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| Terrore imperialista su Gaza |
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| Internazionale | |||
| Scritto da Francesco Giliani | |||
| Lunedì 09 Febbraio 2009 06:42 | |||
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Dopo tre settimane di bombardamenti aerei, invasione e terrore contro la popolazione di Gaza, l’esercito di Israele si è ritirato. Il primo ministro israeliano Olmert ha detto che non vuole riconquistare Gaza. Dopo che Israele ha realizzato il suo disegno, l’Onu, il presidente egiziano Mubarak e le diplomazie occidentali hanno lanciato una girandola di iniziative diplomatiche. Cosa tramano alle spalle dei palestinesi? Qual è il piano dell’imperialismo israeliano?
L’Unione Europea e gli Usa stanno tirando un sospiro di sollievo. Nonostante i governi occidentali si fossero schierati dalla parte di Israele, infatti, l’allarme per un eventuale prolungamento dell’occupazione della Striscia era evidente: il numero abnorme di vittime civili stava riversando nelle strade folle crescenti e sempre più determinate a manifestare in modo non testimoniale. Tale sollievo deve essere ancora più profondo tra la classe dominante dei paesi arabi, dall’Egitto al Marocco, ormai screditata anche moralmente agli occhi dei propri popoli a causa del servilismo nei confronti dell’imperialismo Usa ed israeliano. Quello che preparerà il prossimo tavolo di pace non è difficile da prevedere: un nuovo dispiegamento di “polizia internazionale” per aiutare Israele a sigillare i valichi di frontiera di Eretz e di Rafah, dove i soldati egiziani sono sempre più refrattari a reprimere i palestinesi. Insomma, qualcosa di simile alla missione Unifil in Libano, dove è impegnata anche l’Italia, accampata nel paese aggredito e non in quello aggressore e sempre tollerante nei confronti delle violazioni della tregua da parte di Israele. Il blocco delle frontiere di Gaza serve a ridurre i rifornimenti di armi ad Hamas, tuttavia il suo indebolimento ed isolamento di Hamas dipenderanno anche da quanto gli Usa, su altri “tavoli”, riusciranno ad accontentare Siria (leggi alture del Golan) e Iran (leggi ritiro dall’Iraq con consegna del potere allo Sciri). Obama, prima di sferrare un attacco serio alle condizioni di vita dei lavoratori negli Usa ha bisogno di dare segnali di “cambiamento”, la politica estera potrebbe essere il terreno adatto.
Niente di buono, comunque, per il popolo palestinese, usato da più di sessant’anni come merce di scambio nei conflitti tra le grandi potenze.
In generale, chiunque a sinistra ha attaccato con forza la politica aggressiva di Israele cercando di chiarirne gli obiettivi reali senza perdersi nei bizantinismi formali della “reazione sproporzionata” è stato ed è passibile dell’accusa infamante di antisemita. Che sfrontatezza! In Israele i principali partiti sono sionisti, ovvero ritengono che Israele debba essere uno Stato ebraico, con cittadini di serie A-B-C fino alla Z a seconda di religione e nazionalità, senza che la popolazione araba possa diventare maggioritaria (perciò Israele rifiuta il diritto al ritorno ai profughi). A rigor di legge, in quella che alcuni giornalisti e politici definiscono la “più grande democrazia del Medio Oriente”, ad un partito che rifiuti l’ideologia sionista potrebbe essere impedita la partecipazione alle elezioni. Il sionismo è una forma di nazionalismo che da fine ‘800 ha difeso la prospettiva di uno Stato ebraico in Palestina spossessando la popolazione originaria anche con mezzi terroristici. Il braccio sindacale del sionismo, l’Histadrut, non accoglieva per statuto lavoratori arabi nelle sue fila fino al 1965. Per decenni l’Histadrut lavorò sistematicamente per dividere lavoratori ebrei ed arabi, ad esempio con campagne per il licenziamento degli operai arabi a beneficio di disoccupati ebrei. Essere antisionisti è dunque una sola cosa con l’essere comunisti ed internazionalisti. Tuttavia l’Histadrut, ora, è l’unica organizzazione di massa che vede sotto uno stesso tetto arabi ed ebrei. Nonostante l’ideologia sionista del suo gruppo dirigente, è da lì che si può partire per rovesciare decenni di odio, forgiare l’unità di classe e porre le basi per una sconfitta del sionismo. È una prospettiva poco pratica? Ma cosa hanno prodotto concretamente le dichiarazioni criminali di Ahmadinejad o di Hamas sugli “ebrei da buttare a mare” o gli attacchi suicidi su bus e bar in Israele? Una sola cosa: il rafforzamento a livelli senza precedenti del sionismo, nonostante le differenze sociali in Israele siano in tremenda crescita da almeno 15 anni e si esprimano anche politicamente, come dimostra il sorprendente 30% ottenuto a novembre alle elezioni amministrative di Tel Aviv dal candidato comunista Dov Henin della lista di sinistra “Città per tutti”. La morsa di Israele su Gaza dimostra che la parola d’ordine “due popoli due Stati” è irreale, oltre ad essere reazionaria in quanto prefigura un micro-Stato palestinese in balia del capitalismo internazionale. La ripresa delle tradizioni comuniste e rivoluzionarie, un tempo egemoni tra i palestinesi, è la sola strada per disinnescare le divisioni nazionali, religiose e linguistiche che spaccano il Medio Oriente ed aprire la via ad una federazione socialista. Le altre soluzioni, quelle “pratiche”, sono state tutte sperimentate negli ultimi 70 anni. I risultati sono sotto i nostri occhi.
4 febbraio 2009
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