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Gaza soffocata PDF Stampa E-mail
Internazionale
Scritto da Francesco Giliani   
Lunedì 04 Febbraio 2008 06:23

Brutalità sionista e crisi della lotta di liberazione


L’oppressione del milione e mezzo di palestinesi di Gaza sta toccando un’asprezza senza precedenti dall’inizio dell’occupazione israeliana nel 1967. Col blocco imposto dal governo israeliano manca elettricità per case e ospedali, scarseggiano medicinali, cibo e benzina. La frontiera con l’Egitto è stata sfondata in un caos indescrivibile. Il primo ministro Ehud Olmert ha espresso il cinismo e la perfidia della decadente borghesia liberale israeliana: “Non vogliamo una crisi umanitaria a Gaza ma non abbiamo neppure intenzione di rendere facile e piacevole la loro vita.”

La “neutralità” dell’Egitto


È sotto gli occhi del mondo intero, invece, una vera e propria catastrofe sociale. Sono in pericolo anche gli aiuti umanitari, fonte di sostentamento per buona parte della popolazione dei Territori Occupati. In mancanza di tutto, disperate, le masse di Gaza si sono riversate sulla frontiera con l’Egitto, precisamente sul valico di Rafah controllato da Hamas.

La politica del governo filo-imperialista di Mubarak verso i “fratelli” palestinesi è stata quella di chiudere le frontiere e mandare l’esercito a sparare contro la gente in fuga. Una manifestazione di solidarietà coi palestinesi tenutasi al Cairo è terminata con circa 500 arresti. Tuttavia, la pressione e la disperazione delle masse palestinesi, sostenute da manifestazioni popolari in tutto il mondo arabo ed anche tra gli arabi israeliani, è riuscita a sfondare il confine con l’Egitto. La situazione è ora confusa: migliaia di palestinesi stanno rientrando a Gaza dopo aver fatto scorte in Egitto, altri rimangono, i soldati egiziani hanno l’ordine di far passare chi rientra nei Territori Occupati e bloccare chi esce ma sembrano talvolta esitanti ad eseguire gli ordine del loro governo. Oltre a ciò, il mercato nero e la speculazione sui prodotti accaparrati in Egitto rendono difficile la lotta per la sopravvivenza a Gaza anche dopo l’apertura della frontiera egiziana.

Nelle difficoltà, come si suol dire, si riconoscono amici e nemici. E così la collaborazione dei regimi arabi con la borghesia israeliana e l’imperialismo Usa, a cui sono legati da mille fili economici, ha portato all’ennesimo tradimento nei confronti della causa palestinese, da 60 anni così ben omaggiata a parole.

Gli obiettivi di Olmert


A poche settimane dalla Conferenza di pace di Annapolis la diplomazia internazionale si dimostra per l’ennesima volta un vicolo cieco per le masse palestinesi. La classe dominante israeliana, in alleanza con al-Fatah guidata da Abu Mazen, ha cercato di creare un equilibrio sotto la benedizione dell’imperialismo Usa di Bush. Il governo Olmert ha rifiutato la tregua proposta da Hamas continuando la guerra contro i palestinesi, con attacchi aerei ed incursioni dell’esercito dentro Gaza. Assieme al blocco economico, che in forma parziale è iniziato col colpo di Stato di Hamas a Gaza nel giugno 2006, Olmert sperava di sottomettere i palestinesi. Ancora una volta la sinistra riformista israeliana è stata complice dei disegni reazionari della borghesia: Ehud Barak, dirigente del partito laburista e ministro della Difesa, ha infatti capeggiato l’ala militarista del governo. I fondamentalisti islamici di Hamas hanno risposto lanciando razzi su Sderot, cittadina israeliana al confine con Gaza, e lanciando un’ondata di attacchi suicidi. La leadership di Hamas, composta dall’ala più reazionaria della classe dominante palestinese, non offre alcuna lotta di liberazione alle masse ma è soltanto, con la sua tattica basata sul terrorismo individuale, il più solido pretesto per la politica imperialista di Israele. Gli attacchi con razzi contro la popolazione di Sderot contribuiscono a spingere operai e contadini israeliani nelle braccia del sionismo. Sderot, peraltro, ha una popolazione povera composta principalmente di ebrei immigrati da Marocco, Siria, Iran e Tunisia, considerati da tutti i governi cittadini di serie B ma le cui sofferenze sono utili per la strumentale propaganda sionista.

I venti di guerra provenienti dai Territori Occupati sono un ciclo sanguinoso e perverso pagato in sofferenze e vite umane dalla popolazione povera e lavoratrice dei due campi. La barbarie cresce anche in questa zona del pianeta. I pescecani della diplomazia imperialista, Onu compresa, non risolveranno nessun problema. L’unica via d’uscita è la formazione di una direzione politica rivoluzionaria capace di unire su basi di classe palestinesi ed israeliani. Perché un contadino di Sderot ed un disoccupato di Gaza hanno in comune molto più di quanto adesso pensino.

 
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