amavano: Khalturin lo sapeva, e li ricambiava con un amore perfino maggiore. Ma non credo che neppure nei rapporti con loro, Khalturin abbandonasse il suo riserbo abituale… Nei gruppi parlava solo raramente e controvoglia. Tra gli operai di Pietroburgo c’erano persone tanto istruite e competenti quanto lui, c’erano uomini che avevano vissuto all’estero, che avevano visto un altro mondo. Il segreto dell’enorme influenza di quella che potremmo chiamare la dittatura di Stepan risiedeva nell’attenzione instancabile che dedicava a ogni piccola cosa. Ancora prima che cominciasse la riunione, egli parlava con ciascuno per capire lo stato d’animo generale, considerava tutti gli aspetti dei problemi, e con naturalezza risultava essere il più preparato di tutti. Esprimeva lo stato d’animo generale.” (18) Khalturin era un eminente rappresentante di una categoria: l’operaio-propagandista attivo nei circoli del primo periodo del movimento operaio russo. Tuttavia, persino lui venne attratto nell’attività terroristica nel periodo successivo, organizzando uno spettacolare attentato contro la vita dello zar.

 

“Terra e libertà”

 

Nel frattempo i resti del movimento narodnik cercavano di raggruppare le proprie forze nelle città, sotto una nuova bandiera. Nel 1876 venne formata la Zemlja i Volja per opera dei Natanson, di Alexander Mikhailov e di Georgij Plekhanov. La nuova organizzazione era capeggiata da un Consiglio generale che eleggeva un Comitato esecutivo (o Centro amministrativo) più ristretto. Subordinati a questi organismi c’erano una sezione contadina, una sezione operaia, una sezione giovanile (studentesca) e, nuovo sviluppo, una “sezione disorganizzazione”, un’ala armata “per la protezione contro la condotta arbitraria dei funzionari”. Il programma della Zemlja i Volja si fondava su un’idea confusa di “socialismo contadino”: tutta la terra doveva passare ai contadini e si doveva garantire l’autodeterminazione a tutte le parti dell’impero russo. La Russia doveva essere governata sulla base dell’autogoverno delle comuni contadine. Tuttavia, tutto questo veniva subordinato all’obiettivo centrale dell’abbattimento rivoluzionario dell’autocrazia, che doveva essere portato a termine “il più rapidamente possibile”. L’estrema urgenza qui derivava dall’idea di prevenire la crisi della comune contadina (il mir) causata dallo sviluppo capitalistico! I veri originatori della teoria del “socialismo in un solo paese” furono quindi i narodniki, i quali cercarono di risparmiare alla società gli orrori del capitalismo sposando l’idea di una “via particolare dello sviluppo storico” riservata alla Russia, basata sulla supposta unicità dei contadini russi e delle loro istituzioni sociali. Il 6 dicembre 1876, una manifestazione illegale di forse 500 persone, prevalentemente studenti, si radunò sui gradini della cattedrale di Kazan, al grido di “terra e libertà” e “viva la rivoluzione socialista!”. I manifestanti vennero arringati da uno studente ventunenne di nome Georgij Plekhanov, che con questo appello rivoluzionario vide l’inizio di anni di esilio e di vita clandestina. Nato nel 1885, in una famiglia aristocratica di Tambov, Plekhanov, come molti altri della sua generazione, si fece le ossa sulle pagine dei grandi autori democratici russi: Belinsky, Dobrolyubov e soprattutto Chernyshevsky. Ancora adolescente si unì al movimento populista partecipando a missioni rischiose, inclusa la liberazione di compagni arrestati e persino l’eliminazione di un agente provocatore. Arrestato diverse volte, riuscì sempre a sfuggire alle guardie zariste.

In seguito al suo discorso coraggioso, Plekhanov fu costretto a fuggire all’estero, ma il suo prestigio era tale che venne eletto, in sua assenza, come membro del “gruppo centrale” della Zemlja i Volja. Rientrato in Russia nel 1877, il futuro fondatore del marxismo russo condusse una precaria vita clandestina. Armato di un tirapugni e di una pistola, che durante la notte teneva sempre sotto il cuscino, si recò dapprima a Saratov, sul basso Volga, dove in seguito venne nominato responsabile della “sezione operaia” della Zemlya y Volya. L’esperienza del contatto di prima mano con gli operai di fabbrica ebbe un profondo effetto sul pensiero del giovane, e indubbiamente lo aiutò a rompere con i pregiudizi populisti e a trovare la via verso il marxismo.

Nel dicembre del 1877 un’esplosione nel deposito di esplosivi di una fabbrica di armi nell’isola Vasilevsky uccise sei operai, ferendone molti altri. I funerali delle vittime si tramutarono in una manifestazione. Plekhanov scrisse un manifesto che terminava con queste parole: “Operai! È ora di intendere ragione. Non dovete attendervi aiuto da nessuno. Soprattutto, non aspettatevi aiuto dalla nobiltà. Per lungo tempo i contadini hanno atteso l’aiuto della nobiltà, e tutto quello che hanno avuto sono state le terre peggiori e tasse più pesanti, persino più che in passato… Tollererete tutto questo per sempre voi, operai delle città?” (19)

L’autore ebbe risposta prima di quanto egli, o chiunque altro, si potesse aspettare. Il boom economico che scaturì dalla guerra russo-turca (1877-78) creò le condizioni per una esplosione di scioperi senza precedenti, nella quale il settore più oppresso e sfruttato della classe operaia, gli operai tessili, furono la punta di lancia. Non sarebbe stata l’ultima volta che gli operai tessili, più oppressi e politicamente volubili, entravano in azione ben più rapidamente dei battaglioni pesanti dell’industria metallurgica. Gli operai cercarono aiuto dagli “studenti” attraverso la mediazione di singoli operai che militavano nelle organizzazioni rivoluzionarie.

In qualità di capo della sezione operaia della Zemlya y Volya, Plekhanov si trovò virtualmente a capo del movimento. Purtroppo i narodniki non avevano idea di cosa fare in un movimento operaio che proprio non rientrava nella loro concezione del mondo. Nel giro di due anni, San Pietroburgo vide 26 scioperi, una cifra che non sarebbe più stata eguagliata fino alla massiccia ondata di scioperi degli anni ’90. I membri dell’Unione settentrionale giocarono un ruolo preminente in questi scioperi e nei primi mesi del 1879 l’organizzazione raggiunse il suo livello massimo, con 200 operai organizzati e altri 200 in riserva, accuratamente distribuiti fra le diverse fabbriche, tutti collegati a un organismo centrale. I circoli operai avevano persino una biblioteca, anch’essa attentamente distribuita fra i diversi gruppi clandestini, che veniva largamente utilizzata dagli operai esterni all’Unione. L’intraprendente Khalturin organizzò una tipografia clandestina, e Obnorsky stabilì accordi con un gruppo operaio di Varsavia, “il primo esempio di legame amichevole fra operai russi e polacchi”, come osservò Plekhanov con soddisfazione. (20)

Ma pochi mesi dopo la comparsa del primo numero del suo giornale illegale, Rabociaia Zarja (“l’alba operaia”), la polizia distrusse la tipografia dell’Unione e il grosso dei suoi militanti venne spazzato via da un’ondata di arresti e costretto ai lavori forzati, al carcere e all’esilio. Il risultato della rottura di questa prima solida organizzazione della classe operaia fu catastrofico. Khalturin e altri trassero conclusioni pessimistiche e passarono al terrorismo. Ci vollero dieci anni e innumerevoli sacrifici innecessari prima che il movimento si immunizzasse contro il germe del terrorismo.

Fin dalla sua stessa nascita il movimento rivoluzionario in Russia era stato diviso dalla polemica fra “educatori” e “insurrezionalisti”, le cui posizioni erano grosso modo identificate, rispettivamente, con quelle di Lavrov e Bakunin. Il fallimento dell’"andata al popolo” spinse questo disaccordo fino al punto di una rottura aperta. Nel 1874-75 c’erano in Russia migliaia di prigionieri politici, giovani che avevano pagato con la perdita della libertà il prezzo della loro sfida. Alcuni vennero in seguito rilasciati su cauzione e tenuti sotto sorveglianza. Altri vennero esiliati in Siberia con provvedimenti amministrativi. Tutti gli altri vennero semplicemente lasciati a marcire in galera, in attesa di processo. Di quelli che erano rimasti in libertà e politicamente attivi, alcuni decisero di ritornare nei villaggi, ma questa volta in qualità di dottori o maestri, dedicando le loro energie a un modesto lavoro di educazione, in attesa di tempi migliori. Per altri, tuttavia, l’essere giunti a comprendere come la teoria di Bakunin sui “contadini istintivamente rivoluzionari” fosse sbagliata, significava cercare una strada completamente nuova.

