FalceMartello n° 84 * set-1993

Unire i lavoratori dei Balcani contro l'imperialismo e lo sciovinismo

È la prima volta dal 1945 che una vera e propria guerra si svolge in Europa. È una sciagura che sta provocando la morte e il ferimento di decine di migliaia di persone. Cosa può fare il movimento operaio in Italia ed in Europa per fermare questo massacro?

Urlare ai quattro venti che vogliamo la Pace non è sufficiente. Centinaia di manifestazioni pacifiste si sono svolte in tutto il mondo, ma non hanno cambiato di una virgola le sorti del conflitto.

di Alessandro Giardiello

Non avrà migliori risultati l’ultima iniziativa della direzione del Pds di raccogliere delle firme su una petizione per dare il premio Nobel per la Pace ai bambini di Sarajevo.

C’è una grande confusione e la conseguenza di tutto ciò è che milioni di lavoratori e giovani pensano che l’unica speranza per fermare il massacro è affidarsi all’autorità dei governi, alle Nazioni Unite o a uomini come Owen, Vance e Stoltenberg, che invece sono corresponsabili di avere provocato il conflitto.

L’imperialismo in Jugoslavia

L’imperialismo tedesco ha avuto un ruolo fondamentale nel provocare il conflitto nei Balcani. La borghesia tedesca voleva avere accesso ai mercati di Slovenia e Croazia per trasformarle in due colonie commerciali. Per questo hanno appoggiato gli Ustascia (i fascisti croati) di Tudjman e hanno riconosciuto l’indipendenza dei due nuovi Stati. Lo stesso hanno fatto in Cecoslovacchia spingendo verso la separazione della Boemia e della Moravia dalla Slovacchia. Come emergeva dai sondaggi, se ci fosse stato un referendum sulla separazione di questi paesi, quasi certamente sarebbe stato sconfitto.

Dopo l’unificazione delle due Germanie l’imperialismo tedesco sta assumendo un ruolo politico di primo piano. Porta avanti gli interessi della borghesia tedesca e cerca di imporre le proprie scelte alle altre potenze. Gli altri Stati europei avevano applaudito all’indipendenza di Slovenia e Croazia ma allo stesso tempo temevano quello che essa significava, cioè accrescere l’influenza territoriale della "Grande Germania".

Il presidente degli Stati Uniti, Clinton, voleva intervenire con le proprie truppe nell’ex Jugoslavia, ma il Pentagono si è opposto a causa degli enormi rischi che questo comportava. I bombardamenti aerei da soli non sarebbero stati sufficienti a fermare i serbi, sarebbe stato necessario anche un intervento terrestre dispendioso e dagli esiti incerti. Infatti la Jugoslavia è un tipico paese da guerriglia come il Vietnam. Durante la Seconda Guerra Mondiale cinquanta divisioni tedesche sono state impegnate dai partigiani di Tito. Sarebbero stati necessari come minimo mezzo milione di soldati, ma in cambio di cosa? In Bosnia non c’è il petrolio come in Kuwait. Per cui alla fine la borghesia americana ha deciso di abbandonare la Bosnia al proprio destino.

Così gli Usa sono andati dagli alleati europei e hanno detto loro: "Prego, dopo di voi". Però le potenze europee hanno avuto lo stesso atteggiamento. Il governo tedesco voleva intervenire e conquistare anche quel mercato ma la Costituzione tedesca vieta l’invio di truppe fuori dai propri confini, mentre il governo francese e anche quello inglese non volevano mandare proprie truppe per fare un favore alla borghesia tedesca. Lo stesso vale per il governo italiano che ha in progetto di formare divisioni di militari professionali da usare in futuro ma che non ha intenzione di intervenire ora. Il generale Canino si è lamentato della cultura pacifista degli italiani, per cui mandare soldati di leva in Jugoslavia provocherebbe un’esplosione sociale. Così anche i governi europei si sono disinteressati del problema e hanno lasciato continuare i massacri.

