logo

Sostienici

Prossime iniziative

NO DEBITO!

La rivoluzione araba

 

 

I nostri libri

 

Libreria Marxista

Mailing list

Iscriviti alla nostra mailing list

Addio Giampiero

giampiero_small

Terrore imperialista su Gaza PDF Stampa E-mail
Internazionale
Scritto da Francesco Giliani   
Lunedì 09 Febbraio 2009 06:42

Dopo tre settimane di bombardamenti aerei, invasione e terrore contro la popolazione di Gaza, l’esercito di Israele si è ritirato. Il primo ministro israeliano Olmert ha detto che non vuole riconquistare Gaza. Dopo che Israele ha realizzato il suo disegno, l’Onu, il presidente egiziano Mubarak e le diplomazie occidentali hanno lanciato una girandola di iniziative diplomatiche. Cosa tramano alle spalle dei palestinesi? Qual è il piano dell’imperialismo israeliano?


L’Onu chiacchiera Israele bombarda


L’obiettivo di Israele non è mai stato occupare nuovamente Gaza ma piuttosto infliggere il massimo danno possibile ad Hamas, terrorizzare la popolazione, sfasciare ulteriormente le infrastrutture di Gaza e ritirarsi. Tra gli “effetti collaterali” dell’attacco c’è anche l’aumento di popolarità della coalizione governativa, formata dal partito di centro Kadima e dai laburisti (sebbene la destra di Netanyahu sia in testa a tutti i sondaggi per le elezioni del 10 febbraio); ma, ancor di più, le atrocità di queste settimane hanno riscattato l’immagine e la leggenda di invincibilità dell’esercito israeliano, seriamente intaccata dalla disfatta del 2006 in Libano.

L’Unione Europea e gli Usa stanno tirando un sospiro di sollievo. Nonostante i governi occidentali si fossero schierati dalla parte di Israele, infatti, l’allarme per un eventuale prolungamento dell’occupazione della Striscia era evidente: il numero abnorme di vittime civili stava riversando nelle strade folle crescenti e sempre più determinate a manifestare in modo non testimoniale. Tale sollievo deve essere ancora più profondo tra la classe dominante dei paesi arabi, dall’Egitto al Marocco, ormai screditata anche moralmente agli occhi dei propri popoli a causa del servilismo nei confronti dell’imperialismo Usa ed israeliano.

Quello che preparerà il prossimo tavolo di pace non è difficile da prevedere: un nuovo dispiegamento di “polizia internazionale” per aiutare Israele a sigillare i valichi di frontiera di Eretz e di Rafah, dove i soldati egiziani sono sempre più refrattari a reprimere i palestinesi. Insomma, qualcosa di simile alla missione Unifil in Libano, dove è impegnata anche l’Italia, accampata nel paese aggredito e non in quello aggressore e sempre tollerante nei confronti delle violazioni della tregua da parte di Israele. Il blocco delle frontiere di Gaza serve a ridurre i rifornimenti di armi ad Hamas, tuttavia il suo indebolimento ed isolamento di Hamas dipenderanno anche da quanto gli Usa, su altri “tavoli”, riusciranno ad accontentare Siria (leggi alture del Golan) e Iran (leggi ritiro dall’Iraq con consegna del potere allo  Sciri). Obama, prima di sferrare un attacco serio alle condizioni di vita dei lavoratori negli Usa ha bisogno di dare segnali di “cambiamento”, la politica estera potrebbe essere il terreno adatto.

Niente di buono, comunque, per il popolo palestinese, usato da più di sessant’anni come merce di scambio nei conflitti tra le grandi potenze.

Lo stato della lotta palestinese

La gente comune dei Territori Occupati paga un prezzo altissimo. 1300 morti a cui probabilmente se ne aggiungeranno molti altri per il collasso delle strutture sanitarie. L’economia e quell’ombra di amministrazione statale sono state polverizzate. La ricostruzione sembra già un incubo e non costerà meno di 1,6 miliardi di dollari. Di fronte a tale quadro, le parole di vittoria lanciate dal leader di Hamas Ismail Haniyeh sono del tutto irreali. Il ritiro di Israele non è in alcun modo il frutto dell’azione di Hamas. I lanci di razzi sul deserto del Negev sono militarmente meno di una puntura di spillo e politicamente continuano a rafforzare il sionismo all’interno di Israele favorendo il clima di unità nazionale “guerriera” contro i palestinesi. A conferma di ciò, Israele ha già usato i lanci di razzi per violare la tregua. Se la strategia di Hamas esce fatta a pezzi, nondimeno la credibilità dell’Anp di Abu Mazen, pupillo delle potenze capitaliste occidentali, è ulteriormente compromessa. La sua via negoziale non ha fatto avanzare di un millimetro la lotta per l’autodeterminazione del popolo palestinese. La complicità con cui Abu Mazen ha osservato in silenzio i primi cinque giorni di bombardamenti della Striscia di Gaza lo ha reso, se possibile, ancor più un fantoccio dell’imperialismo. Soltanto la rabbia e la solidarietà incontenibile della popolazione di Cisgiordania hanno rotto la cappa che l’Anp ha posto sulla fetta di territorio palestinese che controlla.

