Balcani: cosa c’è dietro la conferenza di pace Un aereo italiano G-222 carico di coperte per Sarajevo è stato abbattuto da un missile in una zona controllata dalle milizie croate e musulmane. Per l’Onu l’aereo è solo "precipitato". Il governo italiano si limita a reiterare il suo impegno a "lottare per la pace" nella ex Jugoslavia. Dopo tredici mesi di guerra si continua a morire: ieri in Slovenia e Croazia, oggi in Bosnia… domani? Si è riunita la conferenza di Londra con la presenza di tutte le parti in conflitto. Si è deciso di renderla permanente con sei gruppi di lavoro che si riuniranno a Ginevra. Ma a dimostrare la contraddizione tra la conferenza di pace e la realtà il giorno di chiusura è stato pieno di combattimenti. A questo punto ci si domanda: che fare in Jugoslavia? Piero Fassino, membro della direzione del Pds, indica su l’Unità del 5 settembre "una sola scelta vera: più militari per difendere i convogli, embargo più forte, più sanzioni diplomatiche e - sotto il preciso mandato dell’Onu - l’invio di forze militari d’interposizione per tutelare le popolazioni civili". Questa posizione non è diversa da quella del governo italiano e di altri governi europei. Nasconde le cause del conflitto, addita nei serbi "i colpevoli" (perciò l’embargo) e non considera quale può essere il futuro dei Balcani dopo l’intervento militare "dell’Onu". di Michele Fabbri Questo atteggiamento, metà ipocrita e metà cinico, non stupisce nel governo conservatore inglese o italiano ma non si può permettere da parte di esponenti del Pds. Proviamo a ricordare alcuni punti fermi: - Puntare sul nazionalismo come espediente per deviare l’ira della popolazione l’ha fatto il burocrate serbo Milosevic, come quello croato Tudjman, tutti e due ex membri della "Lega dei comunisti" (il partito al potere nella Jugoslavia). - Una volta che si era scelto di pompare il nazionalismo serbo era solo questione di tempo perché quelli croato, sloveno ecc. rinascessero. - In tutto questo periodo (1989-91) i governi capitalisti tanto interessati ai Balcani erano disposti ad accettare la Grande Serbia come continuazione della Jugoslavia. Tenevano soprattutto alla continuazione degli affari già iniziati con i burocrati negli anni ’80. Solo dopo che l’instabilità ha reso impossibile questa ipotesi si sono aperte le contraddizioni tra i capitalisti per accaparrarsi una miglior posizione nel nuovo scacchiere balcanico. - Le atrocità sono state commesse da tutte le parti in conflitto, come è stato documentato perfino dal generale McKenzie, comandante dei caschi blu presenti a Sarajevo, ma l’uso propagandistico è stato tutto in chiave antiserba (vedi i colpi di mortaio sulle popolazioni civili a luglio e agosto, prima addebitati ai serbi con titoli cubitali; quando invece i caschi blu hanno dichiarato responsabili le milizie musulmane, abbiamo visto piccole smentite nelle pagine interne dei giornali). La stessa cosa si può dire della "pulizia etnica". Tutte le parti in conflitto l’hanno fatta essendo questa una guerra "etnica" ed essendo la Bosnia una repubblica dove le etnie erano mescolate da più di trecento anni. "Per la Bosnia l’idea di una spaccatura su linee nazionali (etniche) è un incubo terribile" scrivevamo a giugno. Oggi l’incubo è una realtà. con più di due milioni di rifugiati la "pulizia etnica" è quasi una realtà. Resta Sarajevo con 380mila abitanti in trappola, ma il resto della Bosnia-Erzegovina è stato ridiviso. L’Erzegovina è sotto controllo croato e Tudjman vorrebbe federarla con la Croazia. Il 55 per cento del territorio bosniaco è sotto il controllo dei serbi bosniaci di Radovan Karadzic, che ha dichiarato una repubblica autonoma nel territorio. Così queste etnie hanno raggiunto sostanzialmente i loro obiettivi. Sono i musulmani quelli più insoddisfatti. Si vedono stritolati tra una "grande Serbia" e una "grande Croazia". E vogliono recuperare almeno il 40 per cento del territorio originario della Bosnia e soprattutto la città di Sarajevo. Questo spiega che siano stati loro a iniziare un’offensiva proprio nei giorni della conferenza di Londra. Sono quelli che avrebbero meno da guadagnare da una stabilizzazione dell’attuale situazione. Invece i capitalisti a livello internazionale e i loro uomini nell’Onu, Nato, Ueo, Cee sembrano orientarsi a raggiungere un equilibrio sulle attuali basi. Dopo mesi di discussioni hanno considerato molto difficile un vero intervento militare e perciò si limitano agli "aiuti umanitari", mentre hanno fatto concessioni importanti alla Serbia, accettando le sue basi per la soluzione del problema balcanico. Forte di questo successo Panic, primo ministro della "piccola Jugoslavia" (Serbia e Montenegro) si è scontrato con Milosevic, il primo ministro serbo e rappresentante del nazionalismo più bieco, ed ha vinto. Milosevic ha azzardato una mozione di sfiducia contro Panic, ma è stato costretto a ritirarla senza che fosse votata. I militari serbi e la maggior parte della popolazione sono stanchi di una guerra che, anche se non ha toccato (ancora) la Serbia, ha messo in crisi l’economia. Panic è disposto a fare concessioni agli albanesi (dopo tre anni di pugno di ferro sotto Milosevic) e alla minoranza ungherese in Vojvodina. Vuol dire questo che in un modo o nell’altro le cose si metteranno a posto? Niente affatto! In questi tre anni si è rotta un’esperienza decennale e a volte secolare di convivenza interetnica. Il capitalismo europeo prima della Seconda guerra mondiale non era riuscito ad assicurare una minima stabilità alla regione. Ora, dopo la parentesi del regime di Tito, unico che fece seri passi in avanti nell’integrazione delle diverse comunità, la ruota della storia è tornata molto indietro. I burocrati stalinisti non potevano assicurare una crescita economica con piena libertà di ogni etnia, come avrebbe fatto un regime di democrazia operaia. Ma almeno per un periodo si ebbe la crescita economica e i nazionalismi furono controllati con un complesso sistema istituzionale che cessò di funzionare quando mancò la crescita. Ora il capitalismo torna nei Balcani, sia in Slovenia che in Serbia, in Croazia come in Macedonia. Non si propone di ridurre gli scontri etnici, ma di usarli per fare affari. Il tutto condito con vuoti appelli alla pace e ai diritti umani. Questo vuol dire che, con o senza forze Onu d’interposizione, il futuro per i Balcani e particolarmente per la Bosnia è di scontri e di odio crescente. I musulmani, i meno soddisfatti se si arriva ora a una tregua, vorranno riaprire le ostilità in qualsiasi momento. I lavoratori nei Balcani e in Italia hanno bisogno di elaborare un’analisi propria su questi avvenimenti. È palese dove porta la strumentalizzazione del nazionalismo. Ma ciò non basta per tornare a vedere lottare uniti i lavoratori di Lubiana, Zagabria e Belgrado, magari accanto a quelli italiani o tedeschi. Eppure hanno già ora gli stessi padroni. Per riuscire in ciò è necessario elaborare una propria visione su questa crisi, cosa che purtroppo non fa Piero Fassino nell’articolo sopra citato.