FalceMartello n° 62

La diplomazia non può risolvere la crisi jugoslava

Il settimo "cessate il fuoco" tra Serbia e Croazia è stato firmato pochi giorni fa. Dieci ore dopo sono già partite le inevitabili accuse reciproche di aver violato la tregua.

di Giovanni Santini

La stampa sta facendo una gran campagna sulle manovre diplomatiche della Cee. Ma per capire le prospettive della crisi jugoslava dobbiamo guardare sotto le schermaglie diplomatiche e capire quali sono i veri interessi in gioco.

All’inizio di quest’anno la Cee insisteva perché si mantenesse l’unità della federazione jugoslava. L’obiettivo di questa posizione, neanche tanto mascherato, era di riuscire ad approfittare della crisi economica per fare della Jugoslava una colonia economica della Cee. Questo era il senso delle posizioni"prudenti" e "moderate" dei governi occidentali di fronte alle richieste di indipendenza di Slovenia e Croazia.

Ma la crisi totale dell’economia jugoslava e la decisione cosciente di tutte le correnti della ex "Lega dei comunisti" (il Partito comunista) di alimentare l’odio nazionale per mantenere il proprio appoggio hanno tagliato la strada a questa prospettiva della Cee.

Verso il capitalismo

Sulle questioni fondamentali non c’è nessuna differenza tra le posizioni dei governi di Serbia e Croazia. Tutti e due hanno ormai deciso che di far ingoiare con ogni mezzo ai lavoratori un programma di lacrime e sangue per reinstaurare il capitalismo. Già nel dicembre 1989 il governo federale aveva introdotto il blocco dei salari, liberalizzato la maggior parte dei prezzi e aperto la porta alle imprese straniere. Dal canto suo il governo croato aveva varato un piano qualche mese fa che prevedeva che entro il maggio 1992 tutte le 4mila aziende croate i trovassero un partner privato, meglio se straniero, pena la liquidazione.

Ma il fatto che entrambi i governi appoggino senza riserve la distruzione dell’economia pianificata non significa affatto che possano essere solidali tra loro.

Il governo serbo ha bisogno di continuare a raccogliere le tasse di Slovenia e Croazia per mantenere l’apparato statale e soprattutto l’esercito. Dal canto loro, i governi delle due repubbliche non vedevano motivo di continuare a restare in una federazione di cui erano la parte più avanzata, date le loro illusioni sull’"aiuto" occidentale. Questo ha aperto la strada allo scontro.

Solo quando è stato chiaro che non c’era verso di mantenere unita la federazione, la Cee ha cominciato a parlare di appoggiare l’indipendenza di Slovenia e Croazia. Di fronte alla possibilità di un caos generalizzato i governi europei hanno iniziato a ragionare in termini di "salviamo il salvabile", ossia le due repubbliche più avanzate, che da sole fornivano il 50 per cento di tutte le esportazioni jugoslave, e dove investire potrebbe essere più redditizio.

Non a caso i due paesi ad insistere di più sono stati la Germania e l’Italia, primo e secondo partner commerciale della Jugoslavia (3.556 miliardi di merci italiane esportate nel 1990). Per lo stesso motivo hanno parlato di una "forza di pace" da inviare a impedire lo scontro.

Dove portano i negoziati?

Nonostante l’ennesimo cessate il fuoco è altamente improbabile che ci sia una soluzione a breve termine. Mentre la separazione della Slovenia è un dato di fatto, la Serbia ha cominciato questa guerra per mettere in discussione i confini di una futura Croazia indipendente. L’obiettivo, più che marciare su Zagabria e schiacciare il governo nazionalista, è stato di occupare la maggior parte di territorio croato per poi andare alla "conferenza di pace" in una posizione vantaggiosa.

Bisogna anche dire che è molto improbabile un intervento massiccio della Cee. Per mantenere l’"ordine" bisognerebbe inviare qualcosa come 50mila soldati con ogni genere di equipaggiamento, ed essere pronti ad un intervento prolungato nel tempo. Questa è l’ultima cosa che la Cee vuole, visto che i tentativi fatti in passato (Cipro, Irlanda del Nord, Libano…) hanno dato risultati esattamente opposti a quelli sperati: aumento dell’instabilità costi finanziari crescenti e problemi interni per giustificare l’intervento.

Caos "postcomunista"

Così la prospettiva più probabile è che continui una guerra più o meno aperta, con scontro tra milizie nazionaliste, scaramucce, ecc., in un caos crescente.

I primi governi "post-comunisti" della Jugoslavia hanno già dato indicazione di cosa porterà il tentativo di reinstaurare il capitalismo nell’Europa dell’est e in Urss.

Lungo dal portare ad una "rinascita democratica" questo sta sviluppando delle borghesia nazionali totalmente parassitarie, nazionaliste e razziste, totalmente incapaci di portare un qualsiasi sviluppo nei loro paesi, in cui le grandi potenze capitaliste sperano di entrare come conquistatori in un paese vinto.

La chiave del futuro può darla solo la classe operaia, attualmente schiacciata sotto il peso della crisi economica, dell’ondata nazionalista, e politicamente disarmata, ma che ha già dimostrato di sapere e poter lottare per i propri interessi.


Torna indietro