FalceMartello n° 73 * 15-7-1992

L’inferno jugoslavo

In questi giorni si compie il primo anniversario dell’inizio della guerra nella penisola balcanica. La Tv e i giornali ci riportano scene di inaudita ferocia e continuano a dipingere i serbi come il "nemico" da abbattere. Da mesi si parla di un’intervento militare ( dell’Onu, della Cee, di singoli stati europei; è ancora poco chiaro)

Questo intervento viene "giustificato" col bisogno di portare "aiuti umanitari" ai civili. In realtà si vuole intervenire pesantemente nel processo di formazione degli stati nascenti dopo il crollo della federazione jugoslava. Sul come farlo gli interessi dei capitalisti tedeschi sono in contraddizione con quelli della Francia e della Gran Bretagna. Quelli italiani vorrebbero fare la voce grossa, ma non hanno le forze necessarie e si devono accontentare di assecondare la Germania in un ruolo di secondo piano.

Gli Usa vogliono mantenere il loro ruolo di "gendarme mondiale" conquistato nel Golfo, ma, vedendo più difficoltà che laggiù, vorrebbero che a intervenire fossero gli europei attraverso la Nato e con l’avallo dell’Onu.

Nel frattempo i popoli della ex Jugoslavia sono in rovina, i morti sono più di 50mila, ci sono milioni di profughi e il livello di vita è crollato. L’odio interetnico che ancora due anni fa era patrimonio di piccole minoranze, brucia ora nel cuore della stragrande maggioranza.

Questo è il risultato di decenni di regime burocratico - altro che socialismo !! - assieme a più di un decennio di "apertura" verso il sistema capitalista. Oggi, che l’incendio dei Balcani divampa, è doveroso ricordare che la Jugoslavia fu il primo dei paesi dell’Est ad aprire le frontiere agli investimenti esteri, a contrarre debiti con le banche capitaliste, ad avviare riforme "verso il mercato libero". L’esplosione dei nazionalismi arrivò solo dopo anni di crisi economica, di iperinflazione, di aumento della disoccupazione.

I burocrati stalinisti cercarono una soluzione ai loro problemi aprendo la loro debole economia al mercato capitalista. Così minarono i vantaggi dell’economia pianificata e al tempo stesso assunsero i problemi del capitalismo.

Per anni la burocrazia ha tentato di scaricare il peso della crisi sulle spalle della classe lavoratrice, scatenando così la protesta. Le cifre ufficiali ammettevano 1.590 scioperi con 365.000 partecipanti nel 1987 contro 850 e 88.000 nel 1986. Nel 1988 diecimila operai marciarono sul Parlamento a Belgrado e lo avevano assediato gridando: "Fuori i ladri!".

Nel 1988-89 gli scioperi continuarono, ma già nel 1990 calarono bruscamente nella misura che crescevano le illusioni nazionalistiche a cominciare dalla lotta della minoranza albanese nel Kossovo.

La burocrazia era divisa al suo interno e nel tentativo di deviare le proteste utilizzarono la questione nazionale. Il leader serbo Milosevic fomentò coscientemente il nazionalismo serbo per usarlo come forza d’urto contro le altre nazionalità.

Nel novembre del 1988 scrivevamo: "Se il nazionalismo può fornire loro per un certo periodo una base sociale di massa, a medio termine potrebbe rivolgersi contro i burocrati stessi. Inoltre la politica nazionalista conduce a divisioni all’interno della stessa burocrazia, mettendo in una posizione insostenibile i burocrati locali, presi come sono tra le pressioni della direzione e quella delle masse" (FalceMartello n° 24).

Per tutto un periodo dopo il 1945 sembrava che la questione nazionale in Jugoslavia fosse stata risolta. I vecchi odii e antagonismi razziali sembravano cose da libro di storia.

Fino a tempi recenti, e anche dopo la secessione della Slovenia e la guerra civile in Croazia, i serbi, i croati e i musulmani della Bosnia continuavano a vivere pacificamente insieme. Ora, come una mostruosa epidemia di pazzia collettiva, la guerra ha sommerso la Bosnia, dove ha assunto un carattere ancora più sanguinoso che in Croazia. Qual è la spiegazione della carneficina in Jugoslavia? E quale messaggio porta per l’Europa e il mondo?

Precedenti storici

Per secoli i Balcani sono stati sinonimo di guerre e di conflitti etnici. La parola "balcanizzazione" è entrata nella nostra lingua come l’espressione più compiuta del frazionamento di regioni del mondo in piccoli staterelli in guerra fra loro. Fu nei Balcani che si produsse la scintilla che iniziò la Prima guerra mondiale e la regione fu importante anche nella Seconda guerra mondiale.