La Zemlya y Volya non fu mai un’organizzazione di massa. Poche decine di persone, principalmente studenti e intellettuali sulla trentina, ne costituivano la militanza attiva. Ma il germe della dissoluzione era presente fin dalla nascita. I sostenitori di Lavrov cercavano di “aprire gli occhi” al popolo attraverso la propaganda pacifica. “Non dobbiamo suscitare emozioni nel popolo, ma coscienza di sé”, scriveva Lavrov. (21) La sconfitta dei tentativi di provocare un movimento di massa dei contadini usando le armi della propaganda, aprì la strada all’ascesa di una nuova teoria, nella quale il bakuninismo veniva capovolto. Dalla “negazione della politica”, e in particolare dell’organizzazione politica, un settore dei populisti fece una svolta a 180 gradi e passò a formare un’organizzazione terroristica segreta e altamente centralizzata – la Narodnaja Volja –, destinata nelle loro intenzioni a provocare un movimento rivoluzionario delle masse attraverso la “propaganda del fatto”.

La recente umiliazione militare della Russia zarista nella guerra russo-turca mise a nudo una volta di più la bancarotta del regime, rianimando l’opposizione. I dirigenti della Narodnaja Volja erano decisi a sfidare l’autocrazia in una sorta di singolar tenzone terroristica, che avrebbe dovuto stimolare “dall’alto” la fiamma della rivolta. Un settore della gioventù bruciava ora dall’impazienza. Le parole di Zhelyabov, futuro dirigente della Narodnaja Volja, riassumono l’intera questione: “La storia”, diceva, “si muove troppo lentamente. Bisogna darle una spinta, altrimenti l’intera nazione marcirà e andrà in malora prima che i liberali ottengano alcunché”.”

“Una costituzione?” “Tanto di guadagnato.”

“Bene, allora cosa volete: lavorare per una costituzione, o dare una spinta alla storia?”

“Non sto scherzando, in questo momento dobbiamo dare alla storia una spinta.” (22)

Queste poche righe mostrano in modo crudo il rapporto fra terrorismo e liberalismo. I terroristi non avevano un proprio programma indipendente. Prendevano a prestito le loro idee dai liberali, i quali li utilizzavano per dare enfasi alle loro rivendicazioni.

Nell’autunno del 1877, quasi 200 giovani uomini e donne vennero processati per il crimine di essere “andati al popolo”. Avevano già trascorso tre anni in galera senza processo, e c’erano stati numerosi casi di maltrattamenti inflitti ai prigionieri da guardiani e funzionari brutali. Per i rivoluzionari i maltrattamenti sistematici, le torture e le umiliazioni sofferte dai prigionieri furono l’ultima goccia. Un caso particolarmente atroce suscitò un’ampia indignazione nel luglio del 1877. Quando generale Trepov, il tristemente noto capo della polizia di Pietroburgo, aveva visitato il centro di detenzione preliminare, un giovane “politico” di nome Bogoljubov si era rifiutato di alzarsi in piedi, ed era stato condannato per ordine dello stesso Trepov a 100 frustate. Fu così che nel gennaio del 1878 si oltrepassò un punto decisivo, quando una giovane di nome Vera Zasulic sparò a Trepov. Questa azione, che la Zasulic aveva organizzato e messo in opera da sola, era intesa come rappresaglia per il maltrattamento dei prigionieri politici. Dopo il caso Zasulic, la svolta verso la “propaganda del fatto” divenne irresistibile, particolarmente dopo che, contro ogni aspettativa, ella venne assolta dalla giuria.

Inizialmente l’uso degli attentati veniva concepito come una tattica limitata, per la liberazione di compagni arrestati, l’eliminazione delle spie della polizia, e per autodifesa contro le azioni repressive dell’autorità. Ma il terrorismo ha una logica tutta sua . In un breve lasso di tempo, la mania terroristica si impadronì dell’organizzazione. Fin dall’inizio c’erano stati dubbi sulla “nuova tattica”. Sulle pagine del giornale ufficiale del partito si levarono voci critiche: “Dobbiamo ricordare”, diceva un articolo, “che la liberazione delle masse lavoratrici non verrà conquistata su questa strada. Il terrorismo non ha nulla in comune con la lotta contro le fondamenta dell’ordine sociale. Solo una classe può opporsi a un’altra classe. Perciò, il grosso delle nostre forze deve lavorare in mezzo al popolo.” (23)

L’adozione della nuova tattica portò a una spaccatura aperta nel movimento, fra i terroristi e i seguaci di Lavrov, i quali proponevano un lungo periodo di preparazione e propaganda fra le masse. In pratica, questa seconda tendenza di stava allontanando dalle idee rivoluzionarie, orientandosi alla politica dei “piccoli fatti” e a un approccio gradualista. L’ala destra del populismo divenne indistinguibile dal liberalismo, mentre il suo settore più radicale si apprestava a puntare tutto sulla forza di un proiettile e sulla “chimica rivoluzionaria” della nitroglicerina.

In tempi recenti, i moderni terroristi hanno tentato di distinguersi dai loro progenitori russi. I narodniki, si dice, credevano nel terrorismo individuale e si sostituivano alle masse, mentre i moderni sostenitori della “lotta armata” o della “guerriglia urbana” si considerano solo come un’ala armata della lotta di massa, il cui proposito è fare da detonatore di azioni di massa. Tuttavia, anche i sostenitori della Narodnaja Volja non si considerarono mai come un movimento autosufficiente. Il loro obiettivo dichiarato era di dare l’avvio a un movimento di massa, basato sui contadini, che avrebbe rovesciato lo stato e istituito il socialismo. Anch’essi pensavano che il proprio scopo fosse quello di far “detonare” il movimento di massa attraverso un esempio coraggioso.

La politica, tuttavia, ha la sua propria logica. Tutti gli appelli fatti in nome delle masse dalla Narodnaja Volja non erano altro che una cortina fumogena dietro la quale c’era una sfiducia profondamente radicata nelle capacità rivoluzionarie di quelle stesse masse. Gli argomenti avanzati per giustificare il terrorismo in Russia oltre un secolo fa suonano curiosamente simili a quelli dei gruppi di “guerriglia urbana” in tempi più recenti: “Siamo a favore del movimento di massa, ma lo Stato è troppo forte”, e così via. Il terrorista Morozov per esempio, affermò:

“Se si osserva la vita sociale contemporanea in Russia, si giunge alla conclusione che a causa della condotta arbitraria e della violenza del governo, nessuna attività e possibile da parte del popolo. Non esistono né la libertà di espressione, né la libertà di stampa, che permettano di lavorare con le armi della persuasione. Di conseguenza, per ogni attivista d’avanguardia è necessario in primo luogo mettere fine all’attuale sistema di governo, e per lottare contro di esso non vi è altro modo che farlo armi alla mano. Lotteremo quindi contro di esso alla maniera di Guglielmo Tell, fino a quando arriverà il momento nel quale conquisteremo libere istituzioni sotto le quali sarà possibile per noi discutere senza ostacoli sulla stampa e in assemblee pubbliche di tutte le questioni sociali e politiche, e decidere di esse attraverso la libera rappresentanza del popolo.” (24)

I narodniki erano idealisti coraggiosi, ma sviati, che limitavano i loro bersagli a noti torturatori, capi di polizia colpevoli di atti repressivi, e simili. Spesso si consegnarono successivamente alla polizia per potere utilizzare i processi come casse di risonanza per mettere sotto accusa la società esistente. Non misero mai bombe per massacrare donne e bambini, e neppure per uccidere soldati di truppa. Nelle rare occasioni nelle quali uccisero singoli poliziotti, lo fecero per entrare in possesso di armi. Nonostante tutto questo, i loro metodi erano completamente sbagliati e controproducenti, e furono esplicitamente condannati dai marxisti.

Le teorie sedicenti “moderne” della guerriglia urbana non fanno che ripetere in forma caricaturale le vecchie idee pre-marxiste dei terroristi russi. È piuttosto ironico che queste persone, che spesso avanzano la pretesa di essere “marxisti-leninisti”, non abbiano la più vaga idea del fatto che il marxismo russo nacque da una lotta implacabile contro il terrorismo individuale. I marxisti russi descrivevano con disprezzo i terroristi come “liberali armati di bombe”. I padri liberali parlavano in nome del “popolo”, ma lo consideravano troppo ignorante per investirlo di un compito di responsabilità quale la riforma della società. Il suo ruolo avrebbe dovuto ridursi a votare passivamente di tanto in tanto e a stare a vedere mentre i liberali nel parlamento avrebbero portato avanti i propri affari. I figli dei liberali non provavano altro che disprezzo per il parlamento. Si dichiaravano per la rivoluzione e, naturalmente per “il popolo”, salvo poi considerarlo troppo ignorante per comprenderli. Essi dovettero ricorrere alla “chimica rivoluzionaria” della bomba e del revolver. Ma esattamente come per i liberali, il ruolo delle masse veniva ridotto a quello di spettatori passivi.