Sionisti, antisionisti  e immigrati in piazza


Anche in Italia l’attacco a Gaza ha avuto conseguenze politiche di primo piano. Da un lato centrodestra, PD e Italia dei Valori hanno fatto blocco, sfilando assieme a Roma in appoggio al governo sionista di Israele. Il perbenismo ha poi dilagato, anche a sinistra, col lungo calvario di anime “pie” scandalizzate dal vedere bandiere di Israele bruciate o paragonate a simboli nazisti. Culmine spettacolare di questa offensiva “bipartisan”, le polemiche contro la trasmissione di Santoro AnnoZero che osava dare risalto alla pulizia etnica in corso a Gaza e l’accusa del ministro degli Esteri Frattini di aver sfiorato l’antisemitismo. Non sorprende, in questo contesto, l’influenza che associazioni musulmane di vario orientamento hanno esercitato sulle mobilitazioni spesso spontanee delle ultime settimane che hanno visto la partecipazione di migliaia di proletari immigrati. Il vuoto in politica come in natura non esiste. L’intervento dei comunisti con una posizione chiaramente contraria all’occupazione israeliana e a favore dell’autodeterminazione e della resistenza di massa del popolo palestinese potrebbe iniziare a fornire un punto di riferimento alternativo.

In generale, chiunque a sinistra ha attaccato con forza la politica aggressiva di Israele cercando di chiarirne gli obiettivi reali senza perdersi nei bizantinismi formali della “reazione sproporzionata” è stato ed è passibile dell’accusa infamante di antisemita. Che sfrontatezza! In Israele i principali partiti sono sionisti, ovvero ritengono che Israele debba essere uno Stato ebraico, con cittadini di serie A-B-C fino alla Z a seconda di religione e nazionalità, senza che la popolazione araba possa diventare maggioritaria (perciò Israele rifiuta il diritto al ritorno ai profughi). A rigor di legge, in quella che alcuni giornalisti e politici definiscono la “più grande democrazia del Medio Oriente”, ad un partito che rifiuti l’ideologia sionista potrebbe essere impedita la partecipazione alle elezioni. Il sionismo è una forma di nazionalismo che da fine ‘800 ha difeso la prospettiva di uno Stato ebraico in Palestina spossessando la popolazione originaria anche con mezzi terroristici. Il braccio sindacale del sionismo, l’Histadrut, non accoglieva per statuto lavoratori arabi nelle sue fila fino al 1965. Per decenni l’Histadrut lavorò sistematicamente per dividere lavoratori ebrei ed arabi, ad esempio con campagne per il licenziamento degli operai arabi a beneficio di disoccupati ebrei. Essere antisionisti è dunque una sola cosa con l’essere comunisti ed internazionalisti.

Tuttavia l’Histadrut, ora, è l’unica organizzazione di massa che vede sotto uno stesso tetto arabi ed ebrei. Nonostante l’ideologia sionista del suo gruppo dirigente, è da lì che si può partire per rovesciare decenni di odio, forgiare l’unità di classe e porre le basi per una sconfitta del sionismo. È una prospettiva poco pratica? Ma cosa hanno prodotto concretamente le dichiarazioni criminali di Ahmadinejad o di Hamas sugli “ebrei da buttare a mare” o gli attacchi suicidi su bus e bar in Israele? Una sola cosa: il rafforzamento a livelli senza precedenti del sionismo, nonostante le differenze sociali in Israele siano in tremenda crescita da almeno 15 anni e si esprimano anche politicamente, come dimostra il sorprendente 30% ottenuto a novembre alle elezioni amministrative di Tel Aviv dal candidato comunista Dov Henin della lista di sinistra “Città per tutti”.

La morsa di Israele su Gaza dimostra che la parola d’ordine “due popoli due Stati” è irreale, oltre ad essere reazionaria in quanto prefigura un micro-Stato palestinese in balia del capitalismo internazionale. La ripresa delle tradizioni comuniste e rivoluzionarie, un tempo egemoni tra i palestinesi, è la sola strada per disinnescare le divisioni nazionali, religiose e linguistiche che spaccano il Medio Oriente ed aprire la via ad una federazione socialista. Le altre soluzioni, quelle “pratiche”, sono state tutte sperimentate negli ultimi 70 anni. I risultati sono sotto i nostri occhi.

4 febbraio 2009


 
Joomla SEO powered by JoomSEF

PRC

Internazionale

Economia

Storia e Memoria


FalceMartello
Licenza Creative Commons