Da Tal Afar a Bassora


L’imperialismo getta benzina sul fuoco in Iraq

 

di Maarten Vanheuverswin (dal sito In defence of Marxism)

 

L’Iraq è in fiamme come mai prima d’ora. Le immagini scioccanti giunte da Bassora la settimana scorsa ci hanno ancora una volta ricordato la terribile situazione che il paese sta vivendo. Avvolto dalle fiamme, un soldato inglese abbandona disperatamente un carro armato in fiamme circondato da un folto gruppo di iracheni. Pare che gli inglesi abbiano usato dieci di questi mezzi pesanti, coadiuvati da elicotteri, per liberare due “militari”, in realtà agenti dei servizi segreti britannici, abbattendo le mura di cinta della stazione di polizia in cui erano tenuti prigionieri.

Tutto è cominciato con l’arresto dei due ad un posto di blocco iracheno dove la loro vera identità, malcelata dagli indumenti arabi indossati, è stata scoperta. Ne è seguito infatti uno scontro a fuoco dove è stato colpito uno dei due poliziotti iracheni, che morirà poco dopo. Di conseguenza i due agenti sotto copertura sono stati arrestati e la cosa non è piaciuta al comando britannico che ha ordinato l’attacco alla stazione di polizia.

Imperialismo dal volto umano?

Cominciano così a suonare campanelli d’allarme nel quartiere generale britannico. Benché qualche morto assassinato tra i ribelli e la demolizione di una stazione di polizia siano fatti quasi insignificanti se paragonati allo stillicidio giornaliero di attentati suicidi nella parte nord del paese controllata dagli americani, fa comunque impressione vedere che questi sanguinosi eventi siano avvenuti nella zona meridionale attorno a Bassora, sotto controllo britannico, che era considerata relativamente stabile e tranquilla.

Il soldato inglese che brucia a Bassora

Il consolato britannico della città, si trova, ricordiamolo, nel cuore della zona a prevalenza sciita, sede di stoccaggio della maggior parte del petrolio iracheno, ed ha subito attacchi missilistici per la prima volta dopo molti mesi. Perdere il controllo di questa parte del paese sarebbe un disastro per le forze d’occupazione ed ecco perché ogni pur minimo segnale di debolezza e disperazione proveniente dal “pacifico sud”, anche se di portata minore rispetto a quello che succede a Baghdad ma che potrebbe radicalmente cambiare l’equilibrio complessivo del conflitto, è visto con estrema preoccupazione.

Come si può leggere su The Economist del 22 settembre “Per le truppe americane che combattono duramente nelle zone sunnite del nord sarà una piccola consolazione sapere che se, come si era soliti dire, i britannici sono più benvoluti, la situazione sta rapidamente cambiando”.

Ammesso che ci sia mai stato un innamoramento da parte della popolazione verso gli occupanti, le truppe britanniche stanno rapidamente dilapidando, tramite le loro azioni, quel minimo di credibilità che potevano vantare in precedenza. Se ad indebolire il mito dei mansueti soldati campioni di “peace- keeping” non basta tutta la storia dell’imperialismo britannico, dalle brutali guerre coloniali in Africa e nel subcontinente indiano alle divisioni e al dominio imposti in Irlanda del Nord, , questa leggenda si sta sgretolando ora poco a poco e la reale natura di tutta l’operazione irachena non può rimanere nascosta a lungo.

Il giornalista Robert Fisk ha acutamente osservato:

“Sostanzialmente tutta la questione della guerra in Irlanda del Nord ruota attorno a omicidi nascosti ed operazioni del SAS (acronimo di Special Air Service, la più importante forza speciale dell’esercito britannico, costituita nel 1941 allo scopo di condurre raid oltre le linee tedesche in Africa settentrionale NdT) sotto copertura che eliminano uomini dell’IRA in imboscate. Ciò fa nascere in maniera ovvia la domanda su che cosa facessero i nostri due agenti a zonzo per Bassora vestiti da arabi, armati e con baffi posticci. Perché nessuno ne parla? Quanti uomini del SAS ci sono nell’Iraq meridionale? Perché sono lì? Quali sono i loro compiti? Di che armi dispongono? Ooops! Non importa a nessuno!

