Guerra civile in Jugoslavia Nessuna via d’uscita nel nazionalismo e nel capitalismo Il voto schiacciante per l’indipendenza in Slovenia e Croazia, incoraggiata dal movimento dei popoli di tutta l’Europa dell’Est, riflette la speranza che in qualche modo la secessione dalla Jugoslavia possa mettere fine alla miseria e al potere su di loro dello Stato dominato dai serbi. "Il resto della Jugoslavia ci prende i nostri soldi e allora dobbiamo andarcene - ha detto una signora slovena - almeno così dice il prete!" In tutte le repubbliche jugoslave sia i dirigenti nazionalisti che quelli "comunisti" hanno sfruttato cinicamente le paure reali di croati, sloveni e serbi. A quale scopo? Quello di distogliere l’attenzione dal calo disastroso del livello di vita dei lavoratori. Migliaia di lavoratori hanno visto dimezzare i propri salari o da mesi non lo ricevono neanche. Al sud la disoccupazione ha raggiunto il 40 per cento. L’inflazione è del 100%. "La Cee teme solo per i suoi affari" Davor, un giovane sloveno fuggito in Italia all’inizio delle ostilità perchè si sente "jugoslavo oltre che sloveno" dichiara: "Con i problemi economici hanno trionfato i nazionalismi. Una classe politica irresponsabile e cieca ha fatto il resto, ognuno pensava di fomentare impunemente l’odio per l’altro (…). Anche i governi dell’Europa ricca dopo aver istigato il nostro popolo alla frantumazione del paese, ora fanno marcia indietro e sono preoccupati. Ma la loro paura è che si apra un enorme flusso migratorio e che vadano in fumo i loro affari." I Balcani sono stati per secoli un’area di scontro tra gli Stati europei dove si sarebbe sviluppato il capitalismo e l’Impero turco, basato su un’economia più arretrata. Alla fine gli Stati europei ebbero la meglio, ma nei Balcani non si sviluppò uno Stato delle dimensioni della Germania o dell’Italia, ma diversi stati di piccole dimensioni che spesso si scontravano tra loro, a vantaggio delle diverse potenze europee. Dopo la seconda guerra mondiale per al prima volta nella storia dei Balcani si creò uno Stato federale, ma presto l’asfissiante controllo burocratico creò le condizioni per il risveglio delle illusioni nazionaliste. Diciamo illusioni perché una cosa è la difesa delle tradizioni, la lingua, la cultura di un popolo ed un’altra è immaginare che il proprio paese si possa sviluppare meglio separato da quelli confinanti o, ancora peggio, contro i paesi vicini. Certo non è facile ragionare con la mente fredda quando, grazie alla politica della burocrazia, già nei primi anni ’70 il livello di vita era stagnante (nel 1985 equivaleva a quello del 1967) e aumentavano enormemente le differenze economiche tra le repubbliche. In questo scenario le diverse burocrazia delle repubbliche hanno cavalcato la tigre del nazionalismo. Di fonte alla protesta sociale, il presidente serbo Milosevic decise sfruttare e fomentare il nazionalismo serbo. Avanzò pretese sulle zone serbe delle altre repubbliche, incorporò il Kossovo (popolato soprattutto da albanesi) nella Serbia e spinse per una maggior dominazione della Serbia sulle altre repubbliche. Da questo i croati e gli sloveni stanno cercando di fuggire. Alla sua radice la questione nazionale nasce dell’incapacità di soddisfare le necessità sociali ed economiche reali della vita. Con una popolazione di appena 2 milioni una Slovenia capitalista indipendente ha più probabilità di essere dominata dal capitalismo austriaco o italiano che di sviluppare un’economia avanzata e indipendente. Calo del livello di vita Le esportazioni della Slovenia non sono concorrenziali nei mercati mondiali; la disoccupazione è dell’8 per cento e si prevede che con un’economia di libero mercato salga al 15 per cento. Si prospetta un calo del 30-40 per cento del livello di vita. Il capitalismo non offre di meglio alla Croazia, dove il 70 per cento delle imprese sono in rosso. Ironicamente questo ha costretto il governo democristiano della Croazia a rinazionalizzare il 40 per cento dell’economia, pur vedendo questa come una misura temporanea. Il governo "democratico" ha dato nuova vita ai metodi stalinisti di repressione, di sorveglianza poliziesca e di controllo sui mezzi d’informazione. La Croazia ha visto calare del 29 per cento la sua capacità industriale, e la costa adriatica non attira molti turisti finché la guerra civile è all’ordine del giorno. Pur applaudendo il crollo del "comunismo", il Segretario di Stato Usa Baker e la Cee sono inorriditi dallo spettro della disintegrazione della Jugoslavia. Di qui il frettoloso intervento dei ministri degli esteri della Cee. Questi vedono il pericolo che il loro sogno di un nuovo ordine si trasformi in un incubo. La Cee da tempo considera la Slovenia e la Corazia come possibile terra di conquista per i capitalisti europei, ma non vogliono una secessione sanguinosa e una guerra civile prolungata che renderebbe impossibile sfruttare economicamente queste zone. La classe operaia della Jugoslavia ha di fronte una scelta decisiva. La barbarie della guerra civile o una nuova rivoluzione politica. La guerra civile si può eliminare definitivamente solo rifiutando il veleno del nazionalismo e del potere burocratico e adottando un programma di unità dei lavoratori e di democrazia operaia. Questo significherebbe al ricostituzione della Jugoslavia come una federazione democratica socialista su basi volontarie, con pieni diritti per tutte le repubbliche e le etnie. La produzione socializzata, in cui il controllo e la gestione dell’industria e dell’agricoltura devono essere in mano ai comitati dei lavoratori che aboliscano i privilegi darebbe le basi per un’autentica unità della classe operaia in ogni repubblica.