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Dopo l’aggressione a Gaza Israele svolta a destra PDF Stampa E-mail
Internazionale
Scritto da Simone Raffaelli   
Mercoledì 18 Febbraio 2009 04:41

Le elezioni politiche sono cadute in uno dei momenti di crisi più profonda della società israeliana.

Il governo Olmert (una coalizione di centro-sinistra a cui partecipavano laburisti e Kadima) viene da due anni e mezzo che hanno offerto uno spaccato della classe dirigente molto differente dall'immagine che ama dare di sé. Sono stati anni di scandali e polarizzazione sociale, anni in cui è stata messa in discussione la forza dell'esercito, dopo la figuraccia fatta in Libano nel 2006.

Va da sé che in questo quadro le ragioni della sanguinosa rappresaglia su Gaza (1300 morti a cavallo fra dicembre e gennaio) non possono essere in alcun modo spiegate con il lancio di pochi razzi sulle cittadine israeliane di confine.

Se i razzi Qassem colpendo i civili non fanno fare neanche un passo avanti nella lotta contro l'oppressione dei palestinesi, dall'altra parte la stampa ebraica ha rivelato abbondanti particolari dell'operazione “Piombo fuso”, che è stata pianificata e voluta dal ministro della difesa Barak a partire dal giugno 2008, in attesa del primo pretesto utile.

Gli scopi dell'attacco erano diversi: il primo, sicuramente, fornire una lezione indiretta e preventiva alle masse arabe che Israele ha una potenza militare devastante e il suo esercito è pronto a colpire in qualsiasi momento e senza remore per i civili.

Un idea espressa con chiarezza dall'ex capo di Stato maggiore delle Forze Armate, Moshe Ayalon, che alcuni anni fa ebbe modo di dire: “Si deve far capire ai palestinesi, nel più profondo della loro coscienza, che sono un popolo vinto”.Un messaggio anche per Hezbollah e per tutti coloro che mettono in discussione l'egemonia regionale dell'imperialismo israeliano.In secondo luogo, indebolire Hamas e la sua capacità di resistenza, oltre a veicolare l'idea che gli arabi in quanto tali sarebbero un pericolo costante per l'esistenza stessa del popolo ebraico.

Il corollario è dimostrare quanto gli abitanti di Gaza e della Cisgiordania siano visceralmente terroristi e geneticamente incapaci di creare una “democrazia” civile e sviluppata.E questo governo è stato un grande maestro di democrazia, con il suo utilizzo disinvolto del napalm e le carceri che contengono oltre 10.000 prigionieri politici palestinesi.Il ruolo più vergognoso l'hanno però giocato i regimi arabi (alcuni, come l'Egitto, veri e propri complici della carneficina) e il governo fantoccio di Abu Mazen, che si sono resi disponibili all'ennesima carneficina imperialista.

L'affermazione della destra

Un segnale importante di queste elezioni è stata l'affermazione al terzo posto di "Yisrael Beiteinu", il partito di estrema destra capeggiato da Avigdor Lieberman.

La parte più consistente dei sostenitori di Lieberman è riconducibile ai cittadini israeliani provenienti dalle recenti immigrazioni dagli stati dell'ex Unione Sovietica.

Si tratta di diverse centinaia di migliaia di persone (800.000 secondo alcune stime, immigrati dagli anni '80 in poi) che costituiscono uno dei settori meno integrati della società israeliana.

Il programma di questo partito è estremamente reazionario, rivendica il “giuramento di fedeltà” allo stato d'Israele da parte della minoranza araba (24% della popolazione) e non ne esclude l'espulsione in massa.

La realtà è che queste parole d'ordine non fanno che estremizzare e semplificare la politica della classe dominante israeliana, che passa per la discriminazione della minoranza araba, che ha livelli di scolarizzazione e occupazione nettamente inferiori al resto della popolazione, oltre a non servire nell'esercito, perchè non considerata “leale” dal punto di vista politico.

Nel 2007, in piena crescita economica per l'economia israeliana, il tasso di disoccupazione fra gli arabi con passaporto israeliano era pari al 10,9%, superiore di oltre tre punti alla media del resto della popolazione dello Stato ebraico.

Tra il 2001 e il 2007 la povertà tra le famiglie arabe israeliane è cresciuta del 29% e la metà di questi nuclei viveva sotto la soglia di povertà, che si attesta a poco più di un dollaro al giorno.

Ecco, centinaia di migliaia di israeliani si trovano appena un gradino sopra agli arabi dal punto di vista sociale, e mentre la crisi economica morde e a dicembre, circa 17.500 persone hanno perso il loro posto di lavoro.

Non sfugge a nessuno come il crescente successo dei partiti di destra sia il frutto di questa profonda crisi economica e politica, in cui le parole d'ordine visceralmente razziste non solo di Liberman e dei partiti ultraortodossi, ma anche di Netanyahu e della Livni servono soprattutto ad anteporre la “sicurezza nazionale” a tutti i problemi economici che attanagliano milioni di israeliani.