Tutto ciò che abbiamo fatto a Bassora fin dal 2003 è chiudere gli occhi sull’anarchia imperante, sugli omicidi e sugli abusi (compresi quelli perpetrati dai nostri militari). Quando sono stati assassinati i mercanti cristiani di alcol siamo rimasti zitti. Quando non solo gli ex membri del partito Baath, ma anche donne e bambini, sono stati massacrati per le strade come accade solo durante una guerra civile, i nostri ufficiali si sono semplicemente dimenticati di parlare di questi fatti con la stampa. Qualunque cosa pur di tenere i nostri ragazzi al sicuro” (The Indipendent, 24 settembre 2005).

A questo punto il vero problema per l’esercito britannico non è nemmeno quello di non essere considerato dalla popolazione come un alleato. Dopo tutto la pace mantenuta a colpi di pistola non è mai stata tanto popolare nei paesi occupati. Ma bensì quello di non potersi più fidare della polizia locale, che dicono essere infiltrata dagli “insorti”. E quando le forze dell’ordine perdono il monopolio sul controllo della violenza, le conseguenze non possono che ricadere sulle stesse autorità.

Nel corso della storia, nessuna forza d’occupazione è stata mai capace di tenere la situazione sotto controllo senza trovare alleati in loco con i quali rafforzare il proprio ruolo. Le cose non sono diverse in Iraq, dove anche il più potente esercito sulla faccia della Terra - seppure con l’aiuto del suo piccolo alleato britannico - non potrebbe rimanere a lungo senza il consenso di un’elite di collaboratori locali, compreso l’attuale governo fantoccio del primo ministro Ibrahim al Jaafari. In questo senso le parole del governatore di Bassora, Muhammad al-Waili, non presagiscono nulla di buono. Egli ha infatti bollato il raid della settimana scorsa come “selvaggio, barbaro e irresponsabile”.

Tal Afar

Anche al nord l’ambiente si sta surriscaldando per gli americani. Due settimane fa una forza composta di 6000 soldati iracheni e 4000 americani ha conquistato la città di Tal Afar, vicina al confine siriano, 80 km a est di Mosul.

Di fronte ad una supremazia schiacciante di carri armati, aerei da combattimento ed elicotteri, la resistenza è stata sopraffatta e sconfitta. I bombardamenti aerei statunitensi hanno spinto i residenti a scappare precipitosamente dalla città, popolata in maggioranza da arabi sunniti ma anche da sciiti turcomanni. L’esercito iracheno ha annunciato la settimana scorsa la fine dell’offensiva durata tre settimane in cui ha detto avere ucciso 157 “ribelli” e arrestato 683 sospetti.

Come già a Falluja lo scorso mese di novembre, questa è la versione ufficiale della storia. Quello che i resoconti ufficiali non dicono è che la città è stata quasi interamente rasa al suolo. Dopo essere fuggito dai bombardamenti, chi è tornato si lamenta per la scarsità d’acqua e la mancanza di corrente con le infrastrutture ridotte in pezzi.

Ironicamente l’amministrazione Bush, che qui non rappresenta nient’altro che una potenza straniera occupante, ha giustificato l’intera operazione con la scusa d’impedire il passaggio di estremisti islamici dalla Siria al confinante Iraq. L’ambasciatore americano in Iraq, Zalmay Khalilzad, ha detto che gli Stati Uniti stanno “perdendo la pazienza” con la Siria. Queste dure parole nascondono la vera ragione dell’assalto, cioè quella di riportare per l’ennesima volta all’obbedienza chiunque non si allinei ai “diktat” americani. La resistenza a Tal Afar era composta prevalentemente di iracheni e non di stranieri. Come a Falluja, la strategia di totale distruzione della città è giustificata con la presenza di combattenti stranieri. Nessun dubbio però sul fatto che, agli occhi di molti abitanti, gli unici stranieri siano l’esercito americano e i suoi alleati!

L’assalto di Tal Afar deve essere visto sullo sfondo di una vasta offensiva dell’esercito statunitense per soffocare qualunque opposizione alla propria presenza, ma anche alla luce del referendum sulla bozza di costituzione del 15 ottobre prossimo. Il governo iracheno e i suoi padroni americani temono serie difficoltà adesso che varie organizzazioni, soprattutto sunnite e turcomanne, hanno raccomandato ai propri membri di votare contro questo inutile pezzo di carta. Stante il fatto che centinaia di migliaia di sunniti, che hanno già boicottato le elezioni di gennaio, assicurano di voler votare no alla bozza di costituzione, non ci vuole molto ad immaginare quale sarà la reazione dell’imperialismo USA.

