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Israele dichiara guerra totale alla striscia di Gaza PDF Stampa E-mail
Internazionale
Scritto da Redazione del Militant (Iran)   
Lunedì 19 Gennaio 2009 08:48

Mentre Israele annuncia il ritiro da Gaza, almeno per ora, Roma sabato 17 gennaio è stata attraversata da un corteo straordinario in solidarietà con il popolo palestinese. Centinaia di migliaia di lavoratori e di giovani in Europa e nel mondo dicono basta all'aggressione perpetrata dal governo Olmert. In prima fila  nella protesta vi sono anche i compagni della Tendenza marxista rivoluzionaria iraniana, di cui pubblichiamo questo articolo.

 

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Mentre milioni di lavoratori in Europa e nelle Americhe si apprestavano a festeggiare il Natale, la borghesia israeliana iniziava una campagna di bombardamenti pianificata da tempo che, secondo Ehud Barak, ministro della difesa israeliano, sarà l’inizio di una guerra senza quartiere contro Hamas.

Come altri regimi reazionari della regione (nello stesso periodo dell’anno la Turchia bombardò le basi del PKK in Iraq mentre il regime iraniano arrestò numerosi attivisti sindacali) Israele considera le festività del mondo occidentale un’ottima occasione per uccidere su larga scala senza scatenare la risposta massiccia del movimento operaio internazionale e dei socialisti.

Il 27 dicembre le Forze Israeliane di “Difesa” hanno lanciato attacchi aerei contro il governo di Hamas e contro i civili indifesi di Gaza utilizzando aerei da combattimento F16, elicotteri Apache e “drones”, gli ormai famigerati velivoli telecomandati. Oltre ad eliminare numerosi membri di Hamas, tra cui anche tre suoi leader, l’esercito israeliano ha ucciso oltre 430 civili, in maggioranza donne e bambini.

Il numero dei feriti, attualmente circa 2200, testimonia chiaramente che questa campagna di bombardamenti non è assolutamente una misura “difensiva”, e non ha nulla a che fare con una risposta “proporzionata” al lancio dei missili Qassam da parte di Hamas. Infatti il numero delle vittime israeliane, solo 4 (quindi un rapporto di 1 a 100!), dimostra la natura sproporzionata dell’attacco. Anche la lista degli obbiettivi mostra chiaramente che quest’azione è stata concepita per indebolire la risolutezza del popolo palestinese e di Hamas (e, forse, anche togliere a quest’ultima il controllo della Striscia di Gaza): gli Israeliani hanno infatti colpito gli edifici di Hamas, le stazioni di polizia, il Ministero della Giustizia, il Ministero dell’Istruzione, Il Ministero degli Interni, il Parlamento, Il Palazzo della Guardia Civile, l’Università Islamica e due moschee.

Gaza: il territorio “non occupato”?

Molto è stato detto a proposito del cosiddetto “ritiro” israeliano dalla striscia di Gaza nel 2005. I sostenitori di Israele hanno sempre cercato di farlo passare come uno storico passo avanti verso la costituzione di uno Stato Palestinese, ma l’esercito israeliano ha continuato a controllare lo spazio aereo di Gaza, le sue acque territoriali e i suoi confini! Inoltre, i preparativi per questo “disimpegno unilaterale” hanno incluso l’eliminazione di numerosi leader palestinesi e attivisti e l’abbattimento di dozzine di case lungo il confine egiziano.

Ufficialmente definiti “non occupati” gli abitanti di Gaza non sono stati più considerati un “problema” per gli occupanti sionisti! Questo ha dato la possibilità agli imperialisti israeliani di cercarsi una nuova arena per le loro avventure militari nel luglio-agosto 2006. Ma l’umiliante sconfitta ad opera degli Hezbollah in Libano ha esacerbato ulteriormente la loro crisi interna riportando la loro attenzione nuovamente a Gaza nella speranza di ottenere una facile e veloce vittoria contro un rivale molto più debole.