Il marxismo vede la trasformazione della società come un atto cosciente, compiuto dalla classe lavoratrice. È progressivo tutto quello che serve ad accrescere la coscienza dei lavoratori della propria forza. È reazionario ciò che tende ad abbassare nei lavoratori la comprensione del loro stesso ruolo. La politica del terrorismo, quindi, è massimamente dannosa per la causa delle masse precisamente quando ottiene dei successi. Che conclusioni si suppone che possano trarre gli operai da un atto spettacolare di terrorismo individuale, coronato dal successo? Solo questa: che è possibile raggiungere i loro scopi senza alcuna necessità del lungo e arduo lavoro preparatorio di organizzarsi in sindacati, di partecipare agli scioperi e ad altre azioni di massa, all’agitazione, alla propaganda, all’educazione politica. Tutto questo viene visto come un ostacolo, se si considera invece che basta impadronirsi di una rivoltella e di una bomba per risolvere il problema.

La storia del ventesimo secolo ci può dare alcune tragiche lezioni su quanto accade quando i rivoluzionari tentano di sostituire l’azione eroica di una minoranza armata al movimento cosciente della classe lavoratrice. Il più delle volte, come fu il caso con la Narodnaja Volja, il tentativo di sfidare la potenza dello stato con simili mezzi conduce a una terribile sconfitta, e al rafforzamento di quello stesso apparato di repressione che si intendeva distruggere. Ma anche in quei casi in cui, per esempio, una guerriglia riesce ad abbattere il vecchio regime, non potrà mai giungere a stabilire uno stato operaio sano, e tanto meno il socialismo. Nel migliore dei casi porterà alla formazione di uno stato operaio deformato (un regime di bonapartismo proletario) nel quale i lavoratori sono soggetti al dominio di un’élite burocratica. In realtà questi esiti sono predeterminati dalla struttura militarista delle organizzazioni terroriste e guerrigliere, dalla loro struttura di comando autocratica, dalla mancanza di democrazia interna e, soprattutto, dal fatto che esse funzionano al di fuori della classe lavoratrice, e indipendentemente da essa. Un vero partito rivoluzionario non si pone come un gruppo di autonominati salvatori delle masse, ma si sforza di dare un’espressione organizzata e cosciente al movimento degli stessi lavoratori. Solo il movimento cosciente del proletariato può portare alla trasformazione socialista della società.

Un settore del vecchio movimento della Zemlja i Volja tentò di resistere alla spinta terrorista, ma venne spazzato via. Il congresso di Voronez del giugno 1879 non riuscì ad arrestare la scissione, che ebbe luogo infine nell’ottobre di quell’anno con un accordo formale fra le due parti di sciogliere l’organizzazione. I fondi vennero divisi e si accordarono affinché nessuna delle due frazioni utilizzasse il vecchio nome. La frazione terrorista adottò il nome di Narodnaja Volja (la Volontà del Popolo), mentre i resti dei narodniki “di villaggio” della vecchia scuola presero il nome di Ciorny Peredel (Redistribuzione Nera), echeggiando la vecchia idea populista di una rivoluzione agraria. Da questa organizzazione, guidata da Plekhanov, sarebbero emerse le prime forze del marxismo russo.

 

La nascita del marxismo russo

 

Per la tendenza di Plekhanov le prospettive difficilmente avrebbero potuto essere più nere. La vecchia tattica dell’”andata al popolo” si era esaurita. I contadini non erano più sensibili alle blandizie dei populisti di quanto non fossero in passato. Molti vecchi populisti avevano infine abbandonato le speranze, avevano “votato con i piedi” ed erano tornati a un’esistenza più confortevole nelle città. Influenzato probabilmente dalla sua esperienza precedente come capo della “sezione operaia”, Plekhanov propose ai membri della Ciorny Peredel di condurre l’agitazione fra gli operai di fabbrica e cercò di stabilire un legame con i suoi vecchi contatti operai, tra i quali Stepan Khalturin dell’Unione settentrionale degli operai russi. Ma persino fra gli operai più avanzati soffiava forte il vento a favore del terrorismo. Lo stesso Khalturin partecipò, nel febbraio del 1880, a un attentato alla vita dello zar. I sostenitori della Ciorny Peredel erano completamente isolati. Il colpo finale giunse nel gennaio 1880 quando, poco dopo l’uscita del primo numero del giornale del gruppo, la polizia piombò nella tipografia clandestina e spazzò via praticamente l’intera organizzazione russa. Come osservò in seguito Trotskij, il futuro della tendenza non terrorista dei narodniki non poteva assumere il carattere di un fenomeno indipendente, ma solo di una breve e confusa transizione verso il marxismo.

Sull’altra sponda, i sostenitori della Narodnaja Volja sembravano fare passi avanti spettacolari. Incredibilmente, una piccola organizzazione di non più di alcune centinaia di uomini e donne riuscì a fare dello zar virtualmente un prigioniero nel suo stesso palazzo. Per un periodo, la corrente spinse irresistibilmente verso la Narodnaja Volja, che rappresentava gli elementi più decisi e rivoluzionari della gioventù. La nuova organizzazione, altamente centralizzata e operante nella più rigorosa segretezza, era capeggiata da un comitato esecutivo, composto da A. I. Zhelyabov, M. F. Frolenko, N. A. Morozov, Vera Figner, Sophia Perovskaya e altri. Se paragonato al vecchio populismo, il programma della Narodnaja Volja rappresentava un passo avanti, in quanto si pronunciava chiaramente per una lotta politica contro l’autocrazia. Lenin, che pur criticando implacabilmente la tattica del terrorismo individuale, rese sempre omaggio all’eroismo disinteressato dei narodvoltsy, scrisse in seguito: “I sostenitori della ‘Libertà del popolo’ fecero un passo avanti, passando alla lotta politica, ma non riuscirono a legarla col socialismo.” (25)

Il programma della Narodnaja Volja immaginava un “corpo rappresentativo popolare permanente” eletto a suffragio universale, la proclamazione della repubblica, il trasferimento delle terre al popolo e misure per mettere le fabbriche in mano agli operai. Il movimento attrasse molti degli elementi più coraggiosi e disposti al sacrificio, incluso Khalturin dell’Unione operaia settentrionale, il quale mostrò grande audacia nell’ottenere di essere assunto quale carpentiere sullo yacht dello zar. Una volta conquistata la fiducia dei funzionari quale operaio modello, riuscì nel febbraio 1880 a piazzare una potente bomba all’interno del Palazzo d’Inverno, dove lavorava a delle riparazioni, facendo saltare in aria il palazzo dello zar nel bel mezzo della capitale! Tuttavia, la risposta dello stato fu quella di incrementare la repressione, giungendo a una dittatura virtuale sotto il generale Melikov. Il caso di Khalturin fu particolarmente tragico. Egli si rese conto precocemente della contraddizione fra la necessità di costruire il movimento operaio e il terrorismo, come spiega Venturi: “Khalturin era costantemente diviso tra la spinta all’azione e i suoi doveri di organizzatore operaio. Egli sfogava i suoi sentimenti dicendo che gli intellettuali lo costringevano a ricominciare da capo dopo ogni atto di terrorismo, con le sue inevitabili perdite. ‘Se solo ci dessero un poco più di tempo per rafforzarci’, disse una volta. Tuttavia anch’egli venne catturato dalla sete di azione immediata, che lo portò assieme a loro sul patibolo.” (26)

Lo stesso successo dei terroristi conteneva il seme della dissoluzione. L’assassinio dello zar nel 1881 aprì un regno di repressione, nel quale il terrore esercitato dagli individui contro ministri e poliziotti lasciò il passo al terrore dell’intero apparato statale contro il movimento rivoluzionario in generale. “La Russia venne divisa in distretti”, rammenta Kropotkin, “ognuno dei quali venne sottoposto a un governatore generale che ricevette l’ordine di impiccare senza pietà tutti i trasgressori. Kovalskij e i suoi i amici, i quali tra l’altro con i loro colpi non avevano ucciso nessuno, vennero giustiziati. Le impiccagioni divennero un fatto ordinario. 23 persone morirono in due anni, incluso un ragazzo di 19 ani che venne catturato mentre appendeva un proclama rivoluzionario in una stazione ferroviaria: questo atto era l’unico capo d’accusa. Era un ragazzo, ma morì come un uomo.” (27)

Per aver tentato di sollevare una folla e di liberare alcuni prigionieri che venivano condotti al patibolo, una ragazza di 14 anni venne condannata all’esilio a vita in Siberia, e si annegò. I prigionieri trascorrevano anni nelle carceri preventive – infestate dalle febbri tifoidee –, nelle quali in un solo anno, attendendo di essere processati perì il 20 per cento di essi. Al trattamento brutale da parte dei secondini reagivano con gli scioperi della fame, ai quali si rispondeva con l’alimentazione forzata. Anche coloro che venivano assolti vennero esiliati in Siberia dove morivano lentamente, affamati dal miserevole sussidio governativo. Tutto ciò alimentava l’indignazione della gioventù, che ardeva dal desiderio di vendetta. Le vittime del Terrore bianco vennero rimpiazzate da nuove reclute, che non facevano altro che avviarsi alla stessa fine, in un ciclo infernale di repressione-terrorismo-repressione. Un’intera generazione perì in questo modo e alla fine lo Stato, che non si basa sui singoli generali o capi della polizia, emerse più forte che mai, nonostante il fatto che la Narodnaja Volja fosse riuscita ad assassinare un numero considerevole di alti funzionari zaristi.

