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La Resistenza, una rivoluzione mancata?
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| Terrorismo e comunismo, di Lev Trotskij |
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| Teoria marxista | |
| Scritto da Giacomo Bonetti | |
| Martedì 05 Luglio 2011 09:19 | |
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"Solo i sicofanti possono considerare un crimine nella guerra degli schiavi contro i loro oppressori, la sola guerra giusta della storia"
Ma per una marxista rivoluzionario, qual è la differenza tra dittatura del proletariato e democrazia? Insomma, per cosa si batte un rivoluzionario bolscevico? Trotsky qui è estremamente chiaro: per quanto possa definire se stesso in modo formale come una democrazia, anche il “nostro” sistema parlamentare democratico è una dittatura, una dittatura della borghesia, che plasma la vita politica secondo i suoi soli interessi. Coerentemente con le posizioni di Lenin, si delinea una definizione che vede ogni potere statale come la dittatura di una classe: a questo punto il raggiungimento di una democrazia vera e non solo formale, passa per la dittatura dell'unica classe che può abolire il classismo e lo sfruttamento, l'unica classe rivoluzionaria: il proletariato, la classe operaia. Ed ecco che si delinea la strategia dei bolscevichi: “spiegammo alle masse che i Soviet (i consigli dei delegati degli operai, dei contadini e dei soldati, nda), le organizzazioni rivoluzionarie delle stesse masse operaie, potevano e dovevano divenire i veri padroni”. E queste organizzazioni sono intrinsecamente legate ai lavoratori, creano dinamicamente una maggioranza lavorando al loro fianco, al contrario della democrazia parlamentare che riflette solamente una maggioranza: la critica Trotsky rispetto al parlamentarismo è che esso “rende troppo passive le masse, lasciando l'iniziativa all'apparato del potere statale”.
Innanzitutto, come rileva Trotsky, Kautsky semplicemente sembra ignorare – o fa finta di non vedere – il fatto che l'Unione Sovietica si trovi in quei giorni in stato di guerra, e che sia sotto l'attacco non solo delle guardie bianche, ma si trovi anche a fronteggiare una dozzina di contingenti stranieri (circa 160 mila soldati, compresi almeno duemila italiani) inviati dalle potenze occidentali a stroncare la Rivoluzione e contemporaneamente “dare una lezione” alle proprie classi operaie. In questa situazione (come in tutte le rivoluzioni e guerre – anche quelle portate avanti dalle democrazie borghesi, come la guerra civile americana) è semplicemente impensabile lasciare al nemico la possibilità di rappresentare una minaccia. Risulta una sorpresa il fatto che le libertà di stampa e di parola vengano ristrette, quando oggi ci riferiamo a quel periodo come ad una guerra civile? Conseguentemente, “si può e si deve spiegare che noi distruggeremo le guardie bianche affinché loro non distruggessero gli operai”: così come i rivoluzionari comunardi non potevano lasciare libertà di movimento e stampa agli agenti realisti che complottavano contro di essa, i bolscevichi di cinquant'anni dopo si trovano nella situazione di dover reprimere i nemici della rivoluzione. Mentre Kautsky pontifica sul pacifismo metafisico e sulla sete di sangue dei comunisti russi che li porta a misure draconiane, sorvola completamente sull'esistenza di una guerra civile. E le sue considerazioni sulla santità della vita umana risultano particolarmente ridicole di fronte agli junker zaristi, alle truppe di Kolchak e Denikin, di fronte ai cosacchi di Semyonov. "Siamo stati rivoluzionari all'opposizione, e siamo rimasti rivoluzionari al potere. Per rendere sacro l'individuo dobbiamo distruggere l'ordine sociale che lo crocifigge. E questo problema può essere risolto solamente col ferro e col sangue", argomenta Trotsky. Violenza rivoluzionaria, guerra alla guerra, contro lo sfruttamento ed il capitalismo. Senza l'uso del “terrore”, nell'accezione sopra delineata, non ci sarebbe stato governo dei Soviet. “Abbiamo visto che la borghesia è incapace di organizzare la divisione del bottino tra le sue file senza guerre e distruzioni. E' possibile che essa abbandoni interamente il proprio bottino senza lottare?” Ovviamente no. Ma Kautsky si rifiuta di capirlo, rifiutando così pure gli insegnamenti della Comune di Parigi, ed anzi considerandone i difetti pregi, sempre in funzione antibolscevica. Egli tesse le lodi della “sorpresa” con cui i comunardi presero il potere e condanna come cospirazione la preparazione della rivoluzione russa da parte dei bolscevichi; senonché, Parigi cadde, mentre Pietrogrado resistette. Lo stesso Marx riteneva prioritario da parte degli insorti che si organizzassero, ancor prima di prendere il potere.
