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| Israele scatena il terrore a Gaza |
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| Internazionale | |||
| Scritto da Francesco Giliani | |||
| Lunedì 20 Novembre 2006 10:16 | |||
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L’operazione “Nubi d’autunno” scatenata dall’esercito israeliano nei Territori Occupati è l’offensiva più sanguinosa degli ultimi mesi. Nell’ultima settimana più di 70 palestinesi sono stati uccisi, in maggioranza civili. Scosso dalla sconfitta subita nella seconda guerra del Libano, in piena crisi interna, il governo israeliano cerca di deviare l’attenzione della popolazione verso l’esterno, sprofondando Gaza e la Cisgiordania nel terrore. Corruzione e crisi in Israele Lo scacco subito da Israele in Libano ha aperto immediatamente una crisi nella classe dominante. Il governo di coalizione tra Kadima (centro) ed il partito laburista è stato ed è tuttora dilaniato da una guerra per bande fatta di continui complotti. La recente apertura all’estrema destra di Israel Beitenu (Nostra casa Israele) non può che aumentare l’instabilità. Nel contempo, casi di corruzione stanno investendo i vertici, senz’altro molto pii e religiosi, della società: dal presidente della Repubblica Katsav, sotto accusa per abusi sessuali, al primo ministro Ehud Olmert, indagato per arricchimenti illeciti, dalle speculazioni borsistiche di un generale dell’esercito pochi giorni prima dell’inizio della guerra in Libano fino a quattro primari ospedalieri di Rehovot e Gedera incriminati per aver condotto esperimenti su pazienti anziani o con disturbi mentali. Tra i lavoratori ed i poveri è cresciuta la rabbia per una guerra di cui non si è capita la strategia e l’obiettivo, non si è capito perché giovani siano stati usati come carne da cannone, e che ha portato ulteriori tagli allo stato sociale ed un peggioramento delle condizioni di vita nel Nord del Paese dove la ricostruzione procede a rilento. In questo contesto, Olmert ha portato nel governo Avigdor Lieberman, leader di Israel Beitenu, come ministro per gli obiettivi strategici, una sorta di plenipotenziario della sicurezza interna che farà sempre più ombra al laburista Peretz, ministro della difesa. La resistenza del gruppo dirigente laburista è stata poco convinta e di breve durata. L’allargamento a destra della coalizione, infatti, è passato a grande maggioranza nel Comitato centrale del partito. La finanziaria proposta dal nuovo esecutivo contempla un aumento di 6,5 miliardi di shekel per il bilancio della difesa, che raggiunge così circa 50 miliardi di shekel, un sesto delle spese totali dello Stato. La finanziaria prevede anche privatizzazioni dei servizi sociali e tagli ai sussidi per le ragazze madri e per i pensionati. Una deputata laburista, Shelly Yachimovich, ha detto che in seconda e terza lettura non voterà a favore della finanziaria se i tagli non verranno revocati; più in generale, l’ennesima capitolazione a destra del partito laburista sta producendo la rinascita di una opposizione interna di sinistra, attualmente guidata dall’ex ministro della cultura e dello sport Ophir Pines. Lieberman ha un programma ferocemente razzista di deportazione della popolazione araba: Israele dovrebbe restituire all’Autorità nazionale palestinese le città a maggioranza araba e cacciare tutti gli arabi fuori dai confini di Israele. Recentemente, Lierberman ha invocato la pena di morte per i deputati arabi al parlamento israeliano perché li considera una “quinta colonna”. Il suo ingresso nel governo è stato ripagato con l’attuale offensiva nei Territori occupati, con cui si vuole aggiungere la pressione economica a quella militare al fine di rovesciare il governo di Hamas. La classe dominante israeliana, per evitare di essere messa sul banco degli imputati dal proprio popolo, ha puntato su una guerra esterna per deviare l’attenzione dalla crisi sociale, dai tagli e dalla corruzione. Inoltre Hamas, militarmente, è meno organizzata e peggio armata di Hezbollah, e questo allontana dall’esercito israeliano, e dalla mitologia di cui il sionismo lo avvolge, lo spettro di un secondo smacco in pochi mesi. Terrore a Gaza Negli ultimi quattro mesi sono morti per mano dell’esercito israeliano 400 palestinesi e oltre 1.500 sono stati i feriti. Il villaggio di Beit Hanun, a nord di Gaza, è diventato l’ultimo luogo simbolo della barbarie dell’imperialismo israeliano. L’esercito ha rastrellato il Paese e raso al suolo le case coi carri armati. Quando alcune decine di uomini si sono rifugiati nella moschea di al-Nasser, l’esercito ha provato a buttare giù l’edificio; di fronte al corteo coraggioso di alcune centinaia di donne che sono affluite davanti alla moschea per aiutare la fuga dei loro mariti, figli e fratelli, gli ufficiali israeliani non