Secoli di migrazione e di mescolanza dei popoli hanno trasformato i Balcani in un complesso intreccio di lingue, di nazionalità e di religioni: greci, turchi, albanesi, serbi, croati, macedoni, sloveni, valacchi, bulgari, tedeschi, ungheresi e zingari non occupano spazi ben definiti, divisi da confini naturali; sono mescolati inseparabilmente.

Tutti i tentativi di "risolvere" il problema nazionale nei Balcani con la formazione di piccoli Stati nazionali non hanno portato a niente. Ancora prima della Seconda guerra mondiale i rappresentanti più lungimiranti del capitale furono costretti a riconoscere il carattere irresolubile del problema.

Uno studio dell’Istituto per gli affari esteri della Gran Bretagna, prodotto nel maggio 1939, mesi prima dello scoppio della guerra, quando tutti gli occhi guardavano apprensivi il sud-est europeo, diceva: "La storia e la politica insieme hanno prodotto quello straordinario miscuglio di nazionalità che si trova nella Macedonia e nel Banat, nella Bessarabia del sud, nella Dobrogea e nella Transilvania, per parlare solo degli esempi più lampanti. In questi distretti si trovano non solo diverse nazionalità che abitano villaggi l’uno di fianco all’altro, ma spesso tre o quattro etnie, con altrettante lingue e quasi altrettante religioni, che convivono nello stesso villaggio. In queste condizioni è difficile vedere come il principio dell’autodeterminazione nazionale possa portare ad una conclusione politica soddisfacente per la regione del Danubio".

Il trattato di Versailles

Per secoli tutta la regione fu sotto il dominio della Turchia. Poi, a partire dalla Grecia (1829), la Serbia e il Montenegro (1878), la Romania (1878), la Bulgaria (1908) e l’Albania (1913) ottennero tutti l’indipendenza attraverso guerre e lotte. Le Guerre balcaniche (1912-13) e la Prima guerra mondiale completarono il processo di disintegrazione dell’impero ottomano.

Attraverso il trattato di Versailles, i vincitori della Prima guerra mondiale divisero il bottino fra loro. La Gran Bretagna e la Francia fecero la parte del leone. La crescente potenza imperialista degli Stati Uniti consolidò il suo nuovo ruolo mondiale. Il presidente statunitense Woodrow Wilson proclamò il principio della "autodeterminazione nazionale", come mezzo per balcanizzare l’Europa e assicurarsi la dipendenza di alcune potenze minori. A quelle che appoggiavano il campo vittorioso dell’imperialismo angloamericano e francese venne buttato qualche osso da rosicchiare; venne loro permesso di prendersi pezzi del territorio dei loro vicini. La Romania prese dall’Ungheria la Transilvania e una parte del Banat, come pure la Bessarabia dalla Russia e la Bukovira dall’Austria.

La Cecoslovacchia fu ricavata dalle macerie dell’impero austro-ungarico. La Jugoslavia fu costituita con l’unione della Serbia-Montenegro con gli ex territori austro-ungarici di Croazia, Slovenia, Dalmazia, Bosnia-Erzegovina, Slavonia, Vojvodina e una parte del Banat.

I nuovi Stati, creati da una pace predatoria, univano diverse etnie indipendentemente dalla loro volontà. Così si preparavano nuove guerre e nuovi conflitti razziali.

Nonostante la loro indipendenza formale, i piccoli staterelli erano moneta di scambio nei calcoli delle grandi potenze. Essendo economicamente arretrati, dipendevano dai mercati della Gran Bretagna, della Francia e della Germania. Ad eccezione della Cecoslovacchia erano brutali dittature poliziesche o monarchie feudali assolutiste.

La nascita della Jugoslavia

In Jugoslavia, ancora nel 1938 il 71,2 per cento della popolazione era impegnato nell’agricoltura e solo il 12,3 per cento nell’estrazione di minerali, nell’industria e nei trasporti. Nel 1921 il 51,5 per cento della popolazione era analfabeta. Anche prima dell’occupazione nazista la Jugoslavia era in realtà una semicolonia dell’imperialismo tedesco. Nei tre anni prima della guerra il 40 per cento delle sue importazioni veniva dalla Germania, che comprava anche il 40 per cento delle sue esportazioni.