I musulmani sono alle corde e alla fine Iztebegovic, nonostante tutte le lamentele che porterà in sede Onu, non potrà far altro che accettare le condizioni che gli vengono imposte e cioè la nascita di tre mini stati in Bosnia.

Questo accordo di spartizione porterà la pace nei Balcani? Difficile crederlo.

La questione serbo-albanese

Ci sono numerosi argomenti per pensare che Milosevic non si fermerà con la spartizione della Bosnia e che il suo prossimo bersaglio è il Kossovo.

In tale direzione è spinto dal disastro economico della Serbia. Un bambino serbo su sette non ha da mangiare. La paga media in Serbia è crollata a 17 dollari al mese, quando solo 3 anni fa era 17 dollari al giorno. Una fabbrica di Belgrado che nel 1989 produceva 13.150 automobili in 15 giorni, nel 1992 ci ha impiegato un anno. L’inflazione è a 3.300.000%.

Milosevic ha la necessità di annettere nuovi territori e risorse, e anche di distogliere l’attenzione dei lavoratori dai loro problemi reali, perciò si sta appoggiando sempre di più sull’estrema destra di Sesely che da tempo lancia provocazioni al Kossovo, dove gli albanesi sono il 90% della popolazione. Ci sono state già delle insurrezioni degli albanesi, che hanno organizzato un loro Stato illegale. Prima o poi si assisterà a una sommossa generalizzata che darà la scusa a Milosevic per intervenire con l’esercito. La conseguenza sarà un esodo massiccio di albanesi dal Kossovo, verso Tirana, che l’Albania non può sopportare perché è anche essa al disastro economico totale. Questo significa guerra tra Albania e Serbia.

La produzione industriale albanese è calata del 60% dal 1990 al 1992. I contadini abbandonano le terre e c’è una chiusura generalizzata di fabbriche, miniere e pozzi. Sono state azzerate le esportazioni di petrolio e ridotte duramente quelle di cromo. Questi sono i miracoli del capitalismo: trasformare l’Albania in un paese che dipende oggi quasi totalmente dagli aiuti dei paesi esteri e dalle rimesse degli emigranti.

Se questo conflitto si sviluppasse non sarebbe certo uno scherzo; gli Usa hanno già detto chiaramente che si oppongono a un intervento serbo in Albania e spingerebbero ad intervenire il loro fedele alleato nella zona, la Turchia.

Allo stesso tempo dietro la Serbia c’è la casta militare russa umiliata da anni di subalternità all’imperialismo Usa. La Serbia è un tradizionale alleato della Russia e già ora i russi armano i serbi violando l’embargo e si sono dissociati dalle altre potenze in sede Onu per quanto riguarda le sanzioni sulla Serbia, cosa che non si era mai verificata dal 1989.

La situazione in Macedonia

L’altro possibile focolaio di conflitto è la Macedonia. che circa un anno fa ha dichiarato la sua indipendenza dalla Serbia. Come accadde per la Bosnia tutti i paesi occidentali, eccetto la Grecia, si sono affrettati a riconoscerla. Ma la Macedonia non è la Bosnia e un intervento serbo non lascerebbe indifferente l’imperialismo.

La popolazione macedone, come quella kurda, si estende su più Stati: la Bulgaria del Sud, parte della Grecia (la zona attorno a Salonicco) e parte dell’Albania oltre che il territorio della ex Jugoslavia. Se la Serbia tenterà di riprendere il controllo del territorio macedone, ci sarà l’intervento greco, giustificato dal capo di Stato Mitsotakis per difendere la sicurezza della Grecia, ma in realtà corrispondente alle mire espansionistiche della borghesia greca.

Il governo sta organizzando una campagna di isterismo nazionalista in tutto il paese. A fine novembre del 1992 un milione di persone hanno marciato su Atene rivendicando l’annessione della Macedonia. Stanno addirittura emettendo francobolli e monete con la faccia di Alessandro Magno per ricordare il suo glorioso impero.

