Jugoslavia: i veri interessi dei capitalisti italiani Gli avvenimenti di questi ultimi mesi in Jugoslavia sono presentati dalla stampa borghese nel modo più cinico e confuso possibile. di Sonia Previato Per questi signori sembra che tutto si riduca alle tregue, alle inevitabili violazioni delle tregue e alla "sincera" volontà di pace delle varie delegazioni europee e internazionali che in realtà si riuniscono con ferrea puntualità solo per quantificare la spartizione del futuro bottino di guerra. Come in tutti i conflitti anche in Jugoslavia le ragioni profonde non sono da ricercare negli scontri etnici ma nei problemi economici, in particolare nell’impossibilità del governo federale di garantire a tutti un lavoro; dall’inizio delle privatizzazioni 8mila aziende, pari al 34 per cento del totale, hanno chiuso i battenti, portando i disoccupati ad oltre tre milioni (il 25-30 per cento della popolazione in età di lavoro) e in zone del sud come il Kossovo si raggiungono punte del 65 per cento. In questa situazione sono evidenti le responsabilità delle burocrazie ex comuniste, ma è altrettanto evidente il ruolo dell’economia di mercato e dei capitalisti europei. Proprio grazie alla determinazione con cui il governo jugoslavo si apriva alle privatizzazioni, i padroni occidentali consideravano questo paese come l’economia più promettente dell’Est; le esportazioni dall’Italia nel 1990 sono aumentate rispetto al 1989 del 36,7 per cento e, nel primo trimestre del 1991 rispetto al 1990, del 45,6 per cento. In un momento di recessione e di ristagno a livello mondiale, la Jugoslavia era indubbiamente un ottimo mercato; peccato che con la guerra centinaia di contratti e di joint-venture si siano dovuti congelare e con essi centinaia di miliardi di profitti. Oltre allo stabilimento Fiat-Zastava in Serbia, che riesportava auto in Italia per 4,4 miliardi, ci sono in ballo diversi investimenti: l’acquisto da parte del gruppo Ferruzzi di un cementificio a Spalato per 150 miliardi, la costruzione della metropolitana a Belgrado, a cui è interessata la Breda, e un’autostrada lungo l’Adriatico grazie alla Fiat. E sempre la Fiat ha già ricevuto 5 miliardi dal ministero degli Esteri per costruire 600 km di ferrovia. Gli operai di Desio e dell’Alfa Pomigliano si chiederanno come mai la Fiat è disposta a investire tanto in Jugoslavia quando poi mette loro in cassa integrazione a zero ore dicendo che la produzione auto va male e che bisogna stringere la cinghia. Beh! È molto semplice; il salario medio in Jugoslavia è attorno alle 500mila lire, meno della metà che qui in Italia, quindi costi minori, merci più competitive. Ma in questo momento anche la possibilità di riprendere quota attraverso gli investimenti in Jugoslavia è totalmente sfumata, causa la guerra. Le banche straniere, visto bloccato il pagamento degli interessi (20 miliardi in tutto) hanno chiuso il rubinetto del credito. Senza quindi il sostegno delle banche, qualsiasi investimento rischia di tradursi in una perdita senza fondo. Qual è la soluzione per la crisi jugoslava? I lavoratori in questo momento sono prostrati dal dissesto economico e cercando un’alternativa entro i limiti nazionali sicuramente non risolveranno i loro problemi. Ma di una cosa possiamo essere assolutamente certi: non saranno i De Michelis e i Genscher, con le loro lacrime da coccodrillo, a trovare una via d’uscita. I loro interessi sono più che evidenti: attendere che si calmino le acque per spartirsi la torta degli investimenti. Ma se gli investimenti saranno come quelli che De Michelis pronosticava per l’Iraq dopo la guerra del Golfo avranno un bel po’ da attendere. (i dati sono tratti da Affari & finanza del 27/9/91) Tabella
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Salario medio mensile in dollari |
Prodotto nazionale lordo pro capite del 1990 in dollari |
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Slovenia |
533 |
12.520 |
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Croazia |
512 |
7.110 |
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Vojvodina |
440 |
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Serbia |
423 |
4.643* |
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Montenegro |
371 |
3.970 |
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Bosnia-Erzegovina |
365 |
3.590 |
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Macedonia |
300 |
3.330 |
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Kossovo |
254 |
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* incluse Vojvodina e Kossovo