Gli attuali attacchi aerei seguono un embargo israeliano durato 18 mesi (fiancheggiato dall’Egitto) che ha significato la chiusura di circa il 95% delle fabbriche di Gaza. Un’economia già zoppicante ha inevitabilmente prodotto un disastro umanitario per il milione e mezzo di palestinesi che sopravvivono a Gaza: il tasso di disoccupazione è oggi del 49%, il 51,8% della popolazione vive sotto la soglia di povertà.

Secondo i piani l’embargo doveva mettere in ginocchio gli abitanti di Gaza, far loro accettare di essere un “popolo sconfitto” obbligandoli a rinnegare Hamas scegliendo leader più accettabili agli occhi dell’imperialismo. Ecco cos’hanno dato i sionisti ai Palestinesi in cambio del cessate il fuoco di sei mesi!

Israele: guerriero invincibile?

La crisi in Israele non ha niente di nuovo. La società israeliana sta vivendo la più importante crisi politica ed economica della sua storia recente mentre scandalosi casi di corruzione e malaffare da tempo dominano le prime pagine dei giornali e travolgono numerosi politici (come Ariel Sharon e figli, o come il Presidente Moshe Katsav e l’attuale primo ministro Ehud Olmert). Tutto ciò ha rappresentato un duro colpo alla coesione sociale della “madrepatria ebraica” riducendone drasticamente il peso militare e diplomatico nella regione.

Tra il 2003 e il 2005 il tasso di disoccupazione in Israele era largamente sopra il 10%. Da allora è calato dello 0,6% annuo fino all’attuale 7,6%. Ma tra i giovani la disoccupazione ha sempre superato il 20% nel periodo tra il 2002 e il 2004. Sebbene in generale la situazione economica sia migliorata questo è dovuto in gran parte ai cospicui aiuti economici degli Stati Uniti durante il periodo 2004-06. Ciononostante, oltre il 21% della popolazione vive tuttora sotto la soglia di povertà (ufficialmente l’imperialismo USA fornisce solo aiuti militari a Israele, si tratta di circa tre miliardi di dollari all’anno, dal 2007, per 10 anni).

Il culmine della crisi è stata l’umiliante sconfitta contro Hezbollah in Libano che ha fatto perdere il posto a un gran numero di alti ufficiali e allo stesso Amir Peretz (il dirigente sindacale diventato ministro della guerra!). Da quell’avventura Olmert e il governo guidato da Kadima ne uscirono mortalmente indeboliti: le elezioni programmate per il 10 febbraio 2009 sono da tutti considerate cruciali per risolvere la cronica debolezza della coalizione al governo. Ma il Likud di Benjamin Netanyahu è già avanti nei sondaggi e i leader di Kadima (Tzipi Livni) e del Partito Laburista (Ehud Barak) sono già in competizione l’uno contro l’altro per conquistare il maggior numero di seggi alla Knesset.

Seguendo il veto posto da George Bush contro il bombardamento delle installazioni nucleari iraniane (a causa delle implicazioni che un tale attacco avrebbe avuto per gli USA nell’intera regione), e non avendone nemmeno la capacità militare, Israele gioco forza ha scelto un obbiettivo molto più facile per salvare la faccia.

Tuttora la borghesia sionista non ha una precisa strategia, anche se alcuni obbiettivi sono piuttosto chiari: 1) riabilitare l’establishment militare e politico dopo il fiasco del 2006 in Libano (calando il sipario su 4 anni di ampollosa retorica e fughe di notizie pilotate ad arte su fantomatiche esercitazioni con missili a lungo raggio per colpire l’Iran); 2) far crescere Kadima ed il partito laburista a livello elettorale a spese del Likud; 3) indebolire Hamas e stabilire nuovi “fatti compiuti” prima che il prossimo cessate-il-fuoco verrà firmato; 4) migliorare la posizione strategica di Israele prima che Obama presti giuramento come Presidente degli Stati Uniti.

Ben oltre il previsto, invece di portare all’unità nazionale e al rafforzamento dell’asse Kadima-Labour la campagna contro Gaza ha particolarmente acuito le differenze all’interno dell’esecutivo. Ehud Barak, ministro della Difesa e leader del Labour Party sta manovrando contro Tzipi Livni, il Ministro degli Esteri e leader del Kadima. Secondo un ufficiale israeliano, intervistato dal Financial Times il 3 gennaio “… la Livni è favorevole alla sola dissuasione”. Questo significa bombardare il maggior numero di obbiettivi legati ad Hamas e quindi avvertire Hamas che “se non la smettono con i missili ritorneremo per colpirli ancora più duramente”.