Ma mentre Grecia e Serbia non riconoscono l’esistenza di uno Stato macedone ci sono altre due nazioni nella zona che sì lo riconoscono: Bulgaria e Turchia, che certamente "difenderebbero" lo Stato di Grigory contro Serbi e Greci, per poi tentare di annetterselo formando la "Grande Bulgaria" o la "Grande Turchia". Grecia e Turchia sono entrambe alleate degli Usa, ma se entrassero in conflitto gli Usa appoggerebbero senz’altro la Turchia, che è la loro principale base strategica, dunque è probabile che in un eventuale conflitto tra i due Stati sarebbero i greci ad avere la peggio. Ma comunque vada sarebbe una guerra micidiale, molto di più di quella che si svolge in Bosnia che non è una guerra tra eserciti regolari.

La possibilità di un’estensione del conflitto nei Balcani è reale anche se le potenze imperialiste stanno esercitando enormi pressioni sulla Serbia perché non vada oltre la Bosnia. I soldati Nato inviati in Macedonia servono proprio come avvertimento.

Ci potrebbe essere un accordo temporaneo come quello che si andrà a firmare per la Bosnia con la nascita dei tre mini Stati. Ma in ogni modo i Balcani resteranno una polveriera pronta a scoppiare da un momento all’altro.

Dall’altra parte, sul fronte croato, anche Tudjman non starà a guardare. Una volta finito il conflitto in Bosnia avvierà una controffensiva in Krajina (territorio croato a maggioranza serba) oggi sotto il controllo delle milizie serbe. L’esercito della Serbia interverrebbe e questo significherebbe altri massacri.

Si stanno delineando nei fatti due blocchi pronti a scatenare una guerra in piena Europa: da una parte la Serbia e la Grecia, dall’altra Turchia, Bulgaria, Albania e Croazia. Dietro di loro da una parte la Russia dall’altra gli Stati Uniti e le potenze occidentali. Che fare?

La sinistra dov’era?

Intanto bisogna mettere in chiaro che non si può appoggiare nessuna parte in conflitto. Atrocità finora sono state commesse da tutte le parti: serba, croata e musulmana. Da tutte le parti a dirigere gli eserciti ci sono forze reazionarie.

Scegliere tra serbi e croati, come hanno fatto in tanti a sinistra difendendo la Croazia e l’autodeterminazione croata, equivaleva a scegliere tra gli ustascia e i cetnici, cioè tra due fazioni fasciste. Chiedere la separazione della Croazia dalla Serbia, come fecero i dirigenti del Pds e di Rifondazione a suo tempo, fu un errore enorme.

Ai dirigenti del movimento operaio bisognerebbe fare una domanda molto semplice: "Siete d’accordo con la separazione in tre dell’Italia come propone la Lega Nord"? Se non lo siete, perché l’avete appoggiata in Jugoslavia?

Lo stesso discorso vale sul riconoscimento della Bosnia. Riconoscere che la Bosnia è una nazione è stato un crimine dell’Onu e dell’imperialismo, ai quali i dirigenti del movimento operaio in tutta Europa hanno retto la coda.

Se la Bosnia fosse rimasta in Jugoslavia si sarebbe evitata la guerra. È stato un crimine per il semplice fatto che la Bosnia non è una nazione da nessun punto di vista: è un miscuglio di popoli. Su 1.400.000 abitanti il 33% sono serbi, il 17% croati e il 44% musulmani. I musulmani non hanno una loro lingua e non sono neanche praticanti; moltissimi non sono mai entrati in una moschea.

Era inevitabile che quando la Bosnia avesse dichiarato l’indipendenza, ci sarebbe stata la reazione dei serbi e dei croati che vivono in Bosnia con l’appoggio di Belgrado e Zagabria che così avrebbero avuto la scusa per intervenire. L’imperialismo ha spinto i musulmani in quella direzione ma poi li ha abbandonati a se stessi non fornendogli né appoggio militare, né armi.