Come a Falluja anche in questo caso il metodo è quello di costringere la città all’obbedienza con le bombe, e non ci si fermerà qui. Il 10 settembre il ministro della difesa, Saadun Al-Dulaimi ha rivelato che forze USA e irachene avrebbero colpito gli “insorti” nelle quattro città nord-occidentali di Ramadi, Samarra, Rawa e Qaem, tutte abitate prevalentemente da sunniti. A Ramadi, sulle rive dell’Eufrate, la minaccia si è già concretizzata e da qui in avanti l’esercito statunitense continuerà di sicuro il massacro lungo il fiume. L’operazione è in realtà sintomo di debolezza da parte di una potenza imperialista che sta andando al di là dei propri limiti.

Un Iraq più sicuro?

Sul fronte interno le cose non vanno meglio negli ambienti governativi. La scorsa settimana un sondaggio in collaborazione tra CNN, Gallup e USA Today ha svelato che il 67% degli intervistati disapprova la gestione della situazione irachena da parte di George W. Bush ed il 57% esprime lo stesso parere per quanto riguarda la reazione all’uragano Katrina. Interessante la risposta su come affrontare i costi provocati da quest’ultimo: il 54% sostiene infatti che si dovrebbero tagliare le spese per la guerra per fare fronte alla ricostruzione.

Dall’altra parte dell’oceano solo il 12% dei 1009 intervistati per un sondaggio ICM pubblicato da The Guardian (quotidiano inglese vicino ai laburisti NdT) ritiene necessaria la presenza delle truppe britanniche in Iraq, mentre il 51% vorrebbe che il governo di Tony Blair stabilisse una data per il ritiro dei soldati da Bassora. Solo il 39% è soddisfatto dell’operato di Blair come primo ministro contro il 41% della settimana scorsa e solo il 41% è persuaso dagli argomenti usati per sostenere che le truppe hanno un ruolo da svolgere finché la situazione non migliori.

In modo tutt’altro che sorprendente, Blair non ha intenzione di fissare una data certa per il ritiro. Intervistato dalla BBC ha detto: “Non ho dubbi su ciò che dobbiamo fare, vale a continuare sulla stessa linea”. Ha anche aggiunto di avere ben chiaro in mente che “ciò che sta accadendo in Iraq è cruciale per la sicurezza nostra e del mondo intero prima ancora che per quella dell’Iraq stesso e di tutto il Medio Oriente”.

Di che sicurezza stiamo parlando? Forse la situazione è migliorata rispetto ai tempi in cui Saddam Hussein era ancora al potere? Nonostante la natura mostruosa del vecchio regime, la risposta è semplicemente no. L’Iraq non è mai stato un posto tanto insicuro per vivere e lavorare prima d’ora. Nessuno esce di casa la mattina senza la paura di non rivedere la propria famiglia la sera. La sovranità irachena è stata calpestata sotto i piedi di eserciti stranieri che, con la scusa di esportare la “democrazia”, hanno invece causato solo danni. Centinaia di persone muoiono quotidianamente a causa dell’occupazione. E’ vero che molte sono le vittime provocate dagli attentati suicidi che coinvolgono anche iracheni innocenti. Ma resta il fatto che il peso di queste vittime senza colpa grava tutto sulle spalle di americani e britannici, benché ciò non venga mai detto espressamente dai mezzi d’informazione borghesi.

Pericoli di guerra civile

Per controbattere ai crescenti appelli per un ritiro immediato, i portavoce governativi gonfiano il petto contro gli oppositori alla guerra sbandierando la minaccia di una guerra civile. “ Vedete, i nostri ragazzi sono indispensabili per mantenere la pace. Se dovessero andarsene lascerebbero solo caos e distruzione”. Questo è l’identico tono usato da Lloyd George (David Lloyd George, primo ministro liberale britannico dal dicembre 1916 all’ottobre 1922; il suo ministro delle colonie, Winston Churchill, fu tra i “creatori” a tavolino della nazione irachena che nacque tracciando una serie di linee sulla carta geografica e riunendo in un unico Stato sciiti, sunniti e curdi NdT) nel 1920 quando mise in guardia contro i rischi di guerra civile se i Britannici avessero lasciato l’Iraq. Ma riflettiamo un attimo. Il terrorismo non è già diffuso in Iraq? Non c’è già una lotta di guerriglia contro le forze d’occupazione? Non ci sono già sia pur sporadici scontri tra sunniti e sciiti? “Sì” si potrebbe rispondere “ma le cose andrebbero peggio se i nostri eserciti si ritirassero”. Questo genere di argomentazioni sorvola sul fatto che la presenza di eserciti stranieri non solo non funge da deterrente ma piuttosto alimenta una possibile guerra civile.

