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| Iraq - Bush invia altri 21mila soldati |
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| Internazionale | |||
| Scritto da Mauro Vanetti | |||
| Lunedì 12 Febbraio 2007 12:36 | |||
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A quanto pare George W. Bush ha respinto le proposte del “rapporto Baker” provenienti dall’ala più lungimirante dell’establishment statunitense. Né l’Iraq Study Group, che ha steso il rapporto, né il presidente Bush, tuttavia, hanno un piano che possa tirare gli Usa fuori dal pantano.
Se il rapporto Baker negava che l’invio di nuove truppe potesse costituire una panacea, ponendo piuttosto l’accento sulla “responsabilizzazione” dell’esercito iracheno, Bush non ha indicato alcuna data per il ritiro e ha, invece, annunciato l’invio di 21.500 nuovi soldati, 17.500 dei quali saranno stanziati nella capitale, mentre 4.000 marines si dovranno occupare di ripulire la provincia sunnita di Al-Anbar, descritta come “una base di Al-Qaeda”. Al contempo, altri consiglieri nordamericani saranno messi al seguito dei reparti dell’inaffidabile esercito iracheno. Bush chiederà ulteriori 100 miliardi di dollari per le truppe in Afghanistan e in Iraq, portando il bilancio militare 2007-2008 a 245 miliardi di dollari. Al-Anbar è l’ennesimo grattacapo per l’imperialismo Usa, perché nei mesi scorsi gli americani e le forze armate irachene vi hanno incontrato una forte resistenza. Secondo alcune fonti, i soldati del 6° Battaglione si sarebbero addirittura rifiutati di uscire dalle caserme del capoluogo, Ramadi, ed esprimerebbero una preoccupante propensione alla resa, che avrebbe spinto il nuovo Ministro della difesa, Robert Gates, ad intervenire con urgenza. Il punto focale della nuova linea di Bush, però, è Baghdad. Il piano dell’amministrazione statunitense per questa metropoli di sei milioni di abitanti è “andare casa per casa a guadagnare la fiducia dei residenti”; epurata dalla retorica, questa frase significa l’organizzazione di feroci rastrellamenti. Più che la base per una riscossa, questi 17mila uomini danno l’impressione d’essere un tentativo disperato di rompere l’assedio in cui è ormai stretta la “zona verde” di Baghdad, sede delle autorità imperialiste e del governo ufficiale, circondata da quartieri che vengono spartiti violentemente tra i diversi partiti armati che ormai spadroneggiano in Iraq.
L’attuale governo, presieduto da Nuri Al-Maliki, comprende membri di un gran numero di fazioni politico-etnico-confessionali, tra cui tre importanti formazioni sciite: il Dawa (Partito della chiamata islamica, un tempo considerato dall’occidente un gruppo terroristico vicino a Teheran), che esprime il Primo Ministro, lo Sciri (Supremo consiglio della rivoluzione islamica in Iraq), apertamente filoiraniano, che controlla la milizia Badr, e il gruppo rivale di Moqtada Al-Sadr, che ha nell’Esercito del Mahdi il suo braccio armato. Su un punto il rapporto Baker e l’amministrazione Bush concordano: gettare la colpa di tutta la situazione su Nuri Al-Maliki, “l’uomo del compromesso” (con i filoiraniani, con i nazionalisti kurdi, con le forze di sinistra più “malleabili” come il Partito comunista iracheno, anche con alcune forze sunnite particolarmente “realiste”). Con la consueta arroganza, la Rice ha detto che “il governo di Al Maliki è a termine” e che il “popolo americano” (sic!) potrebbe perdere la pazienza e smettere di sostenerlo. Scaricare Maliki significa sfoltire la lista dei referenti politici della Casa Bianca in Iraq, in particolare abbandonando ogni ambiguità nei confronti del cosiddetto “radicalismo sciita” di Moqtada Al-Sadr. Ma, come dice correttamente Francis Fukuyama (ideologo, un tempo ultra-ottimista, del capitalismo), “dichiarare guerra ad Al-Sadr significa dichiarare guerra alla maggior parte della popolazione irachena”. Escludendo la peculiare questione kurda, gli sciiti sono in teoria la base d’appoggio più solida degli Usa in Iraq. Il grande ayatollah Al-Sistani ha dichiarato esplicitamente il suo appoggio alla politica di Bush in Iraq e all’invio di nuovi contingenti. L’unica critica l’ha sollevata in relazione alla politica iraniana di Washington. Il problema è che gli sciiti sono più che mai divisi, la base del movimento di Al-Sadr è costituita dai settori più poveri e sfruttati della popolazione, per i quali l’occupazione del paese significa non solo una imposizione straniera, ma anche un aggravio intollerabile delle proprie condizioni di vita. Se per la borghesia sciita l’unica via oggi è condurre un doppio gioco tentando di equilibrarsi tra gli Usa e l’Iran, questa prospettiva non offre alcun futuro alla massa impoverita della popolazione. Per Bush, questa equazione non ha soluzione. Gli Usa non potranno fare altro che cercare nuovi punti d’appoggio, sempre più precari e screditati. Chiunque venga dopo Al-Maliki non potrà che seguire la stessa strada.
Intanto la tensione con Iran e Siria rimane alta: ad Erbil, l’11 gennaio, gli Usa hanno arrestato cinque “diplomatici” presso un “consolato” ufficioso dell’Iran, un chiaro avvertimento volto a contrastare la crescente influenza iraniana nel Kurdistan iracheno. Ma le complicazioni non finiscono qui. L’influenza iraniana preoccupa fortemente l’Arabia Saudita (e non è forse un caso che Al-Qaeda in Iraq si dedichi ormai quasi esclusivamente a sanguinosi attentati contro civili sciiti). La Turchia ha ripetutamente dichiarato che se il Kurdistan iracheno si rendesse troppo autonomo, l’esercito turco interverrà. Intanto i turchi sostengono la minoranza turcomanna a Kirkuk, città chiave dell’industria petrolifera contesa tra curdi, arabi e turcomanni, che rischia di precipitare in una spirale di pulizie etniche contrapposte.
Come stupirsi, dunque, se il nuovo corso iracheno non gode di molti favori presso i lavoratori e le vaste masse della popolazione irachena? Secondo un sondaggio, il 90% degli iracheni ritiene che si stesse meglio sotto Saddam Hussein.
Siamo di fronte ad uno storico fallimento nei risultati, nel consenso interno ed internazionale, nei costi umani (sono state superate le 3300 vittime tra gli eserciti della coalizione) ed economici (ormai pari a 8,4 miliardi di dollari al mese, con un totale che si avvicina al costo complessivo della guerra in Vietnam). Gli analisti politici concordano ormai nel ritenere che chiunque vinca le prossime elezioni, democratico o repubblicano, sarà un “realista”, cioè un presidente disposto a riconoscere il fallimento dell’avventura neoconservatrice. Ma questo sbocco appare tutt’altro che lineare: persa la guerra in Iraq, l’imperialismo Usa ripiega sull’obiettivo secondario, ossia quello di fare del paese un cumulo di rovine, per impedire che dalla lotta contro l’occupazione sorgano punti di riferimento politici che possano ispirare le masse arabe. La parola d’ordine rimane quella di sempre: dominare o distruggere, e su questa strada le opzioni più estreme (conflitto con l’Iran o con la Siria) non sono ancora state messe da parte.
07/02/2007
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