Fin dalla sua fondazione lo Stato jugoslavo si basò sull’oppressione nazionale. I serbi, che avevano la posizione dominante, opprimevano i croati, gli sloveni e i macedoni. Era particolarmente teso il rapporto fra croati e serbi; sebbene la lingua parlata da questi due popoli sia quasi identica, il croato si scrive con l’alfabeto latino e il serbo con quello cirillico. La religione predominante fra i croati è il cattolicesimo, mentre fra i serbi è la Chiesa ortodossa. A livello culturale i croati e gli sloveni guardavano verso occidente all’ex impero austro-ungarico, mentre i serbi erano stati a lungo una parte dell’impero ottomano ed avevano simpatie filorusse.

L’oppressione nazionale dei croati, che prima della guerra erano circa 3,5 milioni, mentre i serbi erano circa 5 milioni, creò le condizioni ideali per lo sviluppo di una reazionaria demagogia nazionalista.

Durante la guerra, quando la Jugoslavia subì l’occupazione brutale del fascismo italo-tedesco, i nazisti crearono in Croazia uno Stato fantoccio che fu responsabile dello sterminio di serbi, ebrei e zingari. Ancora una volta la questione nazionale nei Balcani veniva usata dalle potenze imperialiste per soffocare e opprimere tutti i popoli della regione.

I partigiani di Tito

La vera resistenza al fascismo tedesco ed ai suoi collaboratori ustascia della Croazia non fu organizzata dai cetnici, dai borghesi serbi, ma dall’esercito partigiano diretto da stalinisti come Josef Broz Tito.

Le forze nazionaliste borghesi vennero rapidamente schiacciate dagli invasori. Invece le forze guerrigliere di Tito fecero una lotta eroica, che finì con la vittoria. Le forze d’occupazione furono sconfitte in parte dall’Armata Rossa, ma principalmente dai partigiani.

Da più di cent’anni le forze democratiche e progressiste nei Balcani lottavano per superare le divisioni e gli antagonismi nazionali e per unire i popoli dei Balcani in una federazione basata su un’autentica uguaglianza e su rapporti fraterni. Ma su basi capitaliste l’idea di una federazione balcanica rimaneva un’utopia irrealizzabile. Ogni borghesia nazionale, ogni cricca monarchica feudale, cercava di dominare e di sfruttare i propri vicini.

In modo dialettico le nazioni che sono state oppresse possono trasformarsi negli Stati imperialisti più rapaci. Dopo tutto, gli Stati Uniti d’America erano stati una colonia oppressa dalla Gran Bretagna. I piccoli Stati neoindipendenti dei Balcani, non appena liberati dal giogo ottomano, portarono avanti una serie di brutali guerre di conquista contro i propri vicini. Dietro la facciata della "difesa dei diritti nazionali" e della "autodeterminazione" si nascondevano l’egoismo e l’avidità nazionali delle borghesie nascenti, espressi nelle nozioni di una "Grande Bulgaria", di una "Grande Romania", di una "Grande Serbia" e così via.

Per generazioni le deboli borghesie degli Stati balcanici ci dimostrarono la loro totale incapacità di risolvere i problemi della società. Non solo erano incapaci di superare i problemi secolari dell’arretratezza sociale ed economica ma soprattutto non riuscivano a risolvere il problema etnico.

Il dominio dei proprietari terrieri e dei capitalisti significava non solo l’inasprimento del problema nazionale, con l’intensificazione dell’oppressione, della paura e dell’odio tra le diverse etnie, ma le dimostrazioni superficiali di "indipendenza nazionale" mascheravano a stento una dipendenza umiliante -anche dei più grandi di questi Stati-da una o dall’altra delle potenze imperialiste.

Abolizione del capitalismo

L’abolizione della proprietà terriera e del capitalismo in Jugoslavia, in Bulgaria e negli altri Stati dell’Europa dell’Est e nella maggior parte dei Balcani dopo il 1945 rappresentò un grande passo in avanti. Se la rivoluzione si fosse verificata in modo sano, con una gestione democratica della società da parte della classe operaia, i popoli dei Balcani avrebbero potuto cominciare finalmente a risolvere i propri problemi in base ad una federazione socialista democratica.

Ma sotto la direzione degli stalinisti la rivoluzione ebbe luogo in forma distorta. Tito, Dimitrov (dirigente del Pc bulgaro) e gli altri manovrarono fra le classi per instaurare Stati totalitari e monopartitici sull’immagine dell’Urss stalinista.

