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| L’aggressione a Gaza sposta a destra Israele |
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| Internazionale | |||
| Scritto da Simone Raffaelli | |||
| Venerdì 06 Marzo 2009 09:34 | |||
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Le elezioni in Israele hanno visto un deciso spostamento a destra dell’asse politico, favorito dall’ambiente creato dal criminale attacco alla striscia di Gaza. Primo partito della Knesset (il parlamento israeliano) è Kadima, con 28 seggi, segue la destra del Likud con 27 seggi e poi con 15 il partito di estrema destra Yisrael Beiteinu, capeggiato da Avigdor Liberman e votato per lo più dai cittadini israeliani provenienti dalle recenti immigrazioni dagli stati dell’ex Unione Sovietica. Il programma di questo partito è estremamente reazionario, rivendica il “giuramento di fedeltà” allo Stato d’Israele da parte della minoranza palestinese (24% della popolazione) e non ne esclude l’espulsione in massa, ma la realtà è che queste parole d’ordine non fanno che estremizzare e semplificare la politica della classe dominante israeliana, che passa per la discriminazione degli arabi, che hanno livelli di scolarizzazione e occupazione nettamente inferiori al resto della popolazione, oltre a non servire nell’esercito, non essendo considerati leali dal punto di vista politico. La sinistra sionista crolla paurosamente, Meretz, il partito dei “pacifisti con l’elmetto”, cala da 5 a 3 seggi, e il partito laburista, “destinato da Dio a governare Israele”, scende da 19 a 13 seggi, e paga per aver collaborato con gli attacchi liberisti del governo Olmert. I suoi dirigenti hanno cavalcato l’onda nazionalista che ha accompagnato l’operazione “Piombo fuso”, ma ne fanno comunque le spese a livello elettorale perchè l’israeliano medio pensa che se il tema centrale è la sicurezza, tanto vale votare la destra. Non a caso Yisrael Beiteinu e i partiti religiosi pescano voti nei settori meno integrati della società israeliana, come i russofoni, che vengono artificialmente contrapposti alla minoranza araba, che rappresenta il 20% della popolazione ma ha un tasso di disoccupazione pari al 10,9%, superiore di oltre tre punti alla media del resto della popolazione dello Stato ebraico. Crediamo che questo possa essere sufficiente per chiarire qual è la politica della classe dominante israeliana. Dietro consiglio dell’amministrazione Usa, Netanyahu, leader del Likud, vorrebbe formare un governo di coalizione con la partecipazione di Kadima e possibilmente anche dei laburisti, escludendo un alleanza con diversi dei partiti dell’estrema destra. Parte da considerazioni sulla crisi economica, che dovrà essere affrontata con una cura da cavallo, facendo calare la scure sulle spese sociali. Si rende conto benissimo che dovrà prendere misure impopolari, ed è molto più facile farlo cooptando nell’esecutivo tutti i partiti principali. Se Likud e Kadima concordano sul programma economico, divergono sulla questione palestinese. Netanyahu, Libermann e i partiti di estrema destra sono d’accordo sul no ad ogni concessione ai palestinesi. Su questo hanno vinto le elezioni e su queste basi potrebbe sfumare la coalizione d’unità nazionale, portando alla formazione di un governo fortemente spostato a destra ma numericamente più debole e a rischio crisi. Una situazione che lo stesso Liberman, il principale leader dell’ultra destra, vorrebbe evitare ma in cui potrebbe essere trascinato. Dall’altra parte continuano a essere valide le considerazioni già fatte in altri articoli, cioè la sostanziale interscambiabilità delle principali forze parlamentari, e proprio l’aggressione a Gaza ne è stata una dimostrazione, essendo stata pianificata con largo anticipo dal leader laburista (e ministro della Difesa) Barak e sostenuta dall’isterismo sciovinista di Tzipi Livni (Kadima). Per ragioni abbastanza evidenti, in maniera discreta ma quanto mai opportuna, i giorni successivi all’accettazione dell’incarico da parte di Netanyahu sono stati accompagnati dal revival sul pericolo atomico iraniano e secondo il futuro primo ministro «...l’Iran sta sviluppando armi atomiche e rappresenta la maggiore minaccia alla nostra esistenza dalla Guerra d’indipendenza (quella del 1948-49)...». Ogni cosa è la peggior minaccia mai avuta se si tratta di creare un clima adatto a deviare l’attenzione dagli scottanti problemi economici e sociali, soprattutto se questo viene fatto nei giorni in cui vengono annunciate diverse migliaia di licenziamenti in tutti i settori principali della produzione e la Banca d’Israele pronostica una crescita di appena lo 0,2% per tutto il 2009? Del resto stiamo parlando di un paese che, pur essendo la principale potenza economica regionale, paga pesantemente le conseguenze della crisi, con salari che tra settembre e novembre 2008 sono calati del 3,5% e oltre 1,7 milioni di abitanti (su 7 milioni) sotto la soglia di povertà.