Il nuovo Procuratore generale, il ministro Pobedonostsev, promise un regno di “ferro e sangue” che avrebbe spazzato via i terroristi. Una serie di leggi draconiane conferì al governo nuovi e ampi poteri nel campo degli arresti, della censura e della deportazione, che colpirono non solo i rivoluzionari, ma anche le più moderate tendenze liberali. Venne intensificata l’oppressione nazionale, con la soppressione di tutte le pubblicazioni in lingua non russa. Vennero approvate leggi che rafforzavano la presa del latifondista sui propri contadini. Un’onda di reazione spazzò le scuole e le università, con l’obiettivo di schiacciare ogni forma di pensiero indipendente e di spezzare lo spirito di ribellione della gioventù. Contrariamente alle aspettative dei terroristi, non vi fu alcuna sollevazione di massa, né movimento generale di opposizione. Ben presto le speranze nate da una generazione eroica e altruista vennero ridotte in cenere. L’ala terrorista dei narodniki venne decimata da un’ondata di arresti. Nel 1882, con il proprio centro liquidato e i dirigenti in galera, il movimento populista si ruppe in mille frammenti. Ma proprio nell’ora in cui suonava la campana a morto per il populismo, un nuovo movimento stava rapidamente guadagnando terreno nel resto d’Europa, e un nuovo rapporto di forza fra le classi emergeva nella stessa Russia arretrata.

Per anni, le idee di Marx ed Engels erano state familiari per i rivoluzionari russi, per quanto in forma incompleta e volgarizzata. Marx ed Engels, quest’ultimo in particolare, avevano ingaggiato una polemica con i teorici del populismo. Tuttavia il marxismo non aveva mai avuto un seguito significativo in Russia. Per la gioventù rivoluzionaria la negazione del terrorismo individuale, il rifiuto di una peculiare “via russa al socialismo” e del preteso ruolo guida dei contadini nella rivoluzione erano davvero troppo da digerire. Paragonata con la “propaganda del fatto” di Bakunin, l’idea che la Russia avrebbe dovuto passare per la scuola dolorosa del capitalismo pareva assumere le sembianze del disfattismo e della passività.

La vecchia generazione dei narodniki nutriva un disprezzo a malapena dissimulato verso la teoria. Nella misura in cui ricorrevano ad argomenti ideologici, si trattava in realtà di giustificazioni elaborate a posteriori per le svolte e controsvolte del movimento. Di volta in volta, essi avevano avanzato le idee del ruolo centrale dei contadini, della pretesa “missione storica” della Russia, del panslavismo e del terrorismo. Dopo essersi rotti la testa contro un muro compatto, gli ideologi del populismo anziché riconoscere onestamente i propri errori e tentare di elaborare una tattica e una strategia alternative, tornarono a riaffermare le vecchie idee fallimentari, affondando con ciò sempre più in una palude di confusione.

Il primo atto della nuova tendenza rappresentata da Plekhanov e da un pugno di collaboratori fu quello di costruire fondamenta solide per il futuro, sotto la forma di idee, tattica e strategia corrette. Questo fu il grande contributo di Plekhanov, senza il quale il futuro sviluppo del bolscevismo sarebbe stato inconcepibile. Nonostante fosse tutt’ora “un narodnik fino alla cima dei capelli”, per usare le sue stesse parole, Plekhanov cercò una risposta ai problemi posti dalla crisi dell’ideologia populista in un serio studio delle opere di Marx ed Engels. Costretto a fuggire all’estero nel gennaio del 1880, ebbe incontri e discussioni con marxisti tedeschi e francesi, all’epoca impegnati in una fiera lotta ideologica contro gli anarchici. Questo incontro con il movimento operaio europeo costituì un punto di svolta decisivo nell’evoluzione di Plekhanov.

Nella clandestinità russa, solo poche delle opere di Marx ed Engels erano disponibili, principalmente dedicate a temi economici. Come altri della sua generazione, Plekhanov era a conoscenza del Capitale, che i censori zaristi consideravano troppo astratto e difficile per essere pericoloso. È dubbio che essi stessi vi capissero qualcosa, quindi figurarsi se gli operai ne avrebbero tratto un capo e una coda! Liberati per un certo periodo dalla pressione della partecipazione diretta alla lotta rivoluzionaria in Russia, Plekhanov e gli altri ebbero l’enorme vantaggio di poter accedere a una letteratura altrimenti inaccessibile. Fu una rivelazione.

Lo studio della filosofia marxista, gli scritti sulla lotta di classe e sulla concezione materialista della storia gettarono una luce del tutto nuova sulle prospettive per la rivoluzione in Russia. Una dopo l’altra, le vecchie idee del terrorismo, dell’anarchismo e del populismo crollavano sotto l’assalto della critica marxista. Plekhanov in seguitò fece il bilancio di quell’esperienza: “Chi non abbia vissuto quei tempi assieme a noi, a fatica può immaginare l’ardore con cui ci lanciammo nello studio della letteratura socialdemocratica, all’interno della quale naturalmente le opere dei teorici tedeschi occupavano il primo posto. E quanto più conoscevamo da vicino la letteratura socialdemocratica, tanto più diventavamo coscienti dei punti deboli delle nostre precedenti vedute, e tanto più ci convincevamo della correttezza del nostro sviluppo rivoluzionario… Le teorie di Marx, come un filo di Arianna, ci guidavano fuori dal labirinto di contraddizioni di cui le nostre menti si erano riempite, sotto l’influenza di Bakunin.” (28)

La rottura con il passato, tuttavia, non era così facile da compiere. Deutsch e la Zasulic, in particolare, avevano ancora illusioni nei terroristi. In effetti, quando giunse al gruppo la notizia dell’assassinio dello zar, tutti, ad eccezione di Plekhanov, erano favorevoli a tornare alla Narodnaja Volja. Era necessario che l’esperienza venisse completata. A ogni modo, Plekhanov comprendeva che i quadri del futuro partito marxista degli operai russi non potevano cadere dal cielo. La Narodnaja Volja rappresentava la tradizione di un’intera generazione nella lotta contro lo zarismo. Un simile movimento, imbevuto del sangue di innumerevoli martiri rivoluzionari, non poteva essere cancellato a cuor leggero. Precisamente a causa delle sue tradizioni, il movimento narodnik continuava, anche nel periodo della decadenza, ad attrarre molti giovani che cercavano confusamente una via verso la rivoluzione sociale. Uno di questi fu Alexander Uljanov, il fratello di Lenin, che venne giustiziato nel 1887 per aver preso parte a un complotto contro la vita dello zar Alessandro III. Lenin stesso aveva simpatie populiste, e quasi certamente cominciò la sua vita politica come sostenitore della Narodnaja Volja. Salvare simili elementi dai futili gesti terroristici era il primo dovere dei marxisti russi.

Nonostante le sue forze ridotte, il gruppo di Plekhanov causò allarme nei circoli dirigenti dei narodniki, che immediatamente cercarono di soffocare con mezzi burocratici la voce del marxismo. I tentativi del gruppo di aprirsi una via verso la gioventù rivoluzionaria in Russia si esaurirono ben presto contro il muro di ostacoli eretto dai dirigenti populisti di destra, che controllavano la stampa di partito. Gli editori del Vestnik Narodnoj Voli (il Messaggero della Narodnaja Volja) rifiutarono persino di stampare Socialismo e lotta politica, opera pionieristica di Plekhanov diretta contro l’anarchismo. In principio, Tikhomirov, allora dirigente della Narodnaja Volja, sembrava incline ad accettare la richiesta del gruppo di aderire all’organizzazione come tendenza, ma dopo la pubblicazione di Socialismo e lotta politica cambiò rapidamente idea e proibì l’ammissione di qualsiasi gruppo organizzato nella Narodnaja Volja. Prima avrebbero dovuto sciogliersi, e in seguito ogni richiesta di ammissione sarebbe stata considerata individualmente. L’impossibilità di una riconciliazione era ora evidente a tutti, e nel settembre 1883 i marxisti fondarono il Gruppo russo per l’emancipazione del lavoro.

All’epoca della scissione il gruppo non contava più di cinque membri: Plekhanov, Axelrod e Vera Zasulic erano tutti e tre figure ben conosciute nel movimento populista. Vera Zasulic godeva di fama europea come risultato dell’affare Trepov. Lev Deutsch (1855-1941), marito della Zasulic, era stato un attivo propagandista narodnik nel sud della Russia alla fine degli anni ’70. Il ruolo di Vasilij Nikolaevic Ignatov (1854-1885) è meno conosciuto. Era stato esiliato nella Russia centrale per aver partecipato a manifestazioni studentesche. Egli fornì una larga somma di denaro che permise al gruppo di avviare la propria attività, prima di morire, tragicamente giovane, di una tubercolosi che gli impedì di giocare un ruolo attivo. Arrestato in Germania nel 1884, Deutsch venne estradato in Russia, dove ricevette una lunga condanna al carcere; la morte di Ignatov ridusse poi il gruppo a sole tre persone.