Tuttavia, Tito e Dimitrov proposero inizialmente la formazione di una federazione balcanica. Questa sarebbe stata un grande passo in avanti, sebbene la proposta fosse senz’altro motivata dagli interessi delle burocrazie bulgara e jugoslava che volevano unirsi per poter resistere meglio alle pressioni di Mosca. Ma il gretto nazionalismo della burocrazia sovietica impedì la sua realizzazione; Stalin schiacciò brutalmente il progetto di una federazione balcanica. Mosca mantenne appositamente le divisioni nazionali dei Balcani e "balcanizzò" tutta l’Europa dell’Est per poter facilitare il proprio controllo.

Invece un autentico regime leninista avrebbe proposto di costituire immediatamente una federazione di Stati socialisti, per comprendere non solo l’Europa dell’Est e l’Urss, ma anche la Cina. Una tale federazione sarebbe stata nell’interesse di tutti i popoli. L’abolizione delle frontiere e un piano comune della produzione, basato sul controllo democratico e sull’integrazione armoniosa di tutte le economie, avrebbe comportato un rapido aumento del tenore di vita per tutti.

La zona del bacino del Danubio forma un’unità economica naturale. Per secoli è stata una delle principali vie commerciali e canale di comunicazione in Europa e, inoltre, costituisce un corridoio che collega l’Europa centrale con il sud-est, e tutta l’Europa con la steppa russa e l’Asia Minore.

Una federazione socialista avrebbe collegato tutte le economie della regione: la Polonia, con le sue riserve enormi di carbone, la Cecoslovacchia e la Germania Est con la loro industria e tecnologia, il petrolio e il grano della Romania, l’agricoltura della Bulgaria, e le enormi popolazioni, l’industria pesante, il vasto potenziale agricolo e le immense riserve di materie prime dell’Urss e della Cina.

Invece ogni burocrazia andava avanti con la propria visione ristretta, sviluppando la "propria" economia entro confini nazionali storicamente superati. Così abbiamo visto lo spettacolo assurdo della Romania arretrata e agricola e della piccolissima Albania che tentavano di sviluppare l’industria pesante. È scandaloso il fatto che il livello di integrazione fra le economie nazionalizzate dell’Europa dell’Est fosse inferiore a quello realizzato fra le economie capitaliste della Comunità europea.

Furono gli interessi nazionali di ogni cricca burocratica, dietro la parola d’ordine del "socialismo in un paese solo", a portare alla fine degli anni ’40 allo scontro fra Tito e Stalin. Da allora in poi la Jugoslavia si sviluppò in isolamento dagli altri Stati stalinisti. Ma nonostante le sue peculiarità e la sua immagine "libertaria", che portò certi sedicenti marxisti a definirla uno "Stato operaio sano", la Jugoslavia rimase uno Stato burocratico, totalitario e monopartitico.

Crescita economica e nazionalismo

Tuttavia, l’introduzione di un’economia nazionalizzata e pianificata, nonostante la burocrazia, permise un rapido sviluppo delle forze produttive. Per un certo periodo l’economia andò avanti con una crescita del 10 per cento annuo. Ci fu un importante sviluppo dell’industria e della classe operaia, che divenne la maggioranza della popolazione. L’analfabetismo fu eliminato e aumentò il tenore di vita.

Lenin aveva spiegato che la questione nazionale è essenzialmente una questione di pane. Lo sviluppo delle forze produttive e l’aumento del livello di vita portarono ad un attenuazione delle tensioni tra le diverse nazionalità. Nonostante i terribili massacri e i pogrom avvenuti durante la guerra, i serbi e i croati, i musulmani e i macedoni vivevano in pace. Ci fu un’ulteriore mescolanza della popolazione, con grandi spostamenti dalle campagne verso le città e da una repubblica ad un’altra.

Tito, egli stesso un croato, elaborò una costituzione che doveva stabilire un equilibrio fra le diverse repubbliche per evitare la dominazione di una singola nazionalità. Per molto tempo sembrò funzionare.

Ma in realtà ogni burocrazia nazionale delle sei repubbliche jugoslave seguiva i propri interessi ristretti. Le burocrazie serba, croata e slovena, mentre costruivano ognuna il "socialismo" nella propria repubblica, guardavano con gelosia ognuna l’operato dell’altra.

Dopo la rottura con Mosca, Tito fu costretto a permettere che la Jugoslavia partecipasse ai mercati mondiali. Si fecero concessioni alle tendenze capitaliste e alla "decentralizzazione". La Jugoslavia accettò i consigli degli economisti occidentali, che provocarono l’iperinflazione e un milione di disoccupati. Un altro milione di persone fu costretto ad emigrare nell’Europa occidentale, particolarmente nella Germania Ovest, per cercare lavoro. Col declino dell’economia tornò quello che Marx aveva descritto come "tutto il vecchio ciarpame".

