Il 4 Giugno un corteo di più di centomila persone ha reagito alla provocazione della visita di BUSH nel giorno del 60° anniversario della liberazione di Roma. Moltissimi giovani sono scesi in piazza, nonostante il giorno feriale e nonostante da più parti (le solite...) si sia fatto di tutto per creare un clima incendiario
attorno al corteo, replicando maldestramente le provocazioni che avevano accompagnato i mesi prima di Genova.
Il corteo del pomeriggio, il clima che si respirava nei quartieri di Roma fin da molti giorni prima del 4 Giugno, hanno mostrato ancora una volta una
determinata disponibilità a scendere in piazza contro la guerra, a fianco dei giovani e dei lavoratori irakeni impegnati nella resistenza contro le truppe
imperialiste.
Nei quartieri storici di Roma si sono svolti cortei con molti studenti e questi sono i festeggiamenti di un anniversario che più ci piacciono:
ricordare la vittoria
della resistenza contro l'occupazione nazista, che nei quartieri popolari aveva l'ossatura fondamentale (sotto le bandiere del
Partito Comunista e spesso di formazioni alla sua sinistra), lottando oggi al fianco di chi subisce ancora le aggressioni di un Paese imperialista,
come la guerra scatenata dagli Stati Uniti in Iraq.
Oltre centomila persone che manifestano a Roma in un giorno feriale costituiscono un fatto senza precedenti.
Tra i partecipanti al corteo la richiesta delle dimissioni del governo Berlusconi era comune a tutti.
La radicalità presente ha riempito certamente di rabbia il nostro beneamato presidente del consiglio e i suoi scagnozzi, che devono aver perso
tutte le staffe quando hanno visto che non solo non c'è stato alcuna devastazione di Roma o episodio di violenza, ma addirittura la massa del corteo
ha isolato i provocatori.
Ed ecco tirare fuori lo slogan di “10, 100, 1000 Nassiriya” per criminalizzare tutti i manifestanti.
Non ci meravigliamo che questo governo reazionario usi strumentalmente questo “regalo” in forma di slogan. Quello che veramente ci sconcerta è
l'atteggiamento di tutti i partiti del centro sinistra, Prc compreso, che si uniscono in una “unione sacra” a difesa della patria e delle “nostre forze armate”.
Come si fa a dimenticarsi il ruolo dell'esercito italiano in Iraq, un esercito di occupazione a servizio dell'imperialismo Usa, che ha avuto un ruolo attivo nella repressione indiscriminata della popolazione irachena donne e bambini compresi?
Nel conflitto in Iraq, noi siamo a fianco del popolo iracheno contro l'oppressione dell'imperialismo. Il miglior modo per tutelare i soldati italiani,
mandati al macello da un governo a servizio di Washington in cambio del classico piatto di lenticchie, è riportarli a casa. Ancora una volta la sinistra,
prigioniera di una futura prospettiva di governo (nel caso dei dirigenti dei Ds) o di un pacifismo astratto (vedi dirigenti del Prc) ha perso un'occasione per differenziarsi della propaganda della borghesia e dei mass media.
Ormai è sempre più patrimonio di migliaia di giovani e lavoratori il legame che c'è nelle politiche anti-operaie che porta avanti il governo Berlusconi:
il massacro sociale per i lavoratori qui in Italia, la guerra contro i lavoratori in Iraq.
Ma non siamo in un momento in cui la reazione da parte dei lavoratori si fa attendere.... tutto il contrario!
Sono lì a dimostrarlo la straordinaria lotta di Melfi e prima ancora l'Alitalia, gli autoferrotranvieri e decine di altre lotte, impossibili da citare tutte,
contro un governo che è sopra il cumulo di macerie di una spaventosa crisi industriale e, mentre vuol far pagare il conto di questa crisi tutto ai lavoratori,
cerca di ritagliare una fetta della torta della ricostruzione in Iraq alle sue imprese, bastonate impietosamente da tutte le classifiche economiche del mondo.
Ed allora, se positivo è il bilancio della partecipazione al corteo del 4 Giugno, non bisogna nasconderci che ancora più positivo poteva essere se,
invece di passare giorni e giorni chiusi dentro una stanza a studiare la migliore strategia per guadagnare visibilità, i palloncini colorati piuttosto che
la vernice
o i fumogeni, si fosse dedicato più tempo per la propaganda nelle scuole e nei posti di lavoro contro la guerra, sfruttando meglio il
clima di generale
contrarietà alla guerra che si respira nella società.
In un contesto sociale completamente diverso da quello che aveva preceduto Genova, ci si è ancora una volta concentrati sulla riuscita di azioni
di disobbedienza slegate dalla partecipazione di chi vuole combattere la guerra, che pure il 4 Giugno si è vista.
Nella testa di troppi "leader", dalla
dichiarazione-stampa facile, c'era l'intenzione di "rinverdire i fasti" della
disobbedienza di Genova.
Ma se già allora, che ci trovavamo solo ai timidi inizi di un periodo di radicalizzazione, le "azioni spettacolari" che provavano a sostituirsi all'azione
cosciente delle masse, mostravano tutti i loro limiti, si mostrano un errrore imperdonabile oggi, che ci troviamo nella piena di uno straordinario
periodo di mobilitazioni operaie. Così, quel che rimane dei social forum e delle associazioni no-global, attraversato oggi da ogni sorta di divisione,
ha passato molto del tempo prima del 4 giugno alla ricerca di una ricomposizione in zona Cesarini di queste fratture.
Ancora una volta si è scartata la parola d'ordine dello sciopero generale contro la guerra, che avrebbe permesso un'azione di propaganda
nella società per far convergere sulla parola d'ordine del ritiro delle truppe dall'Iraq, le lotte di cui è attraversato adesso il Paese.
Per riprendere ancora dopo il 4 giugno la battaglia per mandare a casa Berlusconi e Bush, sull'onda dell'unico strumento veramente efficace:
la generalizzazione delle lotte con un programma che parte dal no alla guerra e arriva alle rivendicazioni per l'aumento dei salari, per
il
miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro e per la difesa di tutti i posti di lavoro minacciati dalla crisi di questo sistema
economico.
E questa è l'azione in cui sono impegnati i sostenitori della nostra rivista.
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