Di fronte ad essi c’erano molti anni di lotta dura e solitaria, all’ombra di un noioso anonimato. Ci vuole un coraggio particolare affinché una piccola minoranza prenda la decisione cosciente di lottare contro la corrente, isolata dalle masse, nelle dure condizioni dell’esilio, con risorse estremamente ridotte e contro rapporti di forza apparentemente schiaccianti. Non per l’ultima volta, le forze del marxismo russo erano ridotte al ruolo di predicatori nel deserto. L’unica cosa che li sosteneva era la fiducia nelle proprie idee, nella teoria e nelle prospettive, nonostante apparentemente queste cozzassero con la realtà. Il movimento operaio in Russia era ancora nella fase iniziale. È vero che c’erano gli inizi di un movimento di scioperi, ma questo era assai al di là della portata dei socialisti. Quei gruppi operai che esistevano erano ancora dominati dalle idee populiste. La voce ancora flebile del Gruppo Emancipazione del lavoro non giungeva nelle fabbriche. Anche gli studenti, tutt’ora sottoposti al fascino delle idee anarchiche e terroriste, si dimostrarono difficili da raggiungere.

Ancora nel marzo 1889, in una lettera ad Axelrod, Plekhanov scrisse: “Tutti (sia ‘liberali’ che ‘socialisti’) sono unanimi nel dire che i giovani non devono neppure ascoltare chi si pronuncia contro il terrorismo. Considerato questo fatto, dobbiamo essere prudenti.”

Non appena venne formato, l’Emancipazione del lavoro di trovò di fronte ad aspri attacchi da ogni lato per il suo preteso “tradimento” del populismo “rivoluzionario”. Dall’esilio, Tikhomirov scrisse ai suoi compagni in Russia di non aver nulla a che fare con il gruppo di Plekhanov. L’ondata delle calunnie e delle distorsioni ebbe il suo effetto. Il vecchio bakuninista Zobovskij commentò sarcastico: “Voi non siete dei rivoluzionari, ma degli studenti di sociologia.” Il tema costante di questi attacchi era che le idee di Marx non si potevano applicare alla Russia, e che il programma di Plekhanov era stato “scrupolosamente copiato dal tedesco”. (29)

Gli anni '80 videro la vittoria decisiva delle idee del marxismo nel movimento operaio europeo. Isolato dal movimento all'interno della Russia, il gruppo Emancipazione del lavoro si strinse istintivamente ai potenti partiti dell'Internazionale socialista. Plekhanov e i suoi compagni scrivevano nella loro stampa e parlavano ai loro congressi, in particolare in quelli del partito tedesco, il partito di Marx, Engels, Liebknecht e Bebel. Traevano un conforto morale dalle solide conquiste della socialdemocrazia europea. Le forze del marxismo russo erano piccole, ma formavano un distaccamento di un forte esercito proletario, che in Germania, Francia, Belgio si contava a milioni. Era una prova vivente della superiorità del marxismo, non nel linguaggio del Capitale, ma nelle statistiche dell'affiliazione ai sindacati, delle sezioni di partito, dei voti nelle elezioni e dei gruppi parlamentari.

Anche il sostegno della socialdemocrazia europea, tuttavia, era tiepido. Per anni i suoi dirigenti avevano intrattenuto relazioni amichevoli con dirigenti populisti come Lavrov. In privato, i dirigenti socialdemocratici guardavano con sospetto quello che appariva essere niente più che un eccentrico gruppo settario di scissionisti. L'asprezza delle polemiche di Plekhanov contro figure internazionalmente note dell'establishment populista causava una certa costernazione. "A dire il vero", scrisse Plekhanov, "la nostra lotta contro i bakuninisti a volte sollevava timori anche tra i socialdemocratici occidentali. La consideravano inopportuna. Temevano che la nostra propaganda, causando una divisione nel partito rivoluzionario, indebolisse l'energia della lotta contro il governo. "

Un dolore particolare dovettero causare le riserve espresse da Engels nella sua corrispondenza con Vera Zasulic. Engels accettava come punto di partenza della sua analisi l’impossibilità di costruire il socialismo in un paese arretrato come la Russia. Lo stesso Marx, nella prefazione all’edizione russa del 1882 del Manifesto del partito comunista e in altri scritti non escludeva la possibilità di costruire una società senza classi in Russia, sulla base della comunità di villaggio (il mir), ma la collegava strettamente alla prospettiva della rivoluzione nei paesi sviluppati dell’Europa occidentale. “Se la rivoluzione russa,” scrisse, “diventa il segnale di una rivoluzione proletaria in occidente, così che l’una completi l’altra, l’attuale proprietà comune della terra esistente in Russia può servire da punto di partenza per uno sviluppo comunista.” (30)

Nella sua lettera alla Zasulic datata 23 aprile 1885 Engels si esprimeva con cautela riguardo al libro di Plekhanov Le nostre divergenze. Dall’altra parte, il vecchio Engels esprimeva il suo orgoglio per il fatto che “fra i giovani russi esiste un partito che accetta francamente e senza ambiguità le grandi teorie storiche ed economiche di Marx, e che ha rotto con decisione con tutte le tradizioni anarchiche e le frivolezze slavofile dei suoi predecessori”. (31)

Non era questo il caso di molti dei dirigenti dell’Internazionale socialista, che guardavano di traverso il gruppetto dei marxisti russi.

In cuor loro i dirigenti operai occidentali, che si basavano già su partiti potenti con un appoggio di massa, erano scettici sulla possibilità di formare in Russia un partito operaio rivoluzionario e marxista. Esternamente rispettosi verso Plekhanov e il suo gruppo, in privato si grattavano la testa perplessi. Qual era lo scopo di tutte quelle interminabili dispute su oscuri punti di teoria? Era davvero necessario scindersi su tali questioni? Perché questi russi non riuscivano a mettersi d’accordo?

Il loro scetticismo pareva giustificato dalle ridotte dimensioni del gruppo e dalla lentezza dei suoi progressi. In paragone, i populisti avevano un’organizzazione molto più grande, maggiori risorse e un’influenza infinitamente più forte sia in Russia che all’estero. Tuttavia il gruppo apparentemente insignificante di Plekhanov rappresentava l’embrione di un potente partito rivoluzionario di massa, un partito che nell’arco relativamente breve di 34 anni era destinato a guidare gli operai e i contadini russi alla conquista del potere e all’instaurazione del primo Stato operaio democratico della storia.

 

L’Emancipazione del lavoro

 

“Il movimento rivoluzionario in Russia può trionfare solo come movimento operaio rivoluzionario. Per noi non esiste altra via d’uscita, né può esistere.” (Plekhanov, discorso al congresso socialista internazionale di Parigi, 1889)

 

Hegel una volta osservò che “se vogliamo vedere una quercia, con tutto il vigore del suo fusto, con i rami che si aprono e la massa del fogliame, non possiamo essere soddisfatti se in suo luogo ci viene mostrata una ghianda.” Eppure nell’embrione di una pianta o di un animale sono contenute tutte le informazioni necessarie al suo futuro sviluppo. Non è differente da quanto avviene con lo sviluppo di una tendenza rivoluzionaria L’“informazione genetica” qui è rappresentata dalla teoria, che contiene in sé un vasto accumulo di generalizzazioni basate sull’esperienza precedente. La teoria è decisiva: tutti gli sviluppi successivi derivano da essa. Nonostante le sue forze ridotte e i suoi metodi alquanto dilettanteschi, il gruppo Emancipazione del lavoro diede un grande contributo nello stabilire le radici teoriche del movimento. Il lavoro iniziale del gruppo fu necessariamente confinato a guadagnare l’appoggio di singoli individui, a educare e formare quadri, a ribadire i principi fondamentali del marxismo.

“Con tutto il nostro cuore”, scriveva Plekhanov, “cerchiamo di lavorare alla creazione di una letteratura che sia accessibile all’intera massa operaio-contadina; siamo, tuttavia, obbligati per il momento a limitare i nostri sforzi per una letteratura popolare al circolo ristretto dei dirigenti più o meno ‘intellettuali’ della classe operaia.” (33) Gli scritti di Plekhanov durante questo periodo servirono a gettare le basi teoriche per la costruzione del partito. Molti di questi sono da considerarsi ancora oggi dei classici, anche se non ricevono attenzione sufficiente dagli studenti del marxismo. Non a caso dopo la rivoluzione Lenin raccomandò con forza la ripubblicazione degli scritti filosofici di Plekhanov, nonostante i due fossero ormai da anni nemici politici. Socialismo e lotta politica, Le nostre divergenze, e soprattutto il capolavoro di Plekhanov, Lo sviluppo della concezione monistica della storia, sono magistrali riaffermazioni delle idee fondamentali del materialismo storico e dialettico.