Gli antagonismi nazionali, a lungo sommersi, tornarono alla superficie in forma inasprita. Le burocrazie, con la loro mentalità ristretta, specialmente nelle repubbliche più ricche e industrializzate di Slovenia e Croazia, cercarono un capro espiatorio nel legame con le province più arretrate dell’est e del sud. Imbevuti del veleno nazionalista dello stalinismo, cominciarono ad appoggiarsi sugli elementi nazionalisti e sciovinisti delle proprie repubbliche.

Lo sciovinismo: ultima risorsa dei burocrati

Le tendenze centrifughe, che già si accumulavano sotto la superficie, si sono accelerate rapidamente dopo la morte di Tito. La reazione della burocrazia centrale di Belgrado, rappresentata da Slobodan Milosevic, è stata di scatenare le forze terribili dello sciovinismo "grande serbo". Tutti gli elementi più marci ed arretrati, da tempo soppressi, sono tornati alla superficie: il monarchismo, il razzismo, la Chiesa ortodossa e il nazionalismo aggressivo, con lo slogan di una Grande Serbia sulle labbra.

La burocrazia ha dimostrato la sua assoluta incapacità di sviluppare ulteriormente la società, di promuovere lo sviluppo economico e l’integrazione delle diverse nazionalità. Di fatto essa, con i suoi privilegi e la sua gestione incontrollata dell’economia, è diventata il principale ostacolo allo sviluppo. I tentativi degli anni passati hanno dimostrato l’impossibilità di creare un’economia "mista" senza che si sviluppino contemporaneamente i guai del capitalismo (disoccupazione, inflazione) e della pianificazione burocratica.

Solo la classe operaia poteva dare una risposta a questi problemi; rovesciando il dominio della burocrazia sarebbe stato possibile avviare una pianificazione gestita dalla classe lavoratrice assicurando l’eliminazione degli sprechi e degli errori che comportava la gestione burocratica, priva com’era di qualsiasi controllo reale da parte dei lavoratori. Questo a sua volta avrebbe posto le basi per un rapido sviluppo dell’economia e per un’integrazione graduale e indolore delle diverse nazionalità.

Ma - scrivevamo nel novembre 1988 - "se la classe operaia fallisce in questo compito decisivo, la prospettiva sarà quella di una disintegrazione dello Stato jugoslavo".

La sanguinosa repressione degli albanesi, che ora sono la grande maggioranza nel Kossovo, visto invece dai serbi come un loro territorio storico, fu interpretata come un avvertimento da tutte le repubbliche. Ma invece di frenare i sentimenti separatisti ebbe l’effetto opposto. La paura di una maggior dominazione serba aumentò rapidamente le spinte verso la rottura.

La separazione nel giugno dell’anno scorso della Slovenia, la parte più sviluppata della Jugoslavia, ha incoraggiato i dirigenti croati a fare altrettanto. Belgrado era poco preparata per l’azione degli sloveni, ma con la Croazia era un’altra questione. L’esercito jugoslavo, insieme agli irregolari serbi (cetnici), ha portato avanti una guerra fraticida contro i croati.

L’intenzione della casta militare jugoslava era di impedire la disintegrazione del paese. Ma in pratica l’esercito, dominato dai serbi, è stato usato per ricavare una grande Serbia dalle rovine della vecchia federazione. A questo fine sono stati usati i metodi più atroci.

Gli obiettivi bellici di Belgrado sono ben evidenti; Slobodan Milosevic tenta di aggrapparsi al potere indossando la veste dell’estremismo nazionalista serbo. Gli assassini della guerriglia cetnica, spalleggiati dall’esercito regolare, sono stati mandati ad impadronirsi di pezzi del territorio croato, cacciando gli abitanti coi mezzi più brutali, col pretesto di "proteggere" la minoranza serba.

La guerra non ha niente di progressista, da nessuna delle due parti. Mentre i cetnici commettono atrocità nei villaggi croati, gli ustascia croati facevano altrettanto ai serbi che vivevano in Croazia. Lo sciovinismo antiserbo di Franjo Tudjman è l’immagine speculare dello sciovinismo anticroato di Slobodan Milosevic. Il regime nazionalista in Croazia ha esaltato le attività degli ustascia filonazisti della Seconda guerra mondiale che massacrarono i serbi. E ora i regimi nazionalisti che esistono a Zagabria e a Belgrado sono impegnati nel cinico esercizio di spartizione della repubblica di Bosnia-Erzegovina. È questo il reazionario contenuto reale della parola d’ordine della "autodeterminazione" nella Jugoslavia odierna.

