Immigrazione

Sicilia: ricomincia la lotta

di Giorgio Russo (Prc Licata - Ag)

I militanti di Agrigento e Caltanissetta denunciano da tempo le conseguenze provocate dalla crisi del sistema di sviluppo capitalista e dalla conseguente situazione internazionale di guerra preventiva. Dal medioriente, dall’Africa e dai paesi colpiti dalla catastrofe nel Golfo del Bengala, si moltiplicano gli sbarchi di migranti sulle nostre spiagge, soprattutto a Licata, dopo la chiusura ermetica delle coste di Lampedusa e le deportazioni di massa, autorizzate dal nostro governo tramite gli accordi bilaterali col dittatore libico Gheddafi.

I numerosi sbarchi sulle coste agrigentine sottolineano l’importanza strategica e la centralità geopolitica della periferica provincia siciliana della Valle dei templi. Gli arrivi si sono protratti per tutto il mese di Giugno incrementando fino a diverse centinaia il numero di coloro che fuggono da guerre e povertà approdando a stento sul nostro litorale.

Il numero elevato di vittime nel canale di Sicilia conferma decisamente questa triste lettura e secondo le previsioni la situazione di “emergenza” durerà per tutta l’estate.

Le amministrazioni locali risultano ancora, nonostante le innumerevoli esperienze di questi anni, colpevolmente impreparate a gestire queste circostanze drammatiche ed i giovani comunisti di Agrigento si battono per sovvertire le politiche repressive ed autoritarie in tema di migrazioni affrontando la situazione in tutta la complessità dei suoi aspetti.

 

La vergogna dei Cpt

I Cpt ( centri di permanenza temporanea ) istituiti dalla Turco-Napolitano ed irrigiditi dalla Bossi-Fini, non sono altro che luoghi di detenzione dove i diritti umani vengono violati quotidianamente in nome della sicurezza economica e sociale della borghesia nell’Europa fortezza.

L’intervento umanitario è gestito spesso in modo affaristico da associazioni ed enti vicini alla gerarchia ecclesiastica su tutto il territorio regionale e viene ripetutamente proibito l’ingresso in tali strutture carcerarie ad organizzazioni laiche.

Le ripetute violazioni dei diritti umani tradiscono la mancata applicazione delle norme vigenti in materia e mostrano chiaramente la volontà politica del governo Berlusconi di imporre con politiche repressive la costruzione di una frontiera ai confini con il sud del mondo, in cui solo merci e capitali hanno libera circolazione e dove ancora una volta i lavoratori vengono pesantemente sfruttati.

Durante i giorni concitati della vicenda Cap Anamur, ONG che da anni svolge attività di recupero di naufraghi nel Mar Mediterraneo, i compagni hanno potuto constatare la repressione attuata dalla polizia nei confronti dei migranti dentro i C.P.T. e dei dimostranti al di fuori delle mura del S. Benedetto di Agrigento e dietro le reti del “Pian del lago” di Caltanissetta.
Due membri dell’equipaggio, rinchiusi nel carcere di contrada Petrusa per tre giorni ed accusati di essere trafficanti di uomini, si sono resi conto personalmente del trattamento riservato loro dalle autorità italiane.

Lo scorso anno i manifestanti hanno subito violenze ingiustificate mentre presidiavano l’ingresso del lager di Agrigento (capannone industriale in disuso), ed a seguito di una sommossa interna hanno assistito al processo “farsa” celebrato a carico di 15 migranti accusati di danni e di aggressione nei confronti di “pubblici ufficiali”.

I moduli per richiedere l’asilo politico non vengono forniti a coloro i quali si dichiarano "profughi di guerra” provenienti dalla Palestina, dall’Iraq, dal Sudan o dall’Eritrea nonostante le leggi in vigore sanciscano la possibilità per il migrante di richiedere l’asilo politico in un determinato paese già al momento dell’arrivo alla frontiera.

Molti compagni hanno sopperito alla mancanza delle istituzioni territoriali competenti che avrebbero invece dovuto occuparsi delle richieste di soggiorno avanzate da tutti i naufraghi già a bordo della nave ed in seguito sul territorio italiano.

Testimone di irregolarità procedurali, illegalità formali e sostanziali, violenze, abusi di potere reiterati e ripetute violazioni di diritti civili e umani, il movimento antirazzista ha assunto chiare connotazioni anticapitaliste.

Le attuali politiche di gestione dei flussi migratori consentono di fatto alla borghesia lo sfruttamento di manodopera a basso costo nei campi e una diffusione preoccupante del fenomeno del caporalato, alimentano il lavoro nero per imporre l’annullamento dei diritti sindacali e facilitano repressioni selvagge in tutta l’isola, da Trapani ad Agrigento.

Non possiamo accettare la logica dei flussi “programmati” che speso fa breccia anche a sinistra in quanto funzionale a una logica capitalistica a cui facevamo riferimento in precedenza.

Le difficili condizioni di vita dei siciliani verranno inasprite dall’ iniquità che l’accordo di libero scambio tra i paesi mediterranei imporrà entro la fine del decennio, merci e capitali circoleranno liberamente mentre giovani, lavoratori e migranti subiranno l’ ennesima violenza del sistema capitalista.

 

Quale risposta?

Si organizzeranno mobilitazioni per ottenere ampie strutture da far gestire agli stessi migranti insieme a volontari e lavoratori, uniti in cooperative impegnate nell’auto produzione agricola. Al riparo da ogni imposizione verticistica, lavorando terreni spesso confiscati a Cosa Nostra, lotteremo per risolvere il problema del sovraffollamento di quei pochi alloggi fino ad ora conquistati dagli stessi compagni che ogni giorno, a costo di sacrifici enormi, si occupano dell’accoglienza nei luoghi di arrivo e di permanenza dei migranti e si costruiranno, inoltre, importanti progetti di cooperazione tra lavoratori italiani e migranti in tutta l’isola.

La volontà di difendere i diritti dei migranti e di tutti i lavoratori, in Sicilia come in tutta Italia, non deve però affermarsi sul solo terreno dell’accoglienza, ma deve altresì agire sull’organizzazione dei migranti, lavoratori e non, insieme alla classe lavoratrice di questo paese. Per respingere ogni tentativo di guerra fra poveri centrale in tutto il meridione sarà la rivendicazione di un salario minimo garantito per tutti, italiani e non. Il sindacato deve ritornare nei luoghi di lavoro, dai cantieri edili alle campagne, rifiutando ogni logica di compatibilità capitalista e organizzare le maestranze sulla base di un programma combattivo.

E’ necessario imporre questa prospettiva di classe per allargare, non solo idealmente, il fronte della lotta al fianco dei migranti a lavoratori italiani e studenti, per battersi contro i rigidi schemi di un modello economico e sociale in crisi profonda ed irreversibile.

8 giugno 2005.

Solidarietà ai compagni di Caltanissetta

 

Leggi anche:

 


Torna ad "Immigrazione" - Torna alla pagina principale