L’offensiva di Plekhanov gettò lo scompiglio fra i dirigenti narodniki. Incapaci di dare una risposta coerente alle tesi marxiste, ricorrevano ad amari lamenti e ad accuse astiose contro il nuovo gruppo. Il Vestnik Narodnoi Voli (n. 2, 1884) scriveva che “per loro (i marxisti) è più d’attualità la polemica contro la Narodnaja Volja che non la lotta contro il governo russo e gli altri sfruttatori del popolo russo”. (34)

Quante volte nella storia i marxisti si sono sentiti rivolgere queste accuse! Il marxismo è sempre stato accusato del peccato di “settarismo”, di essere contro “l’unità della sinistra”, e così via, e questo perché commette il crimine di tentare di tracciare chiare linee di demarcazione rispetto alle altre tendenze politiche. È una grande ironia della storia il fatto che Tikhomirov (“NV”), uno dei principali critici populisti di Plekhanov, che accusava il gruppo di distruggere l’unità dei rivoluzionari e di accettare passivamente il giogo del capitale, passò successivamente nel campo della reazione monarchica. Non era la prima volta, né sarebbe stata l’ultima, che un avvocato dell’“unità” senza principi finiva con l’unirsi con i nemici della classe operaia!

Il lavoro di penetrazione nel movimento in Russia era tuttavia dolorosamente lento. Il trasporto illegale delle pubblicazioni poneva enormi problemi. Professionisti e studenti che venivano all’estero per i loro studi venivano arruolati per il trasporto di letteratura illegale quando tornavano a casa in ferie. In più occasioni, membri del gruppo vennero inviati in Russia alla ricerca di contatti. Questi viaggi erano estremamente rischiosi, e non di rado finivano con degli arresti. Le persone che dall’interno riuscivano a stabilire un contatto diretto con il Gruppo erano poche, lontane le une dalle altre, e venivano tenute care come pepite d’oro. Nel 1887-88 ci fu un tentativo di costituire un’Unione dei socialdemocratici russi all’estero, capeggiata dallo studente Rafail Solovejcil, che aveva lasciato la Russia nel 1884. Egli tuttavia entrò in conflitto con il Gruppo, tornò in Russia dove venne arrestato nel 1889 e condannato a una lunga incarcerazione, durante la quale perse la ragione e si suicidò. Un altro membro dello stesso gruppo, Grigorij Gukovskij, giovane studente a Zurigo, venne arrestato ad Aachen e consegnato al governo zarista. Condannato al carcere, anch’egli si suicidò. Ci furono molti casi come questi. Il braccio delle autorità zariste era lungo, e il Gruppo era sempre di fronte al rischio di essere infiltrato da provocatori e spie della polizia. Una di queste fu Christian Haupt, un operaio assoldato dalla polizia per infiltrare le organizzazioni socialdemocratiche russe all’estero. Smascherato come spia dai socialdemocratici tedeschi, Haupt fu espulso dalla Svizzera.

Peggiore di ogni altra cosa era la sensazione di completo isolamento politico, aggravata dagli inevitabili attriti e litigi della vita degli esiliati. I narodniki emigrati, punti dalla critica di Plekhanov, diedero sfogo ai loro sentimenti feriti con proteste accalorate per il fatto di essere stati chiamati “bakuninisti”, e con richieste di pubbliche scuse. La maggioranza schiacciante degli emigrati erano populisti, implacabilmente ostili al nuovo gruppo che consideravano come traditore e scissionista. Anni dopo, la moglie di Plekhanov ricordava come “la gente della Narodnaja Volja e N. K. Mikhailovskij a quel tempo dominavano i cuori e le menti degli emigrati ginevrini e degli studenti russi”. (35)

“Dopo l’assassinio di Alessandro II, un periodo di cupa disperazione attraversò tutta la Russia… I tetti piombati (le carceri) del governo di Alessandro III coprivano un silenzio di tomba. La società russa cadde nella morsa di una rassegnazione disperata, posta come era di fronte alla fine di tutte le speranze di riforma pacifica e all’apparente fallimento di tutti i movimenti rivoluzionari. In questa atmosfera, non potevano che emergere tendenze mistiche e metafisiche.” (36)

Con queste parole Rosa Luxemburg ricordava quel cupo decennio di reazione nera. Il nuovo zar, Alessandro III, era un uomo di statura gigantesca, forte abbastanza da piegare con le mani un ferro di cavallo, ma era intellettualmente un pigmeo. Il vero dominatore della Russia era Pobedonostsev, suo ex tutore, Procuratore del Santo Sinodo, il quale riteneva che le democrazie occidentali fossero marce, che solo il sistema patriarcale russo fosse sano, che la stampa dovesse essere messa a tacere, che le scuole dovessero essere poste sotto il controllo della Chiesa e che il potere dello zar dovesse essere assoluto. Ai preti dei villaggi si richiedeva di riportare notizia alla polizia di qualsiasi parrocchiano sospetto, e persino i loro sermoni vennero sottoposti a censura. Tutte le religioni diverse dalla cristiana ortodossa vennero perseguitate. I seguaci di Tolstoy venivano considerati particolarmente pericolosi per la Chiesa e lo Stato, e lo stesso Tolstoy venne scomunicato. Tutte le proteste studentesche vennero schiacciate senza pietà.

Erano tempi duri: da tutte le parti c’erano arretramenti, ritirata ideologica e apostasia. La vecchia tendenza populista era in un impasse totale. Essendosi scottati le dita con il terrorismi, questi “rivoluzionari estremisti” fecero una nuova svolta a 180 gradi e finirono nel campo dei filistei liberali a predicare una politica codarda di “piccoli passi” e di un innocuo lavoro culturale-educativo. Commentando la decadenza del narodnismo, Martov scrisse: “La caduta della rivoluzionaria libertà del popolo fu al tempo stesso il crollo del populismo nel suo complesso. Vasti circoli dell’intelligentsia democratica erano profondamente demoralizzati e delusi dalla ‘politica’ e dalla loro eroica missione. Un modesto lavoro di ‘coltivazione’ dei propri interessi al servizio del segmento liberale delle classi possidenti: questo fu il segno sotto il quale la parte dell’intelligentsia che era rimasta fedele al populismo entrò nella grigia epoca degli anni ’80.” (37)

Per il primo decennio circa della sua esistenza, il gruppo Emancipazione del lavoro fu costretto a combattere una battaglia logorante contro la corrente. Nel tentativo di trovare una via verso la giovane generazione, Plekhanov fu costretto a cercare la collaborazione con ogni sorta di elementi confusi e semi-narodniki. Uno di questi gruppi pubblicava un piccolo giornale, Svobodnaya Rossiya (Russia libera) che nell’articolo di fondo del primo numero sosteneva l’impossibilità di organizzare gli operai e i contadini per l’azione rivoluzionaria e sconsigliava di avanzare idee che potessero spaventare i simpatizzanti liberali. I contatti con la Russia sembravano un gioco a mosca cieca. La situazione fra gli esiliati difficilmente avrebbe potuto essere peggiore. La corrispondenza di Plekhanov con i suoi collaboratori più stretti mostra la frustrazione del gruppo. Persino l’attività letteraria del gruppo era densa di difficoltà. L’Emancipazione del lavoro viveva in un’atmosfera di continua crisi finanziaria. Numericamente ridotto, e con un terreno ristretto in cui raccogliere fondi, il gruppo dipendeva generalmente da quelli che nel gergo teatrale americano vengono chiamati “gli angeli”, ricchi simpatizzanti disposti a finanziarne le imprese letterarie. Talvolta queste persone non erano neppure dei socialisti, come nel caso di Gurev, che fornì il denaro per finanziare il “trimestrale” Sotsial Demokrat. In genere le pubblicazioni del gruppo apparivano con grande irregolarità Nell’estate del 1885 Plekhanov scriveva ad Axelrod in termini che rasentavano la disperazione: “Ma realmente siamo sull’orlo di un abisso di ogni sorta di debiti, e non sappiamo né riusciamo a pensare a cosa possiamo afferrarci per impedirci di cadervi dentro. Le cose vanno male.” (38)

Per tutti i cupi giorni degli anni ’80, Plekhanov e la sua famiglia vissero in estrema povertà. A volte egli era costretto a dare lezioni private di letteratura russa a poco prezzo, alloggiando nella più economica delle “pensioni” di proprietà di un macellaio che lo nutriva esclusivamente di brodo e carne bollita! Il cibo scadente e le cattive condizioni di vita minarono la sua salute. Per un certo periodo si ammalò di una pericolosa pleurite, i cui effetti durarono per il resto della sua vita.

Lavorando in mezzo a enormi difficoltà, sottoposti a pressioni spietate da ogni parte, i membri dell’Emancipazione del lavoro rimasero uniti grazie alla fiducia nelle proprie idee, ma anche grazie alla colossale autorità politica e morale di Plekhanov. All’interno del gruppo, Plekhanov regnava supremo. Il loro stesso isolamento spinse i membri del gruppo a raccogliersi in un circolo strettamente unito, saldato da forti legami politici e personali. Non per nulla in seguito si guadagnarono il nomignolo di “la famiglia”. E Plekhanov era indiscutibilmente il “capofamiglia”. Intellettualmente, egli torreggiava sugli altri, e tuttavia esisteva tra essi un forte senso di dipendenza reciproca, maturato in anni di lotta e sacrifici per una causa comune. In tali circostanze non era sorprendente che le questioni personali e quelle politiche si mescolassero. Plekhanov era una sorgente di forza per gli altri, e dava loro un appoggio morale nel momento dei dubbi e delle crisi personali.