Nonostante ciò, chi vuole intervenire militarmente come la Nato si "copre" con dichiarazioni formali come queste.

Il mosaico etnico in Bosnia

I popoli della Bosnia non hanno nessun interesse alla disintegrazione della Jugoslavia. I suoi 4,3 milioni di abitanti sono un miscuglio complesso di serbi (33 per cento), croati (17 per cento) e musulmani (44 per cento). Non ci sono zone ben definite, ma una confusione di cittadine e villaggi di tutti i diversi gruppi etnici. La maggior parte delle zone sono di nazionalità mista e c’è un’ altissima percentuale di matrimoni interetnici. Così per la Bosnia l’idea di una spaccatura su linee nazionali è un incubo terribile.

Di fronte al fatto compiuto della disintegrazione della Jugoslavia, i croati e i musulmani della Bosnia temevano di trovarsi sotto la dominazione serba in una nuova "Serboslavia". Considerazioni simili hanno portato il popolo della Macedonia a votare per l’indipendenza. In un referendum la popolazione della Bosnia aveva votato al 61 per cento per la stessa cosa… ma in questa situazione i problemi non si risolvono con voti, ma con fucili e carri armati.

Probabilmente la maggioranza dei serbi bosniaci avrebbe accettato l’indipendenza, ma Belgrado ha iniziato subito una guerra in Bosnia con la vecchia scusa di "difendere" la minoranza serba. I metodi usati per "ripulire" dai musulmani intere zone della Bosnia sono stati ancora più brutali che in Croazia.

Nonostante le promesse ipocrite di Tudjman e di Milosevic di rispettare l’integrità territoriale della Bosnia, i dirigenti croati e serbi si sono incontrati il 6 maggio a Graz per mettersi d’accordo sulla spartizione della Bosnia.

I guerriglieri serbi, in base agli accordi, hanno abbandonato la città di Kiseljak ai croati bosniaci. Solo dove i serbi e i croati non sono d’accordo sulla divisione del bottino si combattono. Il gruppo più grande, i musulmani, non viene consultato. È trasparente il carattere reazionario della guerra da entrambe le parti.

L’intervento degli imperialisti

Com’è successo spesso in passato, la guerra in Jugoslavia ha dato all’imperialismo la scusa per intervenire. Il crollo dello stalinismo nell’ex Urss e nell’Europa dell’Est ha dato il via all’imperialismo tedesco per entrare di nuovo nei Balcani. L’obiettivo della Germania era di dividere il paese per aumentare la propria influenza sulle zone più sviluppate, la Slovenia e la Croazia. Questo ha portato a galla l’esistenza di antagonismi nazionali nella stessa Cee, che non sono stati eliminati dalle misure per una maggior integrazione economica. Le altre potenze europee sono preoccupate per il colossale peso economico della Germania. Nonostante le attuali difficoltà provocate dall’unificazione tedesca, la prospettiva a lungo termine di una forte potenza industriale di 80 milioni di abitanti nel cuore dell’Europa non piace affatto alla Gran Bretagna e alla Francia.

Le manovre diplomatiche della Germania in Jugoslavia hanno fatto scattare l’allarme nei ministeri degli esteri di Parigi e di Londra. Gli inglesi e i francesi hanno reso chiaro che erano contrari al frazionamento della Jugoslavia; la stessa posizione avevano gli Usa. Inizialmente la loro politica era un appoggio tacito alla Serbia, ma il riconoscimento tedesco dell’indipendenza slovena e croata ha forzato loro la mano. A denti stretti Parigi, Londra e Washington hanno dovuto cambiare posizione.

La lotta di potere sotto la superficie fra Germania, Gran Bretagna e Francia dimostra l’esistenza di contraddizioni profonde, che sono state parzialmente coperte dal lungo periodo di crisi economica, ma che diventeranno sempre più evidenti in un periodo di crescita economica. Le potenze europee e gli Stati Uniti non vogliono essere coinvolti in una guerra sanguinosa e senza soluzione. Ma la disintegrazione della Jugoslavia, che ora sembra inevitabile, destabilizzerà totalmente i Balcani e avrà conseguenze per tutta l’Europa, specialmente in una situazione di crisi dell’economia mondiale.

