Le elezioni in Sicilia dovrebbero essere di monito per la sinistra e soprattutto per Rifondazione Comunista. Se in molte località ha contato l’elemento locale ed è difficile poterle inserire in un’analisi più complessiva, a Catania e in altri centri maggiori la situazione è ben differente.
Il referendum
Il primo campanello d’allarme è costituito dal referendum confermativo della nuova legge elettorale che fissava tra l’altro la soglia di sbarramento per entrare al Parlamento regionale (Ars) al 5% dei consensi.
Ciò rappresenta un vero e proprio killeraggio politico nei confronti soprattutto di Rifondazione: lo sbarramento cancella qualunque possibilità per il PRC di avere rappresentanti all’ARS in maniera autonoma. Sin da quando fu proposta, il PRC si oppose fermamente minacciando il centro-sinistra di uscire da tutte le giunte (comunali e provinciali) se la legge fosse stata approvata anche con i voti di DS e Margherita. Purtroppo la legge è stata varata (grazie anche a DS e Margherita) ma il PRC è rimasto saldamente ancorato alle giunte, governando con il centro-sinistra.
Il referendum era stato promosso anche da Rifondazione e non prevedeva alcun quorum per avere validità. Questo pareva rendere più facile la vittoria del no. Eppure i risultati sono stati ben diversi dalle aspettative della sinistra. Solo il 16,8% si è recato alle urne. Se notiamo poi che sui 765mila votanti ben 230mila erano nella sola provincia di Catania, dove c'era l'accoppiamento con le elezioni nel capoluogo, si comprende come la capacità di mobilitazione del movimento referendario è stata assolutamente scadente.
Già dalla campagna per la raccolta delle firme per indire il referendum era apparsa chiara in tutta la sua drammaticità la carenza organizzativa di cui soffre il nostro partito in Sicilia. Se a pochi giorni dal termine ultimo per la consegna non si fosse mosso l’ex sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, difficilmente si sarebbe raggiunto l’obiettivo di firme necessario ad indire il referendum.
Inoltre, aver ritardato l’avvio della propaganda, nella vana speranza che la stessa Ars ritornasse sui suoi passi, ha fatto si che nella quasi totalità dell’isola non si conoscessero non solo i termini della questione ma anche che fosse stato indetto un referendum. Molti partiti dell’Unione, infine, apparentemente impegnati nella raccolta di firme per il referendum, hanno poi espresso parere favorevole alla conferma della legge elettorale.
Alla fine il si ha vinto col 56,5%, ed il no ha prevalso, di stretta misura, solo nelle provincie di Palermo ed Agrigento.
I primi commenti a caldo da parte dei vertici del Prc parlavano comunque di “grande risultato di partecipazione”, mentre l’europarlamentare Giusto Catania giustificava la vittoria del no come il frutto della “grande confusione con l'altro referendum, quello nazionale, nel quale sosteniamo il sì. Tutto insomma ha remato contro il 'no' .” (la Sicilia, 17/05/2005, edizione on line)
La verità è che una battaglia già difficile, quella di mobilitare vasti settori popolari per il referendum, è stata resa molto ardua dagli slogan molto discutibili portati avanti dal nostro partito.
Nella propaganda veniva meno ogni richiamo al ritorno ad un sistema elettorale di tipo proporzionale, da sempre cavallo di battaglia del nostro partito.
Si proponeva infatti di “assicurare il premio di maggioranza alla coalizione che vince”. Naturalmente “per garantire stabilità di governo”, principio difeso anche dai sostenitori del sì!
È stata dimenticata anche la contrarietà all’elezione diretta del presidente della regione. Tutta la propaganda si è concentrata sul ripristino del voto disgiunto per la carica del presidente stesso, in generale posizione più corretta della scheda unica ma che spesso in Sicilia ha facilitato operazioni di trasformismo. Forse questo era il prezzo da pagare per ottenere l’appoggio di Leoluca Orlando rispetto al quesito referendario?
Il risultato di una campagna così fallimentare non poteva che essere una sconfitta bruciante.
Le elezioni amministrative
La Cdl mantiene con la vittoria di Catania una roccaforte che ha già consentito al governo Berlusconi, con l’apporto fondamentale dei sessantuno parlamentari isolani interni alla maggioranza che da quattro anni governa il Paese, la realizzazione di politiche di privatizzazione in tema di sanità ed istruzione oltre ad un feroce e continuo attacco ai lavoratori e la chiusura ermetica delle frontiere mediterranee. Questa è la linea portata avanti dagli esponenti delle liste autonomiste, come Lombardo: una politica contro i lavoratori e le loro famiglie.
Il risultato di Catania evidenzia come sia sbagliata la “rincorsa al centro” da parte dell’Unione. Enzo Bianco è stato, ricordiamolo, ministro dell’interno nel governo Amato, responsabile dei pestaggi da parte delle forze dell’ordine alla manifestazione di Napoli del marzo 2001. Tutta la campagna è stata all’insegna della “competenza” del centrosinistra e della “sicurezza” contro la microcriminalità. Allo stesso tempo la destra ha giocato il tutto per tutto in una città che storicamente è sempre stata un suo feudo. Scapagnini ha promesso mari e monti, con la benedizione di Berlusconi.
Un altro fattore determinante per la sconfitta di Bianco è stata la creazione da parte di Raffaele Lombardo, presidente della Provincia di Catania di quattro liste autonomiste, slegate dal suo ormai ex partito, l’UdC, che hanno ottenuto oltre il 20%. Le modalità della vittoria di Catania non risolvono affatto i problemi della “Casa delle Libertà”. L’entrata di nuovi pretendenti al ruolo di primedonne nello schieramento, unito al declino inarrestabile di Forza Italia, la crisi di An e le divisioni interne all’Udc: sono tutti fattori che complicheranno la vita nel centro-destra.