Liberman è stato ministro nel governo Olmert, e non si è distinto per le sue politiche sociali o per una linea particolarmente diversa da quella del resto dell'esecutivo.

E' stato un ministro liberista e borghese in un governo liberista e borghese.

Sicuramente il risultato della destra è un segnale pericoloso, ma nello stesso tempo è un termometro  della profondità delle contraddizioni della società israeliana.

 Non è un caso che la guerra abbia monopolizzato una campagna elettorale da cui è stato assente ogni tema sociale.

In realtà, nessuno dei principali candidati aveva il benchè minimo interesse a parlarne, visto che hanno lo stesso programma economico e agiscono in questo senso in sostanziale continuità con i governi che li hanno preceduti, fedeli adepti delle politiche liberiste e di attacco al tenore di vita dei lavoratori.

Il partito laburista, che è la faccia progressista del sionismo, è crollato da 19 a 13 seggi alla Knesset.

L'idea che deve aver pervaso molti dei suoi elettori è stata: se l'emergenza è la sicurezza nazionale, tanto vale appoggiare chi offre le soluzioni più decise e radicali, cioè tutti coloro che si collocano alla destra del laburismo, e soprattutto non hanno avuto l'onere di governare Israele negli ultimi anni, caratterizzati dalla crisi economica e dagli attacchi sociali portati avanti dall'esecutivo Olmert.

A sinistra è pesante anche la sconfitta del Meretz, il partito dei pacifisti sionisti, che è passato da 5 a 3 seggi, praticamente dimezzato.Per loro vale un discorso simile a quello dei laburisti, in particolare perchè questo partito durante la guerra non si è distinto particolarmente dagli altri, e diversi suoi rappresentanti si sono appiattiti sulle politiche del governo e sulla “sicurezza nazionale”. Del resto è questa la prospettiva per chi accetta le basi politiche del sionismo, cioè del nazionalismo ebraico, anche se ammantato di pacifismo.

 Una differente analisi va fatta per Hadash, la forza che raggruppa il Partito Comunista assieme ad alcuni gruppi arabi minori, e che ha ottenuto quattro seggi contro i tre della legislatura precedente.

Non è un dato rivoluzionario, ma segnala alcune cose di cui è necessario tenere conto. Hadash aveva candidati sia arabi che ebrei, ed è la più consistente formazione politica su posizioni anti-sioniste. Tradizionalmente Hadash ottiene in gran parte voti arabi, ma lo scorso novembre un candidato comunista alle elezioni municipali di Tel Aviv ha ottenuto il 35% dei consensi, contro il 50% del candidato borghese, e tutto questo quando la popolazione della capitale conta appena un 4,2% di arabi.

Come se non bastasse, l'ennesima dimostrazione di come un partito di sinistra, dal primo momento chiaramente schierato contro la guerra a Gaza, contro l'occupazione dei territori e la colonizzazione può sfondare anche tra i giovani e i lavoratori ebrei.

Ma se le percentuali ottenute dai comunisti sono estremamente basse, non sfugge a nessuno le opportunità che si trovano davanti a loro in una fase di crisi così profonda sono enormi, e se fino ad ora sono state capitalizzate dalla destra è solo perchè quest'ultima ha le idee molto più chiare.

Un altro segnale di cosa cova sotto la superficie è stato lo sciopero dei ferrovieri del 5 febbraio, che ha paralizzato il paese per l'intera giornata ed è stato diretto al di fuori del controllo della centrale sindacale, Histadrut. Un vero e proprio terremoto che ha fatto inferocire tanto la burocrazia sindacale quanto la direzione delle ferrovie, ma che dimostra le riserve di combattività presenti nel proletariato israeliano.

Se quindi un governo di destra appare l’ipotesi più probabile, ancora una volta il nodo politico riguarda la posizione sulla lotta del popolo palestinese. Gli ultimi vent'anni hanno visto l'apertura di spaccature importanti nella società israeliana rispetto all'apparente “monolitismo” che sembra caratterizzarla.

La maggior parte di queste energie sono state canalizzate però a sostegno del cosiddetto “processo di pace”, in particolar modo dai laburisti, senza far avanzare di un millimetro la condizione del popolo palestinese.

Sotto il capitalismo, lo “stato palestinese” costruito su territori che dal 1967 di fatto erano una colonia israeliana è diventata una prigione a cielo aperto, in cui il reddito pro capite è dimezzato rispetto al 1992, la dipendenza dagli aiuti umanitari è totale, la corruzione dilaga, le risorse idriche vengono gestite in maniera discriminatoria nei confronti degli arabi.

Dall'altra parte la classe dominante israeliana non solo non è stata in grado di risolvere il problema palestinese, ma ha fatto aumentare la polarizzazione sociale, le diseguaglianze e la povertà.

Bisogna partire da queste considerazioni, dal fatto che le classi subalterne ebraiche sono vittime della crisi capitalista esattamente come gli arabi, per creare le condizioni per una battaglia comune nel segno dell'unità di classe.

 

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