La "Grande Serbia"

La Serbia, nonostante la sua relativa arretratezza economica, rimane lo Stato militarmente più potente della regione. La cricca governante di Belgrado sta perseguendo l’obiettivo di creare una "Grande Serbia" sulle macerie della Jugoslavia.

Tutti i trattati di pace, le manovre diplomatiche e i "cessate il fuoco" del mondo non fermeranno il processo. Il bombardamento sistematico di Sarajevo, come quello di Dubrovnik e Vukovar, è volto ad indebolire la resistenza della controparte (in questo caso la Bosnia) affinché accetti le condizioni della Serbia.

Il cosiddetto ritiro dell’esercito jugoslavo dalla Bosnia è un trucco, un tentativo di evitare le sanzioni internazionali.

In realtà le uniche truppe disposte a ritirarsi sono i serbi che vivono in Serbia. Le truppe serbe provenienti dalla Bosnia resteranno, come pure le "milizie" serbe. D’altra parte, nonostante la presenza delle forze dell’Onu (o anche grazie ad essa) i serbi hanno rafforzato la loro stretta sulle zone conquistate della Croazia. Le milizie serbe in Croazia rifiuteranno di sciogliersi, sostenendo che è necessario proteggere la popolazione serba contro le rappresaglie delle forze croate che torneranno. Le zone controllate dai serbi costituiscono più di un terzo del vecchio territorio della Croazia.

Prima o poi Belgrado tenterà di tenere referendum nelle zone sotto il controllo serbo della Croazia e della Bosnia, che voteranno per l’unione con una nuova "Jugoslavia" formata da Serbia e Montenegro. La creazione di una Grande Serbia getterà i semi di nuove guerre e sconvolgimenti.

Sono e saranno coinvolti bulgari, serbi, albanesi, croati e ungheresi. La questione macedone, che era al centro delle due guerre balcaniche del 1912-13 e che causò sconvolgimenti terribili e violenti fra le due guerre mondiali, ha rialzato la testa, rischiando il coinvolgimento della Grecia e della Bulgaria.

D’altra parte, dopo la guerra del Golfo e il crollo dell’Unione sovietica, la Turchia ha ambizioni da superpotenza regionale. Sta allargando la sua influenza nel Caucaso e nell’Asia centrale, dove è in concorrenza con l’Iran. Ma sta anche guardando i Balcani, con l’idea di diventare "protettrice" del musulmani della Bosnia, della Macedonia e della Bulgaria.

La disintegrazione della Jugoslavia è un crimine contro tutti i popoli della zona. La Serbia, formalmente vincitrice, ha ereditato un paese rovinato. L’economia serba sta crollando. L’inflazione è all’ incredibile tasso annuo del 36mila per cento. In termini di valuta occidentale, i serbi guadagnano un decimo di quanto guadagnavano dodici mesi fa e, con l’imposizione di nuove barriere doganali e il crollo del commercio con le vecchie repubbliche i lavoratori e i contadini - serbi, croati o musulmani che siano - pagheranno un prezzo terribile nei prossimi anni in termini di disoccupazione, inflazione e povertà. Il caos generale sarà aumentato da un gran numero di profughi amareggiati, che forniranno le reclute per nuove guerre e terrorismo.

Conclusioni

Tutte le repubbliche in passato avevano tratto beneficio dall’unità della Jugoslavia. Tornare alla creazione di piccoli Stati nazionali, ognuno col proprio esercito, imposte, moneta e barriere doganali è una pazzia dal punto di vista economico e sociale.

La cosiddetta indipendenza di questi staterelli saràuna farsa. Come in passato saranno semplici pupazzi delle grandi potenze imperialiste, impegnati in interminabili guerre e conflitti.

Le potenze europee guardano con apprensione la prospettiva di nuove guerre nel continente europeo. Si sono dimostrate incapaci di fermare la guerra in Jugoslavia, nonostante tutti i loro sforzi, come furono impotenti davanti all’invasione turca di Cipro nel 1974. Le guerre, le guerre civili e le controrivoluzioni nei Balcani minacceranno la stabilità di tutta l’Europa.

La storia degli ultimi ottant’anni ha dimostrato che né il capitalismo né lo stalinismo possono risolvere i problemi dei popoli dei Balcani. Su basi capitalistiche l’unico futuro che si prospetta per loro è di conflitti fraticidi, guerre e miseria.

I lavoratori e i contadini giustamente rifiutano un futuro del genere. Solo la vittoria della classe operaia può indicare la strada in base ad una Federazione socialista del Balcani, che unirebbe tutte le risorse della zona in un piano comune di produzione.