La convinzione che solo Bianco potesse vincere contro la destra ha polverizzato i consensi per i partiti di sinistra, che ottengono il peggior risultato di sempre: Ds al 5,5%, Pdci al 1,5%, Prc all’1,2%. In una città di 350mila abitanti il Prc ottiene solo 2143 voti, novecento in meno delle elezioni comunali del 2000, il periodo di consensi più bassi (fino ad ora) nella storia del Prc.
Il fatto che il Prc ottenga un risultato così misero, quando Catania è stata al centro di mobilitazioni importanti dei lavoratori, dall’St ai lavoratori dei Call-center, la dice lunga sui limiti della linea politica e del conseguente radicamento del Partito.
Il crollo è generalizzato: in nessuna località dell’isola, tranne Adrano, in provincia di Catania, le liste del Prc superano il 3%.
La direzione del Prc si è resa disponibile ad ogni tipo di accordo elettorale: da un alleanza che comprendeva pure An a Gibellina (Trapani), passando a sostenere un fedelissimo di D’Antoni ad Enna, finendo con l’essere travolta dalla sconfitta di Bianco a Catania. Non si è levata nemmeno una voce critica all’interno del gruppo dirigente alla nomina di Latteri, transfugo da Forza Italia e rettore dell’università di Catania, a coordinatore della Federazione dell’Ulivo.
Oggi i quotidiani sono pieni di editoriali sull’ “immutabile Sicilia”. La realtà è che un declino del centro-destra c’è stato, Enna è passata all’Unione dopo dieci anni, ad esempio. Quello che ha limitato una sconfitta più rilevante della destra sono stati gli errori, quelli sì incorreggibili dei leaders dei Ds e purtroppo anche del nostro partito: quello di credere che esista un centro “rispettabile”, di fornire attestati di paladini dell’antimafia ad ambigui notabili democristiani, di non legare la lotta alla mafia, alla disoccupazione, al precariato alla messa in discussione dell’intero sistema economico capitalista.
Dopo le elezioni regionali lo scenario politico delineato dalla maggioranza al Congresso di Venezia risulta evidentemente mutato, il PRC registra un arretramento sul terreno dei consensi a favore dei partiti moderati. La linea politica portata avanti dalla maggioranza tradisce le aspettative di crescita, ragione per la quale molti compagni avevano appoggiato la svolta congressuale di Bertinotti.
L’intervento nel movimento, “nuovo soggetto politico della trasformazione”, si allontana gradualmente dalle indicazioni del nostro partito, nell’esatta misura in cui il PRC declina le sue “parole d’ordine” in tema di privatizzazioni, antimilitarismo ed anticapitalismo, l’esito del voto alle elezioni regionali è la conferma definitiva di queste argomentazioni.
In questo scenario cambiano decisivamente anche i rapporti di forza all’interno dell’alleanza di centro-sinistra. Gli effetti negativi si ripercuotono sulla partecipazione di Rifondazione alla coalizione unionista poiché il timone di fatto è consegnato indiscutibilmente nelle mani di partiti moderati che non esitano a far pesare le proprie posizioni predominanti all’interno di un accordo puramente elettorale.
Alla luce della situazione che si è venuta a creare, il PRC rischia di vedere ulteriormente ridimensionata la sua già scarsa presenza sul territorio. Come ha spiegato Francesco Forgione, deputato del Prc all’Ars, “nei quartieri popolari non esistiamo”. (Corriere della Sera, 18/05/2005)
Questa è la conseguenza del rifiuto, elevato a teoria negli ultimi anni, di voler condurre un lavoro paziente di radicamento fra i lavoratori, i giovani, i disoccupati. Ed aver basato il finanziamento dell’organizzazione sul contributo dei deputati all’ARS comporterà il rischio concreto che molte sedi debbano essere chiuse.
Occorre mettere in campo un modello alternativo di partito, un’organizzazione in cui prima di tutto contino e decidano i militanti, in cui il finanziamento sia anche il riscontro del radicamento sociale (ciò non vuol dire rinunciare alla rappresentanza istituzionale). Questo mutamento comporterebbe ovviamente un cambiamento di linea politica generale.
Il nostro obiettivo è che il PRC smetta di essere un partito d’opinione. Si deve imporre un immediato e radicale cambiamento di rotta a partire dall’esperienza nei territori, premettendo una discussione aperta a tutti i compagni nella ricerca di soluzioni alternative rispetto a quelle praticate fino ad oggi, una linea intransigente, che si ponga l’obiettivo di organizzare i lavoratori e le classi oppresse della Sicilia e di tutto il Mezzogiorno.
Non crediamo che da parte della dirigenza ci sia questa intenzione, anzi da più parti ci si affretta a rendere noto ai giornali che adesso la “costruzione dell’Unione in Sicilia sarà più difficile”.
Il rischio è di essere risucchiati in un’alleanza che, se nel resto d’Italia porterebbe allo snaturamento del ruolo del nostro partito, nell’isola potrebbe portare addirittura ad una scomparsa delle rappresentanze elettive.
È ora di cambiare strada!
Leggi anche:
Stacchiamo la spina al governo Berlusconi L'editoriale di FalceMartello n° 183 * 28-04-2005
Bilancio elezioni regionali - Dopo aver sconfitto le destre, sconfiggere le politiche di destra! (6 aprile 2005)
Torna a
"politica italiana" - Torna a
"Prc"
- Torna alla pagina principale