hanno esitato a dare l’ordine di sparare, uccidendo due donne e ferendone almeno sei. Una bambina di 12 anni è stata centrata a freddo da un cecchino, l’esercito ha ammesso “l’errore”. Nel pieno di questo terrorismo di Stato, il ministro della difesa Peretz, leader laburista, tenta di scavalcare a destra Lieberman e ingraziarsi lo Stato Maggiore congratulandosi “per il successo dell’operazione in corso”. I raid continuano anche mentre scriviamo. Il governo Olmert mostra, oltre ogni ragionevole dubbio, che non ha nemmeno la minima intenzione di bloccare il diffondersi a macchia d’olio degli “avamposti” illegali dei coloni nei Territori occupati. Al momento se ne contano 107, con buona pace di chi, a sinistra, aveva presentato il ritiro di Sharon da Gaza come la speranza per la pace e per la nascita di una Palestina indipendente. Suonano ripugnanti le parole di Kofi Annan, segretario dell’Onu, che prega Israele di non eccedere nell’uso della forza. Crisi della tregua in Libano? Ma Gaza e la Cisgiordania non sono gli unici terreni di scontro. In Libano si stanno nuovamente riunendo fattori che porteranno ad un precipitare della situazione. A metà ottobre le navi tedesche della missione Unifil che pattugliano le coste libanesi sono state oggetto di sorvoli e di alcune raffiche da parte di F-16 israeliani. Il comandante della missione Onu, il generale francese Pellegrini, ha rapidamente fatto capire di non avere la minima intenzione di rispondere alle violazioni israeliane. L’esercito israeliano sta moltiplicando le provocazioni e le rotture del coprifuoco, con sorvoli aerei nel Libano del Sud e a Beirut, peraltro mantenendo l’occupazione del villaggio libanese di frontiera di Gajhar. In tutta risposta il 16 ottobre la “comunità internazionale”, parlando in questo caso per intermediario della Nato, ha incorporato la flotta israeliana nella missione Nato di controllo e pattugliamento delle coste libanesi. Questo rafforzamento delle operazioni navali non ha nulla a che spartire con una presunta operazione di peace-keeping, ovvero mantenimento della pace, ma pone piuttosto le basi per attacchi aerei nella regione, con l’Iran nel proprio mirino. La facciata “democratica” dell’Unifil comincia a sgretolarsi. Nell’edizione 195 di FalceMartello avevamo analizzato il ruolo della missione Onu come copertura dello scacco dell’imperialismo di Israele. Si era trattato di un compromesso per evitare di trasformare in rotta la ritirata di Israele, in attesa di una ripresa delle operazioni. L’11 ottobre, per la prima volta, l’esercito libanese ha confiscato armi appartenenti ad Hezbollah. Dalle prime rotture della tregua israeliane si può toccare con mano che la missione Unifil potrà finire in due modi: o assisterà passivamente alla ripresa del conflitto tra le due parti oppure appoggerà attivamente Israele trasformando l’occupazione del Libano in un nuovo Iraq o Afghanistan. I coltelli si stanno affilando. Gli Usa sono intervenuti direttamente per opporsi ad un rimpasto del governo libanese che prevedeva un rafforzamento della componente sciita, sia i moderati di Amal che l’Hezbollah, ed un ingresso dei cristiano maroniti di Aoun, ora in blocco coi partiti sciiti. Analogamente, in Palestina gli Usa stanno addestrando la Guardia presidenziale di Abu Mazen, accresciuta da 3.600 uomini a 6.000, per creare un contraltare ad Hamas ed eventualmente rovesciarne il governo senza rafforzare le componenti più radicali di Fatah. Si stanno accumulando le condizioni per una guerra su scala regionale, frutto di un’instabilità che è parte della crisi generale dell’ordine imperialista. La bancarotta della sinistra riformista è senza appello nella condotta di Peretz. Nemmeno Hamas ed Hezbollah possono fornire un’alternativa, per i limiti della loro natura politica e del loro programma che, nonostante l’accentuarsi dei toni populisti e nazionalisti rispetto a quelli religiosi, non mette in discussione il capitalismo. La soluzione della crisi mediorientale può arrivare soltanto per via rivoluzionaria, rovesciando la classe dominante israeliana ed i regimi arabi, e cacciando dalla regione tutte le forze imperialiste d’occupazione, che siano americane, Nato oppure Onu. Per eliminare la dipendenza economica dall’imperialismo è necessario anche che le risorse economiche della regione siano espropriate e gestite democraticamente dai lavoratori, arabi o ebrei che siano. Su questa via, quella di una federazione socialista del Medio Oriente, l’imperialismo israeliano, ombra di quello Usa, sarà sconfitto e si creeranno le condizioni per una convivenza pacifica e per una fratellanza tra tutti gli oppressi, senza nefaste divisioni nazionali o religiose e nel rispetto dei diritti democratici e nazionali di ogni popolo. 14 novembre 2006
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