Ehud Barak invece è favorevole all’”approccio internazionale”. Questo significa “non smettere fino a quando avremo una qualche forma di appoggio internazionale che possa fornire una forza di interposizione capace di ridurre considerevolmente gli attacchi di Hamas.” Barak è così propenso a questo tipo di soluzione che non prima di una settimana fa ha annunciato a giornalisti israeliani una proposta francese di cessate-il-fuoco (sebbene vi siano versioni contrastanti su ciò che ha esattamente detto). Il che è stato rapidamente smentito da Olmert e dalla Livni, rendendo così aspri i disaccordi in seno all’esecutivo che il 2 gennaio Haaretz, il giornale “liberale”, ha chiesto “un cessate il fuoco tra le fila del governo israeliano”!

I regimi arabi e il fallimento del nazionalismo arabo

Il bombardamento sistematico di Gaza mette a nudo ancora una volta il fallimento del nazionalismo palestinese e arabo in generale. Per i Palestinesi come per tutti gli Arabi sia il vicolo cieco della “lotta armata” (che è continuata fin dall’espulsione dell’OLP dal Libano nel 1982) sia i numerosi negoziati che non hanno mai messo in dubbio i confini imposti dai saccheggiatori imperialisti, hanno portato sempre più brutalità, degrado e disperazione tra le masse. Come naturale conseguenza, la disperazione ha generato gli atti di puro eroismo dei nuovi movimenti guerriglieri, gesti che senza una guida rischiano di essere inutili. Il fallimento delle vecchie politiche è dimostrato dai kamikaze dei gruppi islamici che ripetono gli errori della generazione precedente in una pericolosa spirale di violenza che distrugge le loro vite senza far avanzare la lotta delle masse.

Nonostante tutti i loro sforzi gli Israeliani non riusciranno a sradicare Hamas e gli altri gruppi palestinesi che organizzano la resistenza contro l’attacco sionista, che in definitiva otterrà il risultato opposto di far crescere Hamas, proprio come è successo per Hezbollah nel 2006, perché questi movimenti, per ora, sono diventati l’unica speranza per le masse oppresse e sfruttate da Israele.

Come abbiamo visto, le principali vittime politiche sono state 1) l’”Autorità Palestinese”, Abu Mazen e Fatah; 2) tutti i regimi reazionari che l’imperialismo considera “moderati”, specialmente l’Egitto (con il suo ruolo diretto nel blocco di Gaza) e l’Arabia Saudita; 3) la Lega Araba, con le sue vuote parole. Questi regimi e movimenti sono ora chiaramente visti come strumenti dell’imperialismo per schiacciare ogni lotta nella regione.

“La comunità internazionale”

La “comunità Internazionale”, cioè i paesi imperialisti e i loro lacché mascherati da campioni della democrazia, è stata davvero imparziale nel condannare la violenza di ambedue le parti. Si dimentica per convenienza che la violenza dello stato imperialista di Israele non può essere paragonata alle azioni delle masse palestinesi o dell’embrionale stato di Hamas. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, in pratica il comitato di coordinamento delle nazioni imperialiste, si è riunito il 28 dicembre per emettere un comunicato stampa, nemmeno una risoluzione, che “esprimeva seria preoccupazione per lo sviluppo della situazione nella striscia di Gaza e chiedeva l’immediata fine di ogni violenza”, mettendo così sullo stesso piano la violenza degli oppressori e quella degli oppressi!

Inoltre “…chiedeva a tutte le parti di rispondere ai seri bisogni umanitari ed economici di Gaza e di prendere misure necessarie, incluso l’apertura dei confini, per assicurare l’arrivo dei convogli umanitari con cibo, carburante, materiale sanitario”. Proprio come Israele, il governo egiziano non si è minimamente preoccupato di questo consiglio.