E nonostante la forma di questa ristampa, nemmeno l'introduzione di Žižek centra davvero il bersaglio. Il filosofo sloveno difende Trotsky, Lenin e la vecchia guardia bolscevica, argomentando a favore di una loro differenza sostanziale rispetto alla degenerazione stalinista. Ma se alcuni contenuti del suo ragionamento possono risultare interessanti, bisogna rilevare che Žižek si limita a “problematizzare” la differenza tra Lenin, Trotsky e Stalin, senza dare a questa differenza alcuna prospettiva che non sia il punto interrogativo della storia alternativa. Come se non bastasse, la sua liquidazione del trotskysmo come fallimentare per sua stessa natura sembra affermare l'impossibilità di una realizzazione del marxismo che si muova a sinistra della tragica, ma a quanto sembra inevitabile, degenerazione stalinista: il “marxismo” che esce da questa introduzione si configura purtroppo come un rebus inestricabile e senza prospettive che riduce le figure dei rivoluzionari del passato a dei meri simboli, la cui eredità resta o diventa inapplicabile.
Per alcuni sarà un'eresia sostenere queste posizioni nel 2011; il punto è che i movimenti che agitano le piazze di tutto il mondo in questi stessi mesi non sembrano fare altro che confermare questa analisi. L'esempio delle rivoluzioni nordafricane è forse il più lampante: le notizie recenti che leggiamo a riguardo della situazione di Paesi come l'Egitto, purtroppo, sembrano indicare che l'entusiasmo dei giovani che hanno ribaltato i loro governi non troverà lo sbocco in un cambiamento vero. Dalla reazione fondamentalista che rialza la testa al permanere dei vecchi meccanismi del potere, lo scenario non è dei più rosei. Le cose potrebbero andare diversamente, se in Egitto – al posto del governo militare “di transizione” che è stato instaurato – i giovani e i lavoratori rivoluzionari trovassero la forza per prendere direttamente il potere e per trasformarne i meccanismi di funzionamento, al fine di usarne le leve per trasformare completamente la società. Anche la mobilitazione spagnola di questi giorni merita di essere analizzata da questo punto di vista; le piattaforme di rivendicazioni compilate dal movimento 15-M sono spesso estremamente avanzate ed esprimono una volontà di cambiamento genuina. Ma in che modo sarà possibile realizzare queste rivendicazioni, realizzare una “democrazia reale”? La sensibilizzazione dell'opinione pubblica, il generico “avanzare richieste” forse non basteranno; ed il “ritiro” dal sistema in isole autogestite non minerà l'arroganza e la forza di chi gestisce il potere. In effetti, la coscienza del movimento dell'impossibilità del cambiamento entro le coordinate dell'attuale sistema neoliberista si è riflessa puntualmente negli appelli al non voto per i grandi partiti, compromessi con l'ordine esistente. Manca ancora un passo, fondamentale; starà quindi ai militanti più avanzati spiegare come la democrazia reale passi attraverso la democrazia operaia (nel linguaggio della tradizione rivoluzionaria d’inizio Novecento: la dittatura del proletariato): il governo, cioé, dei lavoratori, degli sfruttati, di chi non ha diritti né futuro. Terrorismo e Comunismo, in ultima analisi, è un'incitazione, un monito, un incoraggiamento: lavoratori di tutti i paesi, unitevi e prendete il potere, strappatelo a chi lo usa per tenervi in catene e fatelo vostro. Terrorismo e comunismo
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