In primo luogo le forze USA stanno già ammazzando più civili iracheni di quanti ne potrebbero probabilmente morire a causa di una guerra civile. Ogni giorno vengono uccisi ai checkpoint da soldati nervosi non sempre capaci di distinguere un combattente della resistenza da un qualunque cittadino. Ogni giorno iracheni di ogni etnia e religione muoiono sotto il fuoco delle pattuglie che sono istruite ad usare una “supremazia di forza schiacciante” negli scontri con sospetti “insorti”. Alla minima resistenza, gli ordini sono di demolire anche interi edifici e di trattare gli occupanti come nemici. Inutile dire che dozzine di persone innocenti ogni giorno, arrivando a migliaia ogni anno, muoiono come diretta conseguenza delle azioni degli eserciti occupanti. Aggiungiamoci i civili delle aree altamente popolate, ammazzati nei raid aerei, e possiamo mettere tutte le chiacchiere sulla “guerra civile” nel loro giusto contesto.

Possiamo inoltre chiederci: come mai c’è così tanto terrorismo diffuso in tutto il paese? La causa principale è proprio la presenza di un invasore straniero. Una parte della resistenza agisce in modi spregevoli (come nel caso dell’attentato suicida di qualche settimana fa a Bagdad che ha ucciso disoccupati iracheni in fila per un posto di lavoro). Ma senza dubbio la maggioranza di essa nasce da vasti strati di popolazione ed è espressamente diretta contro le forze d’occupazione. In altre parole, senza occupazione non ci sarebbero motivi per questo bagno di sangue. Molta dell’attuale violenza diminuirebbe se gli americani se ne andassero. E’ così difficile comprendere che eliminando le cause di una malattia sarebbe più facile curarne i sintomi?

In ogni caso la malattia è divenuta grave, il paziente è molto malato e la guerra civile in Iraq rappresenta uno scenario reale a meno di non intervenire in maniera risoluta. Ultimamente diversi sono stati i resoconti di scontri tra sunniti e sciiti. Recentemente il fondamentalismo islamico ha ancora una volta mostrato il suo volto reazionario quando Al Qaeda, in un messaggio alla radio, ha dichiarato guerra totale agli sciiti. Il desiderio di Abu Musab al Zarqawi, leader dei cosiddetti “jihadisti”, è semplicemente quello di creare uno stato separato per tutti gli arabi sunniti in Medio Oriente. Invece di puntare all’unità di tutte le religioni e gli orientamenti, si fa il gioco dell’imperialismo e del suo “divide et impera” dichiarando apertamente guerra alla parte sciita della popolazione. Inutile dire che ciò può soltanto aggiungere benzina al fuoco del settarismo.

Abbiamo dunque il dovere di individuare il responsabile di questo pasticcio. Le rappresaglie settarie contro gli sciiti sono in gran parte una conseguenza dell’intervento americano in Iraq. Reazionari del calibro di al Zarqawi non farebbero notizia senza la presenza americana. D’altra parte il suo slogan vincente è “gli sciiti aiutano gli americani”. Il successo del fondamentalismo islamico sta tutto nella capacità di reclutare gente disposta a sacrificare la propria vita in un attacco suicida. Ma questa disponibilità al reclutamento è direttamente proporzionale al livello di malcontento generato dalla rovina in cui l’imperialismo sta gettando l’Iraq. Un paese non può essere libero sotto il tallone di un invasore straniero. Il perdurare di una situazione del genere può solo finire in tragedia, finendo per alimentare le fiamme del malcontento in tutta la regione, ciò che si sta già vedendo.

Ecco perché l’immediato ritiro di tutte le truppe straniere è condizione necessaria per impedire la guerra civile ed ogni ulteriore scontro etnico. Gli iracheni siano padroni del loro futuro! Fine dell’occupazione in Iraq!

27 settembre 2005

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