Naturalmente, Israele se ne infischia dell’ONU, anche quando questa adotta delle risoluzioni, come la numero 242 che seguì la Guerra dei Sei Giorni nel 1967 e che chiedeva il “ritiro delle forze armate israeliane dai territori occupati nel recente conflitto” (c’è una lunga lista di risoluzioni dell’ONU e di convenzioni internazionali come l’articolo 147 della 4° Convenzione di Ginevra, che Israele ignora spudoratamente mentre la “comunità internazionale” chiude un occhio su tanta tracotanza).

La “comunità internazionale” non si preoccuperà mai di svelare le vere cause dei problemi della regione. Per ricercarne le radici si deve andare indietro di circa 90 anni, agli accordi di Sykes-Picot che smembrarono l’Impero Ottomano appena sconfitto e lo divisero tra l’imperialismo britannico e francese, separando così gli Arabi in numerosi stati e negando ai Curdi l’indipendenza. Poi ci fu il mandato britannico sulla Palestina e la Dichiarazione di Balfour. Nel 1947 le Nazioni Unite ricompensarono gli Ebrei sopravvissuti all’Olocausto sancendo la nascita di uno stato di coloni, in realtà la più affidabile base per l’imperialismo (che da allora ha appoggiato ogni aggressione israeliana).

Tutti questi accordi sono oggi la base dell’oppressione e dello sfruttamento dei lavoratori della regione. La condotta degli imperialisti durante gli ultimi sei anni ha spazzato via le illusioni di molti nella regione: le masse hanno visto come, con il pretesto di esportare la democrazia, l’imperialismo USA abbia rovesciato il regime baathista in Iraq, abbia ignorato gli abusi dei propri amici ed alleati e abbia fornito sempre più sfacciati aiuti a Israele. Il Governo Bush ha perfino messo in discussione e ignorato i risultati elettorali che non gradiva!

Molti nella regione ora sanno che la borghesia dei paesi imperialisti è la causa dei loro problemi e che quindi non potrà di certo giocare un ruolo nella ricerca di una soluzione positiva per il popolo palestinese. Ogni leader che cercherà di costruire speranze sulla base di nuovi negoziati con i predoni imperialisti, o peggio ancora, con negoziati sui passati negoziati, non sarà più credibile. Anche chi non ha fiatato davanti agli abusi imperialisti e sionisti ha perso parecchio della propria autorità.

Il vicolo cieco offerto da Hamas

Gli israeliani, nonostante i massicci bombardamenti e l’ingresso delle truppe di terra all’interno di Gaza non saranno capaci di abbattere Hamas. Hamas è cresciuto in base all’inevitabile bisogno dei Palestinesi di resistere all’occupazione israeliana che negava i diritti umani di base mentre Fatah assecondava i bisogni dell’imperialismo nella regione (questo valeva anche per la Jihad Islamica e altri gruppi fondamentalisti).

L’alternativa nasceva dalla necessità: le masse palestinesi avevano urgentemente bisogno di qualcuno che li proteggesse dagli attacchi di Israele mentre i burocrati e i funzionari corrotti di Fatah e dell’Autorità Palestinese erano troppo impegnati nei loro accordi con gli imperialisti a Madrid, Oslo, Camp David, Wye River, Sharm el Sheikh e Annapolis.

Purtroppo, questo movimento alternativo, poi divenuto egemone, è basato sugli stessi principi reazionari dell’ideologia islamica che ha servito per decenni l’imperialismo e che è stata il migliore baluardo contro lo sviluppo del marxismo rivoluzionario tra le masse. Un’ideologia che l’imperialismo USA, sotto il governo democratico di Jimmy Carter, iniziò a finanziare e promuovere in Afghanistan sei mesi prima dell’invasione sovietica! La stessa ideologia che ha soffocato la rivoluzione iraniana nel sangue e ha evitato che i lavoratori prendessero il potere.

La resistenza islamica foraggiata dalla CIA e dai Sauditi contro l’invasione stalinista dell’Afghanistan e il ”regime islamico rivoluzionario” in Iran furono importanti basi per lo sviluppo e la diffusione del fondamentalismo islamico (in varie forme) dalle Filippine e dall’Indonesia fino all’Algeria e al Marocco. Dopo il collasso dell’Unione Sovietica e il discredito di ogni forma di socialismo o comunismo questa ideologia ha avuto campo aperto per diffondere il suo dolce veleno. E tra i musulmani non c’era popolo più assetato delle masse Palestinesi e degli Sciiti libanesi.