Solo su queste basi è possibile superare gli odii interetnici così esasperati negli ultimi anni. Il movimento operaio italiano e internazionale deve lottare contro la falsa alternativa tra intervento militare degli imperialisti e continuazione del massacro. Bisogna ricordare che ancora due anni fa i membri delle diverse etnie, che ora si sparano addosso, scioperavano compatti contro i burocrati della cosiddetta "Lega dei comunisti".

Ora la storia ha fatto tanti passi indietro, ma non essendo possibile stabilizzare i nuovi stati su base etnica è chiaro che i lavoratori torneranno, prima o poi a farsi sentire. I lavoratori italiani devono incoraggiare questa prospettiva. Innanzitutto denunciamo qualsiasi tipo di intervento imperialista nella zona.

Il ruolo della classe operaia

"Fra i dissidenti c’erano quelli che dicevano che un lavoratore serbo non avrebbe mai scioperato in solidarietà con un macedone o con un croato. È stata l’applicazione delle imposizioni del Fondo Monetario Internazionale a dimostrare che la classe operaia è l’unica classe in grado di cambiare la Jugoslavia.

Nei primi sei mesi del 1986 la Jugoslavia ha rimborsato ai suoi creditori 5,6 miliardi di dollari. Questo ha costituito un enorme peso per l’economia. E, chiaramente, chi ha sopportato questo peso sono stati i lavoratori. Ma non è bastato. L’Fmi nel 1986 ha chiesto "più rigore, o bloccheremo i crediti".

Questo ha portato ad un grosso aumento delle tasse. Su ogni dinaro di reddito il lavoratore ha già consegnato 1,25 dinari per le tasse. Il prelievo fiscale dello Stato supera di 600 miliardi di dinari la somma spesa per i salari! Ma anche questo non bastava. Alla fine di febbraio il governo ha introdotto una legge che congelava i salari ai livelli del 1986 e che in pratica, ha operato tagli che vanno dal 20 al 50 per cento. Questo ha provocato uno sciopero in una quarantina di fabbriche a Zagabria, la capitale della Croazia, nella seconda settimana di marzo. Lo sciopero si è poi esteso agli altri centri della Croazia, a Spalato, a Fiume, a Pola, a Zara e a Karlovac. I lavoratori della Slovenia, della Serbia, della Bosnia-Erzegovina, del Kossovo non hanno fatto che seguire la protesta di Zagabria. Di fronte alle lotte dei lavoratori Milosauljvic, vice primo ministro, ha dichiarato che "Non siamo affatto disposti a rinunciare all’orientamento fondamentale della nuova legge..." (21/3/87). Branko Mikulic, primo ministro, ha minacciato l’uso delle truppe contro i lavoratori. La presidenza della Lega dei Comunisti ha parlato dei "nemici di tendenza burocratico-dogmatica e quelli che appartengono alla destra borghese...". Dovremmo credere che 40 anni dopo la caduta del capitalismo esiste una "destra borghese" che si camuffa da operai in sciopero!

Ma una cosa è minacciare l’uso delle truppe e un’altra è convincere i soldati (figli di operai e contadini) che i lavoratori sono i "nemici". Questo spiega perché su la Repubblica (24/3/87) leggiamo che "è opinione degli ambienti diplomatici nella capitale jugoslava che i dirigenti militari non vogliano intervenire per sedare scioperi e proteste."

(...)I lavoratori jugoslavi devono imparare dai lavoratori polacchi. Il regime giocherà sulla mancanza di una direzione rivoluzionaria fra i lavoratori. Aspetterà che l’ondata si calmi. Prima presenterà la sua faccia "democratica" e "aperta al dialogo" sperando nel frattempo di logorare i lavoratori. Il Fmi chiede un programma ancora più austero. I lavoratori jugoslavi non si devono fare illusioni nelle capacità della burocrazia di riformarsi. È lo stesso Ivan Stambolic (presidente della Serbia) a dirlo: "La nostra lotta contro la burocrazia è capeggiata dalla stessa burocrazia, che fa tutto perché questa lotta sia perduta" (da la Repubblica del 10/10/86).

Se la classe operaia jugoslava non trova una direzione rivoluzionaria le spetterà lo stesso destino di quella polacca. Questo significherebbe una dittatura ancora più dura, che aggraverebbe le spinte centrifughe delle nazionalità e che porterebbe a lungo termine allo smembramento della Jugoslavia con scontri etnici e quindi alla divisione della classe operaia.

FalceMartello n° 8, aprile 1987


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