La tragedia di persone come Axelrod e la Zasulic ha un duplice aspetto. In condizioni storiche diverse, questi individui di talento avrebbero potuto incidere in misura di gran lunga maggiore negli avvenimenti. I lunghi anni di isolamento nell’esilio ebbero un effetto disastroso sul loro sviluppo psicologico e intellettuale. Il fatto di lavorare all’ombra di Plekhanov ostacolò la loro evoluzione fino al punto che, quando le condizioni mutarono, essi furono incapaci di adattarsi e per la rivoluzione furono persi. A causa delle condizioni nelle quali il gruppo lavorò per decenni, era pressoché inevitabile che si infiltrassero tracce della mentalità tipica di un gruppo di propaganda. Questi fattori non avevano un significato decisivo nella prima fase, durante i lunghi anni di preparazione teorica e di ristretti circoli di propaganda. Solo in una fase successiva, quando il movimento marxista russo si trovò di fronte alla necessità di superare i limiti del lavoro di propaganda, emersero i lati negativ dell’Emancipazione del lavoro.

Per due decenni i componenti del gruppo rimasero sostanzialmente gli stessi. Dei fondatori, V. N. Ignatov era morto troppo presto per lasciare una traccia significativa. Lev Deutsch era l’anima del lavoro organizzativo, come ad esempio la stampa e la distribuzione della letteratura del gruppo. Pavel Axelrod era un propagandista di talento, che fece una grande impressione sui giovani Lenin e Trotskij. Per lungo tempo il suo nome fu inseparabile da quello di Plekhanov. Vera Zasulic, una donna sincera, impulsiva e calorosa, soffrì più di tutti il trauma dell’esilio. Sempre impaziente di colmare il vuoto tra l’Emancipazione del lavoro e la giovane generazione rivoluzionaria in Russia, difendeva sempre a spada tratta i giovani, vincendo le resistenze di Plekhanov, e incoraggiava sempre nuove iniziative – che di solito fallivano – verso i gruppi di giovani in esilio.

Il lavoro paziente dei marxisti infine cominciò a portare i suoi frutti. Le lamentele dei narodniki sul “settarismo” e lo “scissionismo” erano in realtà motivate dall’effetto che le idee del marxismo ottenevano fra i loro stessi seguaci. È difficile sovrastimare l’effetto che opere come Le nostre differenze (1885) ebbero sui giovani rivoluzionari all’interno della Russia, i quali cercavano avidamente una via d’uscita dall’impasse del populismo, che attraversava ora una fase di evidente decadenza. La svolta a destra dei narodniki raggiunse il punto culminante con l’aperto rinnegamento di Tikhomirov – il bersaglio di tante polemiche di Plekhanov – che nel 1888 pubblicò un pamphlet dal titolo Perché non sono più un rivoluzionario.

Il crollo del vecchio populismo rivoluzionario ebbe un effetto profondo fra la gioventù in Russia, producendo una polarizzazione fra gli elementi riformisti filo-liberali e i giovani migliori, che si sforzavano di trovare una via rivoluzionaria. Verso la fine del 1887, S. N. Ginsburg, di recente ritornato dalla Russia, scrisse in tono preoccupato al dirigente populista P. L. Lavrov: “Le nostre differenze e Socialismo e lotta politica hanno avuto un effetto, e forte, con il quale dobbiamo fare i conti. In essi l’importanza dell’individuo, l’importanza dell’intelligentsia vengono completamente distrutte, e ho visto personalmente gente che è rimasta schiacciata da queste teorie. E la cosa più importante è il tono, audace come se fosse convinto delle proprie ragioni, la sua negazione di tutto quello che c’è stato prima, la riduzione a un niente di tutti suoi predecessori: tutto questo sta decisamente avendo un’influenza.” (39)

La lettera di Ginsburg mostra come, sconosciuti ai marxisti esiliati, nuovi gruppi si stavano cristallizzando all’interno, discutendo i fallimenti del passato, facendo un bilancio e cercando una nuova via. Qui le idee di Plekhanov trovarono un terreno fertile. Negli anni ’90 il gruppo si era conquistato una enorme autorità agli occhi di un numero crescente di giovani marxisti, e il nome di Plekhanov era conosciuto in ogni circolo clandestino di propaganda, e in ogni stazione di polizia in Russia.

 

Sviluppo diseguale e combinato

 

Alla fine degli anni ’60 c’erano solo 1.600 chilometri di ferrovie nell’intero paese. Nei due decenni successivi la cifra aumentò di 15 volte. Tra il 1892 e il 1901 vennero costruiti non meno di 26.000 chilometri di ferrovie. Accanto ai tradizionali centri industriali di Mosca e San Pietroburgo ne sorgevano di nuovi in zone come il Baltico, Baku, il Donbass. Tra il 1893 e il 1900 la produzione di petrolio raddoppiò e quella di carbone triplicò. Lo sviluppo dell’industria non aveva tuttavia lo stesso carattere organico dell’ascesa del capitalismo britannico, descritta da Marx nel Capitale. L’emancipazione dei servi del 1861 aveva fornito le premesse materiali per lo sviluppo del capitalismo. Ma la borghesia russa era giunta troppo tardi sulla scena della storia per potersi avvantaggiare di questa opportunità. Il capitalismo russo era troppo gracile e sottosviluppato per poter competere con le potenti borghesie dei paesi sviluppati dell’Europa occidentale e dell’America. Similmente ai paesi che oggi appartengono al mondo ex coloniale, l’industria russa dipendeva pesantemente dal capitale straniero, che esercitava un dominio schiacciante sull’economia, principalmente attraverso il suo controllo delle banche e del sistema finanziario.

“Anche la fusione del capitale industriale con il capitale bancario”, scrisse Trotskij, “ha avuto luogo in Russia in modo così integrale che probabilmente non si è visto niente di simile in nessun altro paese. Ma, subordinandosi alle banche, l’industria russa mostrava effettivamente di sottomettersi al mercato finanziario dell’Europa occidentale. L’industria pesante (metalli, carbone, petrolio) era quasi completamente sotto il controllo della finanza straniera che aveva costituito in Russia, a suo uso, tutta una rete di banche ausiliarie e intermedie. L’industria leggera procedeva per la stessa strada. Se complessivamente gli stranieri possedevano circa il 40% di tutti i capitali investiti in Russia, questa percentuale era considerevolmente più elevata nei settori industriali decisivi. Si può affermare senza esagerazione che i pacchetti delle azioni che permettevano di controllare le banche, le industrie e le fabbriche russe si trovavano all’estero e che la partecipazione dei capitali inglesi, francesi, belgi era quasi doppia della partecipazione tedesca”. (40)

La penetrazione del capitale straniero nella società russa diede un brusco impulso allo sviluppo economico, scuotendo il gigante dal torpore di duemila anni di barbarie e gettandolo nell’era moderna. Precisamente questo, però, creò una situazione sociale esplosiva. Larghe masse di contadini vennero strappati dalla routine immutabile della vita nei villaggi e gettati nell’inferno della grande industria.

La teoria marxista dello sviluppo diseguale e combinato trovò la sua espressione più perfetta nei rapporti sociali estremamente complessi della Russia di fine secolo. Accanto a modi di esistenza feudali, semifeudali e persino prefeudali, spuntavano le fabbriche più moderne costruite sui modelli più recenti con capitali francesi e britannici. È precisamente lo stesso fenomeno che vediamo nel cosiddetto Terzo mondo, che si è mostrato nel modo più lampante con lo sviluppo del Sudest asiatico nella prima metà degli anni ’90. Quest’ultimo costituisce un parallelo quanto mai significativo con lo sviluppo della Russia esattamente cent’anni prima. Ed è assolutamente possibile che anche l’esito politico sia simile. In un contesto del genere, lo sviluppo dell’industria costituisce uno sprone per la rivoluzione, e la Russia dimostra quanto questo possa accadere rapidamente. Dallo sviluppo tempestoso del capitalismo russo negli anni ’80 e ’90 scaturì un altrettanto tempestoso risveglio del proletariato. L’ondata di scioperi degli anni ’90 fu la scuola preparatoria per la rivoluzione del 1905.

In soli 33 anni – dal 1865 al 1898 – il numero di operai impiegati in fabbriche di oltre 100 dipendenti raddoppiò, passando da 706.000 a 1.432. 000. Nel 1914 oltre metà di tutti gli operai industriali era impiegata in impianti con oltre 500 dipendenti, e quasi un quarto in impianti con oltre 1000 dipendenti, una percentuale di gran lunga più alta che in qualsiasi altro paese. Già negli anni ’90 sette grandi fabbriche in Ucraina impiegavano due terzi di tutti i metallurgici russi, mentre Baku aveva quasi tutti i lavoratori del petrolio. Fino al 1900 la Russia fu in effetti il principale produttore mondiale di petrolio.