Gli effetti a lungo termine di questa ideologia sui Palestinesi saranno devastanti. La leadership di Hamas sta vendendo la stessa fallimentare strategia di Fatah, ma con una mano di vernice islamista. Non solo questa strategia non libererà le masse, ma finirà col produrre gli stessi errori e gli stessi compromessi col nemico. E i metodi che Hamas e gruppi simili usano per perseguire le loro politiche riverniciate di Islam sono più autodistruttivi e destinati al fallimento di quelli usati da Fatah (ed altri gruppi dell’OLP) negli anni ‘70.

E’ importante che tutti quelli che hanno manifestato in tutto il mondo contro le recenti atrocità dell’ultima settimana, in Asia e Medio Oriente (Israele incluso), in Europa, nelle Americhe, seppur appoggiando pienamente i diritti del popolo palestinese e la resistenza contro l’imperialismo e il sionismo, non appoggino assolutamente Hamas in alcun modo o forma. Dobbiamo fare una netta distinzione tra le masse e i dirigenti, pur scelti dalle masse sull’onda della radicalizzazione, e che da essi viene tuttora cavalcata.

L’alternativa marxista rivoluzionaria

L’unico modo di fare un passo in avanti per tutti i lavoratori, gli oppressi e gli sfruttati della regione, siano essi Arabi o Ebrei o Curdi o Turchi o di altre nazionalità, è combattere uniti contro i confini artificiali imposti dall’imperialismo che hanno diviso e indebolito tutti. La fine di questi confini è legata al rovesciamento di tutti gli sgherri dell’imperialismo, siano essi sceicchi, re o “presidenti ereditari”. Schiacciare il giogo imperialista che pesa sulla regione e abbattere il capitalismo sono parte della stessa lotta. La “road map” verso la vera pace e la liberazione di lavoratori e sfruttati parte dallo stabilire la federazione di stati operai nella regione.

Ogni avanzamento significativo per le masse palestinesi avverrà solo attraverso lo sviluppo di un’alternativa marxista rivoluzionaria alle ideologie fallimentari e ai movimenti che hanno cercato di trovare soluzioni “nazionali” a un problema che trascende i confini della regione. Un’alternativa che mobiliti i lavoratori e tutti gli sfruttati nella lotta per abbattere il capitalismo nel Medio Oriente.

Un movimento del genere non deve solo condannare l’attuale attacco israeliano a Gaza e le numerose vittime che ha provocato, ma anche 1) l’imperialismo USA per il suo continuo e fedele appoggio ad Israele contro le masse palestinesi; 2) tutti gli altri governi imperialisti, le Nazioni Unite e la “comunità internazionale” con la loro complicità attraverso il silenzio, l’indifferenza, o addirittura il biasimo per i Palestinesi; 3) le leadership dei regimi arabi, specialmente di Egitto ed Arabia Saudita, per aver seguito i diktat di Washington; 4) le leadership di regimi “radicali” come la Repubblica Islamica iraniana o la Siria nel loro cinico sfruttamento della causa palestinese per rafforzare i propri interessi nella regione; 5) le leadership dei Palestinesi, Fatah e Hamas, per le loro politiche nazionaliste chiaramente fallimentari che non libereranno mai le masse; 6) Hamas e altri gruppi islamici perché non offrono nulla più che ulteriori sofferenze e sacrifici in una lotta che è isolata dalla lotta di classe dei lavoratori e degli sfruttati della regione, una lotta destinata al fallimento a causa della sua ideologia reazionaria islamista e dei suoi metodi autodistruttivi.

Un movimento marxista rivoluzionario regionale aumenterà la solidarietà internazionale con le masse palestinesi nella loro lotta per la giustizia e la libertà ad un livello più alto. Guardiamo avanti al giorno in cui la resistenza delle masse palestinesi alle politiche sioniste sarà legata alle lotte dei lavoratori della regione per abbattere il capitalismo e creare una società socialista.

10 gennaio 2009

La redazione del Militant

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