Tra l’altro prosegue la costruzione di nuove colonie, con l’acquisizione di nuovi terreni attorno a Betlemme, e continua lo strangolamento economico della striscia di Gaza. L’esercito israeliano ha posto come condizione per la fine dell’embargo economico il rilascio di un militare presumibilmente prigioniero a Gaza, ma si tratta solo di velenosa ipocrisia da parte di chi tiene prigionieri migliaia di detenuti politici senza alcun tipo di garanzia dal punto di vista giuridico e in condizioni disumane. Lo scopo è un altro, ed è utilizzare tutti gli strumenti possibili per piegare Hamas e la resistenza palestinese in genere, a partire dai canali economici, affamando senza remore decine di migliaia di persone e lasciandole senza risorse sanitarie. Secondo i calcoli dei vertici dello Stato ebraico un processo di soffocamento di questo genere potrà favorire l’emergere di un settore più collaborazionista dentro Hamas, più propenso ad accordi con i sionisti e disposto a giocare un ruolo simile a quello di Abu Mazen in Cisgiordania, il presidente ufficiale dell’Autorità nazionale Palestinese Questo era anche l’obbiettivo dell’aggressione di fine dicembre, perchè è chiaro che un’offensiva ben organizzata e in grado di massacrare oltre 1.300 persone non può essere giustificata con il lancio di pochi razzi sulle cittadine israeliane di confine. Il fine politico di fondo era la sconfitta di Hamas e dare una lezione alle masse arabe, per mostrare una volta di più qual’è l’esercito più forte dell’intera regione, in grado di colpire in maniera devastante e in qualunque momento, e inoltre c’era da vendicare la figuraccia rimediata nella guerra libanese del 2006, e come riuscirci meglio che nei confronti di un avversario debole, chiuso in una prigione a cielo aperto e per di più usufruendo dell’attiva collaborazione del governo egiziano? Dall’altra parte, il dramma palestinese è determinato da una direzione politica che non riesce a fare breccia nelle contraddizioni che attanagliano Israele. Il lancio di razzi contro i paesi di confine, per quanto non produca danni significativi, serve solo a dare manforte alla propaganda sionista, che presenta i palestinesi come un pericolo a prescindere. Ovviamente questo non vuol dire avere una posizione contraria alla resistenza, anzi, ma semplicemente capire quali sono i mezzi più idonei per farla vincere. Quale nemico può essere demonizzato di più di quello che può colpire in maniera indiscriminata la popolazione civile? Una delle ragioni principali per cui la gran parte dei lavoratori israeliani sostiene la politica dei propri governi va ricercata proprio qui, nei metodi adottati da Hamas e da altre forze. Proprio in questi giorni Tzipi Livni sta polemizzando con Netanyahu, accusandolo di non volere continuare il processo di pace con i palestinesi, che secondo la leader di Kadima dovrebbe portare ai famosi “due popoli, due stati”. Facile parlare di pace seduti su un mucchio di cadaveri! È quasi altrettanto facile parlare di “stato palestinese”, quando l’unica entità statale che la classe dirigente israeliana è interessata ad avere è quella pronta a fare da gendarme a centinaia di migliaia di palestinesi sfruttati, rinchiusi in bantustan divisi dal muro e dai posti di blocco, per fare da manodopera disperata e a basso costo per l’industria e l’edilizia. Per quanto possa sembrare utopistico, l’unità rivoluzionaria fra le classi oppresse ebraiche e palestinesi resta un obiettivo più raggiungibile di qualunque soluzione non oppressiva all’interno del capitalismo.
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