Nonostante la tempestosa ascesa dell’industria il quadro generale della società russa rimaneva tuttavia di estrema arretratezza. La massa della popolazione viveva ancora nei villaggi, dove il rapido sviluppo delle differenze di classe ricevette un forte impulso dalla crisi dell’agricoltura europea negli anni ’80 e nei primi anni ’90. Il calo del prezzo del grano rovinò interi strati contadini, la cui esistenza orripilante troviamo descritta nei racconti di Chekhov Nel burrone e Mugiki. Il semiproletario rurale, privato della terra, che andava a caccia di lavoro attorno ai villaggi divenne una figura familiare. All’altro estremo dello spettro sociale la nuova classe emergente di capitalisti rurali, i kulaki, si arricchiva a spese dei poveri dei villaggi e poteva permettersi di comprare le terre dei vecchi latifondisti, una situazione anche questa descritta con grande spirito e capacità di penetrazione nel dramma di Chekhov Il giardino dei ciliegi.

Nonostante tutti i tentativi dello zarismo di puntellarla, la vecchia comune di villaggio, il mir che secondo i teorici populisti avrebbe dovuto dare le basi al socialismo contadino, si stava rapidamente spaccando su linee di classe. Coloro che non riuscivano a trovare lavoro nel villaggio sciamavano nelle città, alimentando l’immenso bacino della manodopera a basso costo per le nuove imprese capitaliste. La rapida crescita dell’industria produceva una crescente polarizzazione di classe fra i contadini, con la cristallizzazione di una classe di contadini ricchi, o kulaki, e di una massa di poveri senza terra che tendevano ad accumularsi nelle città, in cerca di lavoro. Le aspre dispute fra i marxisti e i narodniki sull’inevitabilità o meno dello sviluppo del capitalismo in Russia vennero chiuse dagli avvenimenti stessi. I primi lavori di Lenin, come ad esempio Nuovi sviluppi nella vita contadina, La cosiddetta questione dei mercati, e Lo sviluppo del capitalismo in Russia furono scritti per chiudere i conti con i populisti. Ma a differenza degli scritti di Plekhanov, ad essi precedenti, questi si basavano su fatti e cifre irrefutabili.

Lo sviluppo del capitalismo in Russia significò anche lo sviluppo del proletariato, che ben presto diede avviso all’intera società della sua volontà di porsi in prima fila nella lotta per il cambiamento. Il carattere estremamente concentrato dell’industria russa creò rapidamente eserciti industriali organizzati, disciplinati e posti nei punti strategici della società e dell’economia. Il grafico degli scioperi indica chiaramente la crescente fiducia e coscienza di classe dei lavoratori russi in quel periodo.

 

1880-84 1885-89 1890-94

 

Numero di scioperi 101 221 181

Lavoratori coinvolti 99.000 223.000 170.000

 

Fonte: Istorija KPSS, vol. 1, pag. 96

 

A cominciare dalla primavera del 1880 l’industria fu colpita da una crisi che durò diversi anni. Fu un periodo di disoccupazione di massa, durante il quale gli imprenditori spinsero verso il basso i salari già miserevoli dei lavoratori. In aggiunta a tutti gli altri problemi, gli operai venivano continuamente oppressi con ogni genere di piccoli divieti e regole arbitrarie destinate appositamente a tenerli in uno stato di sottomissione. Il metodo più diffuso era quello di imporre multe per tutta una serie di mancanze, reali o immaginarie, nei confronti del datore di lavoro. L’indignazione e lo scontento accumulato degli operai esplosero infine in un’ondata di agitazioni nel 1885-86 a Mosca, Vladimir e Yaroslavl, che culminarono nello sciopero della fabbrica tessile di Nikolskoie, di proprietà di T. S. Morozov.

Gli undicimila operai delle fabbriche Morozov si erano visti tagliare i salari non meno di cinque volte in due anni. Allo stesso tempo venivano imposte multe esorbitanti per mancanze quali cantare, parlare ad alta voce, passare davanti all’ufficio del direttore con il cappello in testa e così via. Queste multe spesso ammontavano a un quarto del salario di un operaio, e talvolta anche alla metà. Il 7 dicembre 1885 tutta la rabbia trattenuta e la frustrazione per anni di piccole vessazioni, furti e arbitri, esplosero con violenza elementare. Il dirigente dello sciopero, Piotr Anisimovic Moiseienko (1852-1923) era un rivoluzionario di vecchia data, ex militante dell’Unione settentrionale di Khalturin, che aveva scontato anche una condanna all’esilio in Siberia. Uomo notevole, uno di quei dirigenti naturali della classe operaia, Moiseienko scrisse in seguito: “Ho prima imparato a comprendere; poi, ad agire”.

Gli operai infuriati diedero sfogo alla loro rabbia distruggendo lo spaccio della fabbrica, dove il sistema del pagamento in buoni li costringeva a comprare il cibo a prezzi gonfiati, e alla casa dell’odiato caporeparto Shorin. Allarmato dalla violenza dell’esplosione, il governatore della provincia di Vladimir inviò soldati e cosacchi. Gli operai presentarono al governatore le loro rivendicazioni, ma fu loro risposto con la repressione. Seicento lavoratori furono arrestati. Le truppe circondarono la fabbrica e i lavoratori furono costretti in punta di baionetta a tornare al lavoro. Nonostante ciò, l’ambiente fra gli operai era tale che ancora per un mese la fabbrica non fu pienamente operativa.

Lo sciopero della Morozov era terminato con una sconfitta. Tuttavia l’effetto che ebbe nelle menti degli operai in tutta la Russia aprì la strada agli scioperi di massa del decennio successivo. Il processo agli scioperanti venne celebrato a Vladimir nel maggio 1886. Moiseienko e gli altri accusati presentarono una difesa vigorosa, che si tramutò in una denuncia talmente devastante delle condizioni in fabbrica che le accuse vennero respinte mentre furono le denuncie degli operai ad essere confermate. L’onda d’urto del verdetto del processo Morozov attraversò tutta la società russa. Profondamente allarmato, il giornale reazionario Moskovskiye Vedmosti protestò: “Ma è pericoloso scherzare con le masse popolari. Che cosa mai penseranno gli operai del verdetto di assoluzione pronunciato dal tribunale di Vladimir? La notizia si è diffusa in un batter d’occhio in tutta questa regione manifatturiera. Il nostro corrispondente, che ha lasciato Vladimir subito dopo la lettura della sentenza, ne ha sentito parlare in tutte le stazioni ferroviarie”. (42)

Lo sciopero della Morozov mostrò l’enorme forza potenziale del proletariato. La lezione non sfuggì al regime zarista, il quale, con tutta la sua simpatia per i proprietari di fabbriche, decise di fare concessioni agli operai. Si cominciò il 3 giugno 1886, quando venne approvata la legge sulle multe che limitava l’ammontare delle stesse e stabiliva che il ricavato non andasse all’imprenditore, ma venisse depositato in un fondo speciale di previdenza per gli operai. Come sempre, le riforme erano un sottoprodotto della lotta rivoluzionaria degli operai per cambiare la società. Come la legge sulle dieci ore approvata in Inghilterra nel secolo scorso, la legge sulle multe era un tentativo di pacificare i lavoratori e impedire che si muovessero in direzione della rivoluzione, e al tempo stesso era un modo per porre un freno alle rivendicazioni della borghesia liberale. Questa legislazione “benevola” non impedì la repressione selvaggia degli scioperi e gli arresti e le deportazioni di massa dei dirigenti operai nel periodo successivo. Né la nuova legge ottenne l’effetto desiderato di smorzare il movimento di scioperi. Lo sciopero della Morozov infuse agli operai un nuovo coraggio e le concessioni offerte dall’onnipotente autocrazia mostravano cosa si poteva ottenere lottando audacemente per i propri interessi. Nel 1887 il numero di scioperi fu superiore alla somma dei due anni precedenti. Due anni dopo il capo della polizia, Plehve, era costretto a riferire ad Alessandro III che il 1889 a sua volta era stato “più ricco del 1887 e del 1888 di disordini provocati dalle condizioni di fabbrica.” (43)

La forza elementare del movimento di scioperi indicava la crescente coscienza che i lavoratori avevano di se stessi come classe, e come forza all’interno della società. Gli strati più avanzati, come Moiseienko, erano alla ricerca di idee che potessero gettare una luce sulla loro condizione e mostrare una via da percorrere. Questo movimento era doppiamente importante. Da un lato queste esplosioni spontanee, spesso accompagnate da atti di luddismo che ne testimoniavano la natura tuttora disorganizzata e semicosciente, annunciarono al mondo l’entrata della classe operaia russa sulla scena della storia. Dall’altro lato, costituivano una prova irrefutabile della correttezza delle posizioni di Plekhanov e dell’Emancipazione del lavoro. Nel calor bianco della lotta di classe si stavano preparando le basi per l’unione fra le forze ancora ridotte del marxismo e il movimento, potente ma ancora informe, del proletariato russo.

Dal punto di vista marxista l’importanza di uno sciopero va molto al di là della lotta per le rivendicazioni immediate riguardanti il salario, l’orario e le condizioni di lavoro. La vera importanza degli scioperi, anche di quelli che terminano con una sconfitta, risiede nel fatto che i lavoratori apprendono. Nel corso di uno sciopero la massa dei lavoratori, le loro mogli, le lor