Nessuno, né della direzione del Pds, né di Rifondazione, ha smascherato il ruolo dell’Onu e dell’imperialismo dietro di essa.

Per una politica di classe

La guerra è diretta conseguenza di una sconfitta del movimento operaio jugoslavo; nel 1986-1987 ci fu un movimento unitario dei lavoratori in tutto il paese contro il regime stalinista e per un socialismo democratico; erano uniti fianco a fianco lavoratori serbi, croati, sloveni, musulmani, macedoni, albanesi e montenegrini contro le rispettive burocrazie al potere, ma quel movimento, per l’assenza di una direzione marxista, si perse nella propria spontaneità.

I burocrati stalinisti di conseguenza riuscirono a dividere i lavoratori su basi etniche, esasperando lo sciovinismo al punto che si formarono presto delle bande fasciste sui due fronti. Molti lavoratori furono costretti a combattere con queste bande altrimenti venivano uccisi; altri si arruolavano perché le vedevano come uno strumento di autodifesa.

Da allora è scomparso il movimento operaio e i lavoratori in quanto classe sociale non si sono più fatti sentire, e questo è uno degli effetti più rovinosi della guerra. Ma questi due anni non sono passati invano e prepareranno prima o poi la rinascita di movimenti antinazionalisti dei lavoratori e dei giovani. Le masse jugoslave non sono scioviniste, il nazionalismo è stato provocato dall’alto, ed è conseguenza del crollo economico unito alla sconfitta del movimento operaio.

Il nazionalismo alla fine è una questione di pane. Il regime di Tito, che pur con le sue distorsioni era un regime che sviluppava le forze produttive, di fatto risolse per decenni il problema nazionale in Jugoslavia.I matrimoni misti sono diffusissimi.

La nascita in Jugoslavia, come in Russia, di tanti staterelli indipendenti è una pazzia, significa portare indietro le lancette della storia. I lavoratori hanno un interesse opposto: la pianificazione internazionale dell’economia sotto il loro controllo, abbattendo le frontiere e le barriere doganali in tutto il mondo e unendo tutti gli stati in una federazione socialista. Il primo passo sarebbe la formazione di una federazione socialista degli Stati Jugoslavi.

Presto si accorgeranno che non hanno nessun interesse a continuare questa guerra. Per un lavoratore croato la vittoria di Milosevic significa certo sofferenze terribili, lo stesso vale per un lavoratore serbo se vincesse Tudjman. Ma allo stesso tempo i lavoratori serbi e croati non si possono fidare dei loro governanti che li hanno spinti in questa avventura.

Solo uniti e organizzati possono sconfiggere i loro nemici da una parte e dall’altra: le bande ustascia e cetniche.

Una nuova organizzazione operaia in Jugoslavia può rinascere sulla richiesta della pace: per ottenere la pace però, sarà necessario rivendicare il controllo operaio sulle industrie di armi, l’armamento dei lavoratori e la nascita di milizie operaie che lottino contro Tudjman e Milosevic trasformando la guerra imperialista in una guerra di classe.

Qualsiasi manifestazione pacifista e non violenta in Jugoslavia non è servita a niente se non a mettere a rischio la vita di chi partecipava. Le mobilitazioni pacifiste in Serbia sono state distrutte dai fascisti e il sacrificio dei tre pacifisti italiani in Bosnia purtroppo non servirà a niente come centinaia e migliaia di manifestazioni pacifiste in tutta Europa non sono servite, se non si pongono l’obiettivo dell’abbattimento dei regimi che vogliono la guerra per difendere i loro privilegi.

Questo si potrà ottenere solo con l’uso della forza dei lavoratori organizzati. A chi usa il linguaggio del ferro e del fuoco, non si può rispondere con il linguaggio della colomba e del ramoscello d’ulivo.

Qui non si tratta di cercare la violenza a tutti i costi ma difendersi da chi, dopo aver provocato una guerra, si sta preparando a fare nuovi massacri sulla pelle